Inaspettato.
Semplicemente è successo.
Il mio primo vero bacio è arrivato.
Ho un ricordo molto tenero, quasi buffo, dell’accaduto.
Mia madre era dovuta volare in Sardegna a causa di un decesso improvviso.
La nostra vacanza estiva è continuata in compagnia di nostro padre. Ci trovavamo in Abbruzzo.
Tutto sembrava scorrere con scioltezza e facilità.
Quell’anno abbiamo fatto varie conoscenze.
La più particolare delle quali è stato Marco.
Un bel ragazzetto che mi ha invitata ad una solitaria passeggiata a Pescasseroli.
Non mi sembrava vero.
“Papà, un ragazzo mi ha invitata ad uscire insieme…Mi dai il permesso? Posso?”.
Senza sapere il motivo mi sono sentita in dovere di dirgli la verità. Mio padre mi stimolava alla sincerità. Mi sembrò normale non dovergli celare nulla. Se ci fosse stata mia madre non avrei saputo come gestire la situazione.
“Chi è? Dove volete andate?”
“Marco, l’ho conosciuto quì e comunque staremo in giro per il paese”
“Per me va bene; vai, però, mi raccomando: sale in zucca”.
Sapevo che alla mia spontaneità mia padre avrebbe risposto positivamente.
O semplicemente mi ero sbagliata e lo avevo preso in contro piede?
Ho preferito pensarla positivamente; facile: domande, risposte: frasi vere, dirette.
Ho trovato molto bello poter parlare con tale franchezza con mio padre.
Mi guardava stupito, con un lieve sorriso sotto i baffi mentre mi vedeva correre in bagno ogni dieci minuti.
La mia vescica aveva perso il controllo?
Ero nervosa, una molla pronta a scoppiare.
Mi guardavo allo specchio trovando sempre qualcosa fuori posto.
“Torna presto”, è stato il saluto prima che uscissi.
Ad ogni passo percorso mi domandavo del perchè fosse stato tanto semplice e naturale l’aver potuto ritagliare quel piccolo spazio per me.
Sapevo con certezza assoluta che con mia madre ciò non sarebbe mai accaduto.
Già la immaginavo nell’atto di urlarmi contro:
“Subito ad aprofittare della mia assenza, eh? Svergognata!”.
Con mio padre era stato così semplice, naturale.
Mi ero sentita libera di esprimermi.
Altra ipotetica frase sarebbe potuta essere:
“Ok, esci, ma con te viene tuo fratello!”.
Brividi di freddo al solo persiero!
A reagire in modo inaspettato è stato effettivamente Javier.
Non sentendomi per casa, ha chiesto a mio padre dove fossi.
“È uscita: un appuntamento con un ragazzo”.
Veloce come un fulmine ha preso la bicicletta ed cè orso a cercarmi per il paese.
Non mi ha trovata se non sulla via del ritorno.
“Con chi sei uscita?”
“Ma che vuoi? Fatti gli affari tuoi!”
“Tu dimmelo e basta”
“Da quando così interessato a me? Non te ne è mai fregato niente della mia vita..”
“Marco? Mi è sembrato di vederlo in giro…Tanto lo verrò a sapere!”, si è allontanato un po’ arrabbiato con l’atteggiamento tipico di chi si sarebbe vendicato di uno scocciatore.
Mi ero incontrata con il mio corteggiatore.
Tesi come giunchi ci eravamo salutati con un rigido e forzato ciao.
Sembravo aver perso la facoltà di formulare delle frasi di senso compiuto.
Consapevo che la mia improvvisa rigidezza era dovuta al fatto di trovarmi di fronte ad una situazione si, attesa, ma del tutto nuova per me.
Non mi capacitavo però, del nervosismo di Marco.
Non sarebbe dovuto essere l’uomo?
L’orgoglioso direttore d’orchestra di un appuntamento romantico?
Ho reagito con un accenno di delusione poi la titubanza tenera di lui ha portato sicurezza a me. Inesperienza? Non ammetterla mai.
Dovevo manifestare la sicurezza di una veterana.
L’incertezza della voce di lui mi ha fatto stringere il cuore.
“Vuoi una mentina?”, disse quasi balbettando mentre mi avvicanava una mano tremolante.
Lo avrei abbracciato per confortarlo.
Sembravamo la pantomima di un fotoromanzo.
Era un bel ragazzo; perchè tanta timidezza?
Non poteva essere un novizio come me.
Ho preso la caramella balsamica.
Sarebbe stato vergognoso avere l’alito pesante.
“…Emh…Mi devo scusare, ma è passato tanto tempo dall’ultimo ragazzo che ho avuto, perciò potrei aver perso la mano…”, bugia.
“Quanto tempo?”, ha chiesto curioso lui.
“Sai che non me lo ricordo neppure? Comunque non mi interessa: farò come se questo fosse il mio primo bacio”, mezza verità.
Oggi rido di questi ricordi.
Stupita più da me stessa che da lui mi sono accostata e mi sono presa ciò che desideravo.
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74- dimostrazione
Di nuovo mia madre tirava fuori la storia di Raffaella.
Aveva cominciato a dire che la nostra amicizia era finita perchè lei si era stufata di farmi copiare.
Fino ad allora ero andata benino a scuola solo perchè lei mi aveva concesso di servirmi dei suoi compiti in classe.
Passata la vergogna di essere stata scoperta a mentire spudoratamente ho iniziato ad annoiarmi delle sue accuse.
