La mia carriera scolastica tornò alle stelle.
Era sempre più evidente che in casa Roselli il successo a scuola avredde determinato la tranquillità della mia vita.
Buoni voti. Buono tutto.
Stavo scoprendo che la severità di mia madre diventava sempre più marcata.
Più crescevamo più il suo modo di educarci diventava rigido.
Tutto doveva essere guadagnato.
Tutto doveva seguire le sue direttive.
Ci insegnò a curarci della casa.
Sapevo già fare le pulizie, ma non a mado suo. Non come voleva lei.
Io e mio fratello prima di andare a scuola dovevamo ordinare la nostra stanza, passare l’spirapolvere, spolverare e lavare per terra.
Per evitare litigi quotidiani io e mio fratello ci siamo divisi equamente le stanze della casa.
Il pomeriggio era meglio dedicarlo allo studio. Tutto il pomeriggio.
Il contatto con nostra madre fu quello determinante.
Nostro padre usciva di casa molto presto e tornava tardi. Solo la cena ci vedeva tutti riuniti.
Il dialogo era scarso od inessistente.
Il continuo sottofondo dei vari telegiornali costituiva l’accompagnamento dellle nostre serate.
Se c’erano dibattiti era esclusivamente perché nostra madre raccontava al capofamiglia le biricchinate che avevamo compiuto.
Il racconto dei nostri misfatti avrebbe dovuto essere seguito da una sgridata o una punizione esemplare, secondo i desideri di mamma; nostro padre, invece, si limitava a pregarci, con voce ferma e impostata di fare i bravi. Questo mandava la donna di casa su tutte le furie, che offesa, dopo aver detto: “Ecco perché continueranno a comportarsi male”, si chiudeva nel mutismo.
Lei pretendeva che mio padre ci punisse ma lui non era disposto a farlo.
Stranamente sia io che mio fratello davamo maggior rilievo alla voce paterna.
Ci siamo abituati presto ali urli continui di nostra madre e abbiamo finito per imparare ad ignorarli. Dal nostro disinteresse per le sue sfuriate mamma ne usciva ancora più incattivita. Era un vortice che ci consumava: più lei urlava più noi facevamo finta di nulla, più lei ne soffriva e si arrabbiava. Non lo facevamo per cattiveria ma perchè era davvero fastidioso dover stare a sentire le sue urla continue. Non sapeva mettere in moto altre strategie , sembrava sapesse servirsi solo della voce.
La voce dolce, bassa, di nostro padre che ci rimproverava e ci pregava di fare il meglio, era più forte di qualunque schiaffo.
Vedere i suoi occhioni blu offesi, delusi o arrabbiati che fissavano accusandoci di eseere sordi alle sue richieste era una vera e propria tortura cinese.
Gli approcci tra noi e nostra madre erano continui durante l’arco della giornata. Era casalinga, perciò ne aveva molto tempo da dedicarci.
Le sue domande negli hanni sono state sempre le stesse:
“Che hai fatto oggi a scuola?”
“Hai fatto compiti in classe? Quanto hai preso?”
“Sei stata interrogata?”.
Solo lo studio era importante.
Solo lo studio contava.
Tutto ruotava intorno al successo della vita scolastica.
Se facevo qualche nuova amicizia o mi attaccavo particolarmente a qualche compagna, le domande sono state eternamente le stesse:
“Che lavoro fanno i genitori?”
“Sono sposati?”.
Per alcuni anni non ho fatto mai caso alla ripetitività dei suoi quesiti.
Mi limitavo a rispondere.
Non sempre con la verità.
I brutti voti mi mettevano il terrore addosso. Non avevo mai il coraggio di affrontare la burrasca che sarebbe arrivata a seguito delle brutte notizie. Meglio nascondere qualche votaccio che combattere contro la furia materna.
Non era mai paura contro di lei, ma odio per come arrivavi a sentirti.
Qualunque punizione era nulla in confronto al senso di vergogna che ti facevano provare.
Le mie prime amicizie sono nate necessaramente in ambito scolastico.
Mia madre non voleva sentir parlare troppo spesso di feste perché costituivano per lo più distrazioni inutili.
Se le chiedevo di portarci al parco perché lì ci sarebbero state le mie compagne la risposta era sempre la solita:
“Pensa a studiare e a costruirti un futuro”.
Il tempo dedicato al gioco cominciò a diminuire con il crescere della mia età.
Le attività ricreative cominciavano a essere ritenute dei passatempi inutili.
Il tempo per il gioco aveva una durata limitata sempre più ristretta e poteva avvenire solo esclusivamente dopo aver portato a termine lo studio quotidiano.
A questo punto ho iniziato a criticare lo stile militaresco che nostra madre pretendeva di imporci. Non l’ho detto apertamente. Mi sono limitata a mettere a punto strategie che mi permettessero di dedicarmi ad attività che mi davano più soddisfazione e che non fosse il semplice studio.
La matematica è stata da sempre il mio tallone di Achille.
Ho sempre saputo che se per compito a casa ci fossero stati compiti algebrici o calcoli da fare, avrei passato tutto il pomeriggio e la sera nel vano tentativo di risolverli. Il solo pensiero mi caricava d’angoscia.
Ci provavo. Mi impegnavo a vedere la logica che al mio cervello sfuggiva. Niente. Nebbia totale. I miei neuroni entravano in letargo non appena si intravedeva un numero. Letargo?…Meglio dire coma. Encefalogramma piatto. Nulla.
La soluzione che la mia illusa intelligenza furbesca si era inventata era senza uguali: non riuscivo a risolvere un problema, non c’era problema! Mi inventavo qualche operazione a casaccio e facevo finta di averlo portato a termine. Troppe espressioni da fare? E che era mai! Bastava inventare! Mi divertivo a creare numeri dal nulla e mi impegnavo a fare perfette parentesi quadre e grasse.
In questo modo ho tagliato i tempi gravosi ed eterni e della materia che tanto odiavo.
Quando sono stata scoperta fu la fine.
Mio padre si è preso l’onere di controllare tutte le sere i miei compiti di matematica e geometria. Le mie strategie da volpetta non furono dimenticate per molto tempo dato che l’estate ho dovuto pagare con gli interessi le mie furbate. Oltre ai vari libri delle vacanze, mia madre mi comprò un volumetto interamente dedicato agli esercizi di calcolo e la risoluzione di problemi algebrici e geometrici. Davvero un brutto incubo.
Oggi ammiro la tenacia con cui i miei hanno tentato di rendere più sensibile l’emisfero scientifico del mio cervello.
Tentativi sempre inutili.
Ai miei sforzi seguiva un totale blackout.
Mi aiutava sempre mio padre.
La teoria mi sembrava di averla capita, il problema era la pratica.
Seguivo con attenzione le spiegazioni di mio padre.
Le capivo. Ero certa di aver compreso.
Alla domanda:
“Hai capito? È tutto chiaro?”, rispondevo con un sincero cenno del capo.
“Ok, allora proviamo a fare un esercizio”.
Lì iniziavo a sudare freddo.
Mi risultava impossibile far combaciare quella determinata regola alla sfilza di numeri che mi trovavo di fronte. Era come se mi avessero messo di fronte ad una lingua straniera, pressochè impossibile da imparare. Mi sembrava che il cercello fosse stato resettato e di fronte a quei numeri non sapevo proprio da dove iniziare.
Questa mia inspiegabile incapacità determinò la mia condizione di pecora nera in famiglia: papà fisico, mamma ragioniera, mio fratello molto abile nelle materie scientifiche.
Io da dove ero uscita?
Ho finito col sentirmi una disadattata.
Ho cercato di ignorare le mie mancanze. E’ stato impossibile, giacchè in famiglia si tendeva a sottolinearle.
Durante i nostri viaggi in macchina la geografia fu sostituita dalle operazioni matematiche. Mi si chiedeva di fare addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni a mente. Loro avrebbero voluto sbloccarmi. Aiutarmi a trovare il modo di liberare le mie potenzialità. Il loro tentativo era lodevole ma i modi di attuarlo sbagliati. Più soluzioni pretendevano più io mi bloccavo. Più mi sentivo incapace.
“Questa è semplice, non puoi non saperla fare: 11+57”.
Silenzio.
“Ci stai prendendo in giro!? Dai, dimmi quanto fa!”.
Silenzio e vergogna.
Non ci riuscivo. Ero bloccata. Incapace di rispondere. Dentro di me il vuoto totale.
“Maurizio dicci tu quanto fa”.
Sua risposta e per me ancora maggiore vergogna.
45-Menarca
Arrivò di nuovo il Natale.
