35- viaggio

Erano un po’ di giorni che i miei confabulavano tra loro.

Nell’aria c’era profumo di novità.

“Bambini stasera prepariamo insieme le valigie perché domani partiamo per l’Italia!”.

“Per il viaggio abiti comodi”, ci aveva consigliato mamma.

Avevo indossato la mia tuta rosa, le scarpette da ginnastica e un impermeabilino.

Portavo in braccio la mia bambola.

Mi avevano detto che il viaggio sarebbe stato lungo, perció avevo deciso diportarla con me. Con qualcosa avrei dovuto distrarmi.

L’aeroporto mi impressionò per le sue dimenzioni.

Gli aerei ancora di più.

Da dentro le immense vetrate ammiravo quei giganti di metallo sentendomi piccola e fragile.

Il rumore dei motori mi sconvolse. Mi apparivano come gravi colossi; come era possibile che potessero alzarsi in volo? Le ali erano lunghe, ma troppo fragili per quei rotondi corpi metallici. Ero euforica ed impaurita.

L’attesa per imbarcarci mi sembrò uno strazio. Per fortuna, e con grande sorpresa, scoprimmo di aver lo stesso volo di una coppia di amici dei miei genitori che avevano adottato tre sorelle, la più grande delle quali aveva la mia età. Io e lei non avevamo grande confidenza, ma eravamo felici della reciproca compagnia che potevamo scambiarci.

Mi sembrava di essere da una vita dentro l’aereo.

Avevo perso il conto degli scali che erano stati effettuati.

Mi sembrava che il mio sedere avesse preso la stessa forma del mio sedile. Mi doleva infastidito dalla costrizione su quella scomoda poltrona.

Nemmeno sgranchirmi le gambe con una passeggiatina lungo i corridoi mi era più di sollievo. Volevo soltanto scendere.

Mi ero annoiata di tutto, tv, musica, lo spettacolo che si mostrava attraverso il finestrino, persino della mia bambola.

Il sonno era troppo leggero ed interrotto per essere rilassante.

Ero stanca di ripetere sempre le solite domande:

“Quanto manca?”

“E ora quanto manca?”

Sedici ore di aereo erano veramente troppe.

Fissai con occhi placidi fuori dal finestrino; sbalordita mi resi conto di aver trovato qualcosa di interessante. Se un attimo prima sotto di noi si poteva vedere soltanto il bianco compatto delle nuvole, una volta passati attraverso esso, mi si rivelò un paesaggio stupendo.

Talmente era la bellezza dell’oceano e della terra che mi sembrarono dipinti.

Fissai meravigliata il contrasto tra le mille tonalità di azzurro carico che abbracciavano le sfumature forti del caldo marrone e del verde intenso dei terreni che si stendevano oltre le acque. Il cuore quasi mi palpitò dall’emozione. Quello spettacolo mi distrasse da lunghe ore di viaggio.

Era un quadro impossibile da non ammirare in totale rapimento.

“Quanto manca papà?”

“Il grosso del viaggio è passato, non manca molto. Ancora un po’ di pazienza e poi saremo a Roma”.

Roma. La mia nuova città.

Quanto era lontana?

Decisi di continuare a distrarmi guardardo il paesaggio esterno. Era cambiato molto.

Si era riempito di dettagli più particolareggiati: boschi, pianure, fiumi, città, case, campi, animali. Chissà che nome aveva la terra che stavamo sorvolando in quell’istante.

Una voce metallica ci avvisò che stavamo sorvolando la Spagna.

Mi sembrava di impazzire dall’attesa e dalla stanchezza di quelle lunghissime ore di forzata sedentarietà.

Per disperazione mi costrinsi ad abbanbonarmi ad uno scomodo sonno leggero.

Dal micrifono il comandante ci pregò di rimanere seduti e di allacciare le cinture.

Eravamo in procinto di atterraggio.

Per quanto avevo dormito?

Mi stirai stanca della fiacchezza che si era impadronita di me.

Sbadigliai rumorosamente.

Mentre lottavo contro la chiusura della mia cinta, un lieve ticchettio sul vetro del mio finestrino mi costrinse a girarmi nella sua direzione.

Pioveva.

A Roma pioveva.

“Coraggio, siamo arrivati”.

“Anna, tu incamminati con i bambini mentre io vado ad occuparmi delle valigie”

“Non ti servirà aiuto?”

“Mi arrangerò con un carrello per il momento”.

Non ebbi il tempo per schiarirmi le idee perchè mamma ci spinse verso l’uscita.

Una folla in fervida attesa aspettava i propri cari.

Che ci fosse qualcuno anche per noi?

Mamma procedeva avanti senza la minima esitazione e senza guardarsi intorno.

Non si aspettava nessuno, o almeno così sembrava.

Una volta lontani dal gregge in attesa lei si fermò all’improvviso, io e mio fratello quasi le venimmo addosso.

Due fragorose risate scoppiarono simultanee alla nostra gaffe.

Due estranei ci corsero incontro.

Uno era biondo, con due chiari occhi sorridenti, folti baffi sopra le labbra e una risata troppo contagiosa per non ricambiarla: era la perfetta personificazione della simpatia; l’altro era più alto e molto più magro, vederlo in atto di muoversi mi ricordava la figura di Pippo, gli mancava solo la sua goffa risata.

I due ci sollevarono per aria, ci abbracciarono, ci dissero mille cose troppo in fretta perchè potessimo capirli.

Ridevano e ridevano, felici di incontrarci per la prima volta.

Ci avevano mandato il meglio a prenderci. Le persone che negli anni a seguire si dimostreranno le più vivaci: i trascinatori, le anime della festa; quelli che ti cambiavano la giornata in positivo per la battuta giusta al momento giusto.

“Perdonaci Barbara, ma queste due belle novità hanno attratto tutta la nostra attenzione”, dissero nel porgerle un saluto.

“Io sono zio Sandro, felicissimo di conoscervi e al vostro servizio!”, disse il biondo,

“ Peppe, amico e collega di vostro papà! Benvenuti a Roma ragazzi!”.

Fu impossibile non sorridere.

Quei due mi piacquero all’istante.

34- stupidi sogni bugiardi

I nostri amici iniziarono a partire.

Andavano via.

Tornavano nella loro vera rassicurante e sconosciuta casa.

Noi quattro eravamo come uccelli migratori che ammiravano da terra, con inquitetidine, il volo dei propri compagni che si allontanavano nell’orizzonte.

Quando avremmo potuto aprire le nostre ali?

Quando sarebbe arrivato il nostro turno?

Avevo una voglia infinita di conoscere il resto della mia grande famiglia.

Avevo desiderio di andare a conoscere la mia casa.

Ero stufa di un albergo che aveva finito per annoiarmi.

Le foto della nostra vera abitazione mi facevano prudere le mani.

Quando avrei dormito nel mio vero letto?

La frenesia colpì tutta la mia famiglia.

Tutti eravamo pentole a pressione per il desiderio di raggiungere presto la nostra casa.

Il telefono ci aveva dato l’illusione di avvicinarci al nostro nido.

Persino io e mio fratello avevamo parlato con i nostri parenti. Ad ogni chiamata parlavamo con almeno quattro, cinque persone: vere e proprie riunioni di famiglia per poter scambiare due parole con noi. Ricordo sopratutto gli scambi verbali con nonna Sibilla. La cadenza sarda nella sua dolce voce danzante da ragazza nonostante l’età e le sue risate nel sentire le nostre voci.

Quando avrei potuto incontrarli?

Solo adesso, a seguito di quei colloqui telefonici mi resi conto che avendo ora dei genitori avevo acquisito molti altri legami. Avevo dei nonni, degli zii, dei cugini…oltre alla sicurezza del nostro nido avrei potuto godere dell’affetto genuino di altre persone. I legami di sangue dei miei genitori sarebbero diventati anche i miei.

C’erano poi gli amici di famiglia, i cui figli sarebbero diventati i miei compagni di giochi…Aspettavo con impazienza il giorno della nostra partenza…Ero protesa in avanti, desiderosa di immergermi completamente nella mia nuova vita e nei legami che mi avrebbe procurato….Che significava avere dei nonni?…Era come avere dei secondi ma più maturi genitori?…Ero una curiosa affamata e insaziabile.

Quando avrei potuto incontrare i proprietari di quelle voci?

C’era forse qualche problema?

Perchè non potevamo andare a casa nostra in Italia come facevano tutti?

I giorni passati a Bogotà mi sembravano ora tempo sprecato. Passata la novità delle nostre gite, ritenevo che il tempo mi volasse via senza essere goduto nella giusta maniera. Mi aspettavo che solo a casa nostra, tra la mia grande famiglia, il trascorrere delle mie giornate avrebbe ripreso ad avere un senso. Ero impaziente di conoscere il mio microsistema. Volevo circondarmi di ciò che la mia quotidianità a casa mi avrebbe assicurato.

Perchè eravamo costretti a questa attesa?

Perchè gli altri erano liberi di andare e noi eravamo ancora costretti a Bogotà?

Quale era il problema?

Mi addormentai con questa domanda nella testa.

Il mio interrogativo si presentò come residuo nel mondo onirico.

Di incubi ne avevo avuti, ma mai nessuno di essi mi aveva spaventata tanto da interrompermi il sonno.

Avevo sognato il problema che ci impediva di partire: i miei genitori non mi volevano piú.

Lo avevano rivelato poco prima della loro partenza.

In lacrime, tendevo le mani verso le loro spalle mentre salivano sull’aereo che li avrebbe portati via per sempre.

Urlai dentro quell’incubo la mia disperazione. Urlavo freneticamente contro quell’aereo insensibile che si allontanava inesorabilmente da me. Mi era impossibile smettere di piangere. Stavo per svenire dalla sofferenza.

Mi svegliai nell’attimo in cui stavo perdendo conoscenza.

Sentii piangere una voce che a stento riconobbi come la mia.

Solo l’umidità sulle mie dita nell’esplorarmi il viso, e la smorfia sulla mia bocca mi rivelarono che ero proprio io a fare quel rumore.

Mi venne da piangere con piú intensità.

Che sogno orribile!

Misi le mani sulla bocca per placare i miei singhiozzi, le lacrime uscirono copiose.

Solo un attento controllo della respirazione mi permise di calmarmi.

Giusto. Era solo un sogno. Un incubo. Tutto era passato. Non era vero niente. O no?

Mi alzai dal letto silenziosa, lottai contro la mia paura per il buio e mi avvicinai alla camera dei miei genitori.

Le coperte rigonfie e disordinate testimoniavano il fatto che fossero ancora lì. Non mi bastò. Aspettai che un qualche rumore mi rassicusasse circa il fatto che mia madre e mio padre fossero ancora dentro il loro letto. Ecco il russare di papà. Il mio cuore finalmente si placò.

