Quali strategie usi per aumentare il comfort nella tua vita quotidiana?
La musica.
Quella giusta ha uno straordinario potete: alleggerisce o amplifica il momento.
Quali strategie usi per aumentare il comfort nella tua vita quotidiana?
La musica.
Quella giusta ha uno straordinario potete: alleggerisce o amplifica il momento.
Di cosa più ti preoccupa per il futuro?
Ho sempre ritenuto stupido preoccuparsi per ciò che non si può controllare.
L’assenza di controllo su determinati eventi o sulle persone alleggerisce la quantità di quanto ha il potere di turbarmi: posso solo essere passiva rispetto a determinati eventi, perciò accetto e affronto qualunque possibilità solo nel momento in cui accade effettivamente; evitando inutili tormenti, soprattutto se auto inflitti dal mio stesso troppo pensare. Il mio futuro, perciò rientra tra quanto non può generare preoccupazione. Si, per mia scelta personale.
Si può dire che sono diventata pienamente stoica con la maturità e ancora di più con il passare degli anni.
Una volta mi intimoriva la morte e ancora di più il dolore che può precederla.
La vita è un continuo memento mori: si gode la vita in virtù della morte e così ho sempre creduto di fare.
Diventare madre mi ha cambiata: mi auguravo una vita lunga esclusivamente per il beneficio dei miei figli. La consapevolezza di quando abbiano ancora bisogno di me mi faceva aggrappare alla vita quasi in maniera disperata. Pregavo chiedendo tempo: quanto più possibile per lasciarli quando pronti.
A che età si è pronti alla vita?
A che età si è pronti a veder morire chi ti ha messo al mondo?
Esatto.
Mai.
All’inevitabilitá della morte non c’è soluzione..Quanto è il momento è il momento. Indifferente che siamo pronti o no.
E se dovessi davvero morire?
Domani. Tra una settimana… Chi può saperlo…
Nulla capita per puro caso ed io ho acquisito una nuova consapevolezza: il mio scrivere ha acquisito un altro significato: un’altra possibilità.
Scrivo per lasciare una mia impronta duratura nel tempo. Una strategia per vincere la mia determinabilitá: qualcosa che duri più del tempo a me concesso. Qualunque esso sia.
Ho capito di aver fornito e di fornire ai miei figli mille parti e versioni di me: a loro resterebbero i miei quaderni sparsi per l’appartamento. I mille fogli da me scritti.
Certo, dovrebbero impegnarsi in una caccia al tesoro per ritrovare me.
Ho sparso per casa milioni di sassolini fatti di miei scritti che possono mostrare loro la strada nel caso si perdessero. Ricordi duraturi di me. Una testimonianza di ciò che sono. Avrebbero ancora la loro mamma attraverso le parole da me scritte.
Parlo di tutto e di più. Qualunque tema possibile. Butto giù i miei pensieri sui temi più sparati, perché nel futuro potrebbero essere utili. Una mia personale strategia per vincere il mio tempo limitato.
Una volta mi spaventava il dolore fisico; poi ho capito che non si può morire due volte: il dolore nel morire, ahimè, è inevitabile, ma non andrà a ripetersi due volte. Il dolore ha un limite, esattamente come me. Ho semplicemente accettato la realtà.
Ciò che più mi preoccupa e mi spaventa è la grandezza della cattiveria umana rispetto all’essere piccoli di ciascuno di noi.
Per quanto determinate persone siano importanti per me, purtroppo ci riduciamo ad essere solo numeri. Numeri sacrificabili per il capriccio di chi governa il mondo o di chiunque altro pazzo incroci il nostro cammino. Violenza, omicidi, stermini…I mostri esistono e sono a nostra immagine e somiglianza…Come posso combattere tutto questo?…Non ho armi di difesa e sono troppo piccola rispetto a tutto questo…Certe battaglie sono perse in principio ed è questo a preoccuparmi. La vita in fondo è una straordinaria partita a scacchi ed io sono solo un pedone. Vivo rispettando la mia funzione e sperando che chi amo non incroci mostri lungo il suo cammino. Di più non è in mio potere.
Cosa significa per te “avere tutto”? È raggiungibile?
Qual’è la portata dei propri sogni e delle proprie aspirazioni?
Se quanto a fantasia non mi sono mai imposta dei limiti, al mio “avere tutto” ho sempre risposto con moderazione.
La chiave sono state le mie aspettative: le ho sempre limitate per evitare delusioni. Della serie: per favore vola basso. Si, lo ammetto, è sempre stata una scelta codarda la mia; ma per chi non si aspetta troppo le sorprese sanno avere un sapore doppio.
Volare basso è davvero così male?
Alla fine posso dire di aver volato: del tentativo perciò non mi sono privata…Paura? Istinto di sopravvivenza?…Sia lo che sia, più si vola in alto più la caduta fa male.