Giusto riconoscere i propri torti, accettare le conseguenze e chiedere scusa; ma l’esagerazione delle sue torture verbali mi logorava.
Neppure per convenienza era mia intenzione avere un rapporto speciale con Raffaella.
Appoggiarmi a lei per far lievitare i miei voti sarebbe stato inutile: non sono mai stata capace di copiare.
Finivo per farmi scoprire.
Per questo non lo facevo mai.
Copiare per me era un’arte che mi era preclusa.
Preferivo reggermi sulle mie uniche forze; mi limitavo a produrre ciò che ero in grado di fare da me.
Il greco era un caso particolare: proprio non lo digerivo: di fronte ad una traduzione leggevo il titolo ed inventavo di sana pianta; ogni tanto facevo finta di cercare un vocabolo sul Gi, così, per avere un’aria più professionale.
Quando l’odiosa professoressa Batosta ridava gli scritti mi si avvicina:
“Bella la tua ultima traduzione Clara: un italiano molto buono, non mi hai fatta annoiare; peccato che sia interamente di fantasia e fosse una traduzione dal greco all’italiano: non hai beccato una parola”, mentre leggevo l’ennesimo cinque.
Era persino stata generosa nella valutazione.
La naturale conseguenza è stata il debito in greco.
Invece di tentare capire la ragione della mia passività rispetto alla scuola, la sentenza di mia madre è stata una sola:
“Finalmente anche le insegnanti hanno capito chi sei in realtà: ora sanno che i voti alti non sono farina del tuo sacco”.
Ok il debito a greco ma il resto non era poi così malaccio…Vero: lei vedeva solo il negativo, il peggio.
Diventavo via via inappetente alle frasi con cui cercava di ferirmi.
Che le dicesse nella speranza di risquotermi e farmi reagire alla mia decadenza scolastica?
Al di là delle affermazioni di mia madre, non era mia intenzione iniziare il liceo con il debito a greco; perciò l’estate successiva mi sono messa sotto a studiare.
Da sola.
Da un giorno all’altro mi ha dato fastidio il non riuscire a distinguare un sostantivo da un verbo.
Con pazienza mi sono messa a studiare con l’attenzione dovuta la grammatica.
Riprese le fondamenta ho preso Esopo ed ho iniziato a fare minimo due traduzioni al giorno.
Le correggevo da sola, servendomi della traduzione italiana delle sue fiabe.
Prima dell’inizio dell’anno scolastico ho contattato un professore in pensione che mi correggeva i compiti che stabiliva per me.
Ho iniziato il liceo recuperando il debito.
Un sospiro di sollievo per i miei; una dimostrazione delle mie capacità per me.
Sapevo che il mio odio per il greco in particolare, per il latino e l’italiano era dato dalla mia antipatia per la docente di quelle materie.
La fine del ginnasio per me ha significato il distacco dalla sua scomoda presenza.
Mi irritavano profondamente i suoi cambiamenti repentini: di fronte alle alunne voleva dimostrarsi la docente a cui confidare le proprie incertezze giovanili, ci rassicurava della sua presenza con un sorriso tra i più falsi mai incontrati; prometteva il massimo riservo e poi correva a ripetere le nostre parole ai nostri genitori. E’ successo solo una volta perché nessuna tra le mie compagne si è più fidata di lei.
Entrava in classe a testa alta, quasi guardando il soffitto, a passi talmente larghi che sembrava voler prendere le misure della stanza. Le sue spiegazioni si svolgevano ad una velocità pazzesca.
Parlava mantenendo un tono di voce al minimo in modo da garantirsi il massimo silenzio. Le sue lezioni ci lasciavano in suo ricordo un eterno mal di testa. Nessuno le stava dietro.
Informata della cosa ha saputo rispondere solo in un modo: piangere. Il primo pianto della mia vita che non mi ha commossa ma solo infastidita.
Come usciva dall’aula diventava un cane che camminava con la coda tra le gambe. Da prima donna diventava un pedone senza voglia di mettersi in mostra.
Studiare e tradurre tornò ad essere molto più facile: sapevo che non l’avrei più rivista.
La mia reazione voleva essere la dimostrazione che se avessi voluto avrei potuto essere più che capace: anche senza la presenza di Raffaella.
Lentamente mia madre ha finito di nominarla; anche se dimostrò sempre un debole per lei, e nel parlare al telefono con le mie compagne di classe preferite: Valeria, Mariangela e Valentina, lei, terminata la telefonata, scuoteva la testa e sospirava:
“Era troppo una brava ragazza Raffaella…altro che queste sciacquette!”,
“Se ti va la chiamo e ci esci insieme. Io preferisco altre compagnie”,
“Certo, perchè sei una bagascia!”.
Via alle nostre guerre verbali.
73- tradimento
L’avevo combianata grossa.
Molto grossa.
Il problema era che pensavo di poter rimedare…Prima o poi..Solo che il guaio è venuto fuori prima del previsto…
Si, a casa avevano ragione a essere incazzati neri.
Ne ero pienamente consapevole.
Per mesi mia madre mi aveva chiesto come andasse a scuola e come andassero le interrogazioni.
Io rispondevo sempre:
“Con gli scritti tutto bene. Gli orali idem: non mi hanno ancora interrogata”.
Furba anche io: quasi a ridosso del natale e ancora non essere mai stata interrogata!?
Davvero poco credibile.
Stupido.
Come logico mia madre è andata al colloquio settimanale con la prof. Battista.