Il secondo con la mia amata famiglia.
Il secondo meraviglioso come il primo.
Arrivò una sorpresa inaspettata.
Un regalo personale di cui non conoscevo l’esistenza.
Io e mio fratello eravamo soliti spogliarci e vestirci in cucina mentre la nostra camera da letto prendeva aria. Ci eravamo alzati tardi perchè era il 25 dicembre.
“Clara ti sei cagata sotto!”
“Che scherzo stupido! Stai zitto! Non è vero per niente! Perchè devi dire queste cattiverie?”
Ho guardato mio fratello con dispetto e disappunto. Ero convinta che a lui il crescere facesse male. La sua lingua cresceva il doppio rispetto a tutto il resto. Era diventato un gran fanatico borioso da quando un pediatra ha profetizzato per me il metro e cinquanta e a lui il metro e ottanta.
“Ho visto la macchia sulle tue mutande!”
“Smettila!”.
Mia madre fu attratta dagli strilli sempre più forti.
Senza dire una parola, mi si avvicinò e portò gli occhi all’altezza del mio sedere.
Vedere mia madre che sbirciava tra le mie gambe non era dignitoso.
Possibile mio fratello avesse avuto ragione?
Vederla guardarmi con espressione sbalordita non miè stato di aiuto.
“Vieni con me”.
Non potevo credere che fosse successo per davvero.
Siamo corse in bagno.
La macchia marrone sulle mie mutande parlava da sola.
Mi sono cadute le braccia.
“Non mi sono accorta di nulla…Devo stare male…E’ qualche giorno che ho mal di pancia…”
Mi sono sentita prossima alle lacrime.
Affranta ho chinato la testa piena di vergogna. Avevo varcato la porta di quella stanza con la sicurezza di chi sa di essere innocente.
Con orrore e ingredulità ho intravisto una gran bella macchia marrone.
Le parole mi si bloccarono in bocca.
Non era possibile.
Che vergogna!
Le prime lacrime iniziarono a bussare.
Non mi sentivo più le ginocchia.
Avrei voluto la terra si aprisse e mi inghiottisse.
Ho guardato mia madre in cerca di conforto. Ero confusa.
Lei mi guardava attentamente.
“Non è quello che pensi. E’ sangue”.
Che significava?
Mi è venuto un colpo.
Sangue? Sangue dal sedere? Ero ferita? Stavo per morire? Ero ammalata?
La calma di mia madre mi ha lasciata sconcertata.
“No, Clara, non piangere. Se è quello che penso, per le donne è normale. E’ naturale. Significa che stai diventando grande”.
Mi ha spiegato tutto.
C’era un problema, però, non avevamo assorbenti in casa. Mia madre non ne aveva più bisogno ed io ero ritenuta troppo piccola per averne bisogno. Sotto le feste i negozi sarebbero stati chiusi per altri due giorni. Grandi fazzoletti di tessuto imbottiti con abbondante cotone sono stati la soluzione.
Come era possibile non sapessi nulla di qualcosa tanto importante?
Le ragazze più grandi dell’orfanotrofio avevano nascosto molto bene questo segreto.
Non mi ero mai accorta di nulla.
La loro discrezione era stata lodevole, anche se non condivisibile.
Perchè segretare un manifestazione così naturale come se fosse una vergogna?
Non sarebbe stato meglio che fossi stata già a conoscenza delle potenzialità del mio corpo in modo da affrontare insieme alla mia giovane consapevolezza il presentarsi del mio menarca?
Di certo non avrei pensato di essere prossima alla morte ma avrei saputo che mi stava capitando un qualcosa di molto naturale.
Ho messo da parte la mia confusione e la mia paura.
In pochi istanti sono passata dal turbamento alla felicità.
“Evviva, sto diventando grande!”, ho urlato felice.
Fortunatamente mia madre non rientrò proprio nel momento di quel mio urlo.
Mi sarei vergognata terribilmente…Chissà perchè avevo pensato di causarle un dispiacere se mi avesse colta nel manifestare il mio entusiasmo per il mio sviluppo.
Lei aveva scelto una bambina non certo un’adolescente.
Di certo voleva godere del mio essere piccola, piuttosto che dellla mia precoce maturazione.
Perchè non era scesa a casa delle mie cugine già grandi a chiedere loro di prestarci degli assorbenti?
“Cerca di essere molto discreta con tuo fratello e con tuo padre. Non dire niente. E’ una cosa molto personale. Meno si fanno vedere certe cose meglio è”.
I primi giorni furono un vero e proprio incubo.
Non riuscivo a rendermi conto di quando dovessi cambiarmi. Per me era tutto uguale a prima. Come se non ci fosse niente tra le mie gambe. Con il risultato che per qualche giorno lasciai scie non gradevoli avunque mi appoggiassi. A subire il maggior numero di danni fu il mio letto. Lasciavo impronte un po’ in ogni dove, prima di imparare a gestire la situazione. Ho dovuto imparare a farlo presto, giacchè mia madre mi rivelò: “Quello che sporchi, pulisci. Io posso aiutarti solo consigliandoti come fare per togliere la macchia”.
A forza di mettere a bagno, sciacquare, spazzolare, passare in ace, sono divenatata più attenta con me stessa.
Molto in fretta mi sono rattristata del essere diventata una donnina.
In pocho giorni avevo capito che era soltanto una seccatura.
Il mio corpo iniziò a modificarsi a vista d’occhio. Come se il mio menarca avesse dato il via ad un’esplosione del mio corpo. Tutto ciò che prima era un accenno diventava molto più evidente.
Era davvero strano vedere quanto fossi cambiata in poco tempo. Mi esaminavo con attenzione e curiosità davanti allo specchio. Non mi trovavo bella per nulla. Troppa ciccia e imperfezioni. Ho sperato che lo sviluppo mi avrebbe portato qualche miglioramento. Era sconcertante, ero sempre io ma l’immagine riflessa mi dava l’idea di esaminare un’estranea.
Non avevo modo di confrontarmi con nessuno.
Non avevo nessuno con cui condividere le mie sensazioni.
Parlare con mia madre? Mi vergognavo troppo.
Non riuscivo ad entrare in intimità con lei. Quella sua fissazione con la discrezione, il nascondere mi frenavano; non abbandonava mai la sua severità, il che non mi stimolava proprio ad aprirmi con lei. Con lei non esisteva il confronto ma solo il giudizio.
Neppure le mie amiche potevano esseremi di conforto. Ero bloccata dal confidarmi con loro perchè mi era stato detto che silenzio e discrezione su certi argomenti erano le soluzioni migliori; ma se anche avessi voluto farlo sapevo che nessuna di loro stava attraversando lo sviluppo, ero perciò convinta che nessuna di loro potesse capirmi. Supponevo che fosse cosa del tutto normale che in ogni famiglia regnasse il silenzio rispetto questi argomenti. Una convinzione che mi suscitava turbamento e un pochino di tristezza; aver voglia di parlare e non sapere con chi farlo.
Mi sono sentita abbandonata a vivere da sola i cambiamenti del mio corpo e ho considerato normale che ciò avenisse.
I miei compagnetti di scuola mi guardavano con grande curiosità.
Il mio morbido grembiulino bianco non bastava a coprire le piccole rotondità del mio petto.
Il seno non si gonfiò eccessivamente ma fu l’unico momento della mia vita in cui mi sono sentita una sisona. Già l’anno dopo avevo in classe chi mi avrebbe superato alla grande.
Anche il mio odore era mutato. Il caldo non mi aiutava. Sentivo continuamente sotto al naso l’odore delle mie ascelle. Per la vergogna ho smisso di alzare le braccia e limitare al minimo i miei movimenti. La scoperta del deodorante mi ha salvata dall’umiliazione.
Celare il mio ciclo mestruale a scuola si dimostrò arduo. Nei bagni non c’erano secchi per la spazzatura. Imbarazzata, ero costretta a portare in classe i miei rifiuti. Disfarmene era penoso. Più tentavo di dare spontaneità ai miei movimenti, più mi sembrava che tutti gli occhi fossero puntati verso di me. In mezzo alla spazzatura, i miei rifiuti mi sembravano più ingombranti, di colori troppo accesi. Ero terrorizzata al pensiero che emanassero cattivo odore. Ho cercato l’aiuto di mia madre. Sapevo che avrebbe trovato la soluzione. Al disagio che derivava dal non poter gettare via i miei rifiuti con discrezione. Insieme abbiamo incominciato a conservare le bustine dei pacchetti di patatine. Li riponevamo in una tasca del mio zaino. Me ne servivo per gettare al secchio i miei assorbenti in totale discrezione.
