73- tradimento

L’avevo combianata grossa.
Molto grossa.
Il problema era che pensavo di poter rimedare…Prima o poi..Solo che il guaio è venuto fuori prima del previsto…
Si, a casa avevano ragione a essere incazzati neri.
Ne ero pienamente consapevole.
Per mesi mia madre mi aveva chiesto come andasse a scuola e come andassero le interrogazioni.
Io rispondevo sempre:
“Con gli scritti tutto bene. Gli orali idem: non mi hanno ancora interrogata”.
Furba anche io: quasi a ridosso del natale e ancora non essere mai stata interrogata!?
Davvero poco credibile.
Stupido.
Come logico mia madre è andata al colloquio settimanale con la prof. Battista.
Alla domanda:
“Ma possibile che mia figlia non è stata interrigata fino adesso?”, quell’essere antipatico (per carattere e incapacità di insegnamento) non ha risposto; si è limitata ad aprire il suo dannato registro e metterglielo sotto gli occhi.
Cosa avrebbe dovuto fare, d’altronde?
Sorpresa: sia a greco che a latino avevo una sfilza infinita di prove orali tutte con lo stesso voto: un perpetuo cinque misero misero.
Ad ogni voto mediocre mi promettevo che lo avrei presto ripreso. Avevo ancora la sicurezza di chi a scuola non ha problemi benché quella strada la avessi abbandonata già da tempo. Ad ogni cattivo voto mi dicevo che sarebbe stato l’ultimo.
é stato facile perdere il conto delle mie cadute e delle mie promesse di rialzarmi.
E’ stata una doppia infamia per la mia famiglia: brutti voti e una buglia scoperta davanti ad un altro adulto.
Tradimento.
Una presa per il culo che ha scoperto davanti alla mia insegnante.
Facile immaginare che a mia madre in quel momento le sia mancato l’ ossigeno al cervello e le stesse per prendere un embolo.
Quanto deve essersi sentita presa in giro?
Ero stata proprio una cojona.
Ritorno a casa.
Silenzio di ghiaccio.
Sguardi negati.
Occhi bassi da una parte, pieni di collera dall’altra.
Mi sono messa a tavola.
Mia madre non ha resistito per molto alla rabbia e mi ha assestato un pizzone ben dato e tutto meritato.
“Stasera facciamo i conti con tuo padre”.
Non esisteva frase peggiore. Non mi ha detto altro.
Il bruciore sulla mia guancia mi sembrava poca cosa in confronto alla mia colpa.
Mi son orifugiatai nella mia camera; dannatamente in colpa per la cazzata che avevo combinato. Quanto ero stata sciocca!
Ero terribilmente turbata, non dalla paura di rimproveri e castighi, ma da un profondo e asfissiante senso di colpa.
La consapevolezza del mio errore mi procurava un dolore quasi fisico.
Perché ci si rende conto solo in seguito?
Perchè il senso di colpa arriva in seguito, solo dopo che il danno è stato recato?
Perché non è scaturito nel momento in cui prendevo quei brutti voti o mentre dicevo a mia madre che tutto andava bene?
Quale brutta persona stavo diventando?
Perchè non ero riuscita a fermarmi in tempo, ammettere i miei sbagli ed evitare questa imbarazzante situazione?
Una la cosa che mi pesava sul cuore più di ogni altra: mio padre.
Per quanto triste da dire, ero abituata ai litigi e le delusioni che io e mia madre ci scambiavamo. Con mio padre era sempre del tutto diverso.
Lui non sgridava, non alzava le mani, non urlava; ti guardava con occhi offesi, quasi doloranti, che spogliavano l’anima e ti lasciavano nuda davanti alle tue colpe.
Era come guardare un uomo a cui hai infranto un sogno: uno sguardo profondamente deluso che ti spiazzava ed aveva un effetto peggiore di mille schiaffi o della peggiore punizione.

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