Quali animali sono i migliori/peggiori animali domestici?
un animale non è mai sbagliato: non esistono, a parer mio, migliori o peggiori: solo le scelte sono sbagliate. Non giudico la scelta, non me la sento, ma l’animale che ha fatto la scelta, quello, mi sento più libera di giudicarlo.
Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?
vivo volentieri la mia vita, grazie: perché sono grata di essa e perché mi piace viverla. Ogni giorno mi porta qualcosa; sono curiosa e felice di quanto ho e posso avere.
A questo mondo quasi tutto merita una prima, seconda o anche terza osservazione.
Ancora di più un libro.
Un libro va quasi mangiato, digerito e assimilato. Qualunque lettura lascia dentro qualcosa. Può essere un pensiero passeggero o anche riflessioni lunghe e tormentate. Emozioni, sempre e comunque.
Ne ho uno, però, a cui sono molto affezionata, che mi regala ogni volta una moltitudine di emozioni diverse e che rileggo volentieri con molto piacere. Lo potrei facilmente definire il mio libro preferito.
“Il piccolo principe”.
Scelta facile? Scontata?
Sia come sia a mio parere ha qualcosa di veramente speciale. Molto effettivamente.
È un “libro piccolo”, classificato per bambini, quindi per “piccoli”…Eppure per me è semplicemente un grande libro. Una vera e propria opera d’arte. Mi toccano il cuore persino i disegni. Immagino quante volte Antoine de Saint-Exupèri abbia provato a disegnare ogni immagine prima di ritenersi soddisfatto. Disegnare per bambini è una bella impresa. Avete mai disegnato per dei bambini? Più sono piccoli più apprezzeranno le vostre creazioni: qualunque scarabocchio è impressionante per loro, perché vedono lo sforzo tra quelle linee: vedono solo ciò che vogliono vedere e non le linee stesse. Più crescono e più diventano critici ( per colpa nostra, di noi adulti, mi chiedo?) e avranno sempre da ridire su quello che ritengono davvero uno scabocchio. Ecco perché io mi immagino lo sforzo di Antoine; perché un disegno o viene subito ed è immediato o diventa un tormento perché sembra essere sempre sbagliato e mai giusto; ecco perché ogni linea colorata nel suo libro mi è cara: come un bambino piccolo io vedo il suo sforzo e come un adulto le difficoltá che può avere incontrato.
Amo ogni pagina di quel libro. Da anni. La piccola Clara che lo ha letto una prima volta, lo ha sottovalutato e letto con leggerezza perché ritenuto un libro da bambini e lo ha messo da parte. Una seconda e più profonda lettura (già da allora capivo l’importanza delle seconde, terze possibilità), qualche mese più avanti, me ne ha fatto innamorare ed è stata la prima volta che ho chiesto scusa ad un libro per non averlo capito.
Non so dire quante volte l’abbia letto, un’ infinitá e continuerò a farlo per tutta la vita, anzi, vi consiglio di leggerlo con i vostri occhi e mente da adulti. Vi farà riflettere perché è un libro multistrato e di una profondità incredibile: sono certa che vi regalerà qualcosa anche a voi.
Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?
La superficialità con cui le persone guardano gli altri spesso non ci permette di comprendere chi ci vive intorno.
Gli stereotipi, purtroppo, sono diventati il metro di misura nel giudicare gli altri.
Ciò che non comprendiamo diventa strano e non ci sforziamo di capire cosa si nasconde dietro gesti, parole o modi di fare. Ciò che reputiamo strano non merita il nostro tempo. Lo cataloghiamo semplicemente tra ciò da cui dobbiamo mantenere distanza. Abbiamo perso la curiosità verso gli altri.
Dare per scontato è un peccato.
Dietro ogni sguardo si nascondono storie straordinarie. Abbiamo l’abitudine a sottovalutare gli altri, soprattutto chi è diverso da noi. È più facile arrendersi e non comprendere culture, vite, esperienze.
Se solo ci dessimo la possibilità di ascoltare scopriremo storie degne di nota. Ho sempre amato gli anziani: hanno una vita intera da raccontare e quando incontro qualcuno disposto a parlare con me ascolto con gratitudine ogni parola. Ai miei figli dico sempre: “Fate domande. Interessatevi alle vite degli altri perché le persone sono i migliori libri di storia che incontrerete sul vostro cammino”.
Chissà quale storia incredibile si nasconde dietro la persona più vicina a voi. Non quella che conoscete, ma quel momentaneo estraneo che il caso ci fa incrociare durante l’arco della nostra giornata.
Quali aspetti secondo te rendono una persona unica?
Parto da una premessa, a mio avviso essenziale:
ciascuno di noi è unico ed irripetibile. Il semplice fatto che viviamo ci rende tali. Di ciascuno di noi non vi è che una copia. E solo una ci sarà. Peccato essere inconsapevoli di questa piccola grande verità. Di Clara nella storia ci sono state tante e milioni ci saranno in futuro, eppure, questa Clara, questa che scrive e tutto ciò che è, ogni sua caratteristica, sarà una e una sola: unica per la precisione. Esattamente come te, lo sei anche tu che leggi queste parole.