Rimasi li a vederli dormire abbracciati, riempiendomi gli occhi di quel meraviglioso quadro.

Nessuno mi aveva sentita piangere?

Mi vergognai un po’ dei miei rumori e mi voltai per tornare nel mio letto.

“Clara?…Maurizio?…Chi è in piedi?…”

“Sono io mamma, mi sono svegliata e non riuscivo a prendere sonno”,

“Vieni quì”.

Alzò la coperta per farmi entrare.

Mi accolse tra le sue braccia. Mi rannicchiai nel calore del suo seno abbondante e della morbidezza del suo ventre morbido. Sospirai. Lei mi bació e mi strinse. Arrivò anche la mano di mio padre a richiedere un pezzetto di me.

Stupidi sogni bugiardi.

Mi strinsi con maggior vigore a lei e sentii le braccia di mio padre stringere entrambe. Già. Proprio stupidi sogni bugiardi.

33- Ted, dove sei?

Un giorno, mentre ci scambiavamo confidenze, abbiamo rivelato ai nostri genitori di avere un altro fratello di cui non avevamo notizie.

Parlavamo del nostro passato con leggerezza, come di qualcosa di molto lontano che non avesse più valore nel presente. Unica vera ferita che mi doleva della vita che ormai avevo alle spalle era l’ aver dovuto vivere separata da mio fratello. Parlavo di lui come si può parlare di un affetto che non si può avere indietro. Avevo rinunciato a lui. Mi accontentavo dei ricordi.

Papà e mamma ci ascoltavano con attenzione, talvolta scambiandosi occhiate perplesse, occhiate che a me sfuggivano, talmente ero immersa nella narrazione.

Quando vennero a sapere di Ted, i miei genitori si attaccarono al telefono per cercar di avere sue notizie.

Ancora una volta la mia nuova famiglia mi stupì per bontà e  desiderio di aiutarmi.

Sentii in bocca il sapore dolce della speranza.

Avrei potuto riavere il mio fratellone?

Avrei potuto abbracciarlo di nuovo?

I miei fantastici genitori sarebbero riusciti a riunirci tutti?

Incredibile. Era una preghiera silenziosa che non riuscivo ad immaginare neppure nei miei sogni più belli.

Stava accadendo per davvero?

Possibile stessero per avversi  persino desideri che non avevo il coraggio di esprimere?

Il mondo mi pareva diventato il paradiso in terra.

Non camminavo più: volavo.

La mia beatitudine era al suo culmine.

Telefonate e telefonate di mia madre e mio padre per sapere dove fosse Ted.

Il loro unico pensiero era riunirci.

Un numero di telefonate imprecisato.

Nessuno sembrava sapere niente.

Ogni volta che la cornetta del telefono era rimessa al suo posto andavo in apnea.

“Che hanno detto?”

“Di chiamare quest’altro numero”.

Frenesia. Un prurito sul cuore che non trovava sfogo.

L’ennesima telefonata ci consigliò di recarci nel nostro orfanotrofio.

In ragione di che proprio li?

Rimasi turbata di questo consiglio. Che ne potevano sapere li?

Significava che quelle suore antipatiche sotto la cui tutela mi era toccato vivere sapevano dove fosse Ted e non lo avevano mai detto? Sapevano che avessi un fratello e dove fosse?

Mi sono sentita presa in giro.

Sono ritornata a quella vecchia casa. Ho rivisto tutte le mie vecchie compagne.

Camminavo tra loro come un piccolo pavone. Mano nella mano con mia madre. Chiunque mi guardasse avrebbe visto una bambina felice, orgogliosa di ciò che la vita le aveva offerto.

Sorridevo ma dentro ero fredda come ghiaccio.

Perché proprio qui mi avrebbero dato risposta circa il destino di mio fratello? Ero confusa. Arrabbiata. Conservavo per me questo intruglio di sentimenti bui.

Anni dopo scoprii che per cercare Ted mia madre e mio padre erano andati contro i loro desideri: avevano rifiutato adozioni precedenti alla nostra perché erano costituite da gruppi di tre o più fratelli.

Sapevano che noi eravamo solo in due. Nessuno aveva mai parlato loro di  un terzo fratello.

Pur di riunirci a Carlos furono disposti ad abbandonare i loro propositi e prendere una altro bambino.

Notizie arrivarono, tuttavia, non furono buone.

Ero seduta sulle gambe di mia madre. Davanti a noi la fredda direttrice dell’istituto che parlò.

Ted era scappato molti anni prima dall’orfanotrofio al quale era stato assegnato.

Aveva impiegato davvero pochi giorni per decidere che la vita da orfano non gli si addiceva.

Era diventato uno dei tanti ragazzi di strada che lo stato colombiano ritiene relitti sociali.

Giovani vagabondi di un numero indefinito, senza regole, senza dignità, senza identità.

La strada che anche io e mio fratello eravamo sul punto di imboccare per nostra scelta se non fossero provvidenzialemente arrivati i nostri genitori.

Ted era praticamente impossibile da rintracciare.

Chiunque ci scoraggiò a impegnarci nella sua ricerca.

La luce della mia speranza si spense per sempre.

Un’ombra perenne che mi pesa ancora oggi sul cuore.

Il conforto, l’amore e le attenzioni dei miei genitori seppero diluire pian piano il dolore della mia ferita.

Scoprii così che il dolore più grande diventa  accetabile quando si ha per sostegno l’amore di una famiglia. Mi lasciai cullare dal calore delle attenzioni dei miei. Brutto dirlo ma mi distrassero, mi aiutarono ad accettare la perdita definitiva del mio Ted.

La famiglia é il rifugio perenne del corpo e dell’anima.

Il nido che rigenera.

L’immateriale miocardio che custodisce il cuore.

Mio padre e mia padre mi liberarono dal mio turbamento.

Alleviarono la mia sofferenza allontanando da me il dolore fangoso che mi appesantiva.

Mi cullarono con il loro amore.

Avevo perso per sempre Ted…nonostante ciò la mia vita doveva continuare.

Era un mio diritto, un mio riscatto anche in nome del mio fratellone.

32- la timida

Passammo giorni spensierati.

I giorni divennero settimane e le settimane mesi.

Ricordo con grande piacere quei primi tempi trascorsi insieme.

Ho rimosso gli incontri con medici, avvocati, assistenti sociali e figure ecclesiastiche, anche se sono consapevole che quegli incontri furono più che frequenti.

Ho sempre preferito conservare i ricordi delle nostre gite, dei nostri giorni più belli.

Abbiamo visitato il parco giochi più bello della città; lo zoo, uno tra i più belli e vasti del mondo; abbiamo visitato il paese nel quale sono nata: Zipaquirà; siamo stati in pellegrinaggio tra le montegne per visitare la Madonna di Guadalupe; siamo stati al museo dell’oro dove ho visto uno smeraldo più grande della mia testa e intere armature dorate. Tutte novità affascinanti, rese straordinarie dalla presenza di nostra madre e nostro padre.

I nostri genitori si erano dimostrati decisi ad imporci un regime giornaliero fatto di doveri e diritti.

Fu subito chiaro che ciascuno di noi avrebbe dovuto pensare al suo letto, alla pulizia della propria biancheria intima, e partecipare attivamente al mantenimento dell’ordine del nostro appartamento. Ciò doveva essere fatto dopo la colazione.

Non avremmo mai dovuto dimenticare che sia la mattina che il pomeriggio lo studio della lingua italiana aveva la precedenza su qualunque cosa. Di seguito a ciò ci era permesso di giocare come più preferivamo.

Mi adattai a questo ritmo facilmente.

La mia vita precedente era costituita da obblighi e responsabilità; avere delle regole dettate dai miei genitori non mi pesava, ansi, mi appariva dolce e carico di attenzioni che amavo.

Mi si chiedeva e tanto mi era dato.

Fu un po’ più complicato adattarmi alla cucina.

Mia madre aveva trovato al supermercato pasta barilla, passata, carciofi, parmigiano e qualche altra cosa ancora.

Tentava di introdurci alla dieta mediterranea con entusiasmo ma dico la verità: non mi sembrava così sfiziosa. Non mi piaceva proprio. Non mi attirava ne per colore ne tanto meno per gusto, mi sembrava tutto fosse sciapo. Mangiavo più per imposizione che per gusto. Gli sforzi di mia madre erano limitati dalla scarsità dei prodotti italici che era possibile trovare in commercio. Cucinava con attenzione e semplicità con il minimo che le capitava di comprare. Nel mangiare mogia mogia quei piatti poco allettanti io pensavo che l’unica cosa che mi sarebbe mancata della mia patria di origine sarebbe stato il cibo.

Anche in famiglia valsero i principi dell’orfanotrofio: si sarebbe dovuto mangiare tutto ciò che era stato presentato a tavola senza fare troppe storie. Capricci a tavola voleva dire punizione. Blandi castighi del tutto idonei alla nostro essere bambini.

Mia grande consolazione furono la moltitudine dei frutti tropicali. Hanno rappresentato una benedizione per tutti: erano talmente buoni che i miei genitori erano desiderosi assaggiarli praticamente tutti. Io e mio fratello eravamo strafelici di mangiare la frutta perchè ricca di un sapore che ci era famigliare. L’unico e breve momento della mia vita in cui la frutta costituì il mio pasto prediletto.

L’avere due genitori per me significò dover lottare contro la mia timidezza.

Avevo milioni di domande ma poco coraggio. Era una vera e propria lotta interna. Solitamente uscivo sconfitta e tacevo tenendo per me i miei quesiti; a volte però, riuscivo a mettere da parte questo mio blocco e trovavo la voce.

“Adesso puoi! Ora sei libera di chiedere”.

Le mie vittorie sulla mia timidezza mi procuravano veri e propri tesori.

Quali erano questi  miei tesori?

Informazioni personali. I famosi “fatti miei”.

Mi sentivo come una larva uscita dal suo misero bozzolo.

Sentii il bisogno e il diritto di fare le domande che non avevo mia avuto il coraggio di fare.

“Quanti anni ho?”,

“Quando sono nata?”.

Le risposte a questi quesiti furono come oro colato per me.

Avevo ardentemente desiderato di saperlo. Da sempre.

Prendere possesso e fare mie queste basilari conoscenze personali ebbero un effetto rigenerante.

Piano piano stavo prendendo possesso di tutto ciò che fino ad allora avevo solo sognato.

A tutti gli effetti in quelle lontane giornate ero un embrione che stava diventando feto.

Il mio sviluppo era lento e dolce, totalmente rassicurante.

Era l’evoluzione, non del corpo, ma della mia anima, del mio cuore.

Il ventre nel quale trovai rifugio e nutrimento fu costituito da quell’amore e quelle attenzioni che i miei genitori manifestarono durante ogni attimo di quella prima nostra vita insieme.

