Mi svegliai senza alcun entusiasmo.
Meravigliata vidi di essere la unica nella stanza.
Possibile non mi fossi accorta che tutte le altre erano già in piedi?
Mi alzai con una certa fretta.
Osservai dalla finestra che nel cortile non c’era nessuno.
La casa era immersa nel silenzio totale.
Dovevo aver dormito davvero tanto se tutte le mie compagne erano già a scuola.
Il mio stomaco mi incitò a scendere in cucina per fare colazione.
Le mie due amiche mi accolsero con gioia.
“Dimmi un po’, che vuoi per colazione? Oggi ti farò tutto quello che desideri!”
“Marta, non la viziare…”
“Andreas! Io non vizio nessuno!…Solo la mia bambina preferita! E poi sii buona: permettimi di farlo almeno per oggi; te ne prego! Consideralo un regalo nei miei confronti!”.
Si fissarono in silenzio. La ragazza inclinò la testa, si giró a guardarmi e alzò le spalle per dimostrare la propria resa.
“Però fai in modo di non rovinare nulla, con te le sorprese hanno vita breve: precaria!”, scoppiarono a ridere.
“Che sorpresa?”, chiesi con voce ancora piena di sonno.
Le due donne si immobilizzarono. Smisero di ridere. Per un attimo mi sembrarono smarrite. Quell’atteggiamento mi insospettì. Mi avvicanai a Marta perché sapevo fosse la più corruttibile. Il morbido donnone iniziò a sudare, guardava da per tutto, tranne nella mia direzione. Andreas la salvo.
“Va bene…Ci hai scoperte! La colpa è tutta mia!…Sono davvero una frana! Tanto vale dirtelo: oggi ti porteranno a trovere tuo fratello. C’è una novità, però, potrai stare tutto il giorno insieme a lui. Tutto il giorno e non solo poche ore!”
Il suo chiaccherare mi distrasse abbastanza da nascondermi il sospiro di sollievo che tirò sorella Marta.
“Davvero? Tutto il giorno!? Evvivaaaaa!…Che posso portare oggi a Javier?”
Le due donne mi sorrisero. Mi facero fare un’abbondante colazione, che fu più un pranzo. Le due mi girarono intorno come due infaticabili api. Appena terminavo qualcosa me ne servivano un’altra.
“Marta, basta ora, altrimenti non le entrerà il vestitino che le abbiamo preparato!”
Scoppiarono a ridere contente e mi portarono di nuovo in camera da letto.
Andreas si allontanò da noi per poi tornare con una grossa scatola in mano. La posò sul mio letto e l’aprì. Conteneva il vestitino più bello che io avessi mai visto. Celeste. Sembrava un abito da sposa. Lo ammirai a bocca aperta.
“Su, indossalo!”, mi disse Marta, dopo avermi richiuso la bocca con un dito fermo ma gentile.
“E’ per me? Davvero è per me?”
“Vogliamo che oggi tu sia bellissima! Devi essere la più bella di tutte! Vedrai che neanche tuo fratello non ti riconoscerà! Una sorpresa che ti abbiamo preparato per tirarti su il morale, sei felice?”.
Mi aiutarono ad indossare il vestitino. Mi pettianarono i capelli e mi posero in testa un cerchietto celeste con di lato un fiore bianco, calzini bianchi con orletto di ricamo e scarpette di vernice bianca. Sembravo a tutti gli effetti una piccola principessa. Non ero mai stata cosí elegante e ben vestita.
“Sarà cosí facile che si innamorino di te!”, mi disse una convinta Marta.
“Diamole un dolcetto da dare a Javier, ne sarà sicuramente contento. Te lo diamo, peró, solo ad un patto: ci devi dare il più lungo ed il più dolce degli abbracci che tu ci abbia mai dato!”.
Le parole di Andreas furono immediatamente soddisfatte. Mi sembrò, anzi, così poco in confronto al sostegno che mi affrirono da così lungo tempo.
“Vi faccio una promessa: vi darò ogni giorno un abbraccio come quello che vi ho appena fatto!”, esclamai.
“Promesso?”, domandarono in coro,
“Assolutamente si!”
“Dai che ti porto alla macchina che ti porterà da tuo fratello. Saluta Marta e andiamo”.
Sedetti in macchina decisa ad abbandonarmi alle mie fantasie.
Furono tutti pensieri belli: principi, principesse unicorni e draghi.
Ero di buon umore. Mi sentivo bella dentro il mio elegante vestito da festa.
Sorrisi felice nel sentire il contatto fisico di ciò che stringevo tra le mani. Era il dono che avrei dato a mio fratello. Fu dolce il contatto col la latta che conteneva il concentrato di latte che Javier adorava. Mi faceva sentire viva. Sveglia. Non in un sogno. E si, era reale: indossavo per per davvero un abito da reginetta, si, stavo andando a passare una giornata intera con mio fratello. Non sarei passata inosservata. Tutti mi avrebbero ammirata. Javier sarebbe stato molto contento di ricevere il mio dono gastronomico.
Sorrisi tranquilla. Niente sospiri. Non mi occorrevano.
