Indecisione

Qual è una parola che ti descrive?

Sono indecisa tra due.

La scelta è complessa, perché  la complessità è una caratteristica di ciascuno di noi.

Siamo fatti di mille strati di diversa profondità, tanto astratti quando reali.

Prima parola: sfumatura.

Nulla di troppo definito.

Mutevole. Pur rimanendo sempre se stessa.

Una tra tante possibilità.

Una sfumatura di colore: di per sé i colori sono miscele. Tanti pigmenti uniti, miscelati e formare un’unita più grande e diversa da ciò che ognuno di essi è. Mutevole quando colpita da luce o diversamente percepibile a seconda degli occhi che la osservano.

Seconda parola: libro.

Si può tenere tra le mani.

L’odore di un libro, un profumo che cambia col passare del tempo. Il suono dello sfogliare delle pagine. La loro leggerezza e concretezza tra le dita. Fanculo la tecnologia: il valore di un libro è inestimabile. Ha un peso, ma ciò che contiene non ha unità di misura.

Un libro è da scoprire, da leggere quando si ha voglia; più volte, perché  quando si rilegge una pagina si scopre sempre qualcosa di nuovo. Perché  c’è sempre qualcosa nascosto.  Le parole non si scelgono totalmente a caso e scoprire cosa si cela dietro ognuna di essere è sempre una nuova scoperta. Un pozzo di conoscenza.

Un libro è emozione. È gioia e pianto. È riflessione. È interpretazione. È una storia. È un film dentro la testa. L’autore è il regista che guida, il resto è nelle mente di chi legge.

Un libro è la possibilità di viaggiare lontano con la mente e arrivare ovunque.

Quale valore può avere un oggetto capace di farci volare?

..una volta..alcuni anni indietro..

In quali attività ti perdi?

Non ho più il privilegio di perdermi a lungo, purtroppo il mio tempo è centellinato. In passato, però, mi sono concessa e goduta questo beneficio.

Quello che mi fa accompagnata più a lungo: sin da bambina mi perdevo nelle mie fantasie; mi creavo veri e propri film in testa. Storie avvincenti che avevano come protagonisti le persone più significative del momento, comuni come personaggi famosi. Personaggi reali quanto di fantasia. Un continuo fantasticare che condizionava anche il mio mondo onirico: facevo dei sogni fantastici. Talmente fighi che mi entusiasmavano tanto da farmi svegliare di buon umore. Correvo a raccontarli a mio fratello che moriva di gelosia ed incredulità. Gelosia che poi è diventata vero e proprio interesse, perché si divertiva talmente tanto ad ascoltare dei miei sogni che è diventata un’abitudine.

La lettura ha lentamente sostituito al mio fantasticare. Ogni momento libero significava leggere.

L’estate era la mia stagione preferita perché potevo stare giorni interi a mangiare libri.

Nulla era più bello che perdermi tra le pagine di un libro ben scritto. Nulla mi piaceva di più.

Una pausa dalle parole stampate era il disegno. Con sottofondo la mia radio preferita, passavo ore e ore a tracciare linee. Erano per lo più in bianco e nero. Colorare non mi piaceva: mi stancava presto.

Solo durante la pandemia ho ripreso un mano la matita e ne è uscito un libro illustrato pensato per i miei bambini che mi piacerebbe far stampare. Sono curiosa di sapere come andrà a finire questo mio progetto.

Oggi guardo volentieri film, serie o documentari ma il tempo davanti alla televisione è diminuito di molto da quando ho ripreso a scrivere. Ritagli di tempo brevi, perchè le necessità della vita così  impongono.

Scrivere, si, sarebbe bello poter perdermi nella scrittura e non dover accontentarmi di minuti o di mezz’ora.

complimenti

Qual è il più bel complimento che hai ricevuto?

“anche tu sei un anima rara”

Un complimento a cui non mi sento di aggiungere nulla, talmente significa tanto. Dedicato a me da un’altra anima sensibile.

Poi c’è stato un complimento che mi ha molto stupita. Per come si è svolto e da chi mi è stato detto.

Stavo andando verso il centro di Berlino a festeggiare il compleanno di una cara amica. Era sera e stavo sul tram. Come al solito: cuffie, musica e cellulare in mano.

Poi quella strana e leggere sensazione di sentirmi osservata.

Alzare gli occhi e incontrarne altri a fissarmi.

Era una ragazza molto giovane, chiaramente non tedesca. Non ha distolto lo sguardo, al contrario ha continuato a guardarmi. Mi ha sorriso in maniera molto dolce, impossibile non ricambiare. È stato uno scambio di sorrisi leggeri molto tenero tra completi sconosciuti.

Si è alzata per scendere a poche fermate prima di me.