Solo una persona gioiva vistosamente dei miei cambiamenti: la maestra Ottavia la mia odiosa insegnante dell’odiosa matematica.
Incudine e martello: il silenzio di mia madre e le vistose feste feste delle mia maestra. Non sapevo quale mi infastidisse maggiormente.
Il mio inatteso, precoce e improvviso sviluppo comportò una novità: camere separate per me e mio fratello.
Miha fatto piacere vedere quanto la mia intimità fosse garantita. I
Ho iniziato a cambiarmi in camera.
Era confortante vedere che l’inizio del mio ciclo non comportò solo aspetti negativi.
C’è stata un’ulteriore sorpresa.
I miei genitori mi hanno portato da un chirurgo plastico.
Ero davvero entusiasta della notizia.
Sono entrata nello studio medico con il sorriso beato di chi sa che presto otterrà qualcosa di inatteso.
Senza un briciolo di sensibilità, con voce fredda, testardamente professionale, il gran dottore ha fatto qualche domanda. Mi ha esaminata velocemente.
La sua conclusione è stata lapidaria e fredda come ghiaccio,
“Meglio aspettare il completo sviluppo della bambina. Il progredire dello sviluppo fisico per lei sarà di giovamento: con il progressivo aumentare dell’altezza le cicatrici potrebbero ridursi da sole. Anche dopo la completa maturità, comunque, io ci penserei seriamente. L’intervento è invasivo. Dovrò togliere lembi di pelle sana da altre parti del suo corpo per impiantarli sulle ustioni. Il risultato potrebbe non essere quello che vi aspettate…Il quesito principale è uno soltanto: vi sembra conveniente creare altre due cicatrici estese per coprirne altrettante? Alla fine vostra figlia potrebbe ritrovarsi non con due ma con quattro lesioni notevoli”.
Davvero sensibile.
Bel modo di dire a una bambinetta in pieno sviluppo che per lei non esistono soluzioni.
Sono uscita mogia mogia dal suo stupido studio medico.
Le braccia di mia madre mi sono venute in soccorso.
Mi sono aggrappata a lei come se fosse l’unica cosa bella delle mia vita,
“Non disperarti: è solo un’opinione. Ci riproveremo tra qualche anno. Chissà tra una decina d’anni dove ci avrà portato il progresso. Per ora lasciamo perdere; quando i tempi saranno maturi potremmo sentire un altro chirurgo”, mi confortò mio padre.
Ecco le ancore della mia salvezza.
Severi, pretensiosi, fin troppo rigidi, eppure quanto conforto mi derivava da loro.
44-Quintodecimo, il paese presepio
Autunno.
Una domenica a raccogliere castagne.
Lo trovavo un frutto bizzarro: sembravano tanti piccoli ricci.Il lucido scuro seme mi incuriosiva maggiormente: davvero si mangiava una cosa tanto dura?
Ero davvero una scimmietta curiosa liberata dalla gabbia.
Le montagne che ci circondavano erano maerstose, bellissime; incorniciate dai mille colori dell’autunno. Mai nessun quadro è tanto bello quanto ciò che la natura regala a occhi che hanno sete.
“Questo è Quintodecimo, il paese di nonna Bruna”, ci rivelò nostro padre.
Il paese natale della nonna paterna che non ho mai potuto incontrare.
Me la immaginai a passeggio per le mille scale della contrada, sorridente, un poco affaticata nel portare dietro il peso delle sue morbide forme di donna vissuta. Strano come mi riuscisse facile pensarla viva nonostante l’avessi potuta vedere soltanto in fotografia.
Visto nella sua totalità Quitodecimo sembra il tipico paesello da presepe: un concentrato di abitazioni di altri tempi alle quali si accede atraversando un ponte sotto il quale scorre un piccolo fiume.
Attravessarlo ti dava l’impressione di entrare dentro un presepe fatto a misura naturale.
In paese ci aspettavano zia Antonietta e zio Sandro. Quanto ero innamorata di quell’uomo! Portava con se folate di vento caldo. A lui si accompagnavano le risate, la gioia, gli scherzi. Tutto diventava più brillante, più leggero se avevamo la sua compagnia. La presenza carismatica di lui un poco mi aveva distratta dal concentrarmi sulla figura della moglie. Solo molti anni dopo ho avuto modo di comprendere che era zia Antonietta, più di qualunque altro, e come nessun’altro, ad avermi amata. Un affetto che dura dalla prima volta che ha posato gli occhi su di me e che ancora oggi mi regala..
Fu durante quel viaggio nelle Marche che ho fatto una scoperta: soffro la macchina.
Come lo avevo capito?
Ho improvvisamente vomitato addosso a tutta la mia famiglia.
A meno di metà del viaggio siamo dovuti tornare indietro a casa per darci tutti una pulita, renderci di nuovo presentabili e prendere il necessario per un probabile futuro malessere.
Rimetterci in cammino è stato penoso. Era stato impossibile togliere del tutto l’odore acido del mio rigetto. Sentire sotto le narici quel continuo odore nauseabondo mi faceva impallidire.
Per tutta la durata del viaggio mi sono sentita prossima al vomito.
Sedermi vicino al posto del guidatore fu di leggero sollievo.
Diventò la prassi che io sedessi vicino a papà nel caso dovessimo fare un viaggio lungo.
Per distrarmi volai in un modo fatto di principesse in pericolo, principi azzurri e amori messi a dura prova da streghe invidiose e orchi cattivi. Mi riusciva molto bene evadere. Guardavo davanti a me con occhi persi nel vuoto e un sorrisi imbambolato.
Un passatempo non poi così producente a giuduzio dei miei genitori che hanno pensato sarebbe stato meglio distrarsi con giochi intelligenti.
Iniziò così la gara a chi conoscesse più capoluoghi, province, città sparse per tutta l’Italia. Per ognuna di esse dovevamo dire la regione di appartenenza; in alternativa loro sceglievano a caso una regione e noi avremo dovuto dire quali città, fiumi, laghi ci fossero…insomma una tortura a cui io e mio fratello il più delle volte rispondevamo col silenzio.
Ne derivava vergogna.
“Ma che vi insegnano a scuola?”
“A leggere le cartine. Non a sapere tutto a memoria”
“Quando andavavamo a scuola io e tuo padre erano cose che sapevamo tutti! E come vedi lo ricordo ancora oggi”
“A noi le maestre ci dicono che non dobbiamo impare le cose a pappagallo ma che dobbiamo esprimerci con le nostre parole. Ci fanno imparare solo le poesie a memoria. Per il resto dicono che è importante saper interpretare cosa c’è scritto sui libri non saperlo a memoria”
“Ricordare le cose a memoria tiene attiva la mente!”.
Scoppiava la diatriba verbale su quale metodo fosse il più giusto; ognuno difendeva a spada tratta il proprio, poi senza vinti ne vincitori si riprendeva la noiosa gara geografica.
Per fortuna Quintodecimo arrivò in nostro soccorso.
La compagnia degli zii, di nonno e il divertimento, mi fecero dimenticare il malessere da mal di macchina e da competizioni che mi facevano sentire un’ignorante.
Scendere dalla macchina fu come tornare a respirare.
C’era una vera e propria folla di persone al nostro arrivo.
Ero in grado di riconoscerne qualcuna ma il resto erano visi a me sconosciuti. Persone che avrò visto si e non tre volte e di cui non ricordo ne viso ne tanto meno il nome. Altre a cui sono legata tutt’oggi e che ho conosciuto proprio quel giorno.
Tutti ci esaminavano curiosi, ci baciavano, ci accarezzavano; chi commosso, chi felice; tutti li per darci il benvenuto.
Ero ubriaca di tante attenzioni. Non sapevo proprio a chi dare retta.
Come il mare, la montagna ha una bellezza tutta sua.
Abbiamo passato un bellissimo fine settimana in mezzo ai monti.
Ricordo le lunghe passeggiate spensierate.
Esaminavo il bosco con attenzione; gli alberi, i meravigliosi colori delle foglie, la durezza e il ruvido delle cortecce; facevo respiri profondi per riempire i polmoni di quell’aria fresca, del profumo umido del terreno, della fragranza di quei colori…Quanto sanno regalare monti e boschi…
Il tutto reso ancora più magico da una scoperta: abbiamo trovato la neve.
Io e mio fratello siamo come impazziti dalla gioia.
Con un’euforia senza freno mio fratello mi ha gridato:
“Vedi!? Io sono stato accontentato in tutto: volevo vivere in un posto dove c’è la neve, ed ecco: la neve!”.