Passavo ore intere a sussurrarmi tra me e me una litania che si arricchiva di sempre nuovi particolari:

“Io sono Clara Alicia Roselli, ho nove anni e il nove dicembre ne farò dieci”.

Per molti anni ero stata gelosa, quasi disperata, di non avere queste informazioni personali. Guardavo con odio le mie compagne mentre festeggiavano i loro compleanni.

Erano punti di riferimento che per me erano come l’essenzialità del sole per la vita.

Non aveva più importanza. Quella era la vita che avevo lasciato alle mie spalle.

Non era necessario che mi guardassi indietro, i miei occhi avevano scelto di fissarsi solo in una direzione: davanti a loro.

Non esisteva la differenza genitore biologico, genitore adottivo. Era una dicotomia che non mi era mai passata per la testa.

Avevo mia madre e mio padre. Li avevo ora. Erano i miei genitori. Una parola che bastava a se stessa. Una parola che non aveva bisogno di epiteti.

31- Marta

La nostra camera era fornita di cucinino. I primi tempi la sua funzione fu di semplice accessorio di arredo; quando fu chiaro che la nostra permanenza in albergo sarebbe stata lunga, i miei genitori decisero di iniziare a fare la spesa e cucinare. A preparare i pasti ci pensava mamma. Adoravo osservarla lavorare e quando possibile mi piaceva aiutarla in cucina.

Mi divertiva fare la spesa, mi aggiravo tra gli immensi scafali immaginando tutto quello che avrei messo nel mio personale carrello immaginario. Non esprimevamo pretese ne io ne tantomeno mio fratello. Mamma ci aveva chiarito che era lei a stabilire cosa fosse da comperare e cosa no. Le nostre richieste sarebbero state ignorate, ecco perchè sarebbe stato meglio tenercele per noi. Inutile dire che questa regola fu infranta più di qualche volta. I nostri occhietti mettevano in atto una questua alla quale era impossibile dire di no. Quasi sempre, comunque, vinceva la mamma.

Una sera tranquilla, dopo cena, eravamo tutti seduti a tavola. Ci godevamo beatamente la recipraca compagnia prima che io e mio fratello iniziassimo a fare la guerra con le imbottiture dei divani e a fare le capriole su di essi. Era la nostra attività preferita.

Tra una cuscinata e l’altra mi ricordai di un proposito che io e Javier ci eravamo riproposti la mattina passata.

“Ti ricordi che dobbiamo fare quella domanda?”

“É vero! Me lo hai ricordato Clara!”

“Ci pensi tu allora?”

“Ma perchè sempre a me tocca?”

“Perchè sei il più coraggioso”

Un sorriso ed ecco che l’ ho convinto.

Nell’hotel c’erano altri bambini che erano stati adottati da coppie italiane. Avevamo fatto amicizia con loro così come i miei genitori trovavano conforto nella compagnia di altri adulti che stavano affrontando la loro stessa esperienza. Noi bambini ci immergevamo nel gioco tra di noi mentre i neogenitori si scambiavano consigli, pratici teorici che fossero.

“Ho fatto una scoperta grandiosa! A casa in Italia mi aspetta un fratello maggiore, ho parlato con lui al telefono, non vede l’ora di incontrarmi!”, ci rivelò di prima mattina un nostro amico di giochi.

Io e mio fratello ci scambiammo uno sguardo d’intesa. Quella sera stessa avremmo dovuto chiedere chiarimenti. Possibile che a casa ci fosse un fratello o una sorella in nostra attesa? Sarebbe stata una notizia fenomenale.

Ecco cosa avevo ricordato a mio fratello. Lo guardai con rispetto mentre lo seguivo nel suo avvicinarsi al tavolo e mettersi seduto.

Eravamo tutti e quattro seduti attorno al tavolo rotondo del nostro appartamento.

Mio fratello si schiarì la voce:

“Io e Clara abbiamo una domanda da farvi”, un cenno affermativo del capo di mio padre gli diede il permesso di procedere.

“A casa abbiamo qualche fratello che ci aspetta?”.

Mai mi sarei aspettata la reazione che si rivelò davanti ai nostri occhi.

La stanza si riempì di un silenzio assoluto, pesante, di una gravità che faceva accaponare la pelle.

Entrambi i miei genitori scoppiarono in lacrime.

Silenziosamente mia madre lasciava uscire dai suoi occhi pesanti perle trasparenti. Con dignità, espresse il suo più terribile dolore.

Il pianto di mio padre fu più rumoroso, a scatti. Si portò le mani agli occhi, incapace di ricomporsi. Fissai atterrita la scena. Sentii che io mio corpo era diventato pesante come piombo. Nella stanza il silenzio lasciò il posto ad una sofferenza palpabile, ad un dolore che ti toglieva il respiro.

Mai, nemmeno per un attimo ci passó per la mente che avevamo fatto la domanda sbagliata.

Il nostro unico pensiero fu di consolarli.

Non ci fu bisogno di parole. Capimmo. Ciascuno di noi si alzò e andò ad abbracciare quei dei due adulti sofferenti che per noi erano divenuti la cosa più significativa della nostra vita.

Non ricordo chi strinsi a me. So solo che desiderai cancellare la sua sofferenza,. Con il mio tocco cercai di esprimere tutto il mio bisogno di esprimere e ricevere amore. Volevo fermare quelle lacrime, sciugarle e allontanare per un po’ un dolore che sarebbe stato un fantasma silenzioso ma sempre presente nella mia famiglia. Un fantasma che ignorammo, che non fu mai razionalizzato. Una mancanza che degeneró, che scavó crepe silenziose, profonde nel nostro legame. Fratture dapprima minute, ma troppo frequenti per non minare adulti animi fragili e fanciulleschi animi ostinati.

Quella notte venimmo a conoscenza di Marta. La figlia quindicenne che i nostri genitori avevano perso. Una ferita ancora terribilmente fresca. Una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

Il mio cuore di bambina mi fece credere che i miei abbracci, e le carezze delle mie mani avessero placato parte della loro sofferenza. Una fragilità così manifesta me li fece amare ancora di più.

Mi convinsi che quella notte il nostro legame fosse diventato ancora più profondo.

30- tempo e furbizia

Non so con certezza quanto tempo passammo a Bogotà insieme ai nostri genitori. Ero finalmente insieme a loro. Null’altro aveva importanza.

Cosa strana il tempo cominciò ad essere importante per me solo con l’arrivo della mia famiglia.

Era l’ agosto del 1993.

Finalmente iniziavo ad avere cognizione del tempo. A scuola, prima di ogni lezione, scrivevo la data, ma era un’informazione automatica che al mio cervello disinteressato non interessava.

La nostra comunicazione migliorò notevolmente.

Già la mattina seguente al nostro incontro, dopo il risveglio, una volta lavati e sistemati, iniziarono le nostre lezioni di italiano.

Prima lezione che abbiamo ricevuto dai nostri genitori: prima il dovere e poi il piacere.

Lezione di lingua durante le prime ore del giorno e poi libertà di gioco; laddove non di dovesse uscire per andare da qualche parte.

Imparammo innanzi tutto il Padre Nostro e l’Ave Maria.

A ciascuno venne dato un quaderno e delle penne sui quali scrivere la traduzione delle parole da imparare.

L’elasticità del nostro giovane cervello e il desiderio di capire mamma e papá affrettarono l’apprendimento. I miei genitori presero la decisione di parlare solo italiano in nostra presenza. Mi piaceva imparare quella stana e nuova lingua. Io e mio fratello ripetevamo ridendo le parole che ci sembravano buffe. Talvolta pensavamo che fosse una lingua presuntuosa: in spagnolo sono “ermano” ed “ermana”, stessa parola per dire lo stesso concetto, solo l’ultima vocale era variabile; quei bizzarri “fratello” e “sorella” erano suoni troppo strani e simpatici per non ridere di loro. Quel “mamma” invece di “mamá” fu un po’ difficile da accettare. Per il resto era tutto fattibile, molti vocaboli erano simili, altri persino più semplici.

C’era una litania che adoravo ripetere ad alta voce

“Il mio nome è Clara Alicia Roselli”.

Subii anche le prime difficoltà.

Per insegnarci i numeri, i nostri genitori decisero di farci ripetere le tabelline nella nostra nuova lingua. Pretesero una tabellina al giorno.

Per me tutto andava bene finche non arrivò la maledetta tabellina del sette. Proprio non riuscivo ad impararla. Rimasi lì; ore e ore per memorizzare quei numeri che proprio non facevano per me. Veder giocare mio fratello mentre io mi impegnavo con la diabolica tabellina mi fece arrabbiare.

Se Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto.

Una volta sicuri di aver imparato a memoria tutta la tabellina dovevamo recitarla per intero a voce alta davanti a mamma o a papà. Così feci anche quella volta.

Recitai la seguenza di numeri con un certo sforzo con la mano appoggiata sulle tempie. Finsi la perplessità perchè i miei erano ben consapevoli delle problematiche che avevo avuto per impararla. Ero sicura che riperterla con troppa scioltezza li avrebbe insospettiti. Lessi la tabellina che mi ero furbescamente scritta sul palmo della mano.

Non avevo mai bleffato a scuola, era la prima volta che che prendevo delle scappatoie.

Con tutti a testimoni del mio impegno, fui libera di andare a fare quanto avessi desiderato. Felice, e non lo nego, fiera di me stessa, andai a prendere i miei giocattoli per andare a giocare in balcone. Mio fratello mi raggiunse poco dopo. Iniziammo a rincorrerci per casa, finchè lui, per bloccarmi, mi chiuse all’esterno bloccando la portafinestra. Per farmi aprire, bussai battendo le mani al vetro. Gli occhi di mio padre furono attratti inesorabilmente dalle macchie scure che avevo su un palmo della mano.

I suoi occhi increduli lanciarono fuoco. Io pensai che sarei rimasta benissimo fuori al balcone. Smisi di battere il vetro.

Disgraziatamente lui mi aprì e mi bloccò le mani in modo che io non potessi vedere i palmi.

“Ripetimi la tabellina del sette”.

Vergogna. Tanta, tanta, tanta vergogna.

Ero stata scoperta.

Come potevo essere stata così stupida da fare una cretinata da imbecille?

Cosa avrebbero pensato di me i miei genitori?

Abbassai la testa. Inutile recitare. Non la sapevo. Ammisi la mia colpa. Il mio pianto fu il mio modo di chiedere scusa.

“Fila a studiare. Non ti alzerai dalla sedia finchè non me la avrai ripetuta guardandomi negli occhi”.

Giusto.

Che figuraccia avevo fatto.

Imbarazzata come un ladro preso con le mani nel sacco restai per un po’ a testa china, poi ripresi a studiare.

Basta inganni. Via con quella maledetta tabellina del sette.

“Sei proprio stupida Clara, come hai potuto fare una cosa del genere!”. Mio fratello.