Prima di andare però ha attirato di nuovo la mia attenzione e si è avvicinata a me. Mi sono tolta le cuffie perché pensavo volesse un’informazione. Si è rivolta a me in inglese:

“Scusami se ti disturbo e non fraintendermi,  ma prima che le nostre strade si dividano per sempre devo dirtelo: poche volte ho visto un viso bello come il tuo, poi hai sorriso, e mi hai di nuovo stupita”.

Una donna nel fare le lodi ad un’altra non ha eguali.

Viaggio

Stai per fare un viaggio attraverso il paese. Aereo, treno, autobus, auto o bici?

Dipende tutto da quale paese.

Si solito per le vacanze estive o anche vacanze lampo, la mia famiglia sceglie sempre l’Italia. Il che significa viaggiare con l’aereo e poi, a seconda della metà, mezzi pubblici e  se abbiamo fortuna, passaggio in macchina.

Quest’anno il progetto è diverso: rimanere in Germania e darci la possibilità di spaziare vicino (ma anche lontano) casa. Vale a dire treno, auto e bici.

Per questa nostra idea l’aereo è stato  eliminato, non serve, e aggiungerei un’altra possibilità che adoro: muovermi a cavallo e non parlo solo di passeggiate tranquille, ma quelle a diverse velocità: trotto e galoppo, sentire il vento scontrarsi col viso, correre in mezzo al verde…

Poi c’è il viaggio che ho un mente da un po’ di anni, che vorrei fare ma che rimando sempre. La motivazione non mi è del tutto chiara; a volte dico che aspetto che i figli siano più grandi, a volte che vorrei farlo solo con mio marito e poi ho la sensazione che dovrebbe essere un viaggio da fare sola…Tanta confusione…Però sarebbe una meta verso la quale e nella quale mi servirei dell’aereo vista la sua vastità. Sto parlando della Colombia. Lì vive la moltitudine di parenti che ho da conoscere personalmente. Per i tragitti brevi o più o meno lunghi mi servirei delle moto dei miei fratelli, chiaramente guidare da loro.

ciò che sono e non sono

Quali strategie usi per far fronte alle emozioni negative?

Mi chiudo in me stessa. Ermeticamente.

L’umore nero tanto quanto le emozioni negative mi impongono la  necessità primaria di mettere più distanza possibile ed allontanarmi da tutto.

Mi chiudo nel mio silenzio e non parlo. Zero contatti verbali, zero contatti visivi, men che meno contatti fisici. Mi chiudo a qualsiasi tentativo di comunicazione. Intensionale o meno che sia.

Ignoro tutto e tutti. Come se diventassi trasparente.

È il mio modo di gridare silenziosamente che odio tutto e tutti. La mia forma di protesta.

Rappresenta l’esatta antitesi della mia personalità. Empatia, simpatia, vivacità, dolcezza, dialogo aperto, sparisce tutto per il suo opposto.

Che sia la mia personale strategia punitiva?

Cancello e tolgo la possibilità di condividere il bello che ho in me e che sono per rispondere con il nulla.

Chi mi conosce bene sa che rappresenta il mio raggiungere il limite, il confine invalicabile. 

Ho notato che spesso si cerca invano di evitare il mio isolamento. Il momento del: “mamma mia, credo di averla combinata grossa!”.

Noto con una certa soddisfazione che questa mia chiusura agita e turba chi mi circonda. Mi viene da pensare che la mia reazione sia dannatamente efficace. Vedo quanto odiano la mia reazione, perciò tentano di prevenirla pochi attimi prima che io imploda ma è semplicemente troppo tardi per me: non sono disposta a perdonare  ed è un tentativo che mi fa imbestialire: cercare il dialogo, il contatto quando è troppo tardi è solo stupido e non fa che aumentare il mio bisogno di fuga. I rimedi improvvisati, quelli che si applicano per evitare l’inevitabile, non li accetto. Soprattutto quando è quel qualcuno che ha provocato la mia trasformazione.

Solo quando sono lontana da qualunque cosa o persona riesco a trovare la pace persa.

A cosa penso in quei momenti?

A niente. Resetto il cervello. Blocco i pensieri e lascio vivere la frustrazione, rabbia, la delusione o ciò che sia. Non  fermo le mie sensazioni. So che sono come l’acqua quanto sta per raggiungere la temperatura critica: la lascio libera di “bollire in libertà”, perché lasciate esprimere le sue migliaia  di bolle, ritornerà la pace e la mia solita me.

Non ho idea di quanto a lungo possa durare questa fase, in quei momenti mi chiudo davvero rispetto a quanto ho intorno. Di certo, è sempre festa, quando torno ad essere ciò che sono sempre.

basta un po’ di logica?

Sei superstizioso?