Aveva ragione.
Partecipe della sua felicità sfrenata, ci siamo tirati su quel piccolo gruzzolo di neve come due piccoli lupi selvaggi.
Avere sopra i palmi quel candore gelido fu stupendo e sbalorditivo. Lo tenevo tra i palmi e ne esaminavo il lento sciogliersi. Non mi interessava il rossore delle mie dita. Mi sgrumavo dalle dita quella che era diventata acqua gelida per raccogliere di nuovo altra neve.
Come una scimmia fissavo sbalordita quel montarozzo freddo. L’abbiamo trattata come al mare ci comportavamo con la sabbia: ci siamo sdraiati supini sopra di essa e muovendo gambe e braccia scavavamo la nostra scia.
Bastò poco perchè iniziassimo a tirarcela addosso.
Gli adulti ci osservavano commossi e stupiti della nostra reazione.
Avevamo ancora il dolce stupore ingenuo dei bimbi più piccoli, nonostante fossimo sui dieci anni.
Nessuno ebbe il coraggio di staccarci dalla nostra nuova scoperta.
Quando mamma e papà si decisero ad allontanarci dalla neve, eravamo zuppi.
Non sentivo freddo, non mi dava fastidio il contatto con l’umido dei miei vestiti: ero troppo contenta.
Tutto questo per poco più di un metro quadrato di neve.
Sembrava che quella piccola macchia bianca fosse stata lasciata li esclusivamente per noi; altrove si era sciolta, portata via dal calore del procedere del giorno.
I nostri genitori ci fecero una solenne promessa: una settimana in albergo in mezzo alla neve: la famosa settimanabianca.
Suppongo sia stata l’unica soluzione che hanno trovato per portarci via dalle montagne.
Ricordo con piacere queste lunghe passeggiate a cogliere le castagne. La buona compagnia. Il rientro a Quintodecimo e il riutale della cottura delle castagne che erano state colte in precedenza e preparate per la tostatura. Persino il nonno si era lasciato trascinare dall’euforia che aveva contagiato tutti.
43-Roma e scuola
Ritorno a Roma.
Ritorno a scuola.
A settembre finivo per essere davvero stufa dell’aria di mare.
Il rientro a casa fu sempre di sollievo.
Tutti di un intenso color caramello.
Tranne papà.
A scuola mi consigliarono di fare due anni in uno in modo tale da recuperare gli anni scolastici che mi separavano dai miei coetanei. Avrei dovuto farlo per almeno due volte. Le insegnanti mi ritenevano capace di farlo.
Fu un consiglio che mi ha riempita di entusiasmo.
Mi era stata data fiducia e avrei potuto dimostrare quanto valessi.
Per prima cosa mi hanno fatto cambiare classe.
Mi sono seduta sull’unico posto vuoto.
Ho tirato fuori il mio diaria fuxia di barby, sistemato quaderno e astuccio sul banco quando la mano della mia vicina mi si posò sul braccio.
Aveva la pelle chiarissima, due enormi occhi chiari messi in evidenza dai corti e disordinati folti capelli neri. Con un morbido sorriso mi mostrò il suo diario: era identico al mio. Era il segno che mi portò a considerare il nostro incontro voluto dal destino. Era Caterina. Sarebbe diventata la mia migliore amica.
Mi fecero sapere che a seconda dei progressi, avrei dovuto cambiare ulteriormente i miei compagni. Come a Bogotà finalmente non avevo più difficoltà nel seguire le lezioni. Avevo solo un non piccolo tallone d’Achille: la matematica.
Avevo raggiunto il mio massimo, vale a dire, il mio limite o emplicemente per mia madre era piú comodo avere due bambini che frequentassero lo stesso anno di studio?
Se io avessi parificato età e classe ciò avrebbe significato che tra qualche anno lei avrebbe dovuto accompagnare me in prima media e mio fratello ancora alle elementari. Non uno ma due viaggi.
Trattandoci da gemelli e non da maggiore e minore avrebbe potuto evitare di dover accompagnare due bambini in due scuole differenti ma accompagnare entrambi nello stesso luogo.
Non so quale delle due sia la motivazione, ma di fatto la classe di Caterina fu quella definitiva. Insieme a lei avrei portato a termine le scuole elementari.
Durante questo periodo non mi fu mai permesso di andare a studiare a casa delle mie compagne.
“Vai solo a perdere tempo. Di certo non studi”.
“Allora posso andare a giocare a casa loro?”,
“Non conosco i loro genitori”.
“Mamma, Caterina e Francesca hanno chiesto se domani posso rimanere al parco a giocare. Mi ci porti?”,
“Non mi piacciono i parchi: puoi incontrare gentaccia e non sai mai cosa puoi trovare per terra. Abbiamo un giardino enorme dove sei libera di fare quello che vuoi”.
“È vero, ma al parco ci sono le mie amiche. Questa è la differenza…”.
Era questo il momento in cui lei rispondeva sempre allo stesso modo alle mie ostinate richieste: il silenzio.
Per fortuna la domenica dopo la messa c’era l’oratorio. Qualche volta mi era permesso partecipare. Lì avevo la passibilità di giocare, finalmente, in compagnia delle mie compagne di classe. Erano occasioni rare dato che era proprio di domenica il giorno in cui andavamo a portare dei fiori a Marta. Prendevo la cosa con molta serietà. Omaggiavo la mia defunta sorella sentendo verso di lei un affetto sincero nel pronunciare qualche preghiera per lei.
42 l’estate sarda
La scuola finalmente finì.
Iniziarono le vacanze.
Partimmo per la Sardegna.
Era l’estate del 1994.
In un primo momento avevo pensato che il viaggio fosse stato organizzato per permetterci di conoscere i parenti da parte di mamma.
Immaginai una vera e propria folla in nostra attesa, dato che avevo saputo che mia madre era l’ultima di ben sette fratelli.
La mia immaginazione non trovò riscontro nella realtà.
Il nostro arrivo si svolse nel più totale dei silenzi, durante una giovane mattinata estiva di metá di giugno.
Nessuno ad attenderci.
Nel porto tutto procedeva con la stessa noiosa monotonia di sempre.
Siamo sbarcati dalla nave con i residui della nottata appena trascorsa stampati sul viso e con gli occhi ancora appesantiti dal sonno.
Mi sono guardata intorno cercando sorprese che non arrivarono mai.
Lo sbarco è stato persino noioso.
“Dove andiamo adesso?”
“A casa nostra”.
Avevamo una bella casa di villeggiatura vicino Porto Cervo.
Era una casetta indipendente con giardino, cammino, forno in veranda. Un gioiello. Non mancava di nulla. Delimitata dal caratteristico muretto di pietre rosate. Mi sono innamorata istantaneamente di quella bella casetta.
Sapevo che avrei dovuto credere alle parole dei miei genitori e di fatto così fu.
Il mare che mi trovai di fronte era uno degli spettacoli più belli su cui ho posato gli occhi.
Mille sfumature di turchese sulle quali le piccole barche sembravano volare, non galleggiare. Davanti a me l’ isola di Tavolara si innalzava maestosa sopra quelle acque cerulee. Quella barriera di rocce coperte dal verde arricchiva un paesaggio già di per sé ricco. Come una bella donna consapevole di sé ti si parava innanzi quasi a voler proteggere quel pezzo di costa che di fatto era quasi sempre calmo. Una bionda sabbia, morbida come farina era accarezzata da quell’acqua tanto trasparente da non nascondere nulla sotto di se.
Ero finita in paradiso?
“Bisogna pulire ben bene la casa perché è rimasta chiusa per molto tempo! Materassi all’aria, disfare le valigie, lavare e spolverare…”.
Sempre tipico della rigidità di mia madre: prima il dovere e poi il piacere.
Dovere che doveva svolgersi con la piena collaborazione di tutti i membri della famiglia.
Il pensiero di quella spiaggia invitante, della faticaccia che mi aspettava, quasi mi facevano venire le lacrime agli occhi.
Unica soluzione: fare tutto di fretta.
Conseguenza: più io correvo per fare prima, più i miei si innervosivano.
“Inutile che corri: per oggi niente mare. Devi abituare il tuo corpo all’aria di mare”.
Come abituare?
Il mio corpo si era già perfettamente adattato!
Delusa, rassegnata alla sempre più lunga attesa, mi sono arresa.
Ho iniziato a dedicarmi alle faccende di casa secondo la mia solita velocità: modalità tartaruga. Un’altra mia ulteriore scelta che contribuì ad aumentare il nervosismo di mia madre.
