78-oasi

Clara la puttana.
Sono anni che questa sentenza le esce dalla bocca.
Ora le usciva con molta più frequenza.
Dovuto al fatto che mia madre mi vedeva uscire solo dopo un’attenta preparazione?
Al fatto che quando lei mi chiedesse con chi stessi uscendo io le rispondessi sempre con nomi differenti?
Tutti i ragazzzi dai quali ho accettato un’appuntamento avevano un’altissima considerazione di me.
Si contavano sulle punte delle dita di una mano quelli a cui avevo concesso un bacio.
Ed era questa la concessione più alta per me.
Non ero pronta ne disposta ad offrire altro.
Questo faceva di me una poco di buono?
Perchè chi dovrebbe essere padrone della verità la nega?
Perché mia madre si è convinta di questa realtà distorta?
Lei potrebbe capirmi più di qualunque altra persona al mondo.
Tante attenzioni da parte dell’altro sesso mi procurano un’esultanza pari alla vita di un fiammifero.
Sapere di essere considerata bella era molto piacevole.
Solo il mio entusiasmo era direttamente proporzionale alle loro attenzioni.
Come a chiunque altro amavo essere ricorperta di attenzioni, ma quando capivo che il mio corteggiatore di turno era troppo preso da me e cominciava a far intendere di volere un impegno costante e duraturo da me, io non mi esaltavo: mi si gelava il sangue nelle vene.
Quello era il momento in cui mi costringevo a fare marcia indietro.
A fuggire.
A scappare.
Non ero disposta a concedere o condividere ciò che mi facevo ribbrezzo di me stessa.
“Ho scoperto di provare qualcosa per il mio ex. Te lo dico per correttezza. Meglio non vedersi mai più”.
Frase che ho detto anche a persone che mi interessavano davvero, ma da cui io sentivo il bisogno di allontanarmi.
Di fuggire.
Preferivo questa bugia piuttosto che dire la verità.
Preferibile la bugia dell’ex fidanzato piuttosto che dover dire:
“Guarda che non sono bella come pensi: da piccola mi sono bruciata con fuoco e benzina: ho delle brutte cicatrici sulle gambe…Non piacciono a me: figuarsi se possono piacerti a te. Odio farmi vedere senza vestiti; d’estate mi deprimo, divento noiosissima, non acetto inviti al mare o in piscina o in posti in cui si deva stare in costume da bagno. Sesso? Con me non esiste. Penso che non avrò mai il coraggio di farlo…Adesso che sai la verità vuoi comunque stare con me?”.
chi mai avrebbe avuto il coraggio di accettare?
L’amore puro?
Non credevo che esistesse.
Non per un ragazzo della mia età.
A diciotto anni la battaglia interna degli ormoni regna sovrana.
Anche sul cuore.
Io combattevo già troppe battaglie per, rinunciavo ad una guerra che sapevo avrei perso e dalla quale sarei uscita annientata.
Essere trattenuta nella prigione dei propri complessi ed essere ritenuta una troia in casa era semplicemente paradossale.
Mi sentivo annientare da un doppio tormento: ero stanca di vivere nel mio mondo di catene mentali, illusioni, disillusioni…e la bassa considerazione che si aveva di me in famiglia.
Avevo solo dolore e piccole isole nelle quali potevo dimenticare per qualche tempo la mia tristezza. Oasi dalle quali scappavo io stessa per non farle diventate il mio incubo.
Quando sarebbe arrivato per me il momento della felicità?
Di quella vera.
Nel profondo del cuore sentivo di meritarla.

77-fumetti e pornografia

Cena come tante.
Le domande ostinatamente le stesse:
“Come è andata a scuola? Sei stata interrogata? Hai fatto qualche compito in classe? Come è andato, quanto hai preso?”.
Ai soliti banali, noiosi e sterili interrogativi ho risposto senza alcun entusiasmo:
“Bene. No. No”.
Abbiamo ripreso l’ultimo pasto della giornata nel silenzio, con in sottofondo la solita voce artificiale del terso o quarto telegiornale che i miei si ascoltavano.
Persino il televisore sembrava avere più entusiasmo di noi.
Eravamo una famiglia noiosa; composta nel mangiare, nella quale nemmeno il cibo sapeva essere allettante. Se la cuoca non ama i fornelli lo si vede dai suoi piatti.
Per mia madre tre erano i fattori fondamentali in cucina: valori nutrizionali, una sana alternanza del ciboe infine semplicità e velocità nella preparazione.
Amava la pentola a pressione: buttava dentro gli ingredienti per poi delegare a lei ogni compito.
Una vera noia per il palato.
Questo era il mio stato d’animo quando lei ha tirato fuori un libretto.
