La mattina seguente, quando aprii gli occhi, capii che qualcosa era cambiato. Neppure io avrei potuto spiegare questa nuova sensazione. Era come se in qualche maniera mi fosse stato gettato un salvagente. Anche se in acque sconosciute e profonde, ora avevo qualcosa a sostenere il mio corpo stanco dell’attesa. Mi ero calamata.
Le altre dormivano ancora.
Euforica, mi vestii e scesi in cucina.
Lì trovai chi cercavo.
Il mio ritrovato sorriso fu la chiara espressione della mia felicità.
Le mie amiche capirono all’istante di aver guarito un cuore in tempesta.
Non avevo mai parlato del mio dolore, della mia attesa esasperante, del mio sentirmi presa in giro; eppure loro avevano compreso ciò che non avevo espresso.
Mi avevano ridato la fiducia, la certezza. La felicità.
“Grazie mille! Mi avete fatto il regalo più bello del mondo!”
“E tu lo hai appena fatto a noi. Il bel sorriso che ci hai rivolto questa mattina è lo spettacolo più bello che abbiamo mai visto. Ridi di più perché sei più bella quando sei felice!”.
Le abbracciai.
Peccato non aver incontrato prima queste due donne.
Il contatto con il loro corpo fu meraviglioso.
“Fai colazione insieme a noi?”
Inutile dire quale fu la risposta. Fu il banchetto più buono con il quale avessi mai iniziato la giornata. Il buon umore stimola l’appetito e il gusto per il mangiare. É stata la colazione più buona della mia vita. Le belle novità accentuarono il sapore squisito del primo pasto della mattinata.
Giorni. Giorni e giorni. Erano passati troppi giorni da quando avevo ricevuto le foto.
Il mio malumore era tornato. Ero così stanca di aspettarli.
Quelle immagini furono la mia salvezza.
Ogni qual volta mi sentivo giù, correvo in camera, prelevavo le foto da sotto il cuscino e le guardavo di nuovo tutte; dalla prima all’ultima. Questo rituale mi faceva sentire molto meglio. Era meravigliosamente rilassante; la prova che loro esistevano e che sarebbero venuti a prendermi. Prima o poi.
Un rituale che mi risollevava e mi toglieva in parte l’inquietudine che mi assillava.
Passarono altri giorni. Altra febbrile attesa.
Non avevo mai avuto il coraggio di fare domande. Mi fidavo.
Conoscevo i miei genitori, sapevo che esistevano, che mi volevano con loro…Questo mi tranquilizzava. A crearmi scompoglio era la domanda: “Perchè non arrivano?”.
Moltiplicate per mille l’attesa dei propri regali di compleanno, dell’arrivo del Natale e velatelo di inquietudine. Ecco che bambina ero in quei giorni.
Il passare sterile delle mie giornate, tuttavia, era logorante.
Sentii il bisogno una una prova ulteriore e concreta della mia adozione.
Dov’è erano mia madre e mio padre?
Perchè tanta attesa?
Misi da parte la mia timidezza; fu una bella battaglia interiore, mi forzai ad andare dalla direttrice dell’orfanotrofio. Quale male ci poteva essere nel fare qualche domanda? Non era forse un mio diritto?
Ero sempre stata al mio posto in silenziosa attesa, ora mi era difficile rimanere tacere.
Con il cuore impazzito nel petto, bussai sopra quella porta chiusa.
“Avanti”.
Rimasi ferma, immobile, senza fiato. Per un attimo totalmente persa. Coraggio. Agisci. Il momento decisivo era giunto, non dovevo farlo scappare per la mia stupida timidezza. Il problema era costituito dal fatto che fino ad allora non mi ero mai trovata nella condizione di fare richieste a chicchesia. Ne bambino, ne adulto. Basta, basta fare il coniglio! Agisci!
Aprii la porta.
Non pensai. Sputai fuori la mia richiesta:
“Quando arriveranno i miei genitori?”, chiesi a Dogna Marta con una certa preoccupazionenella mia voce tremolante.