Alla domanda:
“Ma possibile che mia figlia non è stata interrigata fino adesso?”, quell’essere antipatico (per carattere e incapacità di insegnamento) non ha risposto; si è limitata ad aprire il suo dannato registro e metterglielo sotto gli occhi.
Cosa avrebbe dovuto fare, d’altronde?
Sorpresa: sia a greco che a latino avevo una sfilza infinita di prove orali tutte con lo stesso voto: un perpetuo cinque misero misero.
Ad ogni voto mediocre mi promettevo che lo avrei presto ripreso. Avevo ancora la sicurezza di chi a scuola non ha problemi benché quella strada la avessi abbandonata già da tempo. Ad ogni cattivo voto mi dicevo che sarebbe stato l’ultimo.
é stato facile perdere il conto delle mie cadute e delle mie promesse di rialzarmi.
E’ stata una doppia infamia per la mia famiglia: brutti voti e una buglia scoperta davanti ad un altro adulto.
Tradimento.
Una presa per il culo che ha scoperto davanti alla mia insegnante.
Facile immaginare che a mia madre in quel momento le sia mancato l’ ossigeno al cervello e le stesse per prendere un embolo.
Quanto deve essersi sentita presa in giro?
Ero stata proprio una cojona.
Ritorno a casa.
Silenzio di ghiaccio.
Sguardi negati.
Occhi bassi da una parte, pieni di collera dall’altra.
Mi sono messa a tavola.
Mia madre non ha resistito per molto alla rabbia e mi ha assestato un pizzone ben dato e tutto meritato.
“Stasera facciamo i conti con tuo padre”.
Non esisteva frase peggiore. Non mi ha detto altro.
Il bruciore sulla mia guancia mi sembrava poca cosa in confronto alla mia colpa.
Mi son orifugiatai nella mia camera; dannatamente in colpa per la cazzata che avevo combinato. Quanto ero stata sciocca!
Ero terribilmente turbata, non dalla paura di rimproveri e castighi, ma da un profondo e asfissiante senso di colpa.
La consapevolezza del mio errore mi procurava un dolore quasi fisico.
Perché ci si rende conto solo in seguito?
Perchè il senso di colpa arriva in seguito, solo dopo che il danno è stato recato?
Perché non è scaturito nel momento in cui prendevo quei brutti voti o mentre dicevo a mia madre che tutto andava bene?
Quale brutta persona stavo diventando?
Perchè non ero riuscita a fermarmi in tempo, ammettere i miei sbagli ed evitare questa imbarazzante situazione?
Una la cosa che mi pesava sul cuore più di ogni altra: mio padre.
Per quanto triste da dire, ero abituata ai litigi e le delusioni che io e mia madre ci scambiavamo. Con mio padre era sempre del tutto diverso.
Lui non sgridava, non alzava le mani, non urlava; ti guardava con occhi offesi, quasi doloranti, che spogliavano l’anima e ti lasciavano nuda davanti alle tue colpe.
Era come guardare un uomo a cui hai infranto un sogno: uno sguardo profondamente deluso che ti spiazzava ed aveva un effetto peggiore di mille schiaffi o della peggiore punizione.
72- scrivere
Questi fogli erano diventati il mio mondo.
Li riempivo quasi senza rendermene conto.
Come svuotare un bicchiere di acqua quando si ha sete.
Solo queste pagine riuscivano a rappresentarmi.
Penna e foglio mi concedevano il privilegio di parlare con me stessa.
Il computer rappresentava per me una dimenzione sconosciuta e di difficile manipolazione. Sapevo accenderlo e spegnerlo.
Già il solo termine “internet” mi riempiva di un’angoscia che era ignoranza.
Penna e foglio per me erano rifugio.
Libertà. Un piccolo assaggio di libertà.
Erano casa mia.
Erano il mio sfogo.
Il mio es che tentava di parlare attraverso una lingua che solo io potevo comprendere completamente.
Scrivere è stata la mia salvezza.
Non scrivevo tutto, tralasciavo quanto ritenevo più importante e lasciavo trapelare attraverso l’inchiostro parole chiave dietro le quali si nascondeva il mio mondo interiore.
Una canzone diventa speciale non per le sue semplici parole ma per ciò che ciò che quelle unioni di sillabe riescono a farci vivere dentro il cuore.
Ogni parola da me scritta celava mille altre. Vale per tutti. Lo sapevo. Lo so.
Era il modo migliore per proteggermi dalle letture indiscrete di mia madre.
Scrivevo ogni termine pensando al fatto che lei lo avrebbe letto. Frainteso. Interpretato nella lingua che regnava nel suo mondo ed infine usata contro di me.
Chissà se ha mai tentato di capire le mie pagine.
Chissà se ha mai fatto lo sforzo di cercare di capire.
Una volta almeno!?
Di certo avevo la consapevolezza della nostra incapacità di comunicazione.
Lei come me non sapeva parlare.
Non sapeva ascoltare.
Non sapeva leggere.
“Ciò che ti sembra di vedere è solo una porta. Inutile sforzarti di sapere cosa è contenuto nella stanza. Non capiresti. Non vuoi capire. Ti ostini a fissare la porticina che ti trovi davanti agli occhi. Se bianca, mamma, ti ostini a vederla nera…Cosa ti inventeresti se io decidessi di aprirla?…Nemmeno oso immaginarlo. So per certo che ne soffrirei; ecco perchè mi proteggo dalle tue letture clandestine”.
Le lasciavo questi messaggi.
In parte per destare la sua curiosità.
Per muoverla a chiedermi.
A fare le giuste domande.