Il nostro primo respiro determina l’inizio di questa unicità e la nostra dipartita la sua fine. Non è poi tutto questo tempo per essere qualcosa senza precedenti, perciò concediamoci di vivere, amiamoci! Godere il nostro essere unici mi sembra quasi doveroso.
Ci sono, in aggiunta a quanto detto, ulteriori aspetti che, secondo me, rendono il nostro essere unici qualcosa di straordinario.
L’empatia: la meravigliosa capacità di saper “leggere” dentro gli altri. Interpretare , saper convivere, condividere il mondo emozionale di chi ti circonda. Un piccolo gesto ad accompagnare questa lettura comune ti trasforma in quel arco di volta che crea un collante speciale tra chi conosci e chi ti ama.
L’avere buone capacità di giudizio.
Il saper chiedere scusa: riconoscere i propri errori. Un passo essenziale per chi vuole garantirsi un sano, costante e progressivo sviluppo.
Non stancarsi di imparare: rimanere curiosi verso il mondo. Restare sempre come un bambino con i suoi perché davanti al mondo.
Riconoscere il proprio valore e quello degli altri: solo chi conosce il proprio valore ha una buona base per capire quello degli altri.
Avere le mani pulite ma non farsi problemi a sporcarle se la situazione lo richiede.
La capacità di mettersi in gioco e portare a termine la parola data facendo del nostro meglio. Sempre.
Mantenere le proprie promesse.
Vivere la vita a pieno.
Coltivare hobby e amicizie.
Conoscere il valore dei soldi: non sperperare e non essere taccagni.
Amare se stessi come amiamo gli altri e amare gli altri come amiamo noi stessi.
Fare delle nostre doti i nostri punti di forza ma avere la capacità di riuscire a fare piacere anche i nostri difetti.
Essere uno stimolatore per gli altri.
Essere un buon amico e confidente.
Saper ascoltare.
Esprimere con facilità sogni, speranze e sentimenti. Saper parlare.
Saper far ridere e ridere di sé stessi: saper prendersi in giro.
Ricavare l’ordine dal disordine.
Mettersi sempre in gioco.
Accettare le sfide: essere un buon lottare e amante della vita: in fondo si lotta per ciò che si ama.
Siamo qui perché abbiamo vinto la nostra gara più importante: siamo arrivati primi tra milioni e milioni di possibilità e abbiamo una ricchezza che esula da qualunque metro di misura: la nostra unicità.
Un motivo più che valido per amare la vita. La nostra vita.
Non so definire se sia un pregio o un difetto ma ho la risata facile.
Una bella risata o un sorriso per me sono come uno sbadiglio: devo necessariamente rispondere: quasi fosse un istinto naturale.
Mi fa ridere il sarcasmo, sia quello intelligente che quello più stupido, le situazioni comiche, le battute di spirito, le barzellette, tutte, anche quelle più banali.
Si è soliti pensare che i romani siano caratterizzati da una spirito comico innato, che tirino i fuori da ogni situazione un motivo per una bella risata: la famosa battuta per ogni situazione e sempre al momento giusto: confermo, è vero, ridere a Roma è molto facile. Andate ad un mercato rionale, uno qualunque, di quelli tipici di quartiere: i venditori vi faranno venire il mal di pancia dal ridere. I romani sono comici naturali, spontanei e geniali allo stesso momento e devo ammettere è uno spirito che qui a Berlino mi manca.
Quando avevi cinque anni, cosa volevi fare da grande?
Non era tra le domande che mi frullavano in testa. Non riuscivo ad immaginarmi da grande.
A cinque anni ero in orfanotrofio e sognavo di essere ovunque tranne che lì.
Unico mio quesito era quando sarebbero arrivati a prendermi i miei nuovi genitori, perché in quelli vecchi avevo perso ogni aspettativa. Sapevo che non c’erano più e che mai più ci sarebbero stati.
Cosa volevi fare da grande?
Un pensiero inutile per me: io a cinque anni volevo essere bambina: una bambina con una madre e un padre.
A cinque anni il mio unico pensiero e sogno era di essere adottata e di esso vivevo ogni giorno, da quando aprivo gli occhi a quando li chiudevo.
Ci sono circostanze che mi portano ad amare la pioggia, anche se tendenzialmente la considero fastidiosa. D’inverno semplicemente odiosa. Perché ha la capacità di farti penetrare il freddo sotto pelle, qualunque sia lo strato di abiti che indossi.
Adoro la pioggia estiva.
Una doccia rinfrescante a cielo aperto. Passeggiare sotto quell’acqua leggera; non curarsi del fatto di finir per essere zuppa, perché non fa niente: le temperature alte non permettono di patire freddo, nessun brivido, si può solo di gioire del suo essere fresca. Una pioggia che inizia all’improvviso, quando il cielo è carico di un grigio delicato e che lascia posto al sole altrettanto repentinamente. Un piovere che solitamente regala arcobaleni.
Adoro le tempeste notturne.