La suora mi guardó stupita. Mi sorrise. Mi circondò del caldo sorriso rassicurante che una nonna ha verso un nipote teneramente confuso.
“Avvicinati Clara”.
Rimase seduta. I suoi occhi si trovarono all’altezza dei miei. Mi posò una mano sopra la testa e scese ad accarezzarmi le guance.
“Tesoro, non lo so. Di certo arriveranno; anche se non sappiamo esattamente quando. Tu non devi perdere la speranza. Ti prometto che se vengo a sapere qualcosa ti avviserò”.
Le sue parole mi furono di conforto? No.
Mi aveva semplicemente detto ció che già sapevo.
Nessuno sapeva niente.
Mogia mogia tornai in camera ad abbracciare il mio unico tesoro. Quelle foto che mi davano la falsa illusione di poterli abbracciare. Meglio del non avere nulla.
Passò altro tempo. E di loro ancora nessuna notizia.
“Clara, vieni con me! Sbrigati!”
Era Andreas. Mi portò vicina alla camera da pranzo.
Dentro di essa qualcuno stava parlando al telefono.
Era Dogna Marta, non la mia amica ma la sua omonima. La direttrice dell’orfanotrofio.
Parlava una lingua che non conoscevo. Non capivo nulla di quanto veniva detto. Suoni e suoni che non mi dicevano nulla. Guardai Andreas con aria interrogativa. Lei si mise un dito sopra la bocca per ordinarmi di stare zitta. Cosa mai significava quello che stava succedendo?
La chiamata terminò. La ragazza mi strascinò via di soppiatto prima che l’autorità più importante della casa scoprisse di essere stata spiata.
“Hai capito qualcosa?”,
“Nemmeno una parola. Perchè, dovevo?”,
“Italiano! Dogna Marta stava parlando con i tuoi genitori!”.
Mi si fermò il cuore in petto. “O mamma mia!”; Un esclamazione di stupore che avevo appreso dalle mie compagne. Erano i miei genitori quelli che stavano parlando al telefono!
“Quando vengono a prendermi? Stanno venendo qui!? Quando arrivano!?”,
“Non lo hanno detto. Non parlo molto bene l’italiano , però ho capito che hanno avuto qualche problema. È per questo che non sono potuti venire prima, come era stato programmato precedentemente. Ora andiamo in cucina e facciamo finta di essere impegnate a fare qualcosa. Ho come l’impressione che tra un po’ la madre verrà a cercarti. Su, corriamo! Dobbiamo fare in fretta!”.
Eravamo impegnate nel pelare patate quando sopraggiunse la donna che avevamo spiato.
“Clara ti va di accompagnarmi a fare qualche giretto?”.
Accolsi l’invito con gioia.
Era già successo che chiedesse la mia compagnia per andare in posti meravigliosi. Anche lei mi piaceva. Era una suora minuta ma con un cuore troppo grande per poter essere contenuto nel suo piccolo petto. Quella donna era una santa amata da chiunque la incontrasse. Da quando aveva capito quanto fossi triste, aveva preso a portarmi con lei nello svolgere alcuni suoi servizi. Avevo preso ad amare lei, i posti in cui mi portava, e lo svago che ció mi procurava.
“E’ un posto che già conosco?”, le chiesi con entusiasmo. Mi sorrise.
“Da quello che so, è il posto che preferisci tra tutti quelli in cui mi hai accompagnata”.
Saltai dalla contentezza. Avevo capito dove mi avrebbe condotta.
Era un albergo nel centro della città. Era immenso, talmente grande da apparire come una piccola cittadina. Un insieme di palazzine concentriche con un grosso giardino piatrellato al suo interno; al centro del quale si trovava una piccola cappella. Adoravo quell’albergo.