Quando lei leggeva le parole a lei destinate il più delle volte scoppiava di rabbia.
“Io non mi comportavo così con mia madre! Io non le nascondevo niente! Sei una pessima figlia!”.
Niente di nuovo.
Da anni che diceva che fossi il peggio che poteva capitarle.
Perchè sottolineare l’adozione?
Perchè non smetterla ed essere ciò che eravamo: una famiglia.
Un figlio e una figlia.
Non un figlio adottato ed una figlia adottata.
Mai mi ero posta questo problema: erano mio padre e mia madre. Basta così e tutto.
Eravamo quanto di più sbagiato uno per l’altro ma eravamo una famiglia.
Sembrava che mia madre lo dimenticasse spesso.
Il non riuscire a comprenderci ci aveva ridotti ad essere degli estranei che non si piacevano.
Ciascuno era in grado di vedere solo il peggio dell’altro.
Non avevamo nessuna forma di contatto.
Nulla che ci legasse.
Covavamo astio, rabbia, non comunicazione.
Ciascuno vedeva l’altro come sbagliato.
Io vedevo me stessa come sbagliato.
Mia madre si faceva mai degli esami di coscienza?
A suo dire lei mi aveva ben capito.
Sapeva benissimo chi io fossi.
Lei sapeva cosa fosse lei stessa?
Sembrava così certa di avermi inquadrata, di conoscermi profondamente…Ed io mi sentivo completamente mal interpretata.
Esaminata nella maniera più sbalgliata.
Come poteva capire la sostanza se non capiva l’involucro?
Come ha mai potuto pensare di avermi capita?
Mi ero illusa che scrivere ci avrebbe permesso di entrare in contatto.
Anche se era inaccettabile che leggesse le mie pagine, avevo immaginato che l’avrei incuriosita.
A sedici anni ho compreso che questo non sarebbe accaduto mai.
Non ha mai voluto leggere veramente le mie parole.
Ha letto esattamente quello che voleva vederci lei.
Mi sarebbe piaciuto che lei finalmente aprisse gli occhi..Solo non ha mai voluto togliersi quei maledetti paraocchi che l’hanno sempre distolta dalla verità.
Mi ero stancata di lottare.
La voglia di accendere la sua curiosità si è trasformata in un costante tentativo di proteggermi da lei.
Ero stanca di lottare contro una persona che non voleva accettarmi; che feriva senza curarsi di farlo.
E’ arrivata a dire che quanto scrivevo era stato copiato da qualche libro.
Sarebbe stato vero se i miei occhi non avessero visto, se le mie mani fossero state insensibili, se non avessi percepito i messaggi del mondo che mi circondava. Se il mio cuore non avesse palpitato, se la mia mente non fosse stata attiva…se tutto questo non fosse stato vero allora si, mi sarei espressa con parole di estranei.
Sfinita, scoraggiata, delusa, mi sono ritrovata al punto da ritenere che le sue critiche non mi portassero dolore né delusione. Era cieca al mio mondo, dove miopi occhiate furtive e investigatrici non avrebbero potuto ne voluto arrivare.
Ecco quale era il mio mondo.
Un rifugio che io sola potevo capire, dove per davvero si diceva tutto, senza censure per me stessa, ripensamenti né incomprensioni.
Questo era il mio mondo di inchiostro.
Dove penna e foglio mi permettevano di parlare liberamente, senza alcuna tirannia, interruzione o incomprensione.
Dimenticavo: ho scritto tutto questo il nove dicembre: il giorno del mio diciassettesimo compleanno.
Analisi del 2015
I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.
Ecco un estratto:
Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.000 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.
71-classificazioni
Guardarmi allo specchio mi procurava un forte senso di sfiducia.
Non avevo mai provato piacevole il mio riflesso.
Mi sentivo un errore della natura.
Un esperimento mal riuscito.
Una piccola sciapa cosetta imperfetta in un mondo basato tutto sulla bellezza fisica.
Le mie misure?
Che risate!
Sarebbero potute piacere solamente a qualcuno: un falegname!
Il mio fisico?
Solo una descrizione gli si addiceva: un comò (scelta dovuta alla mia poca altezza, giacchè sono sempre stata una nana), con due misere gambine tutte ammaccate.
La faccia?
Bè, semplice: un pallone.
Ogni tanto, nuda davanti allo specchio, mi tiravo su i seni per vederli più gonfi, più vicini, stuzzicavo il capezzolo per togliergli quella buffa forma a punta che avevo sempre odiato. Semplicemente più belli.
Peccato non poter andare in giro con le mani a tirare su le tette.
Esaminavo un corpo che mi era capitato e che avrei voluto nettamente diverso.
Sospirando guardavo non una pancia piatta ma un addome morbido e rotondo.
Mi soffermavo il meno possibile sulle mie gambe, quasi a voler dimenticare.
Nemmeno i piedi mi davano alcun sollievo: due belle pagnottelle.
Lo specchio non poteva essermi amico.
Ero convinta che se avesse potuto parlare mi avrebbe detto:
“Ancora che ti guardi!? Non ti sei stufata!? Guarda che non ti dirò mai che sei la più bella del reame! Al massimo che sei simpatica perchè ormai ti conosco e mi fai tenerezza”.
Già, almeno avevo uno specchio che mi voleva bene.
Io stessa trovavo deprimente la mia condizione: una ragazza brutta, cicciona, complessata, anonima.
Pensare che in famiglia si sia pensato che io fossi una tipa “svelta” con i ragazzi mi dava il volta stomaco.
