8- Ted

Il risveglio la mattina del giorno dopo fu dolce.

Ciascuno con i muscoli indolenziti per la scomoda posizione avuta durante il sonno ma troppo entusiasti alla prospettiva delle prossime novità per pensarci.

Dopo colazione fummo preparati per un lungo viaggio.

Giunsero due grosse fuoristrada. Le guardammo come un uomo può guardare un alieno, dal momento che quella era la prima volta che vedevamo da vicino macchine grandi come quelle.

“Due? Perché due?”, si chiese Ted in un sussurro.

“Salite. Clara e Maurizio sulla jeep davanti con me. Carlos su quella dietro”, stabilì la voce femminile della donna che scese da uno dei veicoli.

Mi disorientò sapere che ci avrebbero fatti viaggiare lontani l’uno dall’altro.

“Perché Ted deve viaggiare solo? Così si annoia e diventa triste”, dissi alla donna.

“Piccola, puoi stare tranqulla che tuo fratello non viaggerà solo. Lui è grande, perciò viaggerà con due adulti. Carlos è un uomo ormai”, ribatte lei,

“É grande perché è il maggiore tra noi ma è ancora piccolo. Ted non è una persona grande come voi. Senza di noi si sentirà solo”.

Javier annuì sicuro con la testa per dare maggiore enfasi alle sue parole, anche lui convinto, come me, che le sue qualità oratorie e il suoi occhioni grandi ed espressivi fossero irresistibili.

Dopo un lungo sospiro lei si abbassò alla nostra altezza e disse:

“Carlos non sarà solo, quindi non si annoierà. Possiamo fare così: a metà del viaggio faremo una sosta. Potrete aprofittare di quel momento per stare ancora un po’ insieme e salutarlo come meglio credete..”.

“Stai parlando un po’ troppo”, la interruppe improvvisamente un uomo,

“Fatti uscire dalla bocca qualche parola di più rispetto al dovuto e il viaggio diventerà un incubo. Già sarà lungo, figurati se inizieranno a lagnarsi prima che la traversata abbia inizio. Meglio non sappiano. Su, muoviamoci e lasciamo perdere questo fare cerimonioso. I bambini dovranno ubbidirci senza troppe storie. Ora partiamo”.

“Si capo”, ribattè la donna con un lungo sospiro.

Il fare netto e autaritario dell’uomo spense il brio delle nostre pretese. Mi zittii e mi nascosi dietro a Javier.

Non diedi alcun peso alle parole dello sconosciuto talmente mi aveva spaventata la sua aria severa. Solo Ted le notò e gli diede peso. Soffermò gli occhi sull’uomo. Per un attimo si fissarono. In quell’attimo ciascuno fù consapevole che l’altro avesse capito tutto. Poi, con noncuranza, l’adulto si accostò a mio fratello. Si girò e gli diede le spalle.

“In macchina. Tutti.”, ordinò a voce alta. Scattammo ai suoi ordini. Solo Ted restò immobile.

“Ora basta con le tragedie greche. Non vorremo mica far soffrire i fratellini, vero Carlos?…Meglio che non sappiano…Soffrirebbero così tanto…”, sussurrò sottovoce l’uomo in direzione di Ted.

Rigido, mio fratello annuì. Gli sembrò che nelle vene gli scorresse, non sangue, ma giacchio. Il gelo gli invase il corpo. Tutte le sue speranze morirono in quel momento. Con la stessa velocità con cui il mare insensibile mangia le dolci scritte che gli inammorati sprovveduti scrivono sul bagnasciuga, così Ted comprese che la sua vita non era affatto migliorata.

Disilluso, come uno zombie, salì in macchina senza rivolgerci il minimo sguardo.

Il viaggio iniziò.

Più chilometri le macchine percorrevano più io mi sentivo inquieta.

In principio fui affascinata, e perciò distratta, dalla velocità del veicolo. Fui sbalordita dal variare dei paesaggi che vedevo attraverso il finestrino. Un meraviglioso susseguirsi di boschi e pianure di un rigoglioso verde smeraldo. Le strade tortuose, il loro inclinarsi a ridosso delle montane, il rombante suono delle acque delle immense cascate che incontrammo lungo il cammino. La bellezza delle preziose case coloniali, la maestosità dei primi palazzi moderni. Osservai ammirata realtà che non avevo vista prima.

Poi iniziai a pensare al mio fratello.

Perché prima del viaggio Ted non ci aveva salutati? Perché non aveva insistito affinchè viaggiassimo al suo fianco? Lui era il coraggioso; perchè non aveva puntato i piedi? Ne ero rimasta offesa. Mi voltai. Fissai il veicolo su cui viaggiava tutto solo. Non staccai più gli occhi dal parabrezza della macchina che ci seguiva benchè non riuscissi a vederlo.