La voce della mia coscienza. Una voce che in quel momento odiai. Lo ignorai e non gli risposi per orgoglio. Restai seduta a fare il mio dovere.

Immagino sia da quel fatidico giorno che i miei capirono che, sebbene fossi la più tranquilla dei due, negli anni avrebbero dovuto combattere soprattutto contro la mia furbizia. Piú mite, più pacata, di una pericolosità silenziosa. Ecco che hanno pensato, e pensano di me.

Ho sempre ritenuto la mia furbizia piú figlia della stupidità che dell’arguzia, perció ho preferito servirmene il meno possibile; le poche volte che ho infranto questo mio proposito per me sono stati guai. Mi ritengo, perció una persona più intelligente che furba, sempre quando non cado nella tentazione della strada più breve ma dall’esito incerto.

La furbizia ha un sapore troppo alettante per poter rinunciare per sempre ad essa.

29- prime volte

Lo guardammo come si può guardare un intruso.

Di sicuro ognuno di noi deve aver avuto una buffa espressione sul viso, perché lui, guardandoci, scoppio a ridere. Si chinò davanti a noi.

“Bene ragazzi. Vi spiego una cosa: i vostri genitori sono venuti a prendervi dopo un lungo viaggio. Sono anche un po’ stanchi dopo tante ore di volo. Provengono dall’ Italia. Lì si parla l’italiano”.

Italia? Italiano? Mai sentiti nominare. Forse si, ma che importanza aveva!? Mi chiesi dove fosse situato sul mappamondo. Era davvero tanto lontano? Ritornai a sentire le parole dell’uomo.

“Noi parliamo spagnolo ma i vostri genitori non lo parlano tanto bene. Ecco perché dobbiamo parlare molto lentamente e dare loro il tempo di capire le nostre parole. Io sono il vostro autista personale. Sono un tassista. Starò con voi finchè non partirete. Per fortuna vostra parlo l’italiano, perciò, quando staremo insieme e vedrò che siete proprio in difficoltà con la lingua vi aiuterò; però ricordate: dovete parlare lentamente e dare il tempo di farvi capire. Dovrete imparare presto a parlare questa nuova lingua così potrete farvi capire immediatamente dalla vostra nuova famiglia”.

Assimilammo il discorso. Aveva ragione.

Ci girammo verso i nostri genitori per fargli sapere che eravamo affamati. Lenti e concisi. Infatti loro ci capirono al volo. Noi, però non capimmo la loro risposta. Iniziarono a parlate con l’autista il quale ci diresse verso il suo taxi. Con una carezza cercai di calmare il brontoliò del mio stomaco ed entrai nel veicolo.

Quel giorno rappresentò una miriade di prime volte e di scoperte del tutto nuove.

Fino ad allora avevo sempre pensato che tutto il mondo parlasse lo spagnolo. Poi, pluffete! Ecco saltar fuori l’italiano. Era difficile imparare una lingua? Non ne avevo la benchè minima idea. Sapevo soltanto che avrei fatto del mio meglio per impararla presto. Dovevo assolutamente capire e farmi capire dalla mia famiglia.

Odiavo quella brutta sensazione. Era come se ci fosse un muro invisibile che sapeva creare solo sconcerto.

L’inadeguatezza delle mie parole mi disturbava molto.

Dovevo assolutamente sbrigarmi a imparare l’italiano.

Odiavo la strana sensazione che deriva dall’ impossibilità di comunicare fluidamente; la lingua sembrava diventare di piombo, volevo dire mille cose, ma fu come se nessun suono potesse uscire dalla mia gola.

A gesti era impossibile.

Tanta voglia di parlare con loro ed impossibilità di farlo…

Con mio grande stupore il tassista ci portò al mio hotel preferito.

Con un grande sorriso mi ricordai della promessa che mi aveva fatto Dogna Marta.

Questo ricordo ne stimolò un altro. Avevo già sentito parlare italiano. Molti mesi prima quando i miei genitori avevano parlato al telefono con la suora che adoravo. Solo allora il mio cervello non avea dato importanza all’ informazione.

Scesi freneticamente dall’auto e mi portai davanti a tutti.

Dimenticando l’avvertimento del nostro autista iniziai a parlare freneticamente e a gesticolare come una pazza.

Mio fratello fu contagiato dall’entusiamo e mi venne subito dietro.

Era rimasto affascinato anche lui dalla vastità dell’albergo. Iniziai a fare da Cicerone, orgogliosa di conoscere un posto nel quale nessun membro della mia famiglia era stato.

I miei genitori mi guardavano senza riuscire a cogliere una parlora di ció che pronunciavo.

Avevo persino dimenticato la fame.

Il tassista scosse la testa sorridendo e tradusse le mie parole.

“Clara conosce già questo hotel. Le era stato promesso che avrebbe soggiornato proprio qui insieme a voi perché è il suo albergo preferito. Vorrebbe farvi da guida e farvelo vedere…In effetti è un complesso vasto. Suppongo lei non abbia nemmeno capito quanto e ne conosca solo una piccola parte. Comunque, non vi preoccupate, la calmo io. Vi accompagno in camera e poi vi lascio. Ci penserà la reception a dirvi dov’è il ristorante interno di cui vi ho parlato”.

Entrammo curiosi ed eccitati nella nostra camera che ci era stata destinata. Era un vero e proprio appartamento. Papà filmó quella nostra prima escursione con una grossa video camera. Fissai meravigliata quello strano strumento. Quando mio padre mi fece vedere un pezzettino della sua registrazione feci un balzo indietro dallo stupore lo guardai con occhi increduli. Sembravo una scimmia di fronte ad uno strumento umano.

“Che cos’è!?”

Papà rinunció ad una spiegazione; non aveva le parole per poterlo fare, si limitò a sorridermi, quasi chiedendomi scusa della sua incapacità di chiarirmi le idee.

Esplorammo con grande convinzione i primi due ambienti del nostro appartamento. Ci fermammo all’ improvviso: tutta la nostra attenzione fu catturata dall’accessorio domestico più grande che avessimo mai visto: un enorme televione nella camera matrimoniale.

Come cobra incantati da un’inebriante melodia stavamo davanti ad esso a bocca aperta.

Mio fratello la accese, era una libertà che non ci saremmo mai presi in orfanotrofio; la nostra nuova vita ci aveva immediatamente resi piú audaci. Nessuno si lamentó della nostra iniziativa, perció ci sedemmo sul bordo del letto a vedere i cartoni animati sul nostro canale preferito. Avremo mantenuto questa abitudine per tutta la nostra vita insieme a loro: io e mio fratello seduti vicini vicini al bordo del loro lettone a vedre la televione.

Nostro papà ci girava intorno riprendendoci, ci chiamava per farci girare nella sua direzione del tutto inutilmente: la nostra totale attenzione era volata altrove. Si arrese e decise di continuare a fare il registra altrove, filmando la camera e lo spettacolo della città che si poteva godere dalle ampie finestre. Si prese tutto il tempo di cui aveva bisogno.

Si divertì a filmare nella sicurezza assicurata dalle mura della camera.

Gli avevano detto di non uscire per strada con oggetti che potessero attirare l’attenzione, perchè a Bogotà potevano ammazzarti anche per un paio di scarpe griffate.

Si, é proprio cosí, i miei genitori partirono già carichi di terrore dalla loro bella e tranquilla Italia per venirci a prendere in un paese dove il pericolo si celava dietro ogni angolo, dove era necessario tenere gli occhi ben aperti e non attirare mai l’attenzione. Gli avevano intimato di passare il meno possibile per stranieri; meno parlavano, meglio era. Meno andavano in giro, meglio era. Uno dei paesi piú pericolosi del mondo. Ecco dove gli avevano detto che sarebbero venuti aprenderci. Di fatto, nel girare la città, benché accompagnati da persone fidate, non si sentirono mai al sicuro.

Suppongo che il ricordo di quella paura, di quella incertezza sempre presente, di quella costante sfiducia averso la mia città intera abbiano generato in mia madre un tarlo malefico che crebbe silenzioso in lei e che si manifestó prima a tratti, per poi esploderci contro.

I nostri genitori si stupirono del nostro totale rapimento di fronte alla televisione.

Poche ore insieme ed ecco che già ci eravamo fatti rapire da una banale tv. Non era importante l’apparecchio in se stesso ma il fatto che per noi rappresentasse un taglio con il passato: lo avevamo acceso noi, di nostra iniziativa, stavamo vedendo il nostro canale preferito al di fuori di un orario prestabilito. Stavamo facendo qualcosa che prima era fuori dalla nostra portata. Questo ci aveva rapiti. Questo era il vero significato del nostro incanto davanti al televisore. Un’ennesima rottura con il passato.

Solo una frase ci rapí dal nostro incantesimo:

“Non avete fame?”, ci chiese nostro padre mentre leggeva la frase da un dizionario tascabile.

La prima volta al ristorante.

Già minuta di mio, mi sentii piccola rispetto a tutto il resto: sedie, tavolo, posate, piatti bicchieri; tutto mi appariva immenso rispetto a me. Rimasi muta, in soggezione, a guardarmi intorno, incantata ed intimorita dal fasto che vedevo per la prima volta.

Come funzionava un ristorante?

Mi agitai un pochino. Poi vidi la compostezza dei miei genitori e mi rassicurai: ci avrebbero pensato loro a me.

I miei genitori sapevano esattamente cosa fosse necessario fare.

La bellezza di essere bambini. La bellezza di avere una famiglia: avere la certezza che qualunque imprevisto capitasse avrei avuto il loro appoggio. La bellezza e la libertà di sentirmi piccola. La libertà di sentirmi bambina.

Finalmente potevo delegare la risoluzione delle mie preoccupazioni a loro. Non avrei dovuto combattere i miei timori da sola: avevo gli alleati migliori. Avevo due adulti che avrebbero risposto costantemente alle mie necessità e fatto svanire le mie apprensioni.

Li guardai e sorrisi loro con timidezza.

Rimasi seduta composta aspettando che facessero tutto loro.

Mi stupii quando il tavolo prese a tremolare. Pensai a un terremoto. Rivolsi la mia attenzione ai miei gentori. Entrambi guardavano mio fratello. Parlarono tra di loro nella loro strana lingua. Rivolsi la mia attenzione a Javier. Era l’emblema della felicità. Bello come sempre. Solo esprimeva con troppo vigore il suo stato di beatitudine. Dondolava a gran velocità e senza tregua le gambette sotto la sedia. Appoggiato con i gomiti sopra il tavolo faceva tremolare tutto al ritmo della sua frenesia.

“Maurizio calmati”, disse mio padre nel suo giovane spagnolo,

“E’ sempre così vivace?”, chiese rivolto a me.

