Questi fogli erano diventati il mio mondo.
Li riempivo quasi senza rendermene conto.
Come svuotare un bicchiere di acqua quando si ha sete.
Solo queste pagine riuscivano a rappresentarmi.
Penna e foglio mi concedevano il privilegio di parlare con me stessa.
Il computer rappresentava per me una dimenzione sconosciuta e di difficile manipolazione. Sapevo accenderlo e spegnerlo.
Già il solo termine “internet” mi riempiva di un’angoscia che era ignoranza.
Penna e foglio per me erano rifugio.
Libertà. Un piccolo assaggio di libertà.
Erano casa mia.
Erano il mio sfogo.
Il mio es che tentava di parlare attraverso una lingua che solo io potevo comprendere completamente.
Scrivere è stata la mia salvezza.
Non scrivevo tutto, tralasciavo quanto ritenevo più importante e lasciavo trapelare attraverso l’inchiostro parole chiave dietro le quali si nascondeva il mio mondo interiore.
Una canzone diventa speciale non per le sue semplici parole ma per ciò che ciò che quelle unioni di sillabe riescono a farci vivere dentro il cuore.
Ogni parola da me scritta celava mille altre. Vale per tutti. Lo sapevo. Lo so.
Era il modo migliore per proteggermi dalle letture indiscrete di mia madre.
Scrivevo ogni termine pensando al fatto che lei lo avrebbe letto. Frainteso. Interpretato nella lingua che regnava nel suo mondo ed infine usata contro di me.
Chissà se ha mai tentato di capire le mie pagine.
Chissà se ha mai fatto lo sforzo di cercare di capire.
Una volta almeno!?
Di certo avevo la consapevolezza della nostra incapacità di comunicazione.
Lei come me non sapeva parlare.
Non sapeva ascoltare.
Non sapeva leggere.
“Ciò che ti sembra di vedere è solo una porta. Inutile sforzarti di sapere cosa è contenuto nella stanza. Non capiresti. Non vuoi capire. Ti ostini a fissare la porticina che ti trovi davanti agli occhi. Se bianca, mamma, ti ostini a vederla nera…Cosa ti inventeresti se io decidessi di aprirla?…Nemmeno oso immaginarlo. So per certo che ne soffrirei; ecco perchè mi proteggo dalle tue letture clandestine”.
Le lasciavo questi messaggi.
In parte per destare la sua curiosità.
Per muoverla a chiedermi.
A fare le giuste domande.
Quando lei leggeva le parole a lei destinate il più delle volte scoppiava di rabbia.
“Io non mi comportavo così con mia madre! Io non le nascondevo niente! Sei una pessima figlia!”.
Niente di nuovo.
Da anni che diceva che fossi il peggio che poteva capitarle.
Perchè sottolineare l’adozione?
Perchè non smetterla ed essere ciò che eravamo: una famiglia.
Un figlio e una figlia.
Non un figlio adottato ed una figlia adottata.
Mai mi ero posta questo problema: erano mio padre e mia madre. Basta così e tutto.
Eravamo quanto di più sbagiato uno per l’altro ma eravamo una famiglia.
Sembrava che mia madre lo dimenticasse spesso.
Il non riuscire a comprenderci ci aveva ridotti ad essere degli estranei che non si piacevano.
Ciascuno era in grado di vedere solo il peggio dell’altro.
Non avevamo nessuna forma di contatto.
Nulla che ci legasse.
Covavamo astio, rabbia, non comunicazione.
Ciascuno vedeva l’altro come sbagliato.
Io vedevo me stessa come sbagliato.
Mia madre si faceva mai degli esami di coscienza?
A suo dire lei mi aveva ben capito.
Sapeva benissimo chi io fossi.
Lei sapeva cosa fosse lei stessa?
Sembrava così certa di avermi inquadrata, di conoscermi profondamente…Ed io mi sentivo completamente mal interpretata.
Esaminata nella maniera più sbalgliata.
Come poteva capire la sostanza se non capiva l’involucro?
Come ha mai potuto pensare di avermi capita?
Mi ero illusa che scrivere ci avrebbe permesso di entrare in contatto.
Anche se era inaccettabile che leggesse le mie pagine, avevo immaginato che l’avrei incuriosita.
A sedici anni ho compreso che questo non sarebbe accaduto mai.
Non ha mai voluto leggere veramente le mie parole.
Ha letto esattamente quello che voleva vederci lei.
Mi sarebbe piaciuto che lei finalmente aprisse gli occhi..Solo non ha mai voluto togliersi quei maledetti paraocchi che l’hanno sempre distolta dalla verità.
Mi ero stancata di lottare.
La voglia di accendere la sua curiosità si è trasformata in un costante tentativo di proteggermi da lei.
Ero stanca di lottare contro una persona che non voleva accettarmi; che feriva senza curarsi di farlo.
E’ arrivata a dire che quanto scrivevo era stato copiato da qualche libro.
Sarebbe stato vero se i miei occhi non avessero visto, se le mie mani fossero state insensibili, se non avessi percepito i messaggi del mondo che mi circondava. Se il mio cuore non avesse palpitato, se la mia mente non fosse stata attiva…se tutto questo non fosse stato vero allora si, mi sarei espressa con parole di estranei.
Sfinita, scoraggiata, delusa, mi sono ritrovata al punto da ritenere che le sue critiche non mi portassero dolore né delusione. Era cieca al mio mondo, dove miopi occhiate furtive e investigatrici non avrebbero potuto ne voluto arrivare.
Ecco quale era il mio mondo.
Un rifugio che io sola potevo capire, dove per davvero si diceva tutto, senza censure per me stessa, ripensamenti né incomprensioni.
Questo era il mio mondo di inchiostro.
Dove penna e foglio mi permettevano di parlare liberamente, senza alcuna tirannia, interruzione o incomprensione.
Dimenticavo: ho scritto tutto questo il nove dicembre: il giorno del mio diciassettesimo compleanno.