Se fossi stata a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco mi sarei fatta strappare il cuore pur di fare quel viaggio insieme a lui. Avrei voluto condividere ogni istante di quei momenti con lui. Tutti, fino all’ultimo; fino a quando fosse stato possibile.

Se io ero ignara, Ted sapeva.

Già allora lui conosceva il nostro amaro destino. Soffrì in silenzio, interiorizzando un dolore profondisimo. Si fece forza per amor nostro.

Avrebbe voluto urlare di rabbia, eppure tacque. Si sforzò di farlo. Avrebbe voluto scappare, lì, subito; eppure rimase immobile. Per il bene, non suo, ma nostro. Il tempo avrebbe portato con sé il momento giusto per farlo. Il mio campione preferì concentrarsi nella memoria il nostro viso. Pensò al nostro carattere, ai mille pregi e difetti, a ciò che amavamo e odiavamo, alle nostre abitudini. Si dannò a memorizzare questi particolari perché consapevole che avrebbe finito per dimenticare i nostri volti. Conscio che l’amore che ci legava non sarebbe mai stato dimenticato.

Si maledì di non essere abbastanza grande da poter prendersi cura di noi. Ne carne ne pesce. Ecco cos’era. Né bambino né adulto. Non avrebbe condiviso il nostro destino. Questo gli era stato detto e imposto. Era servito a questo l’averci allontanati da nostro padre? Meglio la fame, le botte, la miseria, purchè ci avessero fatti rimanere insieme. Lui non fù d’accordo con le decisioni che erano state prese per noi. Soprattutto per lui. Non volle un destino stabilito da altri. Non lo avrebbe permesso. Avrebbe scelto da sé il suo fato. Poi ci avrebbe cercati. Promise che avrebbe fatto di tutto pur di riaverci. Eravamo tutto per lui.

Ted, né bambino né adulto, ma che per noi era più di un padre. Ci aveva protetto e vegliato per quando era stato possibile senza il minimo tentennamento. Ed ecco arrivare dei totali estranei a separarci, a legiferare sul nostro destino. Maledetti adulti; quelli che avevano deciso per noi, giudici incapaci di vite umane. Vite distrutte per scelte leggere e sbagliate.

A testa china, braccia conserte, Ted si alienò del tutto dai suoi compagni di viaggio. A mascelle serrate si fissò sui suoi piedi e nonstante i gli sforzi non potè fare a meno di piangere. In silenzio, per non farsi udire dagli altri. Si maledì per quelle lacrime e con tutta la sua forza d’animo si impose di ricacciarle indietro. Si asciugò con il dorso di una mano, deciso a concentrarsi su qualcos’altro. Trovò immediatamente la risposta. L’odio. Si sarebbe concentrato sull’odio che provava per tutti gli adulti che aveva incontrato nella sua giovane vita. Scoprì che così era più facile controllare le lacrime e ricacciare indietro la sua disperazione.

“Piccolo uomo”, lo richiamò il meno disgraziato dei due assistenti sociali, “Tra un po’ ci fermeremo. Sii forte, salutali ma ti prego: non rendere le cose più difficili. Lo avrai capito da solo: tu sei troppo grande per avere la speranza di essere adottato insieme a loro. Separandovi diamo più chanse a Javier e Clara di una nuova vita. Loro due cresceranno insieme in una nuova e buona famiglia. Se riusciamo, anche per te sarà lo stesso…Solo come figlio unico…Ho capito che sei un ragazzo forte. Salutali con la consapevolezza che è l’ultima volta che li vedi”.

Il suo collega, mentre guidava, si limitò a guardarlo dallo specchietto retrovisore e destinagli uno sguardo gelido.

Mio fratello acconsentì con la testa. Avrebbe fatto il bravo. Per ora, poi, al momento giusto, avrebbe fatto la sua mossa e ci avrebbe ricercati. Non importava quanti anni sarebbero stati necessari: noi saremo tornati insieme. Noi tre saremo stati la nostra famiglia. Questo pensava il mio fratellone mentre le macchine cominciavano a decellerare.

Ci fermammo in una piazzola di sosta. Nemmeno eravamo fermi che io e Javier saltammo fuori dal veicolo per venire incontro a nostro fratello.

“Ted, eccomi Ted!”, urlai.

Solo io lo chiamavo con quel nomignolo. Ancora oggi non so da che derivasse.

Lui fece fatica a restare padrone di se stesso. Fece per scendere.

“Aspetta”, gli disse il boss bloccandolo, “Tu non mi piaci. Smonti dopo di me e stai al mio fianco. Non una mossa azzardata”.

Ted, con il cuore infranto, fece come gli era stato imposto, nonostante il mio viso fosse una forte tentazione, uno stimolo forte alla disubbidienza. Stette fermo, si limitò a sorridermi.

Fu il sorriso più brutto della sua vita.