Se avevo tempo perchè avrei dovuto correre?
Mia mamma non era d’accordo: il mio procedere tranquilla la mandava in bestia.
Attesa stroncata e tensione screscente, un mix esplosivo. Sembravamo quattro orsi chiusi in una gabbia troppo piccola.
Il secondo giorno fu altrettanto deludente:
“Bisogna sistemare gli ultimi particolari e andare a fare la spesa”.
Avrei urlato.
Poi, finalmente, ho finalmente incontrato il mare mare.
La nostra casa si trovava poco fuori dal villaggio chiamato “i sugneri”. Bisognava passare attraverso di esso per arrivare sulla spiaggia. Adoravo quel piccolo agglomerato si casette basse da grandi finestroni. La maggior parte di esse era fornita di un giardino verde delimitato dal famoso basso muretto fsardo fatto coi grossi massi.
L’asfalto amplificava il rumore delle nostre ciabbatte nell’attraversare quella piccola e meravigliosa Contea.
Fino ai primi di Luglio avrebbe regnato il silenzio. Era possibile sentire distintamente il rumore del vento mentre volava tra i rami degli alberi suonando i loro rami quasi fossero sonagli.
Il rumore dell’andivieni delle acque del mare arrivava fino a casa nostra. Adoravo sentire quel fruscio. Arricchito dalle risate dei bambini diventava la mia personale canzone dell’estate.
Sulla spiaggia gli ombrelloni erano ancora molto pochi. Ciò significava piena libertà di movimento e di scelta dei nostri giochi. Potevi giocare a pallone senza disturbare nessuno.
Con il procedere dell’estate sarebbero aumentati gli ombrelloni. Ad agosto sarebbero stati così tanti che a volte preferivamo tornare a casa piuttosto che dover andare alla ricerca disperata di un piccolo spazio per noi.
Quel primo giorno al mare mio fratello si buttò in acqua prima che mamma riuscisse a mettergli i braccioli.
Non affogò solo perché l’acqua risultò bassissima.
E io?
Nonostante il mio slancio e quel mare invitante avevo timore di quei morbidi colori.
Braccioli e ciambella non mi davano abbastanza sicurezza sicurezza.
Il massimo che potevo fare era immergere i piedi dentro l’acqua. Fino alla caviglia. Non avevo il coraggio di fare altro. La freddezza dell’acqua mi attraversava il corpo quasi fosse corrente elettrica. Mi sembrava mi arrivasse fin dentro la testa.
La mia diffidenza per l’acqua non passava con il trascorrere dei giorni. Bagnare i piedi mi bastava anche se con invidia ammiravo mio fratello giocare dentro l’acqua come se fosse sempre stato il suo ambiente naturale. Si buttava impavido sull’acqua e scompariva per riemergere subito dopo buttando schizzi da per tutto. Mio padre gli era sempre vicino nel caso dovesse intervenire. Tentava di insegnargli a nuotare ma la frenesia si mio fratello era troppa per renderlo possibile.
I giochi con la sabbia erano il mio piacere più grande. Mi soddisfaceva. Me ne stavo li a giocare in sulla spiaggia poi, quando il caldo era troppo, correvo a banare i piedi per qualche minuto. Sia chiaro: coi braccioli indosso…meglio non rieschiare di soffocare.
Sapere che avremmo passato lì l’intera durata dell’estate fu esilarante.
In poco tempo ho preso un caldo color cioccolato.
Molto lentamente presi confidenza con l’acqua. Non mi separai mai dai miei salvifici braccioli. Nuoticchiavo appiccicata a mamma o a papà dove la profondità era minima.
Javier era il mio opposto: si tuffava in acqua con la sicurezza di un pesce, più non si vedeva il fondale per la profondità del mare, più lui sembrava entusiata. Ammiravo invidiosa l’energia con cui seguiva mio padre ovunque andasse, del tutto indifferente alla crescente altezza dell’acqua.
Per scendere al mare avevo la mia divisa personale: dei bellissimi costumi interi catatterizzati da colori vivi coordinati con dei pantaloncini aderenti che mi arrivavano al ginocchio: era il modo in cui coprivo le cicatrici delle gambe.
Erano attenzioni escogitate da mia madre, alle quali io non avevo pensato. Prima di allora non mi ero mai trovata di fronte a situazioni in cui dovessi mettere in vista le mie ustioni. Tutti i miei vestiti dovevano arrivare a coprirmi le ginocchia. Era una scelta che facevo quasi in automatico quasi stintivamente…Come avrei fatto al mare? La soluzione la diede mia madre. Furono attenzioni che mi commossero: nessuno aveva mai pensato al disagio che mi derivava dal dover mettere in mostra i miei terribili difetti. Mia madre lo ha fatto. Senza che io aprissi bocca.
Persino durante le vacanze estive mamma ci impose una rigida routine.
Mattina e pomeriggio, prima della spiaggia era tassativo dedicarsi allo studio; un po’ di televisione dopo pranzo (arrabbiatura continua perchè proprio quando iniziavano i cartoni animati, io dovevo spegnere la tv perchè avrei dovuto iniziare a fare un po’ di compiti) o pennichella, poi mare, mare, mare!
Mio padre aveva un mese di ferie che divideva in due: primi quindici giorni per accompagnarci alla casa di villeggiatura e senda metà che coincideva con il ritorno. Entrambe le volte tornava a Roma non abbronzato ma di un bel rosso intenso. Non prendeva colre: si bruciava talmente aveva la pelle chiara. Mai sentito lamentare per il disagio di quel rosso aragosta.
Accompagnarlo in aeroporto ci portò un bel dispiacere. Era meraviglioso trascorrere intere giornate con lui e sapere che non si sarebbe allontanato da noi per andare al lavoro era confortante. Estate significava poter giocare con lui. A Roma accadeva molto raramente . Al mare era abitudine.
Siamo rimasti soli con mamma.
Pensare che mio padre sarebbe dovuto stare per così tanto tempo da solo a Roma mi addolorò.
“Ci sentiremo tutte le sere al telefono…”
“Ma noi abbiamo il telefono solo nella casa di Roma, quì non c’è!”
“Userete la cabina telefonica”.
Iniziò così il nostro rito famigliare: la mattina prima del mare e la sera dopo cena, tutti insieme raggiungevamo l’unica cabina che c’era nel villaggio per sentire la voce di nostro padre e avere l’illusione che nessuna distanza ci dividesse.
41-nonni
Non feci in tempo a conoscere mia nonna materna.
Non ho potuto incontrarla.
Le ho parlato per telefono. Una miriade di volte, ma non l’ho mai potuta vedere. Abbracciare. Toccare. Mi sono dovuta accontentare della sua voce.
È l’unico ricordo di nonna Sibilla: la sua simpatica dolce voce.
Ne sono rimasta molto dispiaciuta.
E’ morta prima che avessi la possibilità di incontrarla.
Che peccato.
Da anni ho il silenzioso ma costante dubbio che se lei fosse vissuta molto di più la mia vita sarebbe stata diversa…Solo un mio minuscolo pensiero che tuttavia aumenta il dispiacere di averla perduta tanto presto. Troppo presto.
Viveva in Sardegna. La terra di origine di mia madre.
Noi avremmo potuto incontrarla a giugno. Con l’arrivo delle vacanze estive.
Lei è andata via per sempre quando vivevamo ancora un giovane 1994. Troppo dannatamente presto.
I miei genitori hanno giustamente ritenuto che il suo funerale non fosse l’occasione più proprizia per vederla.
Partì mia madre da sola.
Hanno preferito che ricordassi la sua voce, non il suo corpo immobile e freddo dentro una bara.
Questo fu il mio primo contatto con la morte.
Mi sono sentita defraudata.
La madre di mio padre era stata portata via da un brutto male molti anni prima.
Mi consolava l’idea che avrei incontrato nonna Sibilla. Era lontana, si, tuttavia ero consapevole che una nonna la possedevo. Peccato non aver mai avuto il tempo di conoscerla.
Il fatto che mi fosse stata portata via prima di un contatto fisico mi addolorò moltissimo.
Quanto si era portato via con se quella morte?
A quante cose sarei stata costretta a rinunciare?
La notizia fu devastante per tutte le aspettative che non avrei mai realizzato.
Mi addolorava non aver potuto vedere il suo viso, ne goduto del suo calore.
Avrei voluto tanto capire, sentire nel cuore e nel concreto cosa significasse avere una nonna. Accasione mancata per me.
Mio nonno materno era quasi più una figura mitologica che un affetto non conosciuto.