Io i piedi da terra li ho staccati ma con moderazione e ponderazione.
Si, ho limitato le possibilità della mia visuale ma il mondo da una relativa altezza l’ho osservato e a me sta bene così. In fondo dove non sono volati nè corpo, nè cuore, ha volato la mia testa, senza limite alcuno.
Tutto questo atteggiamento da tartaruga guardinga ha determinato la più facile realizzazione dei miei sogni: posso dire che aver raggiunto i miei traguardi più grandi e possiedo quanto ho sempre desiderato. Ho il mio tutto. Sono padrona di quanto desidero. Mi sono accontentata troppo?…Le tartarughe sono in fondo tra gli animali che vivono più a lungo nel regno animale.
A me la mia vita piace. Provo soddisfazione nelle mie giornate e i miei problemi non derivano di certo da ciò che non ho: la pienezza della mia vita mi soddisfa e posso dire di aver raggiunto molti traguardi.
Descrivi qualcosa che hai imparato alla scuola superiore.
Le caste non esistono solo in India. Quasi ci stupiamo, in parte scandalizzati, della loro esistenza: come possono esistere ancora oggi?
Siamo davvero certi di non averne anche noi?
Latenti. Nascoste eppure di una certa influenza.
Siamo sinceri: ne siamo circondati. Ognuno di noi ha la sua casta personale. Qualunque sia l’ambito nel quale siamo immersi.
Io ho notato la loro presenza al liceo quando trovano il loro massimo spazio di espressione; forse dovuto al fatto che a quell’età è tutto un concentrato di tutto, quasi ci sia la necessità che qualunque cosa debba essere esagerata per essere accettabile.
Avendo frequentato il liceo classico la mia classe era a maggioranza composta da ragazze. Sette maschi in partenza, che ogni anno sono andati scemando tanto che all’ultimo anno ne erano rimasti solo due.
Fa la differenza avete una classe a maggioranza maschile o femminile ma tralasciando quest’aspetto, bisogna ammettere che ogni classe ha la sua chiara divisione. La sua divisione in caste.
I trasparenti, peggiori degli intoccabili, neanche oggetti, perché essendo trasparenti sono invisibili. Come se il loro banco fosse sempre vuoto anche se loro chiaramente presenti.
Poi gli “né carne, né pesce”; quelle persone a cui non si attribuisce un ruolo chiaro e sembrano vivere nel limbo dantesco: quelli con la bandiera bianca, zero colori. Meritevoli ma poi non tanto. Quelli che erano lasciati in pace. Io ero tra questi: era questa la mia casta.
Poi le cortigiane e le dame di compagnia indaffarate a ricevere le attenzioni ed a cercare l’approvazione costante di chi conta di più: gli alfa della classe, vale a dire coloro che dettano legge e tendenze. Quelli che stanno all’apice e se la comandano.
Ci sono poi le outsider che del sistema non le importa niente e che per questo sono odiate dal resto del gruppo e su di loro ricade tutto l’astio del gruppo.
Caste variabili, incredibilmente malleabili, quotidianamente aggiornabili.
Non credo oggi le cose siamo cambiate e che ogni classe abbia il suo sistema di caste. Ai tempi miei, quando ero una liceale, quanto avveniva in classe li rimaneva: era tutto intimo al gruppo. Il netto contrario rispetto ad oggi per cui tutto deve essere postato online, alla costante ricerca di like, di visualizzazioni e followers.
Cosa ti indirizza nella vita?
Ai miei figli dico sempre: “Cercate di essere sempre la migliore versione di voi stessi e fare sempre del vostro meglio in ogni azione che intraprendete”.
È il mio principio quotidiano e di vita.
Lo considero un buon punto di partenza: è di stimolo per ogni passo successivo.
Come indossare i vestiti giusti per il proprio corpo: ci si sente sicuri e chi è sicuro è senz’altro determinato. Una sicurezza che ho impiegato anni e anni a trovare ma ottenuto il mio personale giusto equilibrio non me lo sono fatto scappare. Così vorrei che succedesse per i miei figli: spero che trovino la loro strada giusta in parte soli ed in parte sollecitati da il mio stimolo; un incitare che vuole essere un sussurro ma con chi non vuole ascoltare sono costretta ad alzare la voce per essere sentita.
Alisia è cocciuta quanto me ed è nell’età in cui ogni mia parola sembra essere sbagliata e formulata sempre nel momento meno opportuno. “Uffaaa mamma! Che noia! Perché per te deve essere tutto perfetto!”.