“Mi spieghi cos’è questo?”.
Già, che cosa era?
Ho sfogliato incuriosita una lunga serie di donne nude che mi fissavano sicure nelle loro pose provocanti.
Più giravo le pagine più ero confusa.
Smetto di sfogliarlo per fissare mia madre.
“Ma che significa?”,
“Dimmelo tu. So che sono tuoi. Non ti vergoghi di portare a casa questo schifo?
Questo non è nemmeno stato il peggio.
Pazzesco.
Incredibile.
Dalla solita noia al disastro.
Ero talmente incazzata, incredula, che non ho potuto ribbattere.
Mi sono alzata da tavola e sono scappata nel bagno degli ospiti.
Era l’unico posto di casa fornito di chiave.
Talmente era profondo il bisogno di alienarmi da quella situazione surreale che ho lasciato la luce spenta.
Mi sono tappata la bocca con le mani per non darle la soddisfazione di sentire il mio pianto disperato.
Non sapevo se abbandonarmi al paradosso della situazione e ridere a squarcia gola o dare libero sfogo alla mia rabbia.
La soluzione mi è stata data dall’esterno, perchè dallo spazio tra legno della porta e piastrelle del pavimento ho visto passare dei fumetti.
Le stesse donne provocanti di prima.
“Tieni, così puoi divertirti chiusa li dentro. Per me puoi rimanerci a dormire. Tanto lo so che tutti i fumetti porno che ho trovato li hai comprati tu: ti conosco fin troppo bene. Ho capito chi sei già da tanto tempo: sei una svergognata; una gattamorta, una bagascia!”.
Ferita profondamenteho ripreso il mio pianto.
Davvero stava succedendo?
Ero finita all’inferno?
Cosa diavolo stava succedendo alla mia famiglia?
Non era tollerabile.
Non era sopportabile.
Sono diventata cieca dalle rabbia.
Ho urlato come una isterica:
“Tu sei pazza! E cosa ci sarebbe di alllettante per me in queste pagine!? A me piacciono i ragazzi! E poi con che soldi li avrei comprati se voi non ci passate una lira!? Ma siete diventati tutti scemi insieme!? Non ti è passato per la testa di chiedere a mio fratello!?”
“So che li hai comprati tu. Sono sicura che è così”.
Mi ha risposto con tranquillità.
Con semplicità.
Lei non aveva chiesto.
Si era già messa in testa la sua versione personale.
Perchè!?
Qualunque essere umano sensiente con due figli adolescenti avrebbe capito istantaneamente che i fumetti porno erano del maschio.
Per quale folle ragione mia madre aveva pensato a me!?
Perchè mai avrei dovuto comprare del materiale porno per mio fratello!?
Si poteva dire che ci parlavamo per sbaglio!
“Tu sei matta! Sei matta da legare! Da manicomio!”, le ho urlato con tutta la forza della mia rabbia,
“Tu sei una troia! Devi solo che vergognarti e stare zitta!”.
Ci urlavamo contro tutto questo, in maniera sempre più selvaggia e avremo continuato in eterno se mio padre non le avesse urlato di ritornare in cucina.
Lei ha ubbidito.
Ora erano loro tre seduti a tavola: mamma, papà e mio fratello.
Parlavano tranquillamente.
La televisione era stata spenta.
Sentivo solo la voce di lei ma soltanto perchè ha sempre avuto in tono di voce molto alto.
Javier si sentiva a stento.
Disagio del colpevole.
Parlare sottovoce è un primo tentativo di chiedere scusa e riconoscere il proprio torto.
“Davvero sono tuoi? Guarda che non devi coprire tua sorella”.
Peggio di un mulo, porca miseria!
“Si, mà, sono miei! Non lo vedi che sono in inglese!? Li ho presi quando sono stato in Scozia…”,
“Il sesso non è quello descritto li sopra. Solo i malati di mente hanno bisogno di certe porcherie. Alcune scene sono da vomito, da pervertiti…Tutta quella violenza..”
Meno male.
Due dei suoi dieci neuroni si erano svegliati dal letargo…Che discorsi scemi le uscivano dalla bocca…Eppure non era quello a darmi un profondo fastidio…Qualcosa strideva.
C’era qualcosa di ancora più sbagliato in tutta quella situazione.
C’era qualcosa di profondamente ingiusto.
Ho notato la calma con la quale discutevano.
Inusuale per la nostra famiglia…Eppure non era quello a lasciarmi basita.
Qulacosa mi tormentava.
La rivelazione non è stata affatto piacevole.
La verità era uscita fuori ma nessuno mi aveva richiamata a tavola.
Nessuno mi aveva chiesto scusa.
