3- la bambola

Il vecchio tentò di tenermi a casa minacciando che mi avrebbe picchiata se mi fossi azzardata ad uscire di casa da sola.

“Resta a casa o diventerai come tua madre!”,mi urlava prima di andarsene al lavoro.

Cosa era mia madre? Non ricordavo nemmeno il suo viso.

Era vietato pronunciare il suo nome, fare il minimo cenno alla sua persona. Non sapevo nemmeno come si chiamasse.

“Cosa è mia madre?”, gli chiesi un giorno,

“Tua madre é una puttana”,

“Che cos’é una puttana?”,

“Una che va al letto con tutti”.

Queste sue parole cementarono uno dei pochi chiari ricordi della donna che mi aveva messa al mondo: lei che faceva sesso con un uomo che non era mio padre del tutto indifferente al fatto che io mi trovassi nella stessa stanza. Molto vicina a loro. L’unico suo gesto nei miei confronti fu l’atto di girarmi la testa dall’altra parte affinché fosssero celati ai miei occhi. I loro rumori mi incuriosivano troppo perché io me ne stessi buona a guardare da un altra parte.

Questo fu il ricordo che mi convinse del fatto che mia madre fosse realmente una puttana. Era il suo amante? Un cliente? Ero troppo piccola per pormi la questione. I bambini vivono di semplicità: papà diceva che era una puttana perciò era una puttana. Era stato un sogno o un fatto realmente accaduto?…Non posso saperlo…

Avevo un’altro ricordo di mia madre. Una donna una volta era venuta a casa nostra pretendendo di portarmi via con sè. Io neppure sapevo fosse la mia mamma. Mio padre le diede un’inusuale risposta: prese un bastone e iniziò a perquoterla con quello.

La donna, però, in quell’occasione, rispose con altrettanta determinazioneve e non si sottomise: a sua volta prese un bastone e iniziò a difendersi e contrattaccare. Non si erano accorti che dal legno che brandivano spuntavano dei chiodi.

Si fermarono e si allontanarono l’uno dall’altra solo perché entrabi avevano iniziato a sanguinare.

Quella fù l’ultima volta che mia madre venne a reclamarmi.

Dal canto suo mio padre le urlò che preferiva morire piuttosto che cedermi a lei.

“Perché la vuoi? Per farla diventare una puttana come te? Te lo puoi scordare! Se vuoi puoi prenderti il tuo bastardo. Mi faresti solo un grosso favore!”.

Non mi preoccupai di non aver capito lo scambio di parole, a chi si riferiva? Inutile cercare di capirlo, era consuetudine l’incomprensione delle loro ciclopiche battaglie verbali.

I semplici rimproveri verbali mai sarebbero bastati per fermare il piccolo terremoto che ero.

Aspettavo che mio padre uscisse, poi lo spiavo per essere certa che si fosse allontanato. Sparito all’orizzonte io scappavo via di casa.

Gironzolavo ovunque in totale solitudine, ignara di qualunque pericolo.

Fù durante quel vagabondare che feci nuove conoscenze.

Bambini che la mattina marinavano la scuola e giravano per la boscaglia per evitare di essere visti dai genitori. Bambini che il pomeriggio erano liberi di andare a spasso come e quanto me. Vedendomi sempre a spasso mi invitarono a giocare con loro. Mi cercavano soprattutto i maschi. Non ci trovai nulla di strano ero abituata a stare con i miei due fratelli.

Accettai felice i loro inviti. Trovai divertente la compagnia di questi nuovi amici. Conoscevano una miriade di modi divertenti per far passare il tempo.

Adoravo quelle giornate: giocare con gli amici, o divertirmi con i miei fratelli quando non lavoravano.

Non capivo per quale motivo Ted e Javier non cercassero la compagnia degli altri bambini del paese.

“Non ci piacciono perché sono gelosi di noi. Gli da fastidio che noi possiamo fare quello che vogliamo”.

Mi celò sempre la verità. Era arrivato alle mani più volte con gli altri bambini del paese perchè alla sua affermazione di titale libertà gli altri bambini gli avevano risposto: “Meglio avere meno libertà ma non le botte e la pancia vuota come te”.

Da allora non aveva mai cercato la loro compagnia. Javier lo appoggiava in pieno.

Una mattina come tante altre un amico mi chiese:

“Ma tu sai giocare a marito e moglie?” Scossi la testa.

Il bambino mi spiegò come funzionasse. Scoprii che era un gioco che già conoscevo.

“L’ho visto fare ai miei genitori quando mamma era ancora a casa. Giocavano sempre sul loro letto”, ribadii.