Mi abbandonai di nuovo alle creature che presero vita dalla mia mente. Erano il mio inconsistente rifugio. Mi distraevano da un’attesa logorante che aveva finito per far spegnere la luce dei miei sorrisi. La mia televisione personale. Mi avrebbe confortata, distratta e sostenuta anche in futuro.
Non mi accorsi nemmeno di quando la macchina su cui viaggiavo giunse a destinazione. Solo un sollecito da parte di qualcuno mi riportò alla realtà.
Conoscevo molto bene l’edificio nel quale entrai. Trovavo bello l’orfanotrofio dove si trovava mio fratello.
Era la struttura più insolita che avessi mai visto. La parte dove vivevano i compagni di mio fratello era un concerto di colori e giochi. Uno spettacolo per gli occhi di qualunque. Ogni particolare dell’arredo era a misura di bambino. Vere e proprie stanze in miniatura. Colori forti e vivaci decorazioni scargianti caratterizzavano gli ambienti quotidiani dove vivevano tutti i bambini.
Come ti lasciavi alle spalle quegli spazi, ti sembrava di essere entrata in una dimore diversa, opposta alla prima: nel nuovo ambiente tutto era dolce e morbido, colori pastello, mobili dal caldo legno, leggere tende di seta, la luce stessa, sia quella naturale che filtrava dalle finestre, che quella artificiale, appariva piú morbida, non illuminava, accarezzava….Sembrava quasi di entrare in un ambiente da favola, in perfetti set cinematografici. Tutto stimolava alla tenerezza, al relax. Erano spazi destinati agli adulti, non ai piccoli. Entrando, é giusto in questa morbidezza che fui accolta.
Il mio umore non si adattava affatto a tanta perfezione, era la sua perfetta antitesi. Erano sale che avevo imparato ad odiare. Ultimamente entrare in esse mi procurava un dolore quasi fisico.
Venni introdotta in un lungo corridoio. Le pareti non erano caratterizzate da alcuna tinta. Ad altezza d’uomo le pareti erano adornate da lastre di legno. All’interrompersi di quel caldo color miele facevano seguito foto di sorridenti famiglie appena composte. Migliaia e migliaia di volti felici ti sorridevano in totale beatitudine, ti accompagnavano senza tregua nel lungo corridoio.
La prima volta quelle immagini mi avevano colpito positivamente. Curiosa avevo esaminato quegli estranei che mi regalavano il loro sorriso. Non ne fui gelosa. Non ne avevo ragione: presto io sarei stata io stessa tra quegli scatti. Anche io avrei avuto la foto con i miei genitori. A quella felicità io avevo risponsto con la mia.
Peccato che fosse passato troppo tempo da quel giorno. Peccato avessi percorso troppe volte quello stesso corridoio inutilmente. Ora mi sembrava che quei volti si beffassero di me, che ridessero della mia lunga attesa.
A capo chino, invidiosa fino al midollo, avanzai lungo quella sala odiosa cercando di ignorare la felicità stampata ed immortalata da quelle immagini. Per qualche istante dimenticai del tutto di essere una bambina nel suo abito piú bello. Dimenticai di essere una principessa. Quei sorrisi mi umiliavano.
Quasi di corsa arrivai nella sala seguente. Immancabilmente, il passaggio da un ambiente all’altro, mi sconcertó.
Alla tenue illuminazione artificiale si sostituì un festosa cascata di luce proveniente da grosse porte finestre. Il silenzio abdicò improvvisamente in favore di un babele di voci di bambini intenti a giocare. Fu un sollievo abbandonare quel corridoio morto per entrare nei rumori della stanza viva.
Mio fratello disegnava, era chino su un piccolo tavolo. Lo osservai. Era vestito bene quanto me. Non aveva abiti della mia stessa eleganza. Non gli occorrevano. Era sua tenera bellezza ad abbellire qualunque indumento indossasse.
Mi avvicinai a lui senza che si accorgesse di me. Gli posai all’improvviso sul foglio colorato il barittolino che avevo tra le mani. Interdetto alzò gli occhi. Mi mise a fuoco e mi sorrise. Era diventato improvvisamente rosso. Gli occhi quasi in lacrime.
“Ah…Sei tu…Mi hai fatto venire un infarto!”
“E io che pensavo di essere bella almeno oggi…”
“Che hai detto?”, si mise una mano sul cuore e l’altra se la sventolò davanti al viso.
Finalmente vide il mio dono, “Wooau! Grazie!”. Lo aprì per berlo come se fosse ambrosia. Si prese tutto il tempo per gustare quella prelibatezza che adorava. Finì di mangiare e solo allora mi dedicò tutta la sua attenzione. Mi squadrò dalla testa ai piedi.
“Ti hanno fatta vestire davvero bene! Ti hanno detto la grande novità?”,
“Ma se mi hai appena detto che ti ho spaventato! O sono bella o sono brutta, deciditi!”
“Senti solo quello che ti pare, credevo fossero loro…e poi ti ho chiesto se hai sentito la novità!”
“Loro chi? Cosa dovevano dirmi? Nessuno mi ha parlato di novità”
“I nostri genitori adottivi sono qui. Sono appena arrivati”.