Si. Sono superstiziosa.

È un retaggio che mi porto dentro quasi fosse DNA. Tramesso dalla lunga stirpe dei miei avi, da quello più antico intimorito dal susseguirsi di giorno e notte, terrorizzato che un giorno la luce potesse non arrivare più, a quello più recente, certo molto più consapevole del mondo ma  non meno povero di superstizione.

La superstizione è la storia dell’uomo, da essa sono nate religione e scienza: la necessità di comprendere il mondo e dare valore e significato alla realtà come a noi stessi.

La superstizione ci scorre nel sangue: le  paure ataviche e ancestrali ne sono chiara testimonianza: esempio banale: io stessa ho paura dell’oscurità, ancora di più se sono sola.

La paura è il lascito migliore mi abbiano donato i miei avi perché determina la sopravvivenza ed insieme ad essa le strategie per domarla.

La superstizione nobile, oserei chiamarla.

Netto opposto della superstizione povera.

La superstizione che mi infastidisce. Quella che non condivido.

Soprattutto odio le conseguenze che la superstizione povera porta alle vittime innocenti.

I porta sfortuna.

Non ditemi che non ne avete conosciuti. Io stessa me ne ricordo due o tre ed ho sempre provato una grande compassione per loro (non pena: odio la pena).

Basta un poco di logica per capire che dietro la superstizione povera c’è solo il  caso è tanta stupidità: la “sfortuna” in realtà spesso è solo un nostro errore.

Davvero interessante del tema superstizione è conoscere come ciascuna di esse sia nata: la loro storia. È un discorso lungo ed affascinante.

Una vita lunga

Scrivi una lettera a te stesso a 100 anni.

Come tutte le donne della tua famiglia di origine hai una vita lunga.

Riuscirai a raggiungere o anche superare nonna Maria?

Non è da tutti aver avuto la bisnonna più vecchia della Colombia: 114 anni (solo per pochi giorni non 115) sono un bel numero…Lo so che odi da sempre i numeri ma i traguardi importanti non meritano di essere celebrati?

Sei sempre stata ricca di sorprese. Dove saprai arrivare?

Sei sempre stata piccola: ora sei minuscola. Leggera come una bambina. Rugosa e saggia come una tartaruga. Piegata su te stessa, quasi sulla tua schiena si sorreggessero, invisibili, ma importanti, tutti gli anni che hai vissuto e stai vivendo.

Mai perso il tuo sorriso e mai smesso di raccontare le tue storie. Circondata dalla numerosa famiglia che ti sei creata.

Ti cercano tutti perché tutti vogliono le tue parole. Un libro vivente. Il personaggio vivente di un buon romanzo.

Colpi di scena non ti sono mai mancati.

Hai preso a mozzichi la vita e non sei stata mai avara con i sentimenti: hai odiato profondamente e amato con tutta te stessa, perché se il giusto sta nel mezzo, per le questioni di cuore no: è l’unica eccezione: non esiste via di mezzo quando si ama o si odia: o tutto o niente.

Se per te l’interrogatorio è continuo, ma mai un problema, tu non fai mai domande a chi ti sta di fronte. Sai che quando si è pronti a parlare la diga cede e le parole cadono come pioggia fitta. E quello il momento più bello, quello che sai arriverà e che aspetti, perché adori ascoltare e vivere quei momenti. Le confessioni libere le chiami.

Ti soddisfa vedere quando le persone si lasciano andare, vero?…So bene che la tua risposta alle mie parole sarà l’ennesimo sorriso.

Non ami dare consigli.

“Concediti il diritto di vivere a pieno”. È il tuo mantra. Di mura e già pieno il mondo. Averle dentro è solo chiudersi in una gabbia minuscola e limitare le proprie possibilità. Lo hai sempre detto perché per anni hai vissuto rinchiusa nel labirinto che tu stessa ti eri creata ma uscirne ti ha svelato quanti sia soddisfacente vivere a pieno.

A chi ti dice che ha paura di fare un grosso errore, sorridi con tenerezza: “Sarà il tuo errore: proprio perché tuo, saprai come risolverlo”.

Quanto ami le parole libertà e libero arbitrio?

Non sei mai stata illusa nel ritenerli un principio assoluto.

La società ci cresce dentro recinti ma l’intelligenza ha la facoltà di saperli aprire. Siamo tutti legati ad una corda più o meno lunga: saper sfruttare ogni nostra possibilità di movimento è un dovere.  Bisogna odiare questo limite?

Ennesimo tuo sorriso.

No, perché garantisce la libertà di tutti e solo pochi (purtroppo?) riescono a raggiungere i confini della sua lunghezza.

Non hai mai smesso di osservare il mondo, vero?

