Infarto. Fulminante. Black out del sistema Clara.
Mi resi conto in quel momento che ero l’unica a non averlo saputo.
Capii finalmente il vero significato delle parole di Andreas e di Marta: le due donne avevano voluto farmi una sorpresa.
Una sorpresa appena rovinata da mio fratello.
Sentii il bisogno di sedermi.
Guardai i miei bei abiti.
Compresi la ragione per la quale mi erano stati fatti indossare.
Agli occhi mi salirono calde lacrime di gratitudine per le mie due amiche. Mi asciugai con il dorso della mano. Mi avevano salutata sapendo che non mi avrebbero rivista.
Il giorno tanto atteso era finalmente arrivato…E io ero cosí tranquilla?
No.
Non ero affatto tranquilla.
Mi fissai i piedi e vidi sbalordita che mi tremavano. Anche per le mani era lo stesso.
Tremavo dalla contentezza e neanche me ne capacitavo.
“Dai, tira fuori le foto, così li rivediamo ancora una volta!”.
Dalla piccola tracolla in pizzo bianco che mi era stata data tirai fuori il mio tesoro.
Ora conoscevo ogni immagine nel più piccolo dei particolari. Se avessi chiuso gli occhi avrei potuto rivedere ognuna di esse senza tralasciare alcun dettaglio.
Nel prendere il mio tesoro scoprii sbalordita che nella mia borsetta era stato messo il biglietto che avevo preparato per i miei genitori. Inutile chiedersi chi era stato. Sorrisi di cuore. Avrei amato quelle due sante donne per tutta la vita.
“Guarda, l’ho preparato per loro, ti piace?Io lo trovo stupendo! Mi sono impegnata tanto a farlo!”
“È bellissimo”, ma nel dirlo lo guardó una seconda volta con l’espressione di chi pensa: “Perché non ci ho pensato anche io a fare qualcosa di speciale?”.
Scorremmo velocemente le foto della nostra futura casa e concentrammo la nostra attenzione sulla coppia che era immortalata sulle foto.
“Secondo me io somiglio a papà”, mio fratello esaminò me e poi l’uomo.
“Si, gli somigli. Io invece somiglio a mamma. Secondo me ci trovano dei genitori che possono sembrare davvero i nostri genitori; sennò come spieghi tutta questa somiglianza? Ai bambini neri danno genitori neri, ai bianchi genitori che gli somigliano”.
“Non lo so. Però può essere: i bambini neri sono dati in adozione a neri. Si, forse fanno così con tutti e ci danno genitori che possono sembrare per davvero i nostri”, risposi, dopo un’accurata riflessione.
Ci scambiavamo le nostre fantasie di bambini. Cercando già di rafforzare un legame reale con quei due estranei.
Per anni e anni li avevo sognati. Due figure costanti nei nostri sogni, finché ci avevamo creduto. Sconosciuti senza volto che già amavamo. Finalmente ero entrata in possesso di qualcosa che il passato non aveva potuto offrirmi: ora potevo attribuire un viso, un corpo, delle caratteristiche spefifiche e reali ai miei sogni.
Per la prima volta, dopo tanto tempo, lasciai evaporare tutti i miei timori, la mia rabbia; rimossi la lunga attesa che mi aveva quasi logorato l’anima.
Erano qui. Erano venuti a prendermi. Questo era l’importante.
Già ubriachi d’amore ci vedevamo somiglianti ai nostri genitori. Avevamo gli occhi di mamma e lo stesso colore di capelli di papà, mio fratello era bello come lei, e io ero più simile e papà. Avevamo la forma degli occhi di lui, ma il colore di lei. Ci dividemmo equamente le similitudini.
Ci eravamo convinti che eravamo nati per diventare i loro figli. Ecco perché si poteva giustificare tutta quella somiglianza.
Felici, i nostri occhi videro ciò che desideravano vedere. Ciò capitò per molti anni.
Immersi nella discussione circa la nostra vita futura, non ci accorgemmo dell’alta figura che si era avvicinata.
“Clara e Maurizio, venite con me per favore?”.
La frase ci colse impreparati. Aspettandoci di vedere la donna delle foto, con gli occhi di due cerbiatti smarriti puntammo due occhi curiosi verso la voce.
Il mondo sembrò andare a rallentatore. Il mio cuore fu in procinto di infarto. Il secondo durante quella mattinata. Mi si annebbiarono gli occhi per la dolce confusione che si impadronì di me. Impiegai un attimo più del dovuto a mettere a fuoco la figura che avevo innanzi.
Era Dogna Marta. Si, tutte le donne di questo periodo della mia vita sembravano aver questo nome. Omonima delle due suore che amavo tanto, nonché, direttrice dell’orfanotrofio dove viveva mio fratello. Era una figura quasi mitologica per noi bimbi. Corti capelli ondulati, viso acqua e sapone, di corporatura esile; vestiva sempre con gonne classiche a tubino ed eleganti camicie a maniche lunghe. Aveva un viso rassicurante, una voce dolce e un sorriso perennemente accennato. Radiava cortesia e professionalità da qualunque particolare della sua alta figura.