Da piangere!
Ecco cosa significava “rigirare il dito nella piaga”.
Mi sentivo doppiamente sfigata…Non sapevo proprio cosa mi provocasse il dolore maggiore: la mia realtà di cozza sfigata o la fantasiosa e crudele falsa idea dei miei.
Era mia madre a partorire queste fantasie, mio padre non si era mai pronunciato a riguardo, non mi aveva mia difesa nè accusata.
Cosa c’era dietro quel suo silenzio?
Quanta amara ironia in quella mia vita!
Mi facevo schifo, non mi piacevo per niente; pensavo che non esistesse al mondo persona che mi avrebbe ritenuta carina, figurarsi bella!
Ero, penosamente, una grassa brutta ragazza piena di complessi, però a casa mi davano della baldracca.
Ironico.
Non frasi sottintese, allusioni, ma esatte parole: la tartaruga era diventata balbracca, la gattamorta era diventata troia.
Come faceva a non attribuire il giusto peso alle sue parole?
Come faceva mia madre a non rendersi conto che non erano parole che avrebbe dovuto addittare a sua figlia?
La cosa più triste era che mi stavo abituando a questi epiteti.
Le prime volte erano state più brucianti degli schiaffi più brutali.
Ora mi stavano diventando così “normali” da aver imparato ad ingoiarle come medicine amare.
Cosa mai aveva potuto cementare queste idee in mia madre?
Quando mai ero stata tanto vicina ad un ragazzo da potergli dare un semplice bacio?
Mai.
Io non avevo mai avuto un vero bacio.
Cosa poteva aver fatto di me la dalbracca tanto declamata da mia madre?
Non ne avevo la più pallida idea.
Oppure si?
Ma certo: la mononucleosi.
Averla presa mi aveva marchiata a vita.
Peccato l’avessi contratta nuotando in una piscina, e non nel modo in cui se lo immaginava lei.
Era questo ad avermi marchiata?
Era questa la ragione?
L’infamia di aver preso la sindrome del bacio?
Ecco perchè “amara ironia”: mia madre vedeva quello che non esisteva e non vedeva la realtà.
Possibile non le fosse chiaro che i ragazzi mi ignoravano del tutto?
Sarei potuta essere trasparente per loro; in tutta la mia carriera scolastica sono stata catalogata solo tra più brutte.
Per i maschi esistevo solo se dovevano vedere chi era la meno bella: per il resto ero semplicemente nulla, e se nulla ero da nulla mi comportavo.
In tutto questo come potevo essermi comportata da troia?
O ero pazza e soffrivo di identità multiple o non si sarebbe potuto spiegare…
Talvolta accecata dalla rabbia mi dicevo: “Magari lo fossi! Magari fossi ciò di cui mi accusa!”.
Finalmente avrei potuto dare ragione alle sue parole e non ne avrei sofferto.
Non si può soffrire della verità, e se pure se ne soffre, alla fine ci si fa una ragione.
Era questa una delle questioni più spinose: io non riuscivo a darmi una ragione delle parole di mia madre.
Torturata tra le sue classificazioni e i miei problemi interiori.
70-sedici anni
Sedici anni e mezzo.
Tra qualche mesetto diciassette.
Il passare degli anni iniziava a darmi le vertigini.
Troppi per la bimba che ero dentro.
Mi sentivo più piccola.
Impreparata alla vita.
Diciassette anni mi sembrano così tanti!
Nello scrivere queste parole un ricordo anarchico mi fece sorridere: quella mattina mio padre mi aveva svegliata con i suoi quotidiani rumori.
Il caso aveva voluto che il muro del bagno confinasse con il mio letto.
In realtá ne avevamo un altro vicino alla loro camera da letto, ma non lo usavamo mai perchè era uso esclusivo degli ipotetici ospiti. I rumori prodotti da mio padre erano ciclici e identici a se stessi come il tramonto e l’alba.
La sua particolare e frenetica corsa da pantofolaio zoppo subito dopo la colazione per arrivare a destinazione prima di perdersi qualcosa per strada.
Ci preparava sempre lui il primo pasto del giorno.
Era il suo modo carino di augurarci il buon giorno e dedicarci il primo gesto della giornata.
Perse questa abitudine quando iniziò a passare la settimana lavorativa a Padova.
Solo il fine settimana trovavamo la tavola apparecchiata dalle sue amni. Era un gesto a cui tenevo. Nel prepararci la colazione lui cercava di accontentare i nostri gusti. Nostra madre invece sembrava non tenerci conto: latte e orzo bollenti con fette biscottate o biscotti a mollo.
Entrambe le cose mi irritavano: lingua bruciata e quella pappa senza consistenza mi guastavano la giornata.
“Ma scusa lascia che me la prepari io così almeno mangio come e quello che piace a me!”,
“Non ci capisci niente: questa era la colazione preferita di nonna Sibilla!”,
“Ecco appunto: di nonna! Non la mia!”.
In fin dei conti mi preparava la colazione.
Era un gesto di gentilezza. Fatto come piaceva a lei.
Inizio di giornata storto per me e storto per lei.
Mi domandavo perché non preferisse rimanere al letto.
Col muso iniziavamo e col muso la finivamo.
Quando condividevamo la stessa stanza io e mio fratello, poco prima di uscire, papà ci veniva a stampare un bacio di saluto sulla guancia.
Chissà perché in seguito si è limitato a diventare un rapido saluto verbale.
Il periodo migliore è stato quando per aiutarci a svegliare ci faceva un massaggio sulla schiena.