“E tu Clara ci hai mai giocato a marito e moglie?”

“No, non so come si fa”,

“Non è un gioco difficile: al contrario è molto picevole. Tu scegli il marito che più ti piace tra di noi e poi iniziamo. Ti mostriamo noi come si fa”.

L’ingenuità della mia tenera età mi fece pensare che fosse un passatempo come un altro e che non ci fosse niente di male nel farlo se era un gioco che facevano i nostri stessi genitori.

Per un po’ di tempo ebbi più di qualche marito tra i bambini de mio paese.

Senza la protezione dei miei fratelli fui in balia dei miei amici. Mi cercavano perché sapevano che potevano fare di me quanto volevano. Ero sola, lontana da qualsiasi occhio adulto o fraterno. Una bambolina in carne ed ossa tutta da sfruttare.

È stata la troppa precoce indipendenza e la mancanza delle giuste attenzioni genitoriali che mi portò a farmi usare in quel modo disgustoso. Troppo piccola e indifesa per proteggermi, mi ritrovai a essere diventata il giocattolino di quei miei terribili compagni di gioco. Non parlai mai con i miei fratelli di quanto avveniva durante le mie giornate perché quegli stessi amici non mi cercarono mai quando sapevano che fossi con Ted e Javier, ma ancora di più perché ero stata convinta che quello era un gioco da non fare con i propri fratelli, un gioco segreto di cui era meglio non parlare.

4 pensieri su “3- la bambola

  1. Nel leggere la mia storia vi prego di una cosa: non provate pena. E’ un sentimento che non ho mai apprezzato. Non gradisco provarlo per gli altri, figurarsi per me stessa. Voglio soltanto far riflettere. Svelare i miei segreti per far capire la mia storia. Farla capire profondamente e completamente.
    Non è facile. Svelare la propria corruzione, anche se involontaria.
    Mi sto spogliando davanti a voi. Davanti a tutti voi. A
    Ammirate il mio coraggio. Mi piace più questo; lasciate ad altro la pena. Io non la voglio.
    In seguito, tra un altro milione di parole, i fatti che avete letto oggi vi torneranno alla mente. In altre circostanze. Non anticipo nulla. Se non che la vostra comprensione della mia persona sarà molto profonda.
    Vi ho regalato poche pagine e vi sto già mostrando la prima difficoltà che deve affrontare un genitore adottivo: la lotta contro i fantasmi che il bambino si porta dentro.
    Un bambino di sette, otto anni ha un bagaglio di esperienze non indifferente.
    Il novanta per cento non sono mai ricordi positivi. Ecco i fantasmi di cui vi ho parlato.
    Io me li portavo dentro. Inespressi. Pesanti da morire sull’anima. N
    Nessuno mi ha aiutato a sbarazzarmene. Ecco che deve fare un genitore adottivo: combattere contro i fantasmi del proprio figlio. Lavoro lento, faticoso, del tutto inutile quando non c’è la competa fiducia uno dell’altro.
    Esistono bambini difficili. Non disposti alla lotta; e poi ci sono quelli come me, che con le giuste mosse si sarebbero aperti per essere liberi dai pesi del proprio passato.
    Mai cedere. Amare. Avvolgere di attenzioni genitoriali e rendere forti attraverso di esse per poi scavare insieme nella profondità del bambino. Tutti cediamo all’amore. Chi prima, chi dopo. In questo modo si abbatte qualunque muro e i fantasmi svaniranno.
    Per ogni bambino adottato dovete curarvi di due persone: il piccolo che avete davanti e quello che vive dentro di esso. E’ quello che sta dentro, quello che è celato, quello che si nasconde, il bambino difficile. E’ un bambino che vive nell’oscurità. Là si deve portare la luce. Là i genitori adottivi devono avere la forza di arrivare. Fatelo e crescerete un individuo sicuro di se stesso.

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  2. Avatar di sandra giralda sandra giralda

    io ho sempre voluto bene a te,per come sei per come ti ho conosciuta,il resto purtroppo sono tuoi ricordi che porterai sempre con te,ma tu sei la mia adorabile claretta.un bacio a tutta la tua bellissima famiglia,sandra

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  3. Avatar di Lamaddi Lamaddi

    Il tuo sorriso cela un’infanzia violata, la tua penna permette di conoscere i tuoi segreti e di addentrarsi in punta di piedi nel tuo passato. Continua a scriverlo, continua a parlare della tua vita da bambina e del mondo degli orfani e dell’adozione.

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