Era già vecchio quando nacque mia madre.
Di lui ho chiare nella mente le rigide fotografie in cui vestiva la divisa da carabiniere.
Mai visto una sua immagine in cui sorridesse.
Come in tutte le ormai datate immagini in bianco e nero sembrava che fosse inadeguato sorridere davanti al fotografo.
Come nelle foto anche in vita mio nonno materno fu di una famosa severità e formalità.
Severino. Di nome e di fatto.
Mi rimaneva solo il nonno paterno.
Era un poco scorbutico, brusco ma innamoratissimo di noi. Di una generosità sconfinata.
Ha sempre avuto una chiara preferenza per mio frattello.
Non lo dimostrò mai; me ne sono accorta in seguito, quando Javier mi ha rivelato di incontri, passeggiate e doni di cui non ero a conoscenza.
Lo ricordo sempre malinconico. Silenzioso. Presente eppure con gli occhi persi altrove.
Era a rivivere un più gioioso passato.
A rivivere le giornate insieme alla sua Bruna. Quando era ancora il personaggio principale e non un semplice spettatote della vita.
Si doveva sentire tanto solo il nonno. Non lo diceva per non disturbare.
Intorno a lui, noi tutti, troppo impegnati nelle nostre vicende, eravamo ciechi e sordi, troppo ingenui per capire le sue richieste mute.
Oggi lo rivedo solo in quella casa troppo grande per uno soltanto…Perdonami nonnino caro…Perdona la mia ingenuità: ho capito troppo tardi.
Potessi gridarlo al mondo urlarei a gran voce: “amate i vostri nonni!”, “prendetevi cura dei vostri nonni!”. Da loro deriva la vita. Ne sono la fonte. Sono stati padre e madre. Sono un tesoro di inestimabile valore.
Troppo spesso li lasciamo alla loro solitudine.
Rimpiangere il passato non può saziare chi ha fame di amore.
Amate i vostri nonni. Fateli partecipi della vostra vita. Non spettatori, ma di nuovo, attori.
La domenica mio nonno era solito pranzare con noi.
Mio fratello scendeva a chiamarlo su segnalazione di mamma.
Nonno gli affidava una bottiglia del suo prezioso vino casereccio e dopo avergli raccomandato di non farla cadere a terra, posava la mano sulla spalla del nipote per percorrere la distanza che lo separava dal nostro appartamento posto al terzo piano.
Voleva sempre vicino Javier, come se solo la sua compagnia gli desseun poco del conforto che cercava.
Mi stupiva sempre quanto mangiasse piccante,
“Barbara,, ma lo hai messo il peperoncino a questa pasta?”
“Anche tanto!”
“Non si sente per niente!”.
Una domanda e un’esclamazione che era diventate rituali.
Scuoteva la testa e versava metà della boccetta che mia mamma gli aveva preventivamente messo davanti al piatto.
Lo scrutavo sempre aspettandomi che diventasse rosso e che gli uscisse il fumo dalle orecchie.
Non successe mai.
Non ci fece mai regali comprati personalmente da lui.
Era sua abitudine delegare a noi stessi la scelta.
Per ogni festività, piccola o grande che fosse, ci donava le ormai leggendarie centomila lire.
Ci chiamava per nome esortandoci ad avvicinarsi a lui. Uno alla volta. Si ficcava in tasca la mano, quasi di nascosto, come se non volesse essere visto e ci metteva sul palmo il denaro. Con la mano intrappolata tra le sue, ci chiudeva il palmo, ci fissava e serio, sussurrara:
“Per te, compraci quello che vuoi”
“Grazie nonno”.
Bastavano queste due semplici parole per fargli accennare un sorriso.
Ci accarezzava la testa felice mentre ci lodava per la nostra gratitudine.
“Nonno ma noi che possimo regalarti che ti piace?”
“Non mi serve niente. Sono solo un vecchio inutile. Mi fai felice se vieni a farmi visita e passare un po’ di tempo con me”.
Ecco che considerazione aveva di sé mio nonno.
Questa sua risposta mi riempiva sempre di tristezza. Non seppevo mai come ribbattere. Le sue parole mi spiazzavano. Stringerlo in un abbraccio mi sembrava così poco.
Solo in età adulta ho compreso il significato della sua richiesta, la stanchezza, la delusione, la solitudine che si celavano dietro quelle parole. Troppo tardi per poterlo aiutare.
40-Natale
Fu un magnifico primo Natale in famiglia.
Il più bello.
Io e mio fratello allora eravamo i più piccoli tra i Roselli.
Come più giovani della tribù ci fu destinata un’attenzione particolare.
Ricordo una vera e propria valanga di regali. Già prima adoravo il natale, finalmente potevo godere della sua magia tra gli affetti.
I doni di tutta la famiglia ci fsono stati consegnati da Babbo Natale.
Ci pensavano più ingenui di quanto fossimo in realtà.
Io e Javier avevamo stabilito di stare al gioco per non rovinare l’aria di festa e non dispiacere i parenti che ci avevano preparato la sorpresa e soprattutto per non sminuire la fatica e l’allegra umiliazione che aveva dovuto affrontare mia cugina Laura nel vestire quei famosi e abbondanti panni di un rosso vivo.
Quando con sollecitudine Chiara, la nipote di mio zio Nicolangelo, mi si avvicinò, mi prese per mano e quasi a consolarmi mi bisbigliò:
“Mi dispiace dirtelo…lo sai che Babbo Natale non esiste, vero?…Quella è Laura!?”.
Era impossibile non scoppiare a ridere: chi erano in realtà coloro che caricavano di fiabesca magia l’atmosfera natalizia? Gli adulti impegnati a personalizzare ingenue illusioni? O noi bambini che ci impegnavamo a recitare di credere in quelle che gli adulti avevano immaginato fossero le nostre di illusioni? Rimaneva tutto ugualmente bello. Affatto importante.
La piccola processione a circumnavigare la tavolata con il bambinello ad aprile la lunga fila dei Roselli è uno tra i tanti miei perenni ricordi. Tutti sazi, gli adulti allegri, spensierati, leggermenti alterati dal vino fatto in casa dal nonno, noi bambini altrettanto ubriachi di cibo e regali ricevuti. Brillavamo tutti quasi fossimo le luci di un pino addobbato a festa.
Con le mani sul tavolo a reggere le guance diventate belle rotonde ammiravo felice la lunga tavolata presso la quale sedevo. Eravamo una marea. L’aroma del cibo squisito, i piatti sempre pieni, il costante sottofondo delle voci, le fragorose risate che scoppiavano a tratti, le gote di grandi e piccoli diventate rosse, mio nonno che soddisfatto ma un poco malinconico sedeva a capotavola. Ognuno di noi euforico a modo suo, tutti carichi di un’allegria tutta speciale. Inutile citare nomi; chi era con me leggendo queste righe si rivivrà. Io ricordo quasi tutti quei volti; visi amati, anche di persone che purtroppo con ci sono più…
Mi riempivo e mi riempio gli occhi di quel quadro stupendo.
Orgogliosa e troppo felice di poter farne parte. Già. Io ne facevo parte.
Quello era il particolare essenziale.
Io facevo parte di quello spettacolo.
Quante meraviglie mi stava facendo scoprire la mia nuova vita.
Quante sensazioni inebrianti mi accarezzarono il cuore quella sera.
Avevo finalmente scoperto l’autentica magia del Natale.
Ho mangiato una quantità incredibile di un cibo che ormai amavo senza remore.
Ho giocato per la prima volta a tombola, a sette e mezzo, a mercante in fiera.
Scoprii che in Italia a Natale gli intrattenimenti preferiti sono quelli in cui si perde o si vince qualche spiccio. Il tutto senza alcun rancore: é pur denaro che resta in famiglia.
Mi fu subito chiaro quanto fosse bello vincere, ma come rodeva quando si perdeva!
Quel Natale fu celebrato in casa di zia Caterina; a noi piccoli, perciò, era stato premesso di giocare con i giocattoli delle mie due cugine: Paola e Laura. Nella loro camera sembrava essere scoppiata una bomba: qualunque giocattolo era stato tirato fuori e sfruttato. Inaspettatamente due bambole sono state ritrovate ritruccate malamente con un evidenziatore fuxia.
Arrabbiate e deluse da quel gesto le mie cugine cercavano il colpevole per fargli una bella ramanzina.
Il vandalo non è mai stato scoperto…Direi che è ora di ammetterlo…Si, sono stata io: sono io la colpevole…A testa bassa, dopo un milione di anni, chiedo scusa..