Mi avevano semplicemente e completamente ignorata.
Delusa.
Ferita sempre più, sono uscita dal bagno e mi sono buttata dentro il mio letto.
Ho cercato di ignorare lo strano sentimento che mi stava lentamente riempendo.
Lo soffocavo per evitare che sgorgasse e mi invadesse tutta.
Sentivo solo un freddo e profondo buoi dentro di me.
Quella sera mi sono sentita troppo stranca, troppo debole per poterlo fronteggiare e mi sono lasciata annegare dentro di esso. Era come essere immersi nell’acqua gelida.
Coperta fino alla testa di sabbie mobili; ma non erano granelli di sabbia a circondarmi ma milioni e milioni di spille. Migliaia e migliaia di piccoli coltelli che producevano un dolore ispiegabile. Crudele.
Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe scoppiata una bomba che avrebbe sconvolto il mio penoso mondo già fatto di ruderi.
Inquietudine, smarrimento, paura, quella strana forma di dolore che non è fisico eppure sa essere più profondo, più forte: il dolore che solo un arto fantasma può provocare, delusione, stordimento.
Tutto questo sentivo dentro di me.
Non avevo nulla a cui aggrapparmi.
Sapevo solo che le cose col tempo sarebbero peggiorate.
Una premonizione.
Una spiacevole certezza.
Sapevo che un terribile terremoto si sarebbe abbattuto dentro di me e nella mia famiglia.
Allora il disastro sarebbe stato totale e il dolore di questa sera sarebbe stato nulla in confronto.
Non sapevo come ne quando ma ero in attesa.
Si è fatto vivo mio fratello.
“Mi dispiace tanto”
“Anche a me e comunque sei un cretino”
“Pensavo di averli nascosti in un posto sicuro”
“Dove?”
“Un po’ sotto al letto, al centro e un po’ dentro la fodera del cuscino”
“Allora mi rimangio quello che ho detto, non sei un cretino: sei un cojone”
“Me ne sono accorto…Notte..:”
“Notte”.
Almeno lui ha avuto un minimo di rispetto per lo straccio che ero diventata.
Uno scambio di diplomatiche parole.
Non una carezza.
Non un abbraccio.
Neppure tra noi fratelli esisteva un minimo di contatto fisico.
Finalmente arrivava il sonno.
Amavo il giungere di quella temporanea incoscienza.
Dava la sensazione di non aver problemi.
Rimaneva solo il nulla.
E il nulla per me era stupendo.

76-cigno

La mia esperienza con Marco segnò una svolta nella mia vita.
La nostra fu una breve storia estiva fatta di baci.
Lui mi ha riempita di attenzioni, se lontano, mi mandava sms molto romantici.
Già pochi minuti dopo la fine del nostro primo appuntamento mi ha mandato messaggi in cui ero diventata il suo tesoro, il suo amore.
Prima volta in vita mia che un ragazzo usava queste termini per indicare me.
Leggerli non mi ha dato il piacere che avrei immaginato.
Marco mi era sembrato troppo generoso nel attribuirli.
Mi ha quasi infastidita leggerli.
A certi termini attribuivo un peso di un’importanza notevole. Tesoro e amore erano due termini che dovevano essere guadagnati, usati con parsimoniosità.
Ho dato poco peso alla cosa…In fondo sapevamo entrambi che tornati ognuno nel suo mondo non ci saremo mai cercati.
Quella mia prima piccola storia determinò un cambiamento improvviso.
Come se fossi stata un brucio dentro il bozzolo mi sono vista sbocciare.
E’ stato quasi un cambiamento inaspettato del quale non mi ero affatto resa conto.
Improvvisamente sono diventata visibile per l’altro sesso.
Mi sono accorta con orgoglio che iniziavo ad attirare le prime occhiate di interesse.
Le mie compagne mi presentavano amici che avevano espresso il desiderio di conoscermi.
Iniziarono i miei primi appuntamenti.
Si svolgevano il pomeriggio.
Alla luce del sole.
esclusivamente il sabato pomeriggio.
Difficilmente non accettavo gli inviti che mi erano stati fatti.
Li prendevo come occasioni di confronto.
Alla fine erano passeggiate, chiaccherate leggere che terminavano con un reciproco ringraziamento per il tempo condiviso.
Non regalavo baci.
Dovevano essere meritati.
La mia autostima prese vita. Ho iniziato a provare orgoglio per me stessa.
Stavo evidentemente migliorando il mio aspetto.
Il mio corpo stava facendo tuto da solo. Ero la rappresentazione vivente del brutto anatroccolo. Finalmente anche io stavo diventando cigno.
Non ho mai cercato di fare il primo passo; mi piaceva aspettare di essere corteggiata.