Fui allarmata da quello che mi parve un ghigno. Ero carica di nervosismo. Quella visione mi cece scoppiare. Mai mi era capitato di vedere il viso di mio fratello così tirato. Che era successo?

Neanche le botte più violente che aveva ricevuto avevano avuto un effetto cosí distruttivo su di lui. Mi sembrò che avesse pianto.

Disorientata feci un passo indietro e presi la mano di Javier come per trarre coraggio da quel contatto.

Le lacrime che mi esplosero fuori dagli occhi furono così copiose da non riuscire a mettere a fuoco il viso del mio amato fratello. Ciò mi disorientò maggiormente.

Ebbi la netta sensazione che ci fosse una lastra di giaccio a separarci; una parete molto più spessa della distanza fisica che ci separava e delle lamine della jeep; una parete il cui gravoso e gelido peso irreale mi straziò l’anima.

Persi il controllo. Ted non potè resistere un attimo di più. Noncurante dell’ordine imposto spalancò la portiera e si gettò su di me serrandomi con un abbraccio che stupì persino se stesso.

Piangemmo insieme, freneticamente. Entrambi stranamente consapevoli che quello sarebbe stato il nostro ultimo disperato contatto.

Javier assisteva pietrificato, incapace di capire cosa stesse succedendo.

“Mi dispiace tanto! Verrò a prenderti! Non ti preoccupare, io verrò a cercarti!”, mi singhiozzò.

Sentire queste parole non servì a calmarmi. Mi sembrò che qualcosa mi si spezzasse dentro. Mi aggrappai ancora di più a lui, decisa a non permettere a nessuno di separarci.

Neanche il tempo di pensarlo che ecco intervenire mani estranee. Con forza si impegnarono a districare il nodo che avevamo composto con le braccia.

Quell’intrusione fu una violenza per me. Mi dimenai per evitare quell’odiato tocco che non conoscevo.

Incapace di resistere a quella forza adulta, per quanto mi dibbattessi, fui costretta ad allontanarmi da Ted. Urlai con tutta la disperazione che poteva uscire dal corpo della piccola Clara che allora ero.

Tesi ancora una volta disperatamente le braccia verso Ted: l’ultima e vana richiesta che mi fosse ridato indietro.

Come un sacco di patate fui riportata in macchina.

Quel dolore di un lontano passato vive ancora in me. Ero troppo piccola per poter accettare quella sofferenza. Non un dolore fisico ma dell’anima. Pensai mi avessero tolto l’aria. Fu come se mi avessero scorticata viva e fossi rimasta con tutti i nervi del corpo scoperti. Soffrivo come mai mi era capitato. Del tutto incapace di manifestare un dolore indescrivibile.

Esausta, esaurita, smisi di piangere. Avevo la testa dolorante, gli occhi arrossati e gonfi, la gola in fiamme. Trovai rifugio tra le braccia di Javier, che mi fece poggiare la testa sulle sue ginocchia. Mi pose le piccole mani sulla testa e cercò di confortarmi con soffici carezze. Anche lui era distrutto. Riprese il suo silenzioso pianto; un fiume lacrime pesanti come piombo che durava già da tempo.

Un pensiero su “8- Ted

  1. Bambini di difficile adottabilità.
    La sua percentuale cresce con l’età del bambino e con il numero di fratelli e sorelle.
    Ted portava la nostra percentuale di “inadottabilità” alle stelle.
    Tre fratelli. Tre bambini.
    Quanto anni poteva avere il mio Ted? otto? nove? dieci anni?
    Per il sistema lui era troppo “vecchio”.
    Vale come nei canili: vanno via facile i cuccioli. Quelli cresciutelli sono meno desiderabili. prenderne tre, poi…seeeeee!
    Ecco perché noi siamo stati divisi. Per il nostro bene. Per il nostro futuro.
    Il maggiore era sacrificabile per dare una possibilità ai più piccoli.
    Il buffo in tutta questa fanghiglia!?
    Che questa forzata divisione non offriva certezze.
    Io e mio fratello Javier rimanevamo comunque due fratelli di difficile adattabilità.
    Due bambini di “mezz’età”. Un: “…mmmm…ma, si…proviamoci…”.
    Tanto il dolore si supera.
    Vi sembra che io l’abbia superato?
    Non si supera niente.
    Si impara a convivere con il dolore.
    Si impara quasi a prenderlo tra le mani.
    Una palla immateriale che a contatto con la pelle prende vita e ti riporta indietro nel tempo e ti fa rivivere quel giorno. Quel dolore. Sempre con la stessa intensità.
    Devi per forza crearti un’armatura contro di esso.
    Il mio meccanismo di difesa si trova in Ted stesso. La sua figura di eroe della mia infanzia.
    E’ questo che mi permette di prendere tra le mani la mia palla.
    Questa mia palla.

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