Gli risposi con un movimento oscillatorio della testa. Mi sentivo un po’ troppo intimidita per farmi uscire la voce. La mia timidezza era finalmente uscita fuori. Passata l’entusiasmo del nostro primo incontro mi sentii un poco intimorita.

“Cosa volete mangiare?”

Domande e risposte venivano fuori con la velocitá tipica del passeggiare delle tartarughe: lente e affaticate.

Naturalmente io avrei voluto mangiare tutto quanto era scritto sul menú. Mi sembrava giusto assaggiare la totalità delle portate. L’esuberanza del mio appetito fu sedata dalla mia timidezza.

Tra tanti cibi buoni cosa sarebbe stato giusto scegliere?

L’illuminazione giunse istantanea: carne. Precisamente pollo.

Perchè questa preferenza? Fino ad allora la carne era stato un cibo troppo costoso per costituire un elemento fisso del nostro menú; quando stavamo con nostro padre biologico la carne costituiva un’utopia di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza. Il massimo a cui potevamo ambire erano pezzetti di salsicce donati da qualche anima pia in cambio di qualche favore.

All’ orfanotrofio ci fu possibile mangiarla, ma solo la domenica, e solo pollo. Il Natale costituiva l’unica eccezione: ci era consentito mangiare la famosa imbottita carne di maiale. Ecco perché avevo pensato al pollo. Avevo escluso il maiale perché convinta che si mangiosse solo sotto il periodo della natività. E vicino al pollo? Una bontà di cui avevo tanto sentito parlare ma che non avevo mai assaggiato: le patatine fritte.

Finito il pasto uscimmo dal hotel.

Dopo pochi minuti di cammino mi trovai di fronte ad un’immenso edificio dal cui vertice svolazzavano bandiere di tutto il mondo.

Già quando varcai la porta scorrevole avevo la bocca aperta dallo stupore.

Quel vasto concentrato di negozi fu una vera e propria scoperta.

Fissavo stupita tutti gli esercizi commerciali che incontravamo nel nostro cammino.

Era davvero possibile che potesse esistere tutto quel fasto?

Le sfarzose luci artificiali, il sottofondo confuso di voci, gli aromi prodotti dai vari ristoranti mi fecero girare lievemente la testa.

Mi sentii come un cieco che avesse riacquistato la vista all’improvviso.

Non sapevo cosa guardare, a cosa dare la mia attenzione.

Quella dose eccessiva di stimoli mi eccitò.

Mano nella mano con mia madre la spingevo quasi, tanta era la frenesia di scoprire tutte le sorprese di quel luogo.

Solo una cosa seppe bloccarmi: un meraviglioso negozio di giocattoli. Mi girai verso i miei genitori nella speranza di poterci entrare. Non espressi verbalmente il mio desiderio, però lo feci capire chiaramente.

“Clara, dobbiamo fare altre spese”.

Parlava sempre nostro padre.

Nostra madre ancora non se la sentiva di tentare di parlare quel poco di spagnolo che aveva appreso. Era troppo intimidita per immergersi nel nostro frenetico spagnolo. Preferiva non dover combattere con le imbarazzanti difficoltà verbali.

Quel pomeriggio ottennni il corredo che mi sarebbe stato necessario per i primi giorni di convivenza con la mia famiglia. Qualche cambio casual, qualche vestito comodo e sportivo, pigiama, biancheria e scarpe. Tra tutto regnava un colore: il rosa naturalmente.

Portavo entusiasta le buste con gli indumenti che mi erano stati comprati. Ero davvero al settimo cielo. Aver ottenuto tutti quei bellissimi abiti per me era il massimo: mio, tutto mio, solo per me. Addio forzata condivisione, addio timore che qualcosa mi fosse rubato da qualche altra bambina. Addio lotta continua per indossare la mia maglietta preferita. Ero in estasi, ubriaca di orgoglio, felicità, aspettative meravigliose.

Pensavo di aver già ottenuto molto, e quel tanto mi bastava.

“Scegli quello che vuoi”.

Detto davanti ad una vetrina di giocattoli. Arduo. Tra tanti tesori cosa avrei potuto prendere? Una così vasta possibilità di scelta non poteva che confordermi. Avevo già ottenuto una bellissima bambola…A che dare la mia preferenza? Girai tutto il negozio. Mmmmm…troppi, troppi giocattoli e troppe cose belle. Come un ubriaco che non sa scegliere con quale vino continuare la sua sbronza, mi aggiraravo tra gli scaffali confusa. Scegliere a caso a ponderare la decisione? Mai avrei immaginato che avrei avuto difficoltà nel prendere un giocattolo. Mi aiutò il caso: mi trovai improvvisamente davanti ad una parete completamente piena di Barby. Ecco fatto. Avevo trovato il mio primo regalo: quello scelto da me: una barby originale. Come qualunque altro bambino scelsi la scatola tra le più grandi a portata di mano. Vale a dire Barby con camper e tanto di cavallo, nonchè cambi d’abito per ogni occasione: da giorno, per equitazione, per le occasioni.

Non guardai il prezzo. Non avevo la benchè minima concezione del valore del denaro. Come è naturale mamma e papà mi consigliarono di prendere qualcosa di più facile da riportare al nostro appartamento.

Scelsi una barby principessa. Aveva un bellissimo abito celeste che diventava tutù se toglievi la gonna più lunga. I suoi meravigliosi capelli biondi arrivavano quasi al toccare i suoi piedi.

“Mamma, papà, grazie di tutti questi regali!”.

“Ti conviene aprirla a casa. Qui è facile che camminando ti perda qualcosa”.

Avevo due genitori estremamente saggi. Li guardai ammirata e commossa e li strinsi a me.

Ero felice. Ero diventata come tutte le altre bambine del mondo.

“Che ne dite se andiamo a mangiarci una pizza per cena?”

Era giá ora di cena?

Come era possibile che il tempo scorresse tanto rapido?

Io e mio fratello guardammo papà confusi. Cosa aveva detto papà? Una pizza? E che cos’è era?

Ci portarono in un ristorante interno al centrocommerciale. Ricordo ancora il nome: “Pizza Nostra”. Gli odori che emanava la cucina erano deliziosi. Vedere quei sottili e giganteschi dischi arricchiti con ogni bontà esistente al mondo mi stimolò la salivazione all’istante. Non fu importante che sapore avesse, di cosa fosse fatta: dovevo assolutamente mangiarla. Io e mio fratello da neofiti ci prendemmo la pizza condita con il pollo e verdure, i miei optarono per gusti classici.

Tutti soddisfatti da ciascuna scelta fatta. Una vera bontà. La pizza colombiana di quel ristorante fu considerata buona dai miei nuovi genitori italiani…Si, a Bogotà esiste la pizza buona.

28- fine dell’attesa

Infarto. Fulminante. Black out del sistema Clara.

Mi resi conto in quel momento che ero l’unica a non averlo saputo.

Capii finalmente il vero significato delle parole di Andreas e di Marta: le due donne avevano voluto farmi una sorpresa.

Una sorpresa appena rovinata da mio fratello.

Sentii il bisogno di sedermi.

Guardai i miei bei abiti.

Compresi la ragione per la quale mi erano stati fatti indossare.

Agli occhi mi salirono calde lacrime di gratitudine per le mie due amiche. Mi asciugai con il dorso della mano. Mi avevano salutata sapendo che non mi avrebbero rivista.

Il giorno tanto atteso era finalmente arrivato…E io ero cosí tranquilla?

No.

Non ero affatto tranquilla.

Mi fissai i piedi e vidi sbalordita che mi tremavano. Anche per le mani era lo stesso.

Tremavo dalla contentezza e neanche me ne capacitavo.

“Dai, tira fuori le foto, così li rivediamo ancora una volta!”.

Dalla piccola tracolla in pizzo bianco che mi era stata data tirai fuori il mio tesoro.

Ora conoscevo ogni immagine nel più piccolo dei particolari. Se avessi chiuso gli occhi avrei potuto rivedere ognuna di esse senza tralasciare alcun dettaglio.

Nel prendere il mio tesoro scoprii sbalordita che nella mia borsetta era stato messo il biglietto che avevo preparato per i miei genitori. Inutile chiedersi chi era stato. Sorrisi di cuore. Avrei amato quelle due sante donne per tutta la vita.

“Guarda, l’ho preparato per loro, ti piace?Io lo trovo stupendo! Mi sono impegnata tanto a farlo!”

“È bellissimo”, ma nel dirlo lo guardó una seconda volta con l’espressione di chi pensa: “Perché non ci ho pensato anche io a fare qualcosa di speciale?”.

Scorremmo velocemente le foto della nostra futura casa e concentrammo la nostra attenzione sulla coppia che era immortalata sulle foto.

“Secondo me io somiglio a papà”, mio fratello esaminò me e poi l’uomo.

“Si, gli somigli. Io invece somiglio a mamma. Secondo me ci trovano dei genitori che possono sembrare davvero i nostri genitori; sennò come spieghi tutta questa somiglianza? Ai bambini neri danno genitori neri, ai bianchi genitori che gli somigliano”.

“Non lo so. Però può essere: i bambini neri sono dati in adozione a neri. Si, forse fanno così con tutti e ci danno genitori che possono sembrare per davvero i nostri”, risposi, dopo un’accurata riflessione.

Ci scambiavamo le nostre fantasie di bambini. Cercando già di rafforzare un legame reale con quei due estranei.

Per anni e anni li avevo sognati. Due figure costanti nei nostri sogni, finché ci avevamo creduto. Sconosciuti senza volto che già amavamo. Finalmente ero entrata in possesso di qualcosa che il passato non aveva potuto offrirmi: ora potevo attribuire un viso, un corpo, delle caratteristiche spefifiche e reali ai miei sogni.

Per la prima volta, dopo tanto tempo, lasciai evaporare tutti i miei timori, la mia rabbia; rimossi la lunga attesa che mi aveva quasi logorato l’anima.

Erano qui. Erano venuti a prendermi. Questo era l’importante.

Già ubriachi d’amore ci vedevamo somiglianti ai nostri genitori. Avevamo gli occhi di mamma e lo stesso colore di capelli di papà, mio fratello era bello come lei, e io ero più simile e papà. Avevamo la forma degli occhi di lui, ma il colore di lei. Ci dividemmo equamente le similitudini.

Ci eravamo convinti che eravamo nati per diventare i loro figli. Ecco perché si poteva giustificare tutta quella somiglianza.

Felici, i nostri occhi videro ciò che desideravano vedere. Ciò capitò per molti anni.

Immersi nella discussione circa la nostra vita futura, non ci accorgemmo dell’alta figura che si era avvicinata.

“Clara e Maurizio, venite con me per favore?”.

La frase ci colse impreparati. Aspettandoci di vedere la donna delle foto, con gli occhi di due cerbiatti smarriti puntammo due occhi curiosi verso la voce.