Io e mio fratello ci alzammo con le ginocchia molli dall’emozione.
L’ossigeno mi sembrò scarseggiare nella stanza e un poco mi iniziò a girare la testa.
Mi si bloccò la salivazione.
Un lungo sospiro mi porto una minuta e non sufficiente boccata di ossigeno.
Mi aggrappai alla mano di mio fratello come per trarre forza da quel contatto.
Capii immediatamente il perchè della precedente reazione di Javier; ora si che mi fu possibile immedesimarmi nella reazione che aveva avuto nel vedermi.
Cercai il suo viso per sorridergli, ma lui era troppo teso per star a pensare a me; guardava dinanzi a se come se non esistesse altro.
La donna ci fece ripercorrere il lungo corridoio per il quale provavo forte antipatia e ci fermò dinnanzi ad una porta che avevo sempre vista chiusa.
I battiti del mio cuore divennero quasi continui, indistinguibili l’uno dall’altro; il mio respiro si fece rapido e corto, come se stessi facendo una gara di atletica.
Dietro quella barriera di legno erano celati i nostri sogni. Sogni finalmente materializzati.
A pochi metri da me c’era ciò che avrebbe dato senso alla mia vita.
Per molto tempo avevo supposto che non avrei mai oltrepassato questa soglia, ed invece, eccomi qui, in attesa che si aprisse esclusivamente per me.
A poca distanza, finalmente, c’erano i miei genitori.
Dogna Marta, resa esperta dall’esperienza, interpretò all’istante il nostro stato d’animo e profetizzò nella sua testa quale sarebbe stata la nostra reazione.
Non avevamo bisogno di rassicurazione o di incoraggiamento. C’era solo una cosa da fare: con un sorriso aprì la porta e si fece da parte.
Ci movemmo istantaneamente come cani da caccia puntati sulla preda.
Con occhi ciechi dalla frenesia, fiutando l’odore disperato del nostro piú profondo bisogno corremmo verso di loro.
Ecco il nostro futuro: eccolo davanti a noi, con alle spalle un passato oramai senza alcun significato che poteva benissimo essere cancellato.
La nostra vita inizió in quest’attimo: durante questo scatto.
Il piú profondo e speciale tra i parti.
Con le fameliche braccia protese cercammo il nostro primo contatto con loro.
“Papà!”, “Mamma!”
Un urlo liberatorio che ci uscì incontrollato dalla gola.
Parole con una potenza quasi fisica, che rimasero a galleggiare nell’aria di una stanza troppo piccola per poterle contenere.
Parole che serbavamo da troppo tempo dentro di noi e che avevamo estremo bisogno di pronunciare. Le urlammo quasi con disperazione.
Ci rifugiammo tra quelle braccia estranee che già amavamo senza la minima titubanza.
Io da lei e Javier da lui.
Per la prima volta incontrammo il loro calore, il loro odore.
A occhi chiusi la strinsi a me. Piansi di gioia. Mi girai verso mio fratello. Era tutt’uno con l’omone che lo stringeva. Lui lo sollevò in aria come se fosse stato un bambolotto e poi se lo porto sul petto. Mio fratello gli gettò le braccia al collo ridendo rumorosamente.
Javier si girò verso di me e mi sorrise. Dall’alto guardò la donna e le tese le braccia.
Facemmo scambio. Ora lui fece volare me tra le sue braccia e io tirai fuori un urlo divertito, poi mi strinse forte a sé. Lo abbracciai come se fosse la cosa più sacra al mondo.
Vidi mio fratello in braccio a nostra madre e io pensai che era semplicemente giusto così.
Finalmente mi sentii libera si essere bambina. Una bambina finalmente completa.
“Molti si aspettano che i bambini siano timidi durante il loro primo incontro con i genitori adottivi. Come potete vedere si direbbe piuttosto il contrario! Solitamente gli orfani di quest’età accolgono i loro genitori non come estranei, bensì come una madre e un padre che tornano a casa dopo che un lungo impegno li ha tenuti lontani da casa per un po’…Sono così desiderosi e bisognosi di amore che per loro non esistono barriere o timidezza. Siete un sogno che hanno finalmente ottenuto”. Sorrise, nel finire di parlare Dogna Marta, accarezzandoci la testa; ammiró felice lo splendido spettacolo che eravamo noi quattro.
Questo era il momento piú bello del suo lavoro. Il suo cuore controllato ma sensibile non si sarebbe mai stancato di commuoversi.
Non ascoltai le parole della donna perché erano sembrate stranissime alle mie orecchie, non ne capii neanche una, talmente potente era lo tsunami di sentimenti e sensazioni che mi sconquassavano, ma non fu importante.
Ero troppo concentrata a percepire tra le mie piccole braccia la consistenza fisica del mio bisogno più grande.
Li avevo guardati per attimi brevi e timidi negli occhi. Preferivo ammirarli nella loro completezza, come se solo la loro figura mi desse la certezza che erano lí, come se gurdare il loro corpo fosse la dimostrazione che non stessi sognando, che finalmente era tutto vero, reale, concreto.