Chi di spada ferisce di spada perisce: arrivò anche per me una brutta sorpresa durante quelle lontane vacanze natalizie: la lettera che avevo scritto a Babbo Natale tornò al mittente.
L’ho ritrovata posata sulla mia scrivania. Tutta sottolineata di rosso: il simpatico vecchietto si doveva essere divertito tanto a sottolineare di rosso ogni mio errore di ortografia.
Dovevo provare vergogna anche di fronte ad una figura di fiaba?
Davvero i miei genitori avevano pensato che non sapessi la verità?
Avevo lasciato la lettera sotto il loro cuscino, ben sapendo che sarebbero stati loro a farci i doni di natale che avevamo desiderato.
I miei fecero finta di nulla.
Ci rimasi molto male.
Avrebbero potuto fare un’eccezione; non focalizzare le mie mancanze ma enfatizzare i miei sforzi, almeno sotto le feste.
Vedere tutte quelle righe rosse mi fece provare una forte vergogna.
Vedere la mia letterina deturpata a quella maniera mi procurò un profondo dolore.
Ci avevo lavorato tanto sopra, l’avevo colorata e arricchita di belle decorazioni…Avevano notato quei particolari? O avevano visto solo i miei errori grammaticali?
Giusto correggere gli sbagli, ma non avevano pensato ad un modo dolce di farlo?…Leggerla insieme e analizzarla facendoci due risate sopra, per esempio?
Ferita, non mi sono sentita affatto incoraggiata, solo umuliata.
Come loro, non dissi niente, ho fatto finta di nulla e gettato via il foglio che mi aveva guastato le festivitá natalizie.
39-Il mare
Ho visto il mare per la prima volta in autunno.
Il variopinto autunno del 1993. Quando ancora si potevano godere tutte e quattro le stagioni.
Non era certo il periodo più adatto dell’anno, eppure io l’ho trovato stupendo.
Non mi importava che fosse burrascoso e di un colore per nulla allettante.
Vedere quella infinita massa d’acqua grigia in perenne movimento ebbe un effetto quasi ipnotico. Sembrava un essere arrabbiato, solo, triste, costretto alla compagnia di un vento altrettanto irritato e di un cielo altrettanto oscuro.
Mi sono sentita piccola. Non intimorita.
Tutto mi appariva maestosamente superbo.
Potevo solo ammirare a bocca aperta.
Io e mio fratello ci tenevamo aggrappati alle panchine per non essere trascinati dalla forza del vento.
Ogni tanto abbandonavamo la nostra ancora per il piacere di essere sballottati.
Ridevamo felici, con gli occhi in lacrime per l’ostilità dell’aria.
Ogni tanto ci arrivava in faccia qualche goccia di acqua di mare. Le ho assaggiate.Con grande sorpresa ho scoperto che era salatissima.
Che periodo meraviglioso della mia vita: il mondo nel quale ero immersa era una continua sorpresa. Davvero non male la sensazione di nascere a nove anni: lo stupore e le gioie delle nuove scoperte non ha paragoni. Ero come un neonato che scopre di avere l’uso di due mani, solo che le mie mani erano il mondo che mi circondava. Avevo un’infinità di realtà da scoprire che i erano totalmente nuove. Era come se fossi nata a nove anni. Con beato stupore mi guardavo intorno e ciò che mi era abituale acqusiva nuovo significato. Un esempio? Andare in chiesa. Questa vecchia abitudine ora significava prendere la macchina ed andare alla celabrazione domenicale seduta tra mamma e papà. Spesso con noi veniva nostro nonno.
Ero cambiata anche io: ero diventata più infantile.
Ora che avevo chi pensava ai pericoli, alle conseguenze al mio posto mi sentivo in libertà di godere della mia età. Basta paura, basta contese con altre bambine (della perpetua competizione con mio fratello allora non ero consapevole), basta al dovermi sentire grande. Studiare e giocare. Godere e scoprire la mia nuova vita nel mio nuovo mondo con la mia famiglia. Questi si che erano abiti che mi piacevano.
Data la nostra commuovente euforia, i miei genitori mi anticiparono che durante l’estate il mare avrebbe offerto il suo spettacolo più bello. Se questo mare burbero mi era piaciuto quello che avrei potuto ammirare quell’estate mi avrebbe fatto sentire nell’Eden.
38-normalità
Famiglia. Amici. Battesimo. Scuola.
Ero pienamente omologata a qualunque altro bambino.
Ritenevo avessi ottenuto dalla vita quanto avevo desiderato.
Ero felice. Molto felice.
Esclusi i miei tentennamenti e la mia difficoltà a scuola potevo dirmi pienamente soddisfatta di ciò che avevo ricevuto. Ero una bambina serena.
Mia madre, come già fatto a Bogotà, ha diretto diligentemente ogni nostra giornata.
Igene, ordine, pulizia, doveri personali erano i suoi cardini. Ognuno doveva rifarsi il proprio letto, mantenere in ordine la stanza e lavare la propria biancheria intima a mano.
Passare aspirapolvere, spolverare, lavare per terrae di quando in quando i piatti. Ci insegnò a fare tutto questo sia a me che a mio frarello. Ritenava fosse giusto che entrambi partecipassimo attivamente alla pulizia domestica.
Con lei aveva inizio la mia battaglia contro microrganismi e batteri.
“Bisogna disinfettare per togliere i microbi e virus!”.
Tutto doveva essere ben pulito e igenizzato. Sterilizzato quando possibile. Tutto doveva essere esclusivamente ad uso personale.
Meglio non dare la mano nel salutate, non si sa cosa è stato fatto prima con la sottoscritta!
“Maurizio, ricordati che la pipì si fa sempre seduto e pulisci con l’alcohol se sporchi la tavoletta!”, strillava non appena mio fratello si avvicinava al bagno…Si, insomma era un po’ fissata con la pulizia.
Era lei a decidere come dovevamo essere vestiti. Un po’ mi ha infastida. Ero abituata ad esssere autonoma ripetto a cosa dovessi mettermi addosso. In realtà, in passato, all’orfanotrofio, i vestiti che ognuna di noi desiderava indossare si ottenevano a seguito di un’estenuante lotta con le altre, e non sempre riuscivo ad ottenere quello a cui miravo, ma ero comunque io a vestirmi secondo il mio capriccio. Fui paziente e ragionevole. Per quanto fu possibile. Ritenni giusto che quello fosse uno dei compiti principali di una mamma, perciò mi convinsi ad accetare le imposizioni stilistiche della mia. Almeno per qualche annetto. Poi scoppiò la ribellione.
A seguito del pranzo, durante il quale era tassativo mangiare tutto ciò che era contenuto nel piatto, un po’ di gioco, e poi si sarebbe dovuto pensare esclusivamente allo studio. All’inizio io e Javier studiavamo insieme nella nostra cameretta ma il nostro frequente chiaccherare e ridere era stato ritenuto sfavorevole alla nostra concentrazione perchiò si mio fratello incominciò a studiare sul tavolo della cucina.
Niente televisione durante il giorno. Solo un po’ di tv la sera, prima e dopo cena. Previo permesso materno. Ci sedevamo sul bordo del letto matrimoniale dei nostri genitori per vedere la posta di Sonia e i classici cartoni animati che passava quel famoso canale. La canzone della buona notte di quella famosa ricciolona per anni fu in segnale di coprifuoco. Alle nove, indipendentemente da cosa facessimo o cosa vedessimo, dovevamo andare al letto.
Le mie giornate erano scandite simili all’addestramento militare. Io non ci vedevo affatto nulla di male. Mi aspettavo ovunque fosse così. La severità quotidiana non era una novità. Poco mi interessava perchè saoevo che quel corpo che tanto pretendeva era sempre disposto a regalare affetto. Adoravo abbracciare mia madre. Mi sembrava che quel calore, quella morbidezza esistessero solo per essere goduti. Il mio rifugio. Attaccata a lei mi sentivo come una batteria in ricarica. Il contatto fisico con lei era il massimo per la bambina che ero allora. Con mio padre non era lo stesso. Non avevo la stessa spontaneità, quel senso di beatitudine che ti danno solo braccia che impari a conoscere a occhi chiusi. Era anche normale: papà usciva la mattina molto presto e tornava a casa solo prima di cena. Godevamo della sua presenza e compagnia solo la sera e il fine settimana. Perfetto simbolo del padre lavoratore che delega la totale cura della prole alla donna di casa. Per me era simbolo di massima autorità. Non nutrivo per lui lo stesso slancio che avevo per mia madre ma il senso di sicurezza che mio padre mi sprigionava non aveva paragoni. Mia madre era amore. Mio padre porto sicuro.