Il suo tocco non si distingueva mai per dolcezza.
Aprivamo gli occhi più per il lieve dolore che non per il sollievo.
La mano amorevolmente pesante di nostro padre ci abbligava a metterci in piedi.
Non mi ha mai dato fastidio quel tocco mascolino.
Sia io che mio fratello ci svegliavamo tra un “Aiha!” e una risata.
Amavamo quel tipo di sveglia.
Tipiche come le nostre sveglie, erano i litigi con mia madre.
“Aaaah! È così che studi te!? E poi dice che quest’anno vuole studiare! Ma mi stai prendendo per il culo? È dalle tre che stai là e non hai combinato un cazzo! Poi me le farò io due risate!”.
Sbraitare dovuto al fatto che non avendo compiti avevo deciso di scrivere.
Scrivere le cose mie.
Attività ritenuta inutile e sterile a casa mia.
Che donna noiosa e prevedibile!
Magari se le fosse fatte quelle due risate!
Avrebbero fatto molto bene a quel viso sempre terribilmente serio!
Avrei voluto poter tornare indietro nel tempo e vedere lei, alla mia età; così da constatare l’effettivo tempo che lei era solita dedicare allo studio e quanto ne dedicasse a tutto ciò che fa venire le farfalle allo stomaco ad un’adolescente.
Fosse stata un primario, un notaio, un giudice, un politico, avrei capito le sue titaniche e tiranniche pretese.
Perché mai una semplice casalinga doveva pretendere che io ponessi il cento per cento delle mie energie sui libri?
Lei aveva ottenuto una buona vita dal matrimonio con un buon partito.
Mio padre rapresentava ciò che lei voleva che io diventassi.
Usava un metodo totalmente errato per incoraggiarmi ad una buona autonomia perchè sapeva che io, come lei, non avrei avuto la sua vecchia giovane bellezza a garantirmi un buon matrimonio?
Ragionamenti logici ma inadatti alla mia età, ai miei desideri. Ai miei tempi.
Io non mi vedevo nei panni che lei voleva che io vestissi.
Io avevo altri desideri.
Altri bisogni.
I suoi pensieri non erano così malvagi ma a discapito di troppe cose importanti per una ragazza come me; un numero infinito di paletti che toglievano profumo alla vita, un numero infinito di rinuncie che appassivano e toglievano la luce alle mie giornate.
Lei sapeva che ero troppo terribilmente banale, diciamola tutta, bruttina, per giocarmela con un buon partito o una buona occasione.
discorsi antiquati che non condividevo.
Sapeva che il mio successo sarebbe arrivato esclusivamente da me stessa; in questo le davo ragione.
Non avrei mai avuto la bellezza che a lei aveva dato determinate possibilitá.
Non cattiveria, ma realtà, perciò non potevo criticarla per questo; ciò che proprio non potevo sopportare di lei era la sua totale cecitá alle realtá importanti per la giovane che ero.
Fossero stupidaggini, amori futili e passeggeri mai ricambiati, amicizie e rivalitá, bisogni di affetto: anche questo meritava di essere vissuto.
Non ero esclusivamente un vaso vuoto da riempire con nozioni scolastiche e valutazioni: tutta la Clara che ero meritava attenzione.
Non mi riempivo solo di concetti scolastici; mi prendevo carico anche di molto altro, quell’altro che ero io: amori, delusioni, aspettative, desideri, paure, complessi…Perchè a tutto questo mia madre non pensava?
Perchè mai tutto questo non avrebbe meritato importanza?
Lei aveva capito che non sarei mai stata la prima della classe che sognava che io fossi, ansi, più crescevo più le davo da pensare.
Non ero la prima perchè non mi importava esserlo.
Era la nostra maledizone: io non rispondevo ai suoi bisogni, così come lei non rispondeva ai miei.
Parlavamo continuamente urlandoci contro in due lingue diverse.
Non ci capivamo mai.
69- Addio Sardegna
Le vacanze da trascorrere in Sardegna sono finite in maniera definitiva da un anno all’altro.
Non avrei potuto più lamentarmi delle mie lunghe estati sarde.
I miei hanno venduto la casa.
Che grande fesseria!
Così, finalmente, avrebbero avuto i soldi per comprare la grande villa dei loro sogni.
Saranno felici di questa scelta?
Avevo il dubbio che non sarebbe accaduto e la certezza che a me quella casetta sarebbe mancata molto.
Hanno dato via un gioiello.
Un gioiello che i nostri vicini non si sono certo lasciati sfuggire.
Non mi sarebbero mancate le passate vacanze trascorse lì.
Quanti tormenti e quanta poca reale e genuina felicità.
A rendermi caro Porto Istana era il futuro.
Quello sarebbe stato un tetto ideale nel quale trascorrere le ferie con un marito e dei bambini.
Avevo sempre dato per scontata la presenza di questa casa, ci vedevo dentro i mie figli, i figli di mio fratello, mia madre e mio padre piegati dagli anni a prendere un po’ di calore solare sulla spiaggia.
Nulla di questo si sarebbe avverato.
Sono stata obbligata a dire addio alla nostra casetta.
Chissá quante volte mi sarei trovata a sognarla…
La beffa più grande?
Al perchè delle scelta di vendere la casa mia madre rispondeva:
“Colpa vostra: del vostro cattivo comportamento e delle vostre cattive amicizie”.
68- narcisiste fallite
“Nemmeno tra i miei coetanei trovo qualcuno con cui voglia aprirmi e confidarmi.