Il mondo sembrò andare a rallentatore. Il mio cuore fu in procinto di infarto. Il secondo durante quella mattinata. Mi si annebbiarono gli occhi per la dolce confusione che si impadronì di me. Impiegai un attimo più del dovuto a mettere a fuoco la figura che avevo innanzi.

Era Dogna Marta. Si, tutte le donne di questo periodo della mia vita sembravano aver questo nome. Omonima delle due suore che amavo tanto, nonché, direttrice dell’orfanotrofio dove viveva mio fratello. Era una figura quasi mitologica per noi bimbi. Corti capelli ondulati, viso acqua e sapone, di corporatura esile; vestiva sempre con gonne classiche a tubino ed eleganti camicie a maniche lunghe. Aveva un viso rassicurante, una voce dolce e un sorriso perennemente accennato. Radiava cortesia e professionalità da qualunque particolare della sua alta figura.

Io e mio fratello ci alzammo con le ginocchia molli dall’emozione.

L’ossigeno mi sembrò scarseggiare nella stanza e un poco mi iniziò a girare la testa.

Mi si bloccò la salivazione.

Un lungo sospiro mi porto una minuta e non sufficiente boccata di ossigeno.

Mi aggrappai alla mano di mio fratello come per trarre forza da quel contatto.

Capii immediatamente il perchè della precedente reazione di Javier; ora si che mi fu possibile immedesimarmi nella reazione che aveva avuto nel vedermi.

Cercai il suo viso per sorridergli, ma lui era troppo teso per star a pensare a me; guardava dinanzi a se come se non esistesse altro.

La donna ci fece ripercorrere il lungo corridoio per il quale provavo forte antipatia e ci fermò dinnanzi ad una porta che avevo sempre vista chiusa.

I battiti del mio cuore divennero quasi continui, indistinguibili l’uno dall’altro; il mio respiro si fece rapido e corto, come se stessi facendo una gara di atletica.

Dietro quella barriera di legno erano celati i nostri sogni. Sogni finalmente materializzati.

A pochi metri da me c’era ciò che avrebbe dato senso alla mia vita.

Per molto tempo avevo supposto che non avrei mai oltrepassato questa soglia, ed invece, eccomi qui, in attesa che si aprisse esclusivamente per me.

A poca distanza, finalmente, c’erano i miei genitori.

Dogna Marta, resa esperta dall’esperienza, interpretò all’istante il nostro stato d’animo e profetizzò nella sua testa quale sarebbe stata la nostra reazione.

Non avevamo bisogno di rassicurazione o di incoraggiamento. C’era solo una cosa da fare: con un sorriso aprì la porta e si fece da parte.

Ci movemmo istantaneamente come cani da caccia puntati sulla preda.

Con occhi ciechi dalla frenesia, fiutando l’odore disperato del nostro piú profondo bisogno corremmo verso di loro.

Ecco il nostro futuro: eccolo davanti a noi, con alle spalle un passato oramai senza alcun significato che poteva benissimo essere cancellato.

La nostra vita inizió in quest’attimo: durante questo scatto.

Il piú profondo e speciale tra i parti.

Con le fameliche braccia protese cercammo il nostro primo contatto con loro.

“Papà!”, “Mamma!”

Un urlo liberatorio che ci uscì incontrollato dalla gola.

Parole con una potenza quasi fisica, che rimasero a galleggiare nell’aria di una stanza troppo piccola per poterle contenere.

Parole che serbavamo da troppo tempo dentro di noi e che avevamo estremo bisogno di pronunciare. Le urlammo quasi con disperazione.

Ci rifugiammo tra quelle braccia estranee che già amavamo senza la minima titubanza.

Io da lei e Javier da lui.

Per la prima volta incontrammo il loro calore, il loro odore.

A occhi chiusi la strinsi a me. Piansi di gioia. Mi girai verso mio fratello. Era tutt’uno con l’omone che lo stringeva. Lui lo sollevò in aria come se fosse stato un bambolotto e poi se lo porto sul petto. Mio fratello gli gettò le braccia al collo ridendo rumorosamente.

Javier si girò verso di me e mi sorrise. Dall’alto guardò la donna e le tese le braccia.

Facemmo scambio. Ora lui fece volare me tra le sue braccia e io tirai fuori un urlo divertito, poi mi strinse forte a sé. Lo abbracciai come se fosse la cosa più sacra al mondo.

Vidi mio fratello in braccio a nostra madre e io pensai che era semplicemente giusto così.

Finalmente mi sentii libera si essere bambina. Una bambina finalmente completa.

“Molti si aspettano che i bambini siano timidi durante il loro primo incontro con i genitori adottivi. Come potete vedere si direbbe piuttosto il contrario! Solitamente gli orfani di quest’età accolgono i loro genitori non come estranei, bensì come una madre e un padre che tornano a casa dopo che un lungo impegno li ha tenuti lontani da casa per un po’…Sono così desiderosi e bisognosi di amore che per loro non esistono barriere o timidezza. Siete un sogno che hanno finalmente ottenuto”. Sorrise, nel finire di parlare Dogna Marta, accarezzandoci la testa; ammiró felice lo splendido spettacolo che eravamo noi quattro.

Questo era il momento piú bello del suo lavoro. Il suo cuore controllato ma sensibile non si sarebbe mai stancato di commuoversi.

Non ascoltai le parole della donna perché erano sembrate stranissime alle mie orecchie, non ne capii neanche una, talmente potente era lo tsunami di sentimenti e sensazioni che mi sconquassavano, ma non fu importante.

Ero troppo concentrata a percepire tra le mie piccole braccia la consistenza fisica del mio bisogno più grande.

Li avevo guardati per attimi brevi e timidi negli occhi. Preferivo ammirarli nella loro completezza, come se solo la loro figura mi desse la certezza che erano lí, come se gurdare il loro corpo fosse la dimostrazione che non stessi sognando, che finalmente era tutto vero, reale, concreto.

Mia madre si staccò da me per prendere qualcosa che aveva sul tavolo.

Mi porse la bambola più bella che avessi mai visto. Era una bambolotta castana vestita con abiti ottocenteschi. Sembrava un’altra me stessa. Era curata sotto ogni minimo particolare. Dal fiocchetto che le fermavano i capelli ai calzini con un bordo di pizzo bianco. Passai una mano tra i suoi capelli, sul suo abitino da giorno bianco e verde, accarezzai le piccole dita di solida plastica. La strinsi a me, grata di un regalo tanto meraviglioso e guardai la donna che mi si era chinata dinnanzi.

La guardai come si può ringraziare una persona che ti abbia donato il suo cuore. Un suo organo vitale. Mi affrettai a stringerla ancora mentre con altra mano reggevo il dono che mi aveva portato. Anche mio fratello aveva ricevuto un regalo per sé.

Dogna Marta catturò l’attenzione dei miei genitori, con i quali si immese in un dialogo del quale non seppi interpretare la benchè minima parola. Li fece accomodare di nuovo sulle sedie. Non fu un impedimento, perché cercai subito di arrampicarmi sulle ginocchia di mia madre. Vidi che anche mio fratello aveva fatto lo stesso con nostro padre.

Tra le miriadi di parole che sentii ogni tanto intercettavo i nostri nomi.

Mi stancai presto di cercar di seguire il discorso che non riuscivo a seguire e concentrai la mia attenzione sulla mia bambola. Non avevo mai posseduto nulla di tanto bello. Giocai per la prima volta con un giocattolo che era di mia esclusiva proprietà.

Quando sentii fremere le gambe sotto di me, vidi mio padre alzarsi e stringere la mano di Dogna Marta; capii che era giunto il momento di andare via.

L’adrenalina riprese a scorrere copiosa dentro di me, ero troppo curiosa di ciò che sarebbe accaduto quel giorno.

Diedi l’ultimo bacio alla direttrice dell’orfanotrofio e le voltai le spalle per uscire.

Ci accompagnò alla porta.

“Manderemo la nostra foto da appendere sulla parete del corridoio”.

La donna mi sorrise e mentre mi scopigliava di nuovo i capelli corti, tradusse la frase per la mia nuova famiglia.

Varcare il concello mano nella mano con mia madre fu meraviglioso.

Mi sentii finalmente piena. Come se fino ad allora avessi vissuto senza calore nel cuore. Finalmente, dopo tanta attesa non mi mancava nulla. Guardando qualunque altro bambino non mi sarei mai più sentita menomata.

Ero divenuta pari a chiunque altro.

Cercai gli occhi di mia madre e li trovai lucidi quanto i miei, ci sorridemmo e mi lasciai avvolgere la quell’inebriante fiume di sensazioni dolcissime che si erano impadronite di me.

Il mio stomaco reclamó furioso i suoi bisogni; mi fece capire che era giunta l’ora del pranzo.

Uscí fuori la prima complicazione. Ci accorgemmo che il nostro idilliaco incontro aveva un limite: la lingua.

Io e mio fratello parlavamo spagnolo come fino ad allora avevamo fatto con qualunquee altra persona.

Rimanemmo sbalorditi del fatto che i nostri genitori non ci capissero e che noi non capissimo loro. Come far capire che stavo morendo di fame a due persone che non condividevano la mia stessa lingua?

Loro e Dogna Marta si erano parlati solo in quella strana lingua, lei stessa aveva fatto da intermediaria tra noi e loro…Come avremmo fatto senza la sua presenza?

Quando l’adozione è internazionale è come essere genitori da zero.

Quando non si condivide la lingua è come se si dovesse insegnare a parlare ad un bambino partendo da zero.

Seppi in seguito che i miei avevano seguito un corso di spagnolo prima di venire in Colombia, perciò un’infarinatura della lingua l’avevano.

La difficoltà si creó nel fatto che fu difficile calmare un entusiasmo che esprimevamo soprattutto verbamente. Parlavamo troppo freneticamente; non davamo il tempo di interpretare le nostre ultime parole che già li sommergevamo di altre.

Eravamo posseduti dalla felicità e dallo sconcerto che quasi mai ci capivano.

“Per favore, puoi parlare piú lentamente”, ci pregavano i nostri genitori.

Ascoltavamo la loro richiesta solo per pochi secondi.

La nostra lingua non voleva sentire di tranquillizzarsi. Avevamo troppe parole da far uscire dalla bocca. Un modo per far sfogare la meravigliosa pressione che ci pesava sul cuore.

Per fortuna intervenne un angelo custode in nostro soccorso.

Appena usciti dal cancello ci venne incontro un uomo con i baffi. Non ricordo il suo nome. La sua stazza e la pancia rotonda si. Probabilmente lesse difficoltà nel volto dei due adulti perché subito intervenne in loro aiuto.

“Famiglia Roselli, vero? Ehi ragazzi! Buon giorno!”.

27- la sorpresa

Mi svegliai senza alcun entusiasmo.