Non mi sono mai comportata da civetta o da antipatica,;offrivo sempre un sorriso, anche ai ragazzi che non rispondevano ai miei gusti: ero stata troppo tempo dalla parte di chi era stato ignorato per comportarmi da stronza e soprattutto era troppo piacevole ricevere attenzioni che fino ad allora non erarano mai state destinate a me.
Attribuirmi termini quali: “amore, tesoro, piccola mia..” era un grosso errore. Chi sentivo svendere questi termini con troppa disinvoltura non mi rivedeva due volte.
Pensavo che se erano così generosi con parole che ritenevo di un certo peso emotivo, allora il loro cuore doveva esssere certamente mercenario.
Non volevo avere a che fare con tipi di questo stampo.

Se finalmente l’altro sesso mi concedeva attenzioni tutte positive, mia madre sembrava volere la discussione continua.
Che donna pesante.
Ha cambiato frase preferita.
Nel sentirsi offesa da un mio cattivo voto o da un mio comportamento questa era diventata la sua domanda di rito:
“È così che mi ringrazi per averti tirata fuori dalla merda?”.
La prima volta che l’ho sentita parlare così la mia confusione mi ha letteralmente lasciata di sasso. Come non poteva riflettere sul suo modo presentare le sue lamentele?
Le sue parole mi hanno offesa.
Avrei dovuto ringraziarla per avermi adottata, essere come lei mi avrebbe voluta semplicemente perchè lei mi aveva tolto dalla miseria?….Non avevo idea di come mia madre si immaginasse la mia vita precedente; si, avevo vissuto nella miseria, nella merda come diceva lei, con mio padre, e non era stata certo lei a tirarmi fuori da quella situazione.
Lei mi ha presa con se quando l’unica cosa che mancava nella mia vita era l’amore e le attenzioni di una famiglia.
In orfanotrofio mangiavo tutti i giorni, avevo un comodo letto tutto mio, avevo la possibilità di godere di ogni festività dell’anno…perciò non vivevo affatto nella merda…Si, la mia vita era misera, perchè carente di tutto quel mondo emozionale che solo un genitore può donare al proprio figlio…Mi mancava l’amore, mi mancava una famiglia.
Bisogni che mi erano rimasti pur avendo un padre e una madre.
Siamo state sfortunate, nessuna riusciva a rispondere ai bisogni dell’altra.
Parlavo di noi due, in realtà avrei dovuto riferirmi ad ogni componente della mia famiglia.
La mancanza di dialogo, di comprensione, di empatia ci portava ad estenuenti litigi ciechi e sordi. Stavamo diventando bravi solo in una cosa: abili nel ferirci reciprocamente.
Sporadicamente pensavo di parlare con mio fratello per cercare un alleato che potesse essere di aiuto nel non sentirmi così dannatamente sola e non capita.
Vedere con quanta sufficienza mi lanciava i suoi sguardi superficiali mi spiazzava. Bastavano quelli a ricordarmi che lui non aveva una considerazione migliore di me: mi considerava una sciocca, una stupida…E poi mio fratello era troppo impegnato a pensare a se stesso…Le false speranze in casa mia non erano utili nemmeno a risollevare il morale, tutt’al più mi facevano sentire ancora più disarmata nell’affrontare una vita che non mi sarei mai immaginata.
Negativamente parlando.

75-primo bacio

Inaspettato.
Semplicemente è successo.
Il mio primo vero bacio è arrivato.
Ho un ricordo molto tenero, quasi buffo, dell’accaduto.
Mia madre era dovuta volare in Sardegna a causa di un decesso improvviso.
La nostra vacanza estiva è continuata in compagnia di nostro padre. Ci trovavamo in Abbruzzo.
Tutto sembrava scorrere con scioltezza e facilità.
Quell’anno abbiamo fatto varie conoscenze.
La più particolare delle quali è stato Marco.
Un bel ragazzetto che mi ha invitata ad una solitaria passeggiata a Pescasseroli.
Non mi sembrava vero.
“Papà, un ragazzo mi ha invitata ad uscire insieme…Mi dai il permesso? Posso?”.
Senza sapere il motivo mi sono sentita in dovere di dirgli la verità. Mio padre mi stimolava alla sincerità. Mi sembrò normale non dovergli celare nulla. Se ci fosse stata mia madre non avrei saputo come gestire la situazione.
“Chi è? Dove volete andate?”
“Marco, l’ho conosciuto quì e comunque staremo in giro per il paese”
“Per me va bene; vai, però, mi raccomando: sale in zucca”.
Sapevo che alla mia spontaneità mia padre avrebbe risposto positivamente.
O semplicemente mi ero sbagliata e lo avevo preso in contro piede?
