Descrivi una fase della vita a cui è stato difficile dire addio.
È stato il mio primo addio.
Una costrizione imposta.
Per il mio bene?…Difficile dirlo allora.
Di certo il mio primo più grande dolore: quello che ti dà la sensazione che il tuo cuore si stia spezzando; rompendo in maniera definitiva, che ogni battito sia una martellata sul petto.
Posso dire con certezza di essere stata salvata da mali indescrivibili ma il prezzo richiesto è stato dannatamente alto e lungo negli anni; come se la vita mi avesse detto: “Ok, ti salvo dall’inferno più brutto possa capitare ad un bambino, ma in cambio voglio quanto hai di più caro adesso. Incontrerai grandi dolori: questo è solo quello di oggi, ma quando starai per non crederci più, allora sarai finalmente felice e ti sentirai piena come mai lo sei stata”.
Ci ho sempre creduto a questa promessa, sussurrata tanto piano da non averla sentita; me la portavo dentro, nascosta dentro di me, perché nonostante le cadute e le ferite mi sono sempre saputa rialzare.
Il mio primo dolore, quello che allora mi è sembrato il più terribile, è stato quando mi hanno separata dai miei fratelli e ho dovuto rinunciare alla mia quotidianità con loro.
Colombia. Barrio del Bosche. Tradotto letteralmente “il quartiere del bosco”. Una cittadina che stava appena nascendo, con poche abitazioni qua e la e tanto tanto verde, più che un bosco quasi una foresta.
Non era la casa dove ero nata. La bella fattoria dove vivevamo era stata lasciata a causa di due motivi: la gelosia di mio padre verso mia madre e un suo nuovo investimento.
Ci siamo trovati a vivere in mezzo al nulla ed il benessere di una volta diventò solo un ricordo, almeno per i miei fratelli, perché io ero troppo piccola per averne memoria. Davvero troppe ristrettezze per la mia giovane madre, che aveva accettato un uomo più vecchio del suo stesso padre solo per il suo portafogli pieno.
I primi anni della mia vita sono stati caratterizzati dalla libertà assoluta. Immaginate tre bambini tra i 10 e i 4 anni. Senza freni. Senza limitazione alcuna né di tempo o né distanza. Senza un valido controllo genitoriale. Anarchia assoluta e genuina perchè applicata a tre monelli che a scuola non andavano e che dell’educazione non avevano interesse. Non che il nostro vecchio padre non ci provasse. Qualche blando tentativo lo aveva pur fatto, solo noi scappavamo. Sempre. Lui non riusciva ad acchiapparci mai. Io ero ancora troppo piccola per le elementari e lui non sarebbe riuscito a portare di peso i miei fratelli a scuola. Si limitava a sbraitare, tirando fuori tutta la sua rabbia e frustrazione. Poi, sconfitto, se ne andava a fare le sue commissioni, sapendo che al calar del sole saremo tornati verso la nostra baracca perché avevamo una profonda paura del buio e quello sarebbe stato il momento in cui sarebbero volate le cinghiate.
Per me i miei fratelli sono stati mia madre, mio padre, i miei migliori amici e i miei maestri. Eduardo era il capo e badava a noi come solo un bravo leader è un grado. Non sapendolo, ho avuto un introduzione al mondo di tipo montessoriano, nella maniera più pura ci possa essere: perché nella completa assenza di adulti (paradossalmente è stata proprio la loro presenza a danneggiarmi). Sondavo da sola i miei limiti. Le mie esperienze si adattavano alle mie dimensioni e possibilità. Errori ne ho fatti: per esempio ho rischiato di morire soffocata in un laghetto, ma la supervisione dei miei fratelli e passi fortunati mi hanno sempre accompagnata.
Della miseria non mi importava perché non sapevo cosa fosse, perché amavo le mie giornate con i miei fratelli. Vivevo protetta in quella oasi, nella quale io vedevo solo possibilità e non l’arido che mi circondava.
Il periodo bello della mia più tenera età, in cui i miei fratelli mi hanno accudita e amata. Gli anni che ha no portato alla base della personalità che sono oggi, perché se non fosse stato per la loro presenza oggi non sarei qui a raccontare le mie storie.