“Ti faccio una promessa: farò in modo che i tuoi genitori vengano a soggiornare proprio lí; in questo modo passerai i primi tempi con loro proprio nel posto di cui ti sei innamorata”
“Allora stanno per arrivare?”
“Dovrai pazientare ancora un poco”.
Ecco come una bella notizia veniva rovinata da un’altra.
Mi sentivo come un’anima in pena.
Una bambina che è costretta a rivivere in eterno la vigilia del natale: vivere lo scorrere delle ore con una frenesia sempre maggiore, sentir crescere in me la gioia e le aspettative dei doni, giungere quasi alla mezzanotte, chiudere per un secondo gli occhi e scoprire che la giornata é semplicemente ricomoinciata senza aver goduto di ció che desideravamo ardentemente. Un eterno tantalico tormento.
Di nuovo una frenesia, una tensione esplosiva che non avrebbero trovato mai sfogo. Prima o poi sarei diventata pazza.
Tutti non sapevano dirmi altro che essere paziente. Per quanto tempo ancora avrei dovuto esserlo? Perché nessuno capiva che mi stava diventando impossibile aspettare qualcosa che non sembrava giungere mai? Mi sentivo come una molla prossima alla rottura.
Non sarei resistita per molto. A me già sembrava di star impazzendo. Le giornate passate senza far niente erano state troppo per poterle tollerare. Sospirai. Che altro avrei potuto fare? Niente. Solo aspettare. Aspettare e aspettare.
Già: aspettare.
Presi la mano della donna e le feci da pagetto per il resto della giornata.
Per lo meno ebbi la possibilità di distrarmi per qualche ora.
Sebbene non sapessi quando sarebbero arrivati, decisi di fare un dono speciale ai miei genitori. Avevo giornate intere per pensare a qualcosa di bello.
Giravo per casa in cerca di ispirazione.
Un giorno trovai un’immagine che mi sembrò semplicemente perfetta: un orsetto seduto a cavalcioni su un secchio di fiori rovesciato a terra. Quel disegno mi piacque immediatamente. Sarei stata in grado di riprodurlo? Non ne avevo idea.
Non avevo mai disegnato in vita mia. Non avevo mai disegnato per il gusto di disegnare, figurarsi per farne un dono. Decisi di fare un tentativo.
“Andreas ho deciso di fare un biglietto per i miei genitori. Voglio farlo tutto da sola. Mi piace un disegno che ho visto, solo non ho i materiali per poterlo fare…”
“La tua idea è davvero bella: proprio come questa meravigliosa immagine che hai scelto. Ti aiuterò io a trovare tutto ciò che ti occorrerà per realizzarla. Dimmi solo una cosa: di che colore vuoi la carta?”
“Celeste”.
Perché proprio quello? Non ne ho mai avuto la piú pallida idea.
Mi procurò tutto il necessario.
Impiegai vari giorni per realizzare il mio biglietto.
Il mio primo tentativo sbalordí persino me stessa: il risultato fu straordinario.
Fui davvero fiera dei miei sforzi e scoprii di essere portata per il disegno.
Terminata la parte grafica mi dedicai alla parte ortografica.
Che scrivere a quei totali sconosciuti che già amavo?
Volevo ringraziarli per aver deciso di prendere proprio me.
Volevo ringraziarli per aver realizzato un sogno che avevo deciso di ignorare per il terrore di non vederlo mai realizzarsi.
Volevo ringraziarli per aver deciso di diventare mio padre e mia madre…Altro che biglietto! Mi ci sarebbe voluto un libro! Come potevo esprimere a parole tutto questo nel migliore dei modi? Quali sarebbero state le parole giuste? Le migliori.
Entrai nel pallone. Decisi di chiedere aiuto a Dogna Marta e Andreas.
Avevo stabilito che nella mia vita avevo finalmente incontrato degli adulti che avevano meritato la mia fiducia. Sapevo che la loro collaborazione mi avrebbe portata esattamente là dove sarei voluta arrivare. Di fatto il risultato finale mi sembrò perfetto.