Ho preferito pensarla positivamente; facile: domande, risposte: frasi vere, dirette.
Ho trovato molto bello poter parlare con tale franchezza con mio padre.
Mi guardava stupito, con un lieve sorriso sotto i baffi mentre mi vedeva correre in bagno ogni dieci minuti.
La mia vescica aveva perso il controllo?
Ero nervosa, una molla pronta a scoppiare.
Mi guardavo allo specchio trovando sempre qualcosa fuori posto.
“Torna presto”, è stato il saluto prima che uscissi.
Ad ogni passo percorso mi domandavo del perchè fosse stato tanto semplice e naturale l’aver potuto ritagliare quel piccolo spazio per me.
Sapevo con certezza assoluta che con mia madre ciò non sarebbe mai accaduto.
Già la immaginavo nell’atto di urlarmi contro:
“Subito ad aprofittare della mia assenza, eh? Svergognata!”.
Con mio padre era stato così semplice, naturale.
Mi ero sentita libera di esprimermi.
Altra ipotetica frase sarebbe potuta essere:
“Ok, esci, ma con te viene tuo fratello!”.
Brividi di freddo al solo persiero!
A reagire in modo inaspettato è stato effettivamente Javier.
Non sentendomi per casa, ha chiesto a mio padre dove fossi.
“È uscita: un appuntamento con un ragazzo”.
Veloce come un fulmine ha preso la bicicletta ed cè orso a cercarmi per il paese.
Non mi ha trovata se non sulla via del ritorno.
“Con chi sei uscita?”
“Ma che vuoi? Fatti gli affari tuoi!”
“Tu dimmelo e basta”
“Da quando così interessato a me? Non te ne è mai fregato niente della mia vita..”
“Marco? Mi è sembrato di vederlo in giro…Tanto lo verrò a sapere!”, si è allontanato un po’ arrabbiato con l’atteggiamento tipico di chi si sarebbe vendicato di uno scocciatore.
Mi ero incontrata con il mio corteggiatore.
Tesi come giunchi ci eravamo salutati con un rigido e forzato ciao.
Sembravo aver perso la facoltà di formulare delle frasi di senso compiuto.
Consapevo che la mia improvvisa rigidezza era dovuta al fatto di trovarmi di fronte ad una situazione si, attesa, ma del tutto nuova per me.
Non mi capacitavo però, del nervosismo di Marco.
Non sarebbe dovuto essere l’uomo?
L’orgoglioso direttore d’orchestra di un appuntamento romantico?
Ho reagito con un accenno di delusione poi la titubanza tenera di lui ha portato sicurezza a me. Inesperienza? Non ammetterla mai.
Dovevo manifestare la sicurezza di una veterana.
L’incertezza della voce di lui mi ha fatto stringere il cuore.
“Vuoi una mentina?”, disse quasi balbettando mentre mi avvicanava una mano tremolante.
Lo avrei abbracciato per confortarlo.
Sembravamo la pantomima di un fotoromanzo.
Era un bel ragazzo; perchè tanta timidezza?
Non poteva essere un novizio come me.
Ho preso la caramella balsamica.
Sarebbe stato vergognoso avere l’alito pesante.
“…Emh…Mi devo scusare, ma è passato tanto tempo dall’ultimo ragazzo che ho avuto, perciò potrei aver perso la mano…”, bugia.
“Quanto tempo?”, ha chiesto curioso lui.
“Sai che non me lo ricordo neppure? Comunque non mi interessa: farò come se questo fosse il mio primo bacio”, mezza verità.
Oggi rido di questi ricordi.
Stupita più da me stessa che da lui mi sono accostata e mi sono presa ciò che desideravo.

74- dimostrazione

Di nuovo mia madre tirava fuori la storia di Raffaella.
Aveva cominciato a dire che la nostra amicizia era finita perchè lei si era stufata di farmi copiare.
Fino ad allora ero andata benino a scuola solo perchè lei mi aveva concesso di servirmi dei suoi compiti in classe.
Passata la vergogna di essere stata scoperta a mentire spudoratamente ho iniziato ad annoiarmi delle sue accuse.
Giusto riconoscere i propri torti, accettare le conseguenze e chiedere scusa; ma l’esagerazione delle sue torture verbali mi logorava.
Neppure per convenienza era mia intenzione avere un rapporto speciale con Raffaella.
Appoggiarmi a lei per far lievitare i miei voti sarebbe stato inutile: non sono mai stata capace di copiare.
Finivo per farmi scoprire.
Per questo non lo facevo mai.
Copiare per me era un’arte che mi era preclusa.
Preferivo reggermi sulle mie uniche forze; mi limitavo a produrre ciò che ero in grado di fare da me.