Meravigliata vidi di essere la unica nella stanza.

Possibile non mi fossi accorta che tutte le altre erano già in piedi?

Mi alzai con una certa fretta.

Osservai dalla finestra che nel cortile non c’era nessuno.

La casa era immersa nel silenzio totale.

Dovevo aver dormito davvero tanto se tutte le mie compagne erano già a scuola.

Il mio stomaco mi incitò a scendere in cucina per fare colazione.

Le mie due amiche mi accolsero con gioia.

“Dimmi un po’, che vuoi per colazione? Oggi ti farò tutto quello che desideri!”

“Marta, non la viziare…”

“Andreas! Io non vizio nessuno!…Solo la mia bambina preferita! E poi sii buona: permettimi di farlo almeno per oggi; te ne prego! Consideralo un regalo nei miei confronti!”.

Si fissarono in silenzio. La ragazza inclinò la testa, si giró a guardarmi e alzò le spalle per dimostrare la propria resa.

“Però fai in modo di non rovinare nulla, con te le sorprese hanno vita breve: precaria!”, scoppiarono a ridere.

“Che sorpresa?”, chiesi con voce ancora piena di sonno.

Le due donne si immobilizzarono. Smisero di ridere. Per un attimo mi sembrarono smarrite. Quell’atteggiamento mi insospettì. Mi avvicanai a Marta perché sapevo fosse la più corruttibile. Il morbido donnone iniziò a sudare, guardava da per tutto, tranne nella mia direzione. Andreas la salvo.

“Va bene…Ci hai scoperte! La colpa è tutta mia!…Sono davvero una frana! Tanto vale dirtelo: oggi ti porteranno a trovere tuo fratello. C’è una novità, però, potrai stare tutto il giorno insieme a lui. Tutto il giorno e non solo poche ore!”

Il suo chiaccherare mi distrasse abbastanza da nascondermi il sospiro di sollievo che tirò sorella Marta.

“Davvero? Tutto il giorno!? Evvivaaaaa!…Che posso portare oggi a Javier?”

Le due donne mi sorrisero. Mi facero fare un’abbondante colazione, che fu più un pranzo. Le due mi girarono intorno come due infaticabili api. Appena terminavo qualcosa me ne servivano un’altra.

“Marta, basta ora, altrimenti non le entrerà il vestitino che le abbiamo preparato!”

Scoppiarono a ridere contente e mi portarono di nuovo in camera da letto.

Andreas si allontanò da noi per poi tornare con una grossa scatola in mano. La posò sul mio letto e l’aprì. Conteneva il vestitino più bello che io avessi mai visto. Celeste. Sembrava un abito da sposa. Lo ammirai a bocca aperta.

“Su, indossalo!”, mi disse Marta, dopo avermi richiuso la bocca con un dito fermo ma gentile.

“E’ per me? Davvero è per me?”

“Vogliamo che oggi tu sia bellissima! Devi essere la più bella di tutte! Vedrai che neanche tuo fratello non ti riconoscerà! Una sorpresa che ti abbiamo preparato per tirarti su il morale, sei felice?”.

Mi aiutarono ad indossare il vestitino. Mi pettianarono i capelli e mi posero in testa un cerchietto celeste con di lato un fiore bianco, calzini bianchi con orletto di ricamo e scarpette di vernice bianca. Sembravo a tutti gli effetti una piccola principessa. Non ero mai stata cosí elegante e ben vestita.

“Sarà cosí facile che si innamorino di te!”, mi disse una convinta Marta.

“Diamole un dolcetto da dare a Javier, ne sarà sicuramente contento. Te lo diamo, peró, solo ad un patto: ci devi dare il più lungo ed il più dolce degli abbracci che tu ci abbia mai dato!”.

Le parole di Andreas furono immediatamente soddisfatte. Mi sembrò, anzi, così poco in confronto al sostegno che mi affrirono da così lungo tempo.

“Vi faccio una promessa: vi darò ogni giorno un abbraccio come quello che vi ho appena fatto!”, esclamai.

“Promesso?”, domandarono in coro,

“Assolutamente si!”

“Dai che ti porto alla macchina che ti porterà da tuo fratello. Saluta Marta e andiamo”.

Sedetti in macchina decisa ad abbandonarmi alle mie fantasie.

Furono tutti pensieri belli: principi, principesse unicorni e draghi.

Ero di buon umore. Mi sentivo bella dentro il mio elegante vestito da festa.

Sorrisi felice nel sentire il contatto fisico di ciò che stringevo tra le mani. Era il dono che avrei dato a mio fratello. Fu dolce il contatto col la latta che conteneva il concentrato di latte che Javier adorava. Mi faceva sentire viva. Sveglia. Non in un sogno. E si, era reale: indossavo per per davvero un abito da reginetta, si, stavo andando a passare una giornata intera con mio fratello. Non sarei passata inosservata. Tutti mi avrebbero ammirata. Javier sarebbe stato molto contento di ricevere il mio dono gastronomico.

Sorrisi tranquilla. Niente sospiri. Non mi occorrevano.

Mi abbandonai di nuovo alle creature che presero vita dalla mia mente. Erano il mio inconsistente rifugio. Mi distraevano da un’attesa logorante che aveva finito per far spegnere la luce dei miei sorrisi. La mia televisione personale. Mi avrebbe confortata, distratta e sostenuta anche in futuro.

Non mi accorsi nemmeno di quando la macchina su cui viaggiavo giunse a destinazione. Solo un sollecito da parte di qualcuno mi riportò alla realtà.

Conoscevo molto bene l’edificio nel quale entrai. Trovavo bello l’orfanotrofio dove si trovava mio fratello.

Era la struttura più insolita che avessi mai visto. La parte dove vivevano i compagni di mio fratello era un concerto di colori e giochi. Uno spettacolo per gli occhi di qualunque. Ogni particolare dell’arredo era a misura di bambino. Vere e proprie stanze in miniatura. Colori forti e vivaci decorazioni scargianti caratterizzavano gli ambienti quotidiani dove vivevano tutti i bambini.

Come ti lasciavi alle spalle quegli spazi, ti sembrava di essere entrata in una dimore diversa, opposta alla prima: nel nuovo ambiente tutto era dolce e morbido, colori pastello, mobili dal caldo legno, leggere tende di seta, la luce stessa, sia quella naturale che filtrava dalle finestre, che quella artificiale, appariva piú morbida, non illuminava, accarezzava….Sembrava quasi di entrare in un ambiente da favola, in perfetti set cinematografici. Tutto stimolava alla tenerezza, al relax. Erano spazi destinati agli adulti, non ai piccoli. Entrando, é giusto in questa morbidezza che fui accolta.

Il mio umore non si adattava affatto a tanta perfezione, era la sua perfetta antitesi. Erano sale che avevo imparato ad odiare. Ultimamente entrare in esse mi procurava un dolore quasi fisico.

Venni introdotta in un lungo corridoio. Le pareti non erano caratterizzate da alcuna tinta. Ad altezza d’uomo le pareti erano adornate da lastre di legno. All’interrompersi di quel caldo color miele facevano seguito foto di sorridenti famiglie appena composte. Migliaia e migliaia di volti felici ti sorridevano in totale beatitudine, ti accompagnavano senza tregua nel lungo corridoio.

La prima volta quelle immagini mi avevano colpito positivamente. Curiosa avevo esaminato quegli estranei che mi regalavano il loro sorriso. Non ne fui gelosa. Non ne avevo ragione: presto io sarei stata io stessa tra quegli scatti. Anche io avrei avuto la foto con i miei genitori. A quella felicità io avevo risponsto con la mia.

Peccato che fosse passato troppo tempo da quel giorno. Peccato avessi percorso troppe volte quello stesso corridoio inutilmente. Ora mi sembrava che quei volti si beffassero di me, che ridessero della mia lunga attesa.

A capo chino, invidiosa fino al midollo, avanzai lungo quella sala odiosa cercando di ignorare la felicità stampata ed immortalata da quelle immagini. Per qualche istante dimenticai del tutto di essere una bambina nel suo abito piú bello. Dimenticai di essere una principessa. Quei sorrisi mi umiliavano.

Quasi di corsa arrivai nella sala seguente. Immancabilmente, il passaggio da un ambiente all’altro, mi sconcertó.

Alla tenue illuminazione artificiale si sostituì un festosa cascata di luce proveniente da grosse porte finestre. Il silenzio abdicò improvvisamente in favore di un babele di voci di bambini intenti a giocare. Fu un sollievo abbandonare quel corridoio morto per entrare nei rumori della stanza viva.

Mio fratello disegnava, era chino su un piccolo tavolo. Lo osservai. Era vestito bene quanto me. Non aveva abiti della mia stessa eleganza. Non gli occorrevano. Era sua tenera bellezza ad abbellire qualunque indumento indossasse.

Mi avvicinai a lui senza che si accorgesse di me. Gli posai all’improvviso sul foglio colorato il barittolino che avevo tra le mani. Interdetto alzò gli occhi. Mi mise a fuoco e mi sorrise. Era diventato improvvisamente rosso. Gli occhi quasi in lacrime.

“Ah…Sei tu…Mi hai fatto venire un infarto!”

“E io che pensavo di essere bella almeno oggi…”

“Che hai detto?”, si mise una mano sul cuore e l’altra se la sventolò davanti al viso.

Finalmente vide il mio dono, “Wooau! Grazie!”. Lo aprì per berlo come se fosse ambrosia. Si prese tutto il tempo per gustare quella prelibatezza che adorava. Finì di mangiare e solo allora mi dedicò tutta la sua attenzione. Mi squadrò dalla testa ai piedi.

“Ti hanno fatta vestire davvero bene! Ti hanno detto la grande novità?”,

“Ma se mi hai appena detto che ti ho spaventato! O sono bella o sono brutta, deciditi!”

“Senti solo quello che ti pare, credevo fossero loro…e poi ti ho chiesto se hai sentito la novità!”

“Loro chi? Cosa dovevano dirmi? Nessuno mi ha parlato di novità”

“I nostri genitori adottivi sono qui. Sono appena arrivati”.

26- “Quando?”

La mattina seguente, quando aprii gli occhi, capii che qualcosa era cambiato. Neppure io avrei potuto spiegare questa nuova sensazione. Era come se in qualche maniera mi fosse stato gettato un salvagente. Anche se in acque sconosciute e profonde, ora avevo qualcosa a sostenere il mio corpo stanco dell’attesa. Mi ero calamata.

Le altre dormivano ancora.

Euforica, mi vestii e scesi in cucina.

Lì trovai chi cercavo.

Il mio ritrovato sorriso fu la chiara espressione della mia felicità.

Le mie amiche capirono all’istante di aver guarito un cuore in tempesta.

Non avevo mai parlato del mio dolore, della mia attesa esasperante, del mio sentirmi presa in giro; eppure loro avevano compreso ciò che non avevo espresso.

