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Le mie amicizie, quelle davvero significative, si possono contare sulle dita di una mano.
Di compagni di tempo ne ho un buon numero, ma è un rapporto a segmento: ha un inizio e una fine; è una costante: “alla prossima”. Sono sempre una buona compagnia temporanea. Persone con cui stai bene. Sono momenti.
Un amico è una linea retta; con lui non esistono saluti, non esiste distanza o tempo. È una persona con cui stai.
Si dice che l’amore è un fuoco che va alimentato costantemente; con un amico no, non c’è né alcun bisogno: non ha bisogno di giustificazioni, di scuse, di dichiarazioni o di costanti attenzioni. A volte persino le parole diventano effimere e ci si parla con uno sguardo, una smorfia, un gesto quasi impercettibile. Uno scambio rapido come un battito di ciglia. Non è questa vera magia?
Chi posso definire amico?
Difficile da definire quando si parla di un legame che è soprattutto emozione, stati d’animo, sensazioni. Uno scambio reciproco e profondo. Persone con le quali tutto diventa migliore: persino una risata acquisisce un valore aggiunto. Chi ha visto e vissuto il mio meglio ma soprattutto il mio peggio e ha continuato a restare al mio fianco.
La mia prima vera profonda amicizia porta il nome di Valentina.
L’ho incontrata alle superiori.
Mi stava antipatica in principio.
Sembrava vivere in simbiosi con una sua amica. Si vestivano quotidianamente in coordinato ed erano sempre l’una affianco all’altra. Braccialetto dell’amicizia al polso. Stessa cartella. Persino stesso modo di camminare. Lo trovavo ridicolo. Esagerato, stupido, ad essere sincera.
Poi Valentina iniziò ad arrivare a scuola da sola e le due sembravano aver preso strade separate. Solo dopo quella chiara rottura ho avuto la possibilità di osservarla e conoscerla per ciò che era.
Non badava all’opinione altrui. Viveva la sua vita secondo le sue scelte, senza compromessi e idee che non fossero le sue. Camminava sempre a testa alta. Concentrata sul suo cammino. Che la gente parlasse di lei. Per lei era del tutto insignificante. Era sicura di sé stessa. Indipendente. Caparbia. Lo sguardo sempre serio. Uno sguardo che, però, cambiava se entravi nel suo cuore, perché se lei iniziava ad amarti era amore allo stato puro ed i suoi occhi acquisivano una dolcezza unica. La potevi vedere solo da vicino, se guadagnavi la sua fiducia.
Piccola e molto bella Valentina. Era magnetica, si, per la sua particolare bellezza ma soprattutto per la sua sicurezza e noncuranza delle chiacchere altrui. Un mix perfetto che quasi automaticamente attirava la gelosia delle altre ragazze, e per questo rimaneva antipatica. Del tutto irrilevante per lei, perché non cambiava il suo modo di essere per nessuno.
Era generosa. Empatica. Spiritosa. Un’ascoltatrice attenta ma aveva capito che con me doveva essere lei a parlare ed io ad ascoltare. Un’abile osservatrice. Non impiegò molto a capirmi. Sapeva che stimolarmi all’apertura e alle confidenze con me era inutile. Mi regalava i miei tempi. Restava pazientemente in attesa del momento che io avrei ritenuto giusto. “Perché hai scelto me se non ho nulla da condividere con te? Non puoi entrare a casa mia, non ho mai soldi, neanche per un caffè, non posso uscire di casa se non il sabato pomeriggio…Mia madre ti odia perché sei mia amica e ti tratta malissimo e già più volte hai pianto a causa sua…Cosa hai da guadagnare dalla mia amicizia?”, le chiedevo stupita, emozionata ma con il cuore a pezzi per sua perseveranza. Addolorata profondamente che anche lei fosse vittima della catastrofica vita famigliare della giovane Clara di una volta.
“Non è quello che vuole tua madre? Che io ti volti le spalle? Semplice: io non lo farò. Resterò qui fuori, con te e per un semplice motivo: tu mi fai stare bene. Tu sai farmi stare bene. Se per un qualunque motivo ho un problema, prendo la macchina, guido da te, ti citofono, ti aspetto fuori dal cancello e finalmente ci sediamo qui su questo muretto a parlare. Io so che tu mi farai ridere, che ascolterai le mie parole e se io arrivo triste o arrabbiata qui da te, so che me ne andrò di nuovo felice con un bel sorriso in bocca e con un problema in meno. Questo vale più di qualunque altra cosa. Io non ti abbandono. Tua madre mi tratta male? È un attimo. Nulla in confronto a quanto vivi tu ogni giorno e una ragione in più per restare al tuo fianco”.
Quanto potere in quelle parole. Un motivo per combattere. Per resistere. Una luce nel buio.
Lei è stata la prima a lottare per me; ha vissuto il mio meglio ed il mio peggio: ha pianto e ha riso con me. Conosce le mille sfumature di ciò che sono e posso essere. Attraverso lei ho imparato che esistono le linee rette.
Non ricordo l’ultima lunga chiaccherata, o l’ultimo incontro ma so che al mio prossimo viaggio a Roma, di certo, la chiameró e ci ritroveremo e tutto sarà come sempre: la nostra linea retta.