Il greco era un caso particolare: proprio non lo digerivo: di fronte ad una traduzione leggevo il titolo ed inventavo di sana pianta; ogni tanto facevo finta di cercare un vocabolo sul Gi, così, per avere un’aria più professionale.
Quando l’odiosa professoressa Batosta ridava gli scritti mi si avvicina:
“Bella la tua ultima traduzione Clara: un italiano molto buono, non mi hai fatta annoiare; peccato che sia interamente di fantasia e fosse una traduzione dal greco all’italiano: non hai beccato una parola”, mentre leggevo l’ennesimo cinque.
Era persino stata generosa nella valutazione.
La naturale conseguenza è stata il debito in greco.
Invece di tentare capire la ragione della mia passività rispetto alla scuola, la sentenza di mia madre è stata una sola:
“Finalmente anche le insegnanti hanno capito chi sei in realtà: ora sanno che i voti alti non sono farina del tuo sacco”.
Ok il debito a greco ma il resto non era poi così malaccio…Vero: lei vedeva solo il negativo, il peggio.
Diventavo via via inappetente alle frasi con cui cercava di ferirmi.
Che le dicesse nella speranza di risquotermi e farmi reagire alla mia decadenza scolastica?
Al di là delle affermazioni di mia madre, non era mia intenzione iniziare il liceo con il debito a greco; perciò l’estate successiva mi sono messa sotto a studiare.
Da sola.
Da un giorno all’altro mi ha dato fastidio il non riuscire a distinguare un sostantivo da un verbo.
Con pazienza mi sono messa a studiare con l’attenzione dovuta la grammatica.
Riprese le fondamenta ho preso Esopo ed ho iniziato a fare minimo due traduzioni al giorno.
Le correggevo da sola, servendomi della traduzione italiana delle sue fiabe.
Prima dell’inizio dell’anno scolastico ho contattato un professore in pensione che mi correggeva i compiti che stabiliva per me.
Ho iniziato il liceo recuperando il debito.
Un sospiro di sollievo per i miei; una dimostrazione delle mie capacità per me.
Sapevo che il mio odio per il greco in particolare, per il latino e l’italiano era dato dalla mia antipatia per la docente di quelle materie.
La fine del ginnasio per me ha significato il distacco dalla sua scomoda presenza.
Mi irritavano profondamente i suoi cambiamenti repentini: di fronte alle alunne voleva dimostrarsi la docente a cui confidare le proprie incertezze giovanili, ci rassicurava della sua presenza con un sorriso tra i più falsi mai incontrati; prometteva il massimo riservo e poi correva a ripetere le nostre parole ai nostri genitori. E’ successo solo una volta perché nessuna tra le mie compagne si è più fidata di lei.
Entrava in classe a testa alta, quasi guardando il soffitto, a passi talmente larghi che sembrava voler prendere le misure della stanza. Le sue spiegazioni si svolgevano ad una velocità pazzesca.
Parlava mantenendo un tono di voce al minimo in modo da garantirsi il massimo silenzio. Le sue lezioni ci lasciavano in suo ricordo un eterno mal di testa. Nessuno le stava dietro.
Informata della cosa ha saputo rispondere solo in un modo: piangere. Il primo pianto della mia vita che non mi ha commossa ma solo infastidita.
Come usciva dall’aula diventava un cane che camminava con la coda tra le gambe. Da prima donna diventava un pedone senza voglia di mettersi in mostra.
Studiare e tradurre tornò ad essere molto più facile: sapevo che non l’avrei più rivista.
La mia reazione voleva essere la dimostrazione che se avessi voluto avrei potuto essere più che capace: anche senza la presenza di Raffaella.
Lentamente mia madre ha finito di nominarla; anche se dimostrò sempre un debole per lei, e nel parlare al telefono con le mie compagne di classe preferite: Valeria, Mariangela e Valentina, lei, terminata la telefonata, scuoteva la testa e sospirava:
“Era troppo una brava ragazza Raffaella…altro che queste sciacquette!”,
“Se ti va la chiamo e ci esci insieme. Io preferisco altre compagnie”,
“Certo, perchè sei una bagascia!”.
Via alle nostre guerre verbali.

73- tradimento

L’avevo combianata grossa.
Molto grossa.
Il problema era che pensavo di poter rimedare…Prima o poi..Solo che il guaio è venuto fuori prima del previsto…
Si, a casa avevano ragione a essere incazzati neri.
Ne ero pienamente consapevole.
Per mesi mia madre mi aveva chiesto come andasse a scuola e come andassero le interrogazioni.
Io rispondevo sempre:
“Con gli scritti tutto bene. Gli orali idem: non mi hanno ancora interrogata”.