Mi avevano ridato la fiducia, la certezza. La felicità.

“Grazie mille! Mi avete fatto il regalo più bello del mondo!”

“E tu lo hai appena fatto a noi. Il bel sorriso che ci hai rivolto questa mattina è lo spettacolo più bello che abbiamo mai visto. Ridi di più perché sei più bella quando sei felice!”.

Le abbracciai.

Peccato non aver incontrato prima queste due donne.

Il contatto con il loro corpo fu meraviglioso.

“Fai colazione insieme a noi?”

Inutile dire quale fu la risposta. Fu il banchetto più buono con il quale avessi mai iniziato la giornata. Il buon umore stimola l’appetito e il gusto per il mangiare. É stata la colazione più buona della mia vita. Le belle novità accentuarono il sapore squisito del primo pasto della mattinata.

Giorni. Giorni e giorni. Erano passati troppi giorni da quando avevo ricevuto le foto.

Il mio malumore era tornato. Ero così stanca di aspettarli.

Quelle immagini furono la mia salvezza.

Ogni qual volta mi sentivo giù, correvo in camera, prelevavo le foto da sotto il cuscino e le guardavo di nuovo tutte; dalla prima all’ultima. Questo rituale mi faceva sentire molto meglio. Era meravigliosamente rilassante; la prova che loro esistevano e che sarebbero venuti a prendermi. Prima o poi.

Un rituale che mi risollevava e mi toglieva in parte l’inquietudine che mi assillava.

Passarono altri giorni. Altra febbrile attesa.

Non avevo mai avuto il coraggio di fare domande. Mi fidavo.

Conoscevo i miei genitori, sapevo che esistevano, che mi volevano con loro…Questo mi tranquilizzava. A crearmi scompoglio era la domanda: “Perchè non arrivano?”.

Moltiplicate per mille l’attesa dei propri regali di compleanno, dell’arrivo del Natale e velatelo di inquietudine. Ecco che bambina ero in quei giorni.

Il passare sterile delle mie giornate, tuttavia, era logorante.

Sentii il bisogno una una prova ulteriore e concreta della mia adozione.

Dov’è erano mia madre e mio padre?

Perchè tanta attesa?

Misi da parte la mia timidezza; fu una bella battaglia interiore, mi forzai ad andare dalla direttrice dell’orfanotrofio. Quale male ci poteva essere nel fare qualche domanda? Non era forse un mio diritto?

Ero sempre stata al mio posto in silenziosa attesa, ora mi era difficile rimanere tacere.

Con il cuore impazzito nel petto, bussai sopra quella porta chiusa.

“Avanti”.

Rimasi ferma, immobile, senza fiato. Per un attimo totalmente persa. Coraggio. Agisci. Il momento decisivo era giunto, non dovevo farlo scappare per la mia stupida timidezza. Il problema era costituito dal fatto che fino ad allora non mi ero mai trovata nella condizione di fare richieste a chicchesia. Ne bambino, ne adulto. Basta, basta fare il coniglio! Agisci!

Aprii la porta.

Non pensai. Sputai fuori la mia richiesta:

“Quando arriveranno i miei genitori?”, chiesi a Dogna Marta con una certa preoccupazionenella mia voce tremolante.

La suora mi guardó stupita. Mi sorrise. Mi circondò del caldo sorriso rassicurante che una nonna ha verso un nipote teneramente confuso.

“Avvicinati Clara”.

Rimase seduta. I suoi occhi si trovarono all’altezza dei miei. Mi posò una mano sopra la testa e scese ad accarezzarmi le guance.

“Tesoro, non lo so. Di certo arriveranno; anche se non sappiamo esattamente quando. Tu non devi perdere la speranza. Ti prometto che se vengo a sapere qualcosa ti avviserò”.

Le sue parole mi furono di conforto? No.

Mi aveva semplicemente detto ció che già sapevo.

Nessuno sapeva niente.

Mogia mogia tornai in camera ad abbracciare il mio unico tesoro. Quelle foto che mi davano la falsa illusione di poterli abbracciare. Meglio del non avere nulla.

Passò altro tempo. E di loro ancora nessuna notizia.

“Clara, vieni con me! Sbrigati!”

Era Andreas. Mi portò vicina alla camera da pranzo.

Dentro di essa qualcuno stava parlando al telefono.

Era Dogna Marta, non la mia amica ma la sua omonima. La direttrice dell’orfanotrofio.

Parlava una lingua che non conoscevo. Non capivo nulla di quanto veniva detto. Suoni e suoni che non mi dicevano nulla. Guardai Andreas con aria interrogativa. Lei si mise un dito sopra la bocca per ordinarmi di stare zitta. Cosa mai significava quello che stava succedendo?

La chiamata terminò. La ragazza mi strascinò via di soppiatto prima che l’autorità più importante della casa scoprisse di essere stata spiata.

“Hai capito qualcosa?”,

“Nemmeno una parola. Perchè, dovevo?”,

“Italiano! Dogna Marta stava parlando con i tuoi genitori!”.

Mi si fermò il cuore in petto. “O mamma mia!”; Un esclamazione di stupore che avevo appreso dalle mie compagne. Erano i miei genitori quelli che stavano parlando al telefono!

“Quando vengono a prendermi? Stanno venendo qui!? Quando arrivano!?”,

“Non lo hanno detto. Non parlo molto bene l’italiano , però ho capito che hanno avuto qualche problema. È per questo che non sono potuti venire prima, come era stato programmato precedentemente. Ora andiamo in cucina e facciamo finta di essere impegnate a fare qualcosa. Ho come l’impressione che tra un po’ la madre verrà a cercarti. Su, corriamo! Dobbiamo fare in fretta!”.

Eravamo impegnate nel pelare patate quando sopraggiunse la donna che avevamo spiato.

“Clara ti va di accompagnarmi a fare qualche giretto?”.

Accolsi l’invito con gioia.

Era già successo che chiedesse la mia compagnia per andare in posti meravigliosi. Anche lei mi piaceva. Era una suora minuta ma con un cuore troppo grande per poter essere contenuto nel suo piccolo petto. Quella donna era una santa amata da chiunque la incontrasse. Da quando aveva capito quanto fossi triste, aveva preso a portarmi con lei nello svolgere alcuni suoi servizi. Avevo preso ad amare lei, i posti in cui mi portava, e lo svago che ció mi procurava.

“E’ un posto che già conosco?”, le chiesi con entusiasmo. Mi sorrise.

“Da quello che so, è il posto che preferisci tra tutti quelli in cui mi hai accompagnata”.

Saltai dalla contentezza. Avevo capito dove mi avrebbe condotta.

Era un albergo nel centro della città. Era immenso, talmente grande da apparire come una piccola cittadina. Un insieme di palazzine concentriche con un grosso giardino piatrellato al suo interno; al centro del quale si trovava una piccola cappella. Adoravo quell’albergo.

“Ti faccio una promessa: farò in modo che i tuoi genitori vengano a soggiornare proprio lí; in questo modo passerai i primi tempi con loro proprio nel posto di cui ti sei innamorata”

“Allora stanno per arrivare?”

“Dovrai pazientare ancora un poco”.

Ecco come una bella notizia veniva rovinata da un’altra.

Mi sentivo come un’anima in pena.

Una bambina che è costretta a rivivere in eterno la vigilia del natale: vivere lo scorrere delle ore con una frenesia sempre maggiore, sentir crescere in me la gioia e le aspettative dei doni, giungere quasi alla mezzanotte, chiudere per un secondo gli occhi e scoprire che la giornata é semplicemente ricomoinciata senza aver goduto di ció che desideravamo ardentemente. Un eterno tantalico tormento.

Di nuovo una frenesia, una tensione esplosiva che non avrebbero trovato mai sfogo. Prima o poi sarei diventata pazza.

Tutti non sapevano dirmi altro che essere paziente. Per quanto tempo ancora avrei dovuto esserlo? Perché nessuno capiva che mi stava diventando impossibile aspettare qualcosa che non sembrava giungere mai? Mi sentivo come una molla prossima alla rottura.

Non sarei resistita per molto. A me già sembrava di star impazzendo. Le giornate passate senza far niente erano state troppo per poterle tollerare. Sospirai. Che altro avrei potuto fare? Niente. Solo aspettare. Aspettare e aspettare.

Già: aspettare.

Presi la mano della donna e le feci da pagetto per il resto della giornata.

Per lo meno ebbi la possibilità di distrarmi per qualche ora.

Sebbene non sapessi quando sarebbero arrivati, decisi di fare un dono speciale ai miei genitori. Avevo giornate intere per pensare a qualcosa di bello.

Giravo per casa in cerca di ispirazione.

Un giorno trovai un’immagine che mi sembrò semplicemente perfetta: un orsetto seduto a cavalcioni su un secchio di fiori rovesciato a terra. Quel disegno mi piacque immediatamente. Sarei stata in grado di riprodurlo? Non ne avevo idea.

Non avevo mai disegnato in vita mia. Non avevo mai disegnato per il gusto di disegnare, figurarsi per farne un dono. Decisi di fare un tentativo.

“Andreas ho deciso di fare un biglietto per i miei genitori. Voglio farlo tutto da sola. Mi piace un disegno che ho visto, solo non ho i materiali per poterlo fare…”

“La tua idea è davvero bella: proprio come questa meravigliosa immagine che hai scelto. Ti aiuterò io a trovare tutto ciò che ti occorrerà per realizzarla. Dimmi solo una cosa: di che colore vuoi la carta?”

“Celeste”.

Perché proprio quello? Non ne ho mai avuto la piú pallida idea.

Mi procurò tutto il necessario.

Impiegai vari giorni per realizzare il mio biglietto.

Il mio primo tentativo sbalordí persino me stessa: il risultato fu straordinario.

Fui davvero fiera dei miei sforzi e scoprii di essere portata per il disegno.

Terminata la parte grafica mi dedicai alla parte ortografica.

Che scrivere a quei totali sconosciuti che già amavo?

Volevo ringraziarli per aver deciso di prendere proprio me.

Volevo ringraziarli per aver realizzato un sogno che avevo deciso di ignorare per il terrore di non vederlo mai realizzarsi.

Volevo ringraziarli per aver deciso di diventare mio padre e mia madre…Altro che biglietto! Mi ci sarebbe voluto un libro! Come potevo esprimere a parole tutto questo nel migliore dei modi? Quali sarebbero state le parole giuste? Le migliori.

Entrai nel pallone. Decisi di chiedere aiuto a Dogna Marta e Andreas.

Avevo stabilito che nella mia vita avevo finalmente incontrato degli adulti che avevano meritato la mia fiducia. Sapevo che la loro collaborazione mi avrebbe portata esattamente là dove sarei voluta arrivare. Di fatto il risultato finale mi sembrò perfetto.