Mia madre si staccò da me per prendere qualcosa che aveva sul tavolo.
Mi porse la bambola più bella che avessi mai visto. Era una bambolotta castana vestita con abiti ottocenteschi. Sembrava un’altra me stessa. Era curata sotto ogni minimo particolare. Dal fiocchetto che le fermavano i capelli ai calzini con un bordo di pizzo bianco. Passai una mano tra i suoi capelli, sul suo abitino da giorno bianco e verde, accarezzai le piccole dita di solida plastica. La strinsi a me, grata di un regalo tanto meraviglioso e guardai la donna che mi si era chinata dinnanzi.
La guardai come si può ringraziare una persona che ti abbia donato il suo cuore. Un suo organo vitale. Mi affrettai a stringerla ancora mentre con altra mano reggevo il dono che mi aveva portato. Anche mio fratello aveva ricevuto un regalo per sé.
Dogna Marta catturò l’attenzione dei miei genitori, con i quali si immese in un dialogo del quale non seppi interpretare la benchè minima parola. Li fece accomodare di nuovo sulle sedie. Non fu un impedimento, perché cercai subito di arrampicarmi sulle ginocchia di mia madre. Vidi che anche mio fratello aveva fatto lo stesso con nostro padre.
Tra le miriadi di parole che sentii ogni tanto intercettavo i nostri nomi.
Mi stancai presto di cercar di seguire il discorso che non riuscivo a seguire e concentrai la mia attenzione sulla mia bambola. Non avevo mai posseduto nulla di tanto bello. Giocai per la prima volta con un giocattolo che era di mia esclusiva proprietà.
Quando sentii fremere le gambe sotto di me, vidi mio padre alzarsi e stringere la mano di Dogna Marta; capii che era giunto il momento di andare via.
L’adrenalina riprese a scorrere copiosa dentro di me, ero troppo curiosa di ciò che sarebbe accaduto quel giorno.
Diedi l’ultimo bacio alla direttrice dell’orfanotrofio e le voltai le spalle per uscire.
Ci accompagnò alla porta.
“Manderemo la nostra foto da appendere sulla parete del corridoio”.
La donna mi sorrise e mentre mi scopigliava di nuovo i capelli corti, tradusse la frase per la mia nuova famiglia.
Varcare il concello mano nella mano con mia madre fu meraviglioso.
Mi sentii finalmente piena. Come se fino ad allora avessi vissuto senza calore nel cuore. Finalmente, dopo tanta attesa non mi mancava nulla. Guardando qualunque altro bambino non mi sarei mai più sentita menomata.
Ero divenuta pari a chiunque altro.
Cercai gli occhi di mia madre e li trovai lucidi quanto i miei, ci sorridemmo e mi lasciai avvolgere la quell’inebriante fiume di sensazioni dolcissime che si erano impadronite di me.
Il mio stomaco reclamó furioso i suoi bisogni; mi fece capire che era giunta l’ora del pranzo.
Uscí fuori la prima complicazione. Ci accorgemmo che il nostro idilliaco incontro aveva un limite: la lingua.
Io e mio fratello parlavamo spagnolo come fino ad allora avevamo fatto con qualunquee altra persona.
Rimanemmo sbalorditi del fatto che i nostri genitori non ci capissero e che noi non capissimo loro. Come far capire che stavo morendo di fame a due persone che non condividevano la mia stessa lingua?
Loro e Dogna Marta si erano parlati solo in quella strana lingua, lei stessa aveva fatto da intermediaria tra noi e loro…Come avremmo fatto senza la sua presenza?
Quando l’adozione è internazionale è come essere genitori da zero.
Quando non si condivide la lingua è come se si dovesse insegnare a parlare ad un bambino partendo da zero.
Seppi in seguito che i miei avevano seguito un corso di spagnolo prima di venire in Colombia, perciò un’infarinatura della lingua l’avevano.
La difficoltà si creó nel fatto che fu difficile calmare un entusiasmo che esprimevamo soprattutto verbamente. Parlavamo troppo freneticamente; non davamo il tempo di interpretare le nostre ultime parole che già li sommergevamo di altre.
Eravamo posseduti dalla felicità e dallo sconcerto che quasi mai ci capivano.
“Per favore, puoi parlare piú lentamente”, ci pregavano i nostri genitori.
Ascoltavamo la loro richiesta solo per pochi secondi.
La nostra lingua non voleva sentire di tranquillizzarsi. Avevamo troppe parole da far uscire dalla bocca. Un modo per far sfogare la meravigliosa pressione che ci pesava sul cuore.
Per fortuna intervenne un angelo custode in nostro soccorso.
Appena usciti dal cancello ci venne incontro un uomo con i baffi. Non ricordo il suo nome. La sua stazza e la pancia rotonda si. Probabilmente lesse difficoltà nel volto dei due adulti perché subito intervenne in loro aiuto.
“Famiglia Roselli, vero? Ehi ragazzi! Buon giorno!”.