Furba anche io: quasi a ridosso del natale e ancora non essere mai stata interrogata!?
Davvero poco credibile.
Stupido.
Come logico mia madre è andata al colloquio settimanale con la prof. Battista.
Alla domanda:
“Ma possibile che mia figlia non è stata interrigata fino adesso?”, quell’essere antipatico (per carattere e incapacità di insegnamento) non ha risposto; si è limitata ad aprire il suo dannato registro e metterglielo sotto gli occhi.
Cosa avrebbe dovuto fare, d’altronde?
Sorpresa: sia a greco che a latino avevo una sfilza infinita di prove orali tutte con lo stesso voto: un perpetuo cinque misero misero.
Ad ogni voto mediocre mi promettevo che lo avrei presto ripreso. Avevo ancora la sicurezza di chi a scuola non ha problemi benché quella strada la avessi abbandonata già da tempo. Ad ogni cattivo voto mi dicevo che sarebbe stato l’ultimo.
é stato facile perdere il conto delle mie cadute e delle mie promesse di rialzarmi.
E’ stata una doppia infamia per la mia famiglia: brutti voti e una buglia scoperta davanti ad un altro adulto.
Tradimento.
Una presa per il culo che ha scoperto davanti alla mia insegnante.
Facile immaginare che a mia madre in quel momento le sia mancato l’ ossigeno al cervello e le stesse per prendere un embolo.
Quanto deve essersi sentita presa in giro?
Ero stata proprio una cojona.
Ritorno a casa.
Silenzio di ghiaccio.
Sguardi negati.
Occhi bassi da una parte, pieni di collera dall’altra.
Mi sono messa a tavola.
Mia madre non ha resistito per molto alla rabbia e mi ha assestato un pizzone ben dato e tutto meritato.
“Stasera facciamo i conti con tuo padre”.
Non esisteva frase peggiore. Non mi ha detto altro.
Il bruciore sulla mia guancia mi sembrava poca cosa in confronto alla mia colpa.
Mi son orifugiatai nella mia camera; dannatamente in colpa per la cazzata che avevo combinato. Quanto ero stata sciocca!
Ero terribilmente turbata, non dalla paura di rimproveri e castighi, ma da un profondo e asfissiante senso di colpa.
La consapevolezza del mio errore mi procurava un dolore quasi fisico.
Perché ci si rende conto solo in seguito?
Perchè il senso di colpa arriva in seguito, solo dopo che il danno è stato recato?
Perché non è scaturito nel momento in cui prendevo quei brutti voti o mentre dicevo a mia madre che tutto andava bene?
Quale brutta persona stavo diventando?
Perchè non ero riuscita a fermarmi in tempo, ammettere i miei sbagli ed evitare questa imbarazzante situazione?
Una la cosa che mi pesava sul cuore più di ogni altra: mio padre.
Per quanto triste da dire, ero abituata ai litigi e le delusioni che io e mia madre ci scambiavamo. Con mio padre era sempre del tutto diverso.
Lui non sgridava, non alzava le mani, non urlava; ti guardava con occhi offesi, quasi doloranti, che spogliavano l’anima e ti lasciavano nuda davanti alle tue colpe.
Era come guardare un uomo a cui hai infranto un sogno: uno sguardo profondamente deluso che ti spiazzava ed aveva un effetto peggiore di mille schiaffi o della peggiore punizione.

72- scrivere

Questi fogli erano diventati il mio mondo.
Li riempivo quasi senza rendermene conto.
Come svuotare un bicchiere di acqua quando si ha sete.
Solo queste pagine riuscivano a rappresentarmi.
Penna e foglio mi concedevano il privilegio di parlare con me stessa.
Il computer rappresentava per me una dimenzione sconosciuta e di difficile manipolazione. Sapevo accenderlo e spegnerlo.
Già il solo termine “internet” mi riempiva di un’angoscia che era ignoranza.
Penna e foglio per me erano rifugio.
Libertà. Un piccolo assaggio di libertà.
Erano casa mia.
Erano il mio sfogo.
Il mio es che tentava di parlare attraverso una lingua che solo io potevo comprendere completamente.
Scrivere è stata la mia salvezza.
Non scrivevo tutto, tralasciavo quanto ritenevo più importante e lasciavo trapelare attraverso l’inchiostro parole chiave dietro le quali si nascondeva il mio mondo interiore.
Una canzone diventa speciale non per le sue semplici parole ma per ciò che ciò che quelle unioni di sillabe riescono a farci vivere dentro il cuore.
Ogni parola da me scritta celava mille altre. Vale per tutti. Lo sapevo. Lo so.
Era il modo migliore per proteggermi dalle letture indiscrete di mia madre.