Ho solo compagni di tempo.
Lo lasciamo scorrere via scambiandoci una limitata, reciproca compagnia, ma mai senza toccarci, senza aprire il nostro cuore.
Sveliamo le nostre infatuazioni, le marachelle, ma non accenniamo ai nostri terrori, ai nostri tormenti, alle ragioni che non ci fanno prendere sonno la sera.
Sono fatta così.
Come me sono fatte le mie compagnie.
Gli occhi spenti di chi incrocio mi sussurrano che anche per molti altri è lo stesso.
Parliamo eppure le parole che dovremmo far uscire dalla bocca rimangono a morire dentro di noi e li marciscono inaredendo la parte più profonda di noi stessi; spegnendo la nostra luce più luminosa.
Il mio problema è che nessuno mi ha mai insegnato a parlare, a confidarmi.
C’è chi riesce con le proprie madri, con le amiche…Io non riesco a farlo con nessuno…Se non con un foglio bianco…Peccato questa non sia comunicazione, solo illusione di comunicazione.
Quanto vorrei che fosse mia madre la donna con cui avere un dialogo positivo.
Invece siamo delle estranee che non sanno fare altro che litigare.
Due bambine egoiste capaci solo di far la lotta a chi batte i piedi più violentemente.
Le nostre reciproche parole senza alcun senso.
Urliamo tanto da irritarci la gola ma siamo due cuori sofferenti e muti.
Due narcisiste fallite.
Mio padre?
Un estraneo anche lui.
Mi trovo a mio agio con lui solo perché non esprime alcuna pretesa.
È come se gli scivolasse tutto da addosso.
Non parla.
Non fa nulla.
Non mi stimola affatto a cercare di avere delle confidenze con lui.
Che sia davvero questo mio padre o dentro di lui come me ci sono uragani impazziti di sentimenti?
Mio fratello? Ah ah! Mio fratello!”.
Così ho riempito un foglio del mio diario personale molti anni fa.
67- il falso sorriso
Questa fase della mia vita era definita da due semplici parole: critica e pregiudizio.
Un’osservazione della quale non avrei dovuto stupirmi, in fondo era sempre stato cosi.
Appariva legittimo che le persone dalle quali ero circondata si ritenessero miei giudici: ognuno si sentiva libero di dire la sua nei miei confronti.
Era frustrante vedere tante dita puntate contro; ero stufa di stare alla gogna.
Nessuno tra i miei esaminatori poteva dire di conoscermi; eppure eccolì lá, pronti a sentenziare, carichi di un libero arbitrio del tutto ingiustificato.
Perchè risultava loro essere così facile aprire bocca per blaterare ma non per dare inizio ad un confronto verbale fatto di reciproche domande e risposte?
…Sarebbe stato così semplice, ma non a casa mia…
La mia famiglia si crogiolava troppo nel ruolo di giudice supremo per abbassarsi ad una forma di comunicazione tra pari.
Questo fu da sempre il nostro problema: io e mio fratello non abbiamo mai potuto confrontarci positivamente con due genitori che si vedevano su un piedistallo troppo alto per gli adolescenti che eravamo allora.
“Io sono tua madre: non sarò mai una tua amica, per questo ci sono quelle della tua etá”.
“Ma tu non mi dai la libertà per poter avere delle amicizie degne di questo nome!”,
“Hai tutto il tempo che vuoi il sabato pomeriggio”,
“Ma se non posso stare al telefono senza che tu stia li a sentire tutta la chiamata!? Prima te ne stavi li, nascosta dietro un muro o una porta a impicciarti: ora alzi proprio la cornetta per poter indagare su ogni minima parola!”,
“Embè che hai qualcosa da nascondere?”,
“Posso portare a casa Valeria?”,
“Che lavoro fanno il padre e la madre?”,
“Non lo so”,
“Allora no”,
“Perchè è dannatamente importante il lavoro dei genitori!?”,
“Perchè dice tutto della famiglia”,
“Il fatto che tu sia casalinga che starebbe a significare allora?”. Il suo silenzio mi dava forza, mi incoraggiava a continuare a dire la mia; era difficile zittirla,
“Non è meglio che Valeria frequenti la nostra casa in modo che tu possa conoscerla e dopo giudicarla?”,
“Io non voglio nessuno dentro casa mia”,
“Come posso farmi delle amiche in questo modo!?”
“A scuola..”,
“Si, come no! Durante la ricreazione!? Tu se pazza!”,
“Tu sei una poco di buono che ti accompagni sempre al peggio! L’unica persona decente che hai avuto è Raffaella! Come mai lei non esce più con te? E’ perchè ha capito chi sei veramente! Una balorda! Una gattamorta! Una troia!”.
Io scoppiavo a ridere.
Già Raffaella a lei piaceva.
Io mi trovavo molto bene con lei.
Peccato fosse stata proprio mia madre a farla allontanare da me. Ora che avevo il cellulare, durante le mie uscite del sabato poeriggio lei mi chiamava.
“Dove sei? Che stai facendo? Attenta a dirmi la verità: io ti vedo:ti sono dietro. Voglio vedere se mi dici la verità?..Allora? Devi dirmi niente? Con chi sei?”,
“Sto a Frascati con Raffaella, stiamo passeggiando lungo il belvedere…”,
“Guarda che io ti sto guardando! Dimmi la verità!Abbi il coraggio di dirmi la verità!”,
“Te l’ho appena detta!”,
“Passami Raffaella”.