“La perfezione non esiste! Se così fosse non esisterebbe l’evoluzione!”, ribatte Lavinia. Lei ha sempre qualcosa da ribattere contro la sorella, anche quando non interpellata. Il che rende Alisia furiosa. Sempre più furiosa. Questi battibecchi tra di loro mi fanno sorridere dolcemente. Lo faccio nascosta, senza farmi vedere; che non sia mai che pensino che sto ridendo di loro: sarebbe l’inizio di una ennesima tragedia! Le mie ragazze confondono spesso un mio sorriso con la presa in giro. Per questo nascondo loro la mia bocca e dò loro le spalle. Mi allontano. Stupita dalla profondità dei loro scambi. A volte si, sembrano due gallinelle pazze, ma quando tirano fuori la loro intelligenza mi lasciano senza parole ed orgogliosa. Continuo a camminare nella direzione opposta alla loro posizione quando parlano. È il mio modo indiretto di ricordare che durante i loro litigi e confronti-scontri devono trovare da sole la giusta soluzione per entrambe.
Ecco cosa mi indirizza nella vita: la costante ricerca della giusta distanza dalle persone che amo. La giusta distanza da garantire a chi sta crescendo e scoprendo se stesso ma al contempo garantendo sicurezza e rassicurazione. Fare sempre del mio meglio per essere ciò di cui chi conta per me ha bisogno.
Cosa significa libertà per te?
Se penso alla concretezza del termine direi che è il giusto compromesso tra ciò che voglio e ciò che posso.
In senso lato la trovo una parola romantica. Quasi più un principio lontano.
Un utopico dolce costrutto sociale. Un’idea.
Siamo tutti pesci dentro acquari più o meno grandi. Si è davvero liberi dentro un’acquario?
Se ci soffermiamo al micro, allora si: il pesciolino nuota dove vuole, fa ciò che più desidera dentro le acque che conosce, mangia quanto ritiene necessario e desidera. Interagisce come ritiene giusto coi compagni e prende le proprie decisioni in maniera autonoma costruendo attraverso ogni sua scelta la propria rete sociale. Applica il proprio principio di libertà alla sua porzione di esistenza. Di fatto vive nel suo spazio quanto piú libero può. Finiti i nostri doveri quotidiani, ci dedichiamo ai piaceri che abbiamo scelto. Qui risiede, a parer mio, il nostro massimo momento di libertà.
Tutto cambia se mi allontano e penso al macro; allora l’acquario mi viene stretto. Lo vedo limitante. Non mi tolgo dalla testa che, si, vivo circondata d’acqua, libera di muovermi, ma pur dentro una gabbia di vetro trasparente. Non che mi senta stretta. Mi godo la mia personale porzione di libertà e nuoto felice…Eppure quante regole, quanti limiti, quante imposizioni, quanti doveri…Fortuna la mente rende davvero liberi. Coi pensieri e nei pensieri risiede la vera libertà: posso volare ovunque e i limiti possono sparire.
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Le mie amicizie, quelle davvero significative, si possono contare sulle dita di una mano.
Di compagni di tempo ne ho un buon numero, ma è un rapporto a segmento: ha un inizio e una fine; è una costante: “alla prossima”. Sono sempre una buona compagnia temporanea. Persone con cui stai bene. Sono momenti.
Un amico è una linea retta; con lui non esistono saluti, non esiste distanza o tempo. È una persona con cui stai.
Si dice che l’amore è un fuoco che va alimentato costantemente; con un amico no, non c’è né alcun bisogno: non ha bisogno di giustificazioni, di scuse, di dichiarazioni o di costanti attenzioni. A volte persino le parole diventano effimere e ci si parla con uno sguardo, una smorfia, un gesto quasi impercettibile. Uno scambio rapido come un battito di ciglia. Non è questa vera magia?
Chi posso definire amico?
Difficile da definire quando si parla di un legame che è soprattutto emozione, stati d’animo, sensazioni. Uno scambio reciproco e profondo. Persone con le quali tutto diventa migliore: persino una risata acquisisce un valore aggiunto. Chi ha visto e vissuto il mio meglio ma soprattutto il mio peggio e ha continuato a restare al mio fianco.
La mia prima vera profonda amicizia porta il nome di Valentina.
L’ho incontrata alle superiori.
Mi stava antipatica in principio.
Sembrava vivere in simbiosi con una sua amica. Si vestivano quotidianamente in coordinato ed erano sempre l’una affianco all’altra. Braccialetto dell’amicizia al polso. Stessa cartella. Persino stesso modo di camminare. Lo trovavo ridicolo. Esagerato, stupido, ad essere sincera.
Poi Valentina iniziò ad arrivare a scuola da sola e le due sembravano aver preso strade separate. Solo dopo quella chiara rottura ho avuto la possibilità di osservarla e conoscerla per ciò che era.