37-scuola
È bizzarro l’impatto che ti danno i paesaggi la prima volta che li osservi.
Come vedere attraverso uno steloscopio.
Forse perchè al tuo crescere gli spazi diventano più piccoli; o forse perchè con l’abitudine di averli avanti tutti i giorni l’attenzione si focalizza su altro. Non mi riferisco ai normali cambiamenti che avvengono nel tempo, quanto alle dimenzioni di ciò che ti che circonda.
Nei miei ricordi il mio vecchio quatiere è molto diverso da come si presenta oggi. La chiesa, il parco, il supermercato, ho ricordi che non trovano riscontro. Tutto è più minuto, non dilatato ed estraneo come era nella mia testa.
La bambina che ero fissava con minuzia e ingenua curiosità quanto incontrava.
Mi appariva come se la perfezione avesse deciso di accontentare ogni mio desiderio.
Amai il mio quartiere. Trovavo di mio gradimento ogni minimo particolare. Persino il semplice cinguettare degli uccelli mi sembrava più melodioso..
Feci il battesimo.
A nove anni.
Dovrebbero farla diventare la prassi.
Lo consiglierei a tutti.
Non perchè mi sentissi una smarrita pecorella della Santa Romana Chiesa (troppo difettosamente umana per un tale nome e tale orgogliosa autorità), ma perchè il mio battesimo rappresentò la mia consapevole unione con qualcosa di molto più grande. Credo nel concetto lato di Dio, qualunque sia il suo nome.
Al mio battesimo seguì l’ennesima grande festa.
Scoprii che come i colombiani anche gli italiani amano celebrare i lieti eventi: per gli uni il nucleo senza il quale è impossibile fa baldoria è costituito da musica e ballo, per gli altrii, il cibo e la buona compagnia. Io sono diventata lentamente un ibrido delle due: mi piace riempirmi la pancia e il pensiero successivo è :”Quando si balla?”. Un pensiero soltanto perchè la mia timidezza è più forte del mio slancio per il movimento. Una timida ha vita facile se sono gli altri i primi a buttarsi…Io non trovavo compagni disposti ad aprire le danze, perciò mi rimase solo il pensiero.
La festa a seguito del mio battesimo rimane negli annali della mia famiglia.
Essere viziati,poi, da una inebriante sensazione di potenza.
Essere al centro dell’attenzione in quella baldoria e tra la tranquillità di chi mi amava era una droga che mi faceva sentire la delfina di Francia. I bambini viziati sono insopportabili ma dannatamente felici.
Entrai a scuola con l’anno scolastico già avviato.
E’ stato difficile.
Non riuscivo a seguire con scioltezza le spiegazioni delle maestre.
Fare il dettato diventò un’impresa.
I quaderni avevano strane righe.
Difetti di stampa?
Si erano dimenticati di tracciare qualcuna?
Nell’aprire il quadernone già mi sentivo girare la testa. In Colombia tutti gli scolari dovevano utilizzare quaderni piccoli. Tutti con la medesima copertina di un nero opaco. Erano a quadretti o a righe semplici. Esistevano solo queste due semplici modalità.
Trovavo i quadernoni che gli italiani fanno utilizzare ai più piccoli di una scomodità incalcolabile. Mi sembrava di dover scrivere sopra un lenzuolo rigido. Non riuscivo a trovare alcuna posizione comoda che mi aiutasse a servirmene. Solo dopo innumerevoli tentativi scoprii che tenere il quaderno obliquo rispetto allle mie spalle mi era di aiuto. Un sostegno che svaniva non appena la maestra di turno mi raddrizzava l’odiato quadernone e lo ritrovavo parallelo rispetto a me. Un vero e proprio martirio.
Diventai davvero lenta: difficoltà con il quaderno, difficoltà a seguire la lingua, difficoltà a leggere, difficoltà a fare il dettato…eppure il mio ostacolo più grande era il dover scrivere in corsivo.
Era una modalità di scrittura che non avevo mai imparato. In Colombia le insegnanti non ritenevano necessario che le nuove generazioni lo imparassero. Lo ritenevano obsoleto? Non ne ho la più pallida idea. A scuola ero solita scrivere in stampatello minuscolo. Tutti scrivevamo in tale maniera. Solo i bambini più grandi e gli adulti sapevano scrivere in corsivo. Da sempre provavo grande ammirazione per chi era in grado di farlo.
Imparare a scrivere in corsivo fu un vero e proprio grattacapo per me. La mia grafia era orribile; se iniziavo bene finivo male, con la conseguenza che ogni parola era per metà scritta in un maldestro corsivo e in un rabbioso stampatello. L’antipatia verso il corsivo fu immediata. Me la portai sempre dietro e negli anni avanti, non appena mi fu concessa la libertà di scegliere come scrivere lo abbandonai con gioia per tornare definitivamente al mio amato stampatello minuscolo. Fu come tornare a camminare liberamente senza impedimenti.
All’inizio della mia nuova carriera scolastica perciò ogni singola parola rappresentò un triplice impegno: scriverla in un corretto italiano, scriverla in corsivo e scriverla sull’antipatico quaderno. Troppi ostacoli per una matricola incerta come me. Una vera faticaccia! Mi sentivo una vera stupida. Era imbarazzante avere tante difficoltà nello studio. Una novità davvero scomoda per chi aveva sempre avuto vita facile tra i libri.
Decisero di mettermi una maestra di sostegno.
A me, perchè mio fratello non ne ebbe mai bisogno (ma lui ricorda di verla avuta..).
Mia madre non sembrò affatto felice del trattamento speciale che mi fu attribuito.
“Sbrigati a diventare brava come tutti gli altri! Avere un’insegnante di sostegno non è una cosa bella”.
Fu un frase che mi destinava spesso.
Iniziai a vergognarmi delle mie difficoltà, iniziai a provare disagio nel vedere la mia maestra personale. La sua presenza finì per innervosirmi. Solo ad altri due bambini erano state assegnate maestre di sostegno. Entrambi soffrivano di evidenti handicap.
La voglia di incoraggiarmi di mia madre mi portò a vergognarmi dei miei tentennamenti. Dovevo assolutamente diventare brava; no: più brava degli altri.
Iniziai a sentire il bisogno di riscattarmi.
Mia madre doveva essere orgogliosa di me. Non sentirsi a disagio a causa delle mie difficoltà.
Mio fratello non sembrò dover affrontare grandi ostacoli.
Tutti lo riempivano di complimenti e di lodi.
Ne ero gelosa. Mi faceva male vedere che mi si trattava come una bambina lenta.
L’incoraggiamento non sarebbe più corretto verso chi tende ad inciampare?
Oggi suppongo che fin da quel primo anno dentro qualcuno si sia insidiato il dubbio che non fossi la bimba poi tanto intelligente e sveglia che era stata desiderata e che mio fratello fosse megliore rispetto a me. Un tafano silenzioso che iniziò a bacare i pensieri di quella persona. Una voce incoscia che iniziò i primi bisbigli. Suoni così bassi che era davvero facile sepolgere sotto i mille immediati e concreti pensieri della quotidianità.
Mi sentivo sminuita.
I continui paragoni e confronti mi facevano soffrire.
La reazione dei miei genitori nei confronti della nostra risposta alla vita scolastica nella mia mente si trasformò in una carezza per mio fratello e un dito puntato verso di me.
L’unica e naturale maniera di rispondere a tale comportamento era iniziare una lunga, continua, inconsapevole gara contro mio fratello per guadagnarmi le lodi dei miei genitori.
Fu da sempre così: al vincente aspettavano riconoscimenti e premi, al perdente, frustrazione e invidia.
Carezza o dito puntato.
Amavo la carezza.
Odiavo la frustrazione che derivava dal dito puntato.
Non certo un clima fecondo per la nascita di un buon rapporto tra fratelli.
Incoraggiamento. Questo volevano i nostri genitori. Incoraggiarci al meglio. Desideravano che emergessimo rispetto agli altri. I migliori. Questo dovevamo essere.
Io e Javier non siamo stati mai amici, non siamo mai stati legati dalla naturale complicità che si crea tra chi nasce dallo stesso sangue. Non due complici alleati. Solo e sempre rivali. Occupati nell’eterna gara di chi vuole arrivare primo. Indifferenti l’uno all’altra perchè ciò a cui puntavamo non poteva essere condiviso.
Per ciascuno di noi l’embrione dell’egoismo che era nato e si era sviluppato nell’ orfonotrofio, trovò la luce e mise radici profonde tra le mura della famiglia.