La nostra camera era fornita di cucinino. I primi tempi la sua funzione fu di semplice accessorio di arredo; quando fu chiaro che la nostra permanenza in albergo sarebbe stata lunga, i miei genitori decisero di iniziare a fare la spesa e cucinare. A preparare i pasti ci pensava mamma. Adoravo osservarla lavorare e quando possibile mi piaceva aiutarla in cucina.
Mi divertiva fare la spesa, mi aggiravo tra gli immensi scafali immaginando tutto quello che avrei messo nel mio personale carrello immaginario. Non esprimevamo pretese ne io ne tantomeno mio fratello. Mamma ci aveva chiarito che era lei a stabilire cosa fosse da comperare e cosa no. Le nostre richieste sarebbero state ignorate, ecco perchè sarebbe stato meglio tenercele per noi. Inutile dire che questa regola fu infranta più di qualche volta. I nostri occhietti mettevano in atto una questua alla quale era impossibile dire di no. Quasi sempre, comunque, vinceva la mamma.
Una sera tranquilla, dopo cena, eravamo tutti seduti a tavola. Ci godevamo beatamente la recipraca compagnia prima che io e mio fratello iniziassimo a fare la guerra con le imbottiture dei divani e a fare le capriole su di essi. Era la nostra attività preferita.
Tra una cuscinata e l’altra mi ricordai di un proposito che io e Javier ci eravamo riproposti la mattina passata.
“Ti ricordi che dobbiamo fare quella domanda?”
“É vero! Me lo hai ricordato Clara!”
“Ci pensi tu allora?”
“Ma perchè sempre a me tocca?”
“Perchè sei il più coraggioso”
Un sorriso ed ecco che l’ ho convinto.
Nell’hotel c’erano altri bambini che erano stati adottati da coppie italiane. Avevamo fatto amicizia con loro così come i miei genitori trovavano conforto nella compagnia di altri adulti che stavano affrontando la loro stessa esperienza. Noi bambini ci immergevamo nel gioco tra di noi mentre i neogenitori si scambiavano consigli, pratici teorici che fossero.
“Ho fatto una scoperta grandiosa! A casa in Italia mi aspetta un fratello maggiore, ho parlato con lui al telefono, non vede l’ora di incontrarmi!”, ci rivelò di prima mattina un nostro amico di giochi.
Io e mio fratello ci scambiammo uno sguardo d’intesa. Quella sera stessa avremmo dovuto chiedere chiarimenti. Possibile che a casa ci fosse un fratello o una sorella in nostra attesa? Sarebbe stata una notizia fenomenale.
Ecco cosa avevo ricordato a mio fratello. Lo guardai con rispetto mentre lo seguivo nel suo avvicinarsi al tavolo e mettersi seduto.
Eravamo tutti e quattro seduti attorno al tavolo rotondo del nostro appartamento.
Mio fratello si schiarì la voce:
“Io e Clara abbiamo una domanda da farvi”, un cenno affermativo del capo di mio padre gli diede il permesso di procedere.
“A casa abbiamo qualche fratello che ci aspetta?”.
Mai mi sarei aspettata la reazione che si rivelò davanti ai nostri occhi.
La stanza si riempì di un silenzio assoluto, pesante, di una gravità che faceva accaponare la pelle.
Entrambi i miei genitori scoppiarono in lacrime.
Silenziosamente mia madre lasciava uscire dai suoi occhi pesanti perle trasparenti. Con dignità, espresse il suo più terribile dolore.
Il pianto di mio padre fu più rumoroso, a scatti. Si portò le mani agli occhi, incapace di ricomporsi. Fissai atterrita la scena. Sentii che io mio corpo era diventato pesante come piombo. Nella stanza il silenzio lasciò il posto ad una sofferenza palpabile, ad un dolore che ti toglieva il respiro.
Mai, nemmeno per un attimo ci passó per la mente che avevamo fatto la domanda sbagliata.
Il nostro unico pensiero fu di consolarli.
Non ci fu bisogno di parole. Capimmo. Ciascuno di noi si alzò e andò ad abbracciare quei dei due adulti sofferenti che per noi erano divenuti la cosa più significativa della nostra vita.
Non ricordo chi strinsi a me. So solo che desiderai cancellare la sua sofferenza,. Con il mio tocco cercai di esprimere tutto il mio bisogno di esprimere e ricevere amore. Volevo fermare quelle lacrime, sciugarle e allontanare per un po’ un dolore che sarebbe stato un fantasma silenzioso ma sempre presente nella mia famiglia. Un fantasma che ignorammo, che non fu mai razionalizzato. Una mancanza che degeneró, che scavó crepe silenziose, profonde nel nostro legame. Fratture dapprima minute, ma troppo frequenti per non minare adulti animi fragili e fanciulleschi animi ostinati.
Quella notte venimmo a conoscenza di Marta. La figlia quindicenne che i nostri genitori avevano perso. Una ferita ancora terribilmente fresca. Una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.
Il mio cuore di bambina mi fece credere che i miei abbracci, e le carezze delle mie mani avessero placato parte della loro sofferenza. Una fragilità così manifesta me li fece amare ancora di più.
Mi convinsi che quella notte il nostro legame fosse diventato ancora più profondo.
Il mio cuore e i miei occhi di bambina non potevano comprendere la gravità del dolore dei miei genitori. Indubbiamente mi sconvolse sapere che avevano perso una figlia, ma a confondermi maggiormente furono le loro lacrime.
La Clara che ero a nove anni fu turbata più dal vederli soffrire che dalla causa del loro soffrire.
“Anche gli adulti piangono”, si, lo avevo visto nei film; ma era finzione.
Davanti a me versavano lacrime mia madre e mio padre. Persone reali. Le più importanti al mondo per me.
Il mio unico pensiero di allora è stato quello di farli smettere.
Non avevo idea di come confortare le persone che sarebbero state il mio rifugio per tutta la vita.
Il loro dolore mi spiazzava. Perché non sapevo come reagire ad esso. Li abbracciai. E’ stata una reazione istintiva.
Dentro il loro abbraccio mi sentivo confusa.
Solo la loro risposta al mio contatto mi fece capire che stavo facendo la cosa giusta. Sentire mia madre e mio padre che mi stringevano con sempre maggiore vigore mi tranquillizzò; ma ancora più determinate fu il fatto che quel contatto lentamente li portasse a calmarsi.
Per molti anni non ho pensato a questo episodio.
L’ho rivissuto scrivendolo.
Ad oggi quel giorno ha acquisito tutt’altra valenza.
Se per la Clara del passato quelle lacrime sono state confusione, per la Clara che sono oggi sono un incubo. Il dolore estremo.
Solo oggi che sono madre posso accostarmi al peso del loro dolore.
Solo oggi posso immaginare il peso di quelle lacrime.
In aggiunta a ciò, ma di conseguenza, nutro per i miei genitori un’ammirazione senza confini.
Accettare di prendersi cura di due bambini del tutto estranei e bisognosi quando si ha una sofferenza tale dentro di se è da persone straordinarie. Un gesto di estremo altruismo.
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