La mia amica, con faccia stupita, prendeva il cellulare dalle mie mani e rispondeva alle domande di mia madre. Capito il motivo di quei interrogatori si vedeva lontano un chilometro che ne era rimasta un poco turbata. Con faccia interrogativa lei mi restituiva il cellulare. Che potevo spiegarle? dirle che mia madre era disturbata? No, non ho dato spiegazioni, mi sono limitata a fare spallucce.
Due sole considerazioni: sul display del mio cellulare mi compariva il numero fisso di casa. Sapevo che mia madre mi chiamava da li. Non mi stava affatto dietro. Non mi stava spiando.
La tecnologia era più veloce di quella che lei riteneva la sua furbizia genuina; e secondo: che doveva pensare Raffaella quando mia madre le chiedeva se era vero che io stessi con lei?
Non è passato molto tempo che la povera si allontanasse da me e dalle stranezze della mia famiglia.
Vallo a spiegare al mulo che avevo come madre.
Non mi avrebbe mai creduta.
Raffella si è allontanata da me perchè io ero una poco di buono.
Questo pensava mia madre e questa diventò la sua verità.
Negli anni ho avuto persone con le quali avevo maggiore affinità: Valeria, Mariangela e Valentina.
Con nessuna di loro ho avuto la libertà di intrecciare un sano rapporto di amicizia.
Era difficile legarsi a me perchè la mia famiglia lo rendeva impossibile.
Valentina ha molto lottato per me.
come nessun’altra.
lo ha fatto con caparbietà, piangendo, lottando contro le ostilità senza logica di mia madre.
Per questo si è guadagnata un posto speciale nel mio cuore.
Di lei parlerò in seguito, perché è in seguito che mi sono accorta della persona speciale che era Valentina Geraci.
Lo è tutt’oggi.
Non è mai stato facile starmi vicina.
Lei per me lo ha fatto e mia madre gliel’ha fatta pagare.
Mia madre in definitiva non voleva che io la ritenessi una mia amica; reputava la dovessi ricercare tra le mie coetanee mettendomi davanti a mille difficoltà e sopratutto pretendendo di essere trattata come se lei fosse la mia amica del cuore.
“Non sono tua amica ma mi devi trattare come se lo fossi”.
Questo unilateralismo mi scombussolava.
Non era logico.
Io non riuscivo a farlo.
Confidarmi con qualcuno sempre nell’atto di puntarmi un dito contro?
Chi ne sarebbe capace?
Sapevo che qualunque mia confidenza che non avesse valenza scolastica sarebbe stata catalogata come una stupidaggine senza valore, e io ne avrei sofferto.
Parlare a chi non sa ascoltare?
Non ero poi così sciocca.
Mi era difficile vedere lati positivi nella mia adolescenza.
Mi mancava il cibo, l’igene?
Mi mancavano i bisogni materiali?
No.
Avevo ciò di cui il mio corpo aveva necessità.
A sentirsi arido era il mio cuore.
Avevo un disperato bisogno di sentirmi accettata per ciò che ero.
Avevo bisogno di amore, di attenzioni, di affetto, di contatto fisico.
Erano necessità sbagliate?
Io sapevo di no.
Ma secondo quanto ritenuto in casa mia nulla di ciò che desideravo mi avrebbe aiutata a trovare un buon lavoro.
A loro dire i miei desideri non mi avrebbero certo portato uno stipendio e il successo sociale.
Ecco cosa era la mia famiglia: quattro sordomuti chiusi tra le stesse mura.
Quattro anime sfortunate che vivevano insieme ma che erano del tutto incapaci di aiutarsi.
“La mia vita è una cagata: i momenti di felicità o scorrono troppo velocemente o sono davvero pochi in confronto alla noiosa quotidianità e alla perpetua incomprensione”.
Scrivevo questo.
Così giovane e così sola, con un cuore che batteva senza alcun entusiasmo.
“Se esiste un’unica luce o un’unica uscita da questo lungo freddo inverno essa sembra nascondersi a me. Soddisfo il mio desiderio di esprimermi attraverso un’unico modo: parlare con me stessa. È solo in questo modo che riesco a essere capita. Rispondere alle mie domande cercando le risposte dentro di me. Un fare, il mio, che è tutt’altro che soddisfacente, ma l’unico, di cui sono libera di servirmi dentro la prigione che è la mia famiglia. Il mio modo di dire al mondo che io esisto e che valgo qualcosa”.
Iniziavo a capire sulla mia pelle cosa si intendesse per pessimismo cosmico.
“Io ci credo. Voglio crederci! Qualcosa o qualcuno di bello in mezzo a tanto schifo deve esistere…Solo è lontano da me…”.
Giá. Nonostante il grigiore delle mie giornate una parte della giovane che ero si ostinava a credere in una ragione che la avrebbe portata a reagire, ad avere fede in un miglioramento.
Nulla sembrava andare per il verso giusto, ok, ma se un verso esisteva, allora prima o poi la mia vita lo avrebbe imboccato.
“Mi sforzo con tutte le mie forze per essere degna della fiducia di mamma ma invano. Lei non collabora, anzi, mi rende le cose più difficili. Non so più che cosa devo fare…”.
Ecco quale era la ragione del mio tormento quotidiano di adolescente: essere accettata e riconosciuta da mia madre.
Una battaglia interiore che non finiva mai; che era celata a tutti non appena varcavo la porta di casa.
Allora diventavo la Clara tranquilla. La Clara sempre sorridente.
Quanta tristezza dentro quel sorriso sereno e leggero.
Un sorriso falso.