Non badava all’opinione altrui. Viveva la sua vita secondo le sue scelte, senza compromessi e idee che non fossero le sue. Camminava sempre a testa alta. Concentrata sul suo cammino. Che la gente parlasse di lei. Per lei era del tutto insignificante. Era sicura di sé stessa. Indipendente. Caparbia. Lo sguardo sempre serio. Uno sguardo che, però, cambiava se entravi nel suo cuore, perché se lei iniziava ad amarti era amore allo stato puro ed i suoi occhi acquisivano una dolcezza unica. La potevi vedere solo da vicino, se guadagnavi la sua fiducia.
Piccola e molto bella Valentina. Era magnetica, si, per la sua particolare bellezza ma soprattutto per la sua sicurezza e noncuranza delle chiacchere altrui. Un mix perfetto che quasi automaticamente attirava la gelosia delle altre ragazze, e per questo rimaneva antipatica. Del tutto irrilevante per lei, perché non cambiava il suo modo di essere per nessuno.
Era generosa. Empatica. Spiritosa. Un’ascoltatrice attenta ma aveva capito che con me doveva essere lei a parlare ed io ad ascoltare. Un’abile osservatrice. Non impiegò molto a capirmi. Sapeva che stimolarmi all’apertura e alle confidenze con me era inutile. Mi regalava i miei tempi. Restava pazientemente in attesa del momento che io avrei ritenuto giusto. “Perché hai scelto me se non ho nulla da condividere con te? Non puoi entrare a casa mia, non ho mai soldi, neanche per un caffè, non posso uscire di casa se non il sabato pomeriggio…Mia madre ti odia perché sei mia amica e ti tratta malissimo e già più volte hai pianto a causa sua…Cosa hai da guadagnare dalla mia amicizia?”, le chiedevo stupita, emozionata ma con il cuore a pezzi per sua perseveranza. Addolorata profondamente che anche lei fosse vittima della catastrofica vita famigliare della giovane Clara di una volta.
“Non è quello che vuole tua madre? Che io ti volti le spalle? Semplice: io non lo farò. Resterò qui fuori, con te e per un semplice motivo: tu mi fai stare bene. Tu sai farmi stare bene. Se per un qualunque motivo ho un problema, prendo la macchina, guido da te, ti citofono, ti aspetto fuori dal cancello e finalmente ci sediamo qui su questo muretto a parlare. Io so che tu mi farai ridere, che ascolterai le mie parole e se io arrivo triste o arrabbiata qui da te, so che me ne andrò di nuovo felice con un bel sorriso in bocca e con un problema in meno. Questo vale più di qualunque altra cosa. Io non ti abbandono. Tua madre mi tratta male? È un attimo. Nulla in confronto a quanto vivi tu ogni giorno e una ragione in più per restare al tuo fianco”.
Quanto potere in quelle parole. Un motivo per combattere. Per resistere. Una luce nel buio.
Lei è stata la prima a lottare per me; ha vissuto il mio meglio ed il mio peggio: ha pianto e ha riso con me. Conosce le mille sfumature di ciò che sono e posso essere. Attraverso lei ho imparato che esistono le linee rette.
Non ricordo l’ultima lunga chiaccherata, o l’ultimo incontro ma so che al mio prossimo viaggio a Roma, di certo, la chiameró e ci ritroveremo e tutto sarà come sempre: la nostra linea retta.
Qual è il tuo piano per la carriera?
In realtà non ho piani.
Tutto sembra scorrere in un flusso spontaneo e fluido, quasi non fossi io a cercare ma io ad essere cercata dagli eventi. Una sorta di puzzle di situazioni che combaciano perfettamente l’una con l’altra. Quasi tutto dovesse semplicemente succedere.
Mi lascio trascinare dagli eventi che si creano, felicemente passiva perché tutto sembra essere a mio favore. Abbraccio questo panta rei, curiosa di vedere dove mi porteranno i miei passi. Si, mi lascio trascinare come una foglia al vento ma ciò non significa superficialità: vivo come ho imparato a fare: con passione e determinazione.
Come miglioreresti la tua comunità?
È un macrosmo rispetto al quale mi sento troppo piccola: non saprei davvero come e cosa fare…Mi dedico volentieri al mio microcosmo: lí ho davvero molto da fare e le iniziative mi vengono quasi spontanee.
Quale lavoro faresti gratuitamente?
“il tempo è denaro” in ambito professionale: è sempre così e così deve essere: dal mio lavoro mi aspetto sempre un guadagno materiale. Alberi che fruttano denaro non esistono e la vita ha un costo, anche alto, oserei dire. Non lavorerei mai gratuitamente, perché non posso permetterlo e perché non voglio. Pur provenendo da una famiglia borghese (settimana bianca, seconda casa al mare in Sardegna e villa erano abitudini e realtà), ho imparato presto quanto costi la vita: nessuno mi ha regalato niente: sono abituata a guadagnarmi quanto mi aspetta ed è giusto così: per me e per tutti.
Il volontariato, invece, è tutt’altra storia. Mi sembra una scelta interessante e molto ragionevole.