È una tua caratteristica: ti guardi sempre intorno. Ovunque tu sia, il primo da fare è far passare sotto attenta analisi il posto in cui ti trovi; solo dopo che i tuoi occhi hanno esaminato attentamente il tuo spazio ti concedi di lasciarti andare ai pensieri.

Pensi sempre in effetti. Hai sempre qualcosa da elaborare.

Dicono sempre che gli anziani si perdono nel loro passato.

Tu ridi anche di questo: “Perché limitarmi solo al passato quando ho così tanto nel presente?”.

Rido insieme a te questa volta.

Dopo così tanti anni insieme posso dire soltanto questo: è davvero un piacere averti conosciuta così profondamente Clara.

Non puoi o non vuoi

Qual è una domanda che odi che ti venga posta? Spiega.

Non credo di avere domande che odio.

Ogni domanda è una possibilità.

Amo il confronto con gli altri e credo di avere una buona apertura mentale: ciò amplia i miei spazi e non delimita le argomentazioni che posso affrontare.

A frenarmi è, piuttosto, la mia ignoranza: “so di non sapere” ha detto uno dei più grandi pensatori della storia; io mi accodo al suo pensiero.

Per imparare c’è sempre tempo: potrò farlo fino alla fine dei miei giorni. Per questo ogni domanda determina una possibilità di crescita: un nuovo imparare.

È stata una grande evoluzione la mia.

Sono partita da una quasi totale chiusura. Mi esprimevo solo attraverso penna e fogli bianchi che poi chiudevo in un cassetto e cercavo di tenere nascosti. Odiavo qualunque tipo di domanda mi venisse formulata.

Non ricordo chi e in quale contesto, solo che era un ragazzo; mi aveva chiesto il permesso di farmi una domanda, perché curioso di come avrei risposto:

“Come rispondi alla domanda cui non risponderesti mai?”.

Gli avevo dato il mio permesso per semplice educazione. Sapevo che il mio si sarebbe stato sterile. La domanda, però, mi aveva incuriosita. Solo per poco.

“Il tuo quesito è solo un paradosso a cui non risponderei mai”.

Non avevo alcuna intenzione di rispondere ad un pensiero tanto contorto perché per me era complicato rispondere al semplice: “Clara come stai?”.

Io non rispondevo ad alcuna domanda personale.

Ancora non avevo  imparato ad esprimere me stessa. La mia voce non aveva forza. Non sapevo parlare ed esprimere me stessa con gli altri era troppo complicato.

Poi c’è la persona che sono diventata oggi.

Senza domande che odio.

Non le classifico in ciò che amo o odio, quanto piuttosto in ciò che può essere facile o difficile: ci sono domande da risposta così facile che è  immediata, quelle che ti fanno pensare un pochino e poi ci sono le domande che ti fanno venire il mal di testa,  il batticuore, le farfalle nello stomaco, che bloccano il respiro. Le domande che ti fanno pensare per ore e ore: quelle a cui non puoi o non vuoi rispondere.

Clara Alicia

Qual è il tuo secondo nome? Ha un’accezione/significato speciale?

Clara Alicia Barrera Perez.

Dal 1993 diventato: Clara Alicia Roselli.

Non sento alcun  legame particolare. Sono  solo nomi.

Ho sempre associato, del tutto inconsciamente,  il mio primo nome ad una vecchia signora. Non mi è mai piaciuto. Arcaico.

Ho poi scoperto, di fatto, che così si chiamava la madre di mio padre. Significa che avevo sempre avuto ragione.

Altra storia per il mio secondo nome: l’ho sempre adorato.

Era inusuale incontrare una Alicia, quando di Clara mille. Lo consideravo un po’ speciale. Aveva solo un problema: in spagnolo la c si legge esse, di fatto: “Alisia”, diventava, quasi sempre: “Alicia”. Una storpiatura che non mi è mai piaciuta.

Dimenticavo: Alicia è il nome di mia nonna materna: quando una sensazione fa tutto!

Ho così adorato il mio secondo nome che, per un certo periodo di tempo, ho chiesto di essere chiamata proprio così. Avrei così potuto abbandonare un nome che non mi piaceva.

Esperimento fallito: purtroppo non mi giravo e non rispondevo mai al richiamo del mio secondo nome e tutti passavano in automatico a chiamarmi con il consueto e arcaico Clara.

Il pallino del mio secondo nome, però non è mai passato e quando ho scoperto che la mia prima figlia sarebbe stata femmina il nome era già deciso: “Alisia”. Con la esse per evitare problemi e perché quando, un domani, non ci sarò più, mia figlia continuerà a portarmi dentro il suo nome.

(Mi chiedo quanti, tra quelli che hanno letto il titolo, abbiano pronunciato correttamente il mio secondo nome).