Addormentarmi quando fuori piove. Ancora meglio con fulmini e tuoni. Quando il vento furioso a schiaccia con violenza le gocce cariche contro i vetri. Fuori la tempesta ed io al caldo, al sicuro, sotto le coperte, ad occhi chiusi, godendo della potente musica della natura e uno spettacolo di luci psichedeliche che puoi godere anche ad occhi chiusi tanto sono potenti. La natura che manifesta tutta la sua potenza. Mi piace questo contrasto e cedere a Morfeo è piacere puro.
Chi è stato il tuo insegnante più influente? Perché?
Influente nel mio caso non è la parola giusta; preferisco dire che nel corso della mia carriera scolastica ho avuto insegnanti “stimolanti”.
La paura dei miei compagni verso i docenti era direttamente proporzionale alla mia voglia di confrontarmi con loro.
Determinante per questo mio approccio è stata la maestra Ottavia, maestra di matematica delle elementari e mio incubo per molti mesi. Sapere di dover a che fare con lei mi faceva venire il mal di pancia. Facevo fatica a guardarla in faccia. A volte non riuscivo neppure a rispondere alle sue domande talmente mi sentivo piccola ed incapace in sua presenza. La odiavo di fatto. Poi un giorno mi sono detta che la mia paura verso di lei era solo controproducente e limitante. Non mi aiutava: mi frenava. Non volevo essere controllata dal mio terrore verso di lei: sarei stata io stessa a controllarlo. Non avrei più accettato quei sentimenti verso un docente: non erano più che persone che facevano il loro lavoro. Ero stufa di somatizzare la mia paura nei suoi confronti. Lei si accorse subito del mio cambiamento. Ne fu felice, non me lo disse, se non molti anni dopo, quando non ero più sua allieva ed in classe spesso era un botta e risposta di battute sarcastiche tra di noi. Fu la prima maestra verso la quale provai profondo rispetto e vera simpatia. Fu la prima persona ad avvisarmi che nel futuro avrei avuto grandi difficoltà con mia madre. Al momento non capii quella strana previsione. La compresi a pieno solo molti anni dopo.
Finite le elementari ed iniziate le scuole medie, grazie alla maestra Moscerino, un insegnante che amava il suo lavoro, coltivai la mia passione per le materie letterarie ed il mondo classico greco romano. Il mio odio per la matematica e attitudini personali hanno determinato il mio passo successivo: il liceo classico.
Non mi sono goduta le superiori. Avrei potuto fare meglio e la caoticitá che mi portavo dentro, iniziata durante la seconda media e cresciuta progressivamente, aveva smorzato il mio interesse per lo studio. Furono anni sterili a livello di apprendimento, anni banali. Come banali furono i miei insegnanti. Fortuna furono gli anni in cui incontrai le amicizie con la A maiuscola.
Poi durante l’università ho incontrato docenti molto interessanti. Poi lei: la Morabito, a parer mio l’insegnante per eccellenza.
Le sue lezioni saziavano la mia sete, una sete che lei stessa aveva acceso. Adoravo in modo in cui insegnava. Aspettavo le sue lezioni, piena di interesse per la sua materia: psicologia generale.
Avete mai conosciuto qualcuno che vi attira come una calamita? Le cui parole sono tanto stimolanti da accendere continuamente un interesse che sembra non finire mai ed aspettare con impazienza l’incontro successivo, quello in cui incontrerai di nuovo la sua voce?
La Morabito era così. L’avrei scelta come relatrice di laurea se non avessi abbandonato gli studi. Perché era tanto speciale?
Era eclettica, enciclopedica. Ascoltare la sua voce era come leggere un libro superbamente scritto. Non si concentrava esclusivamente nella sua materia, inseriva la tematica di ciascuna sua lezione, ogni volta dannatamente interessante, nel suo contesto storico, letterario e artistico. Era talmente chiara e fluida che non seguirla o capirla era impossibile; le domande potevano essere solo di approfondimento. Ero innamorata di tutta la sua conoscenza.
Consideratemi pure noiosa ma non voglio alcun tatuaggio.
Rispetto chi li ha e la storia che si cela dietro ognuno di essi (quasi sempre c’è un motivazione nel tema e a volte persino nei colori).
Ammiro chi lo ha scelto come mestiere: alcuni sono pure e vere opere d’arte ma non li vedo sulla mia pelle. In questi casi mi dispiace pure il fatto che non durino per sempre: un tatuaggio muore con chi ho porta addosso.
Non mi frena il dolore. Fortuna ho un’alta resistenza ad esso ma la paura degli agi si. Non sopporto neanche vederli: ho sempre girato la testa quando ho avuto a che fare con loro. Gli agi personalmente li accetto solo se necessari: analisi, epidurale tre volte dovuta ad altrettanti parti cesarei, diabete gestazione e iniezioni di anticoagulante durante la seconda gravidanza (imparato a fare da sola e lo ammetto, all’inizio non è stato facile: nulla blocca come la paura, ma per un figlio, questo ed altro ancora). Si può dire che ne ho di esperienza. Li ho dovuti accettare ma di certo non vado a cercare intenzionalmente il contatto con un ago.