Scrivevo ogni termine pensando al fatto che lei lo avrebbe letto. Frainteso. Interpretato nella lingua che regnava nel suo mondo ed infine usata contro di me.
Chissà se ha mai tentato di capire le mie pagine.
Chissà se ha mai fatto lo sforzo di cercare di capire.
Una volta almeno!?
Di certo avevo la consapevolezza della nostra incapacità di comunicazione.
Lei come me non sapeva parlare.
Non sapeva ascoltare.
Non sapeva leggere.
“Ciò che ti sembra di vedere è solo una porta. Inutile sforzarti di sapere cosa è contenuto nella stanza. Non capiresti. Non vuoi capire. Ti ostini a fissare la porticina che ti trovi davanti agli occhi. Se bianca, mamma, ti ostini a vederla nera…Cosa ti inventeresti se io decidessi di aprirla?…Nemmeno oso immaginarlo. So per certo che ne soffrirei; ecco perchè mi proteggo dalle tue letture clandestine”.
Le lasciavo questi messaggi.
In parte per destare la sua curiosità.
Per muoverla a chiedermi.
A fare le giuste domande.
Quando lei leggeva le parole a lei destinate il più delle volte scoppiava di rabbia.
“Io non mi comportavo così con mia madre! Io non le nascondevo niente! Sei una pessima figlia!”.
Niente di nuovo.
Da anni che diceva che fossi il peggio che poteva capitarle.
Perchè sottolineare l’adozione?
Perchè non smetterla ed essere ciò che eravamo: una famiglia.
Un figlio e una figlia.
Non un figlio adottato ed una figlia adottata.
Mai mi ero posta questo problema: erano mio padre e mia madre. Basta così e tutto.
Eravamo quanto di più sbagiato uno per l’altro ma eravamo una famiglia.
Sembrava che mia madre lo dimenticasse spesso.
Il non riuscire a comprenderci ci aveva ridotti ad essere degli estranei che non si piacevano.
Ciascuno era in grado di vedere solo il peggio dell’altro.
Non avevamo nessuna forma di contatto.
Nulla che ci legasse.
Covavamo astio, rabbia, non comunicazione.
Ciascuno vedeva l’altro come sbagliato.
Io vedevo me stessa come sbagliato.
Mia madre si faceva mai degli esami di coscienza?
A suo dire lei mi aveva ben capito.
Sapeva benissimo chi io fossi.
Lei sapeva cosa fosse lei stessa?
Sembrava così certa di avermi inquadrata, di conoscermi profondamente…Ed io mi sentivo completamente mal interpretata.
Esaminata nella maniera più sbalgliata.
Come poteva capire la sostanza se non capiva l’involucro?
Come ha mai potuto pensare di avermi capita?
Mi ero illusa che scrivere ci avrebbe permesso di entrare in contatto.
Anche se era inaccettabile che leggesse le mie pagine, avevo immaginato che l’avrei incuriosita.
A sedici anni ho compreso che questo non sarebbe accaduto mai.
Non ha mai voluto leggere veramente le mie parole.
Ha letto esattamente quello che voleva vederci lei.
Mi sarebbe piaciuto che lei finalmente aprisse gli occhi..Solo non ha mai voluto togliersi quei maledetti paraocchi che l’hanno sempre distolta dalla verità.
Mi ero stancata di lottare.
La voglia di accendere la sua curiosità si è trasformata in un costante tentativo di proteggermi da lei.
Ero stanca di lottare contro una persona che non voleva accettarmi; che feriva senza curarsi di farlo.
E’ arrivata a dire che quanto scrivevo era stato copiato da qualche libro.
Sarebbe stato vero se i miei occhi non avessero visto, se le mie mani fossero state insensibili, se non avessi percepito i messaggi del mondo che mi circondava. Se il mio cuore non avesse palpitato, se la mia mente non fosse stata attiva…se tutto questo non fosse stato vero allora si, mi sarei espressa con parole di estranei.
Sfinita, scoraggiata, delusa, mi sono ritrovata al punto da ritenere che le sue critiche non mi portassero dolore né delusione. Era cieca al mio mondo, dove miopi occhiate furtive e investigatrici non avrebbero potuto ne voluto arrivare.
Ecco quale era il mio mondo.
Un rifugio che io sola potevo capire, dove per davvero si diceva tutto, senza censure per me stessa, ripensamenti né incomprensioni.
Questo era il mio mondo di inchiostro.
Dove penna e foglio mi permettevano di parlare liberamente, senza alcuna tirannia, interruzione o incomprensione.
Dimenticavo: ho scritto tutto questo il nove dicembre: il giorno del mio diciassettesimo compleanno.