85- il fondo

Molto era cambiato.
Tutto in peggio.
Pensavo proprio di aver raggiunto il fondo.
La mia unica consolazione era che non potesse esistere un peggio maggiore di quanto avevo visto accadere.
Ero stata con Fabio e l’avevo lasciato.
Era un ragazzo splendido: si meritava di molto meglio.
Odio le frasi fatte, ma esprimevano la semplice ed efficace verità.
Il mio desiderio di provare la mia prima vera esperienza amorosa era stata più forte della repulsione che avevo per le mie gambe.
Ho voluto, per la prima volta, non pensare a loro, ma alle mie necessità e mi sono lasciata andare.
I miei complessi, però, anche se momentaneamente soffocati nel mio subconscio, non ci hanno messo molto a venire fuori.
Tutto questo faceva parte del passato; ora ero sola…eppure non potevo fare a meno di non pensarci.
Sempre per non dover pensare ad altro.
Allora il mio cervello doveva necessariamente tenersi occupato per non essere lasciato libero di annegare nel buio freddo e nero che regnava dentro di me.
Quel breve, tenero, sottile passato mi era diventato rifugio.
Una volta ci eravamo trovati soli a casa sua perché la madre era dovuta uscire all’improvviso.
Fabio si era avvicinato e dopo avermi baciato delicatamente sulla bocca mi aveva chiesto:
“Vogliamo andare un po’ in camera mia?”.
Sono diventata paonazza dall’imbarazzo.
Il terrore ha bloccato ogni mio movimento.
Mai avevamo parlato di sesso vero e proprio.
Io avevo preferito non entrare nell’argomento per evitare situazioni spiacevoli.
Fabio non mi aveva mai chiesto nulla a riguardo.
Supponevo che lo avesse fatto per rispetto.
Per me era stato più facile rifugiarmi in un innoquo imbarazzo che non rivelargli la verità delle mie paure e del mio disagio.
Mi faceva sentire più sicura il fatto che lui non sapesse nulla.
Non volevo ferirlo rivelandogli la verità.
Non volevo essere ferita dovendogli rivelare la verità.
Non volevo proprio ammettere l’esistenza delle mie brutte ed estese cicatrici. Le ustioni e il fatto che il sesso fosse entrato troppo presto nella mia vita. Entrambe le cose mi facevano sentire terribilemente brutta.
Sporca.
Mi sono rifugiata in bugie: gli ho detto che avevo le mestruazioni e che ero vergine. Sapevo che queste falsità mi avrebbero protetta.
Da vile ho preferito omettere per mezzo di menzogne piuttosto che affrontare la realtà.
Per me era un’impresa impossibile fare una semplice ammissione:
“Non ho il coraggio di affrontare l’intimità con chiunque perchè sono troppo brutta per farlo…Perchè mi considero troppo brutta e sporca per farlo…”.
Il terrore per la deformità della pelle delle mie brutte cicatrici, e la vergogna del mio lontano passato erano emersi chiaramente e mi hanno condizionata.
Ecco chi era veramente Clara la puttana.
Ecco cosa smuoveva dentro di me mia madre quando mi definiva tale.
MI chiedevo cosa mi desse la forza di aprire gli occhi ogni mattina.
Lasciarlo prima che lui potesse vedere quanto fossi brutta era stata la scelta migliore.
L’idea mi era persino stata di conforto.
Meglio che mi figurasse stronza ma fisicamente ed emotivamente integra.
Pensiero confortante.
Meglio dover lottare contro la mia coscienza che dover lottare contro il ricordo crudele di occhi sbarrati bavanti alle mie ustioni.
Occhi pieni di pena.
Nessun amore non poteva non reagire davanti alla devastazione delle mie gambe.
Questo mi immaginavo.
Il mio precoce inizio al sesso mi turbava profondamente ma lo giustificavo attraverso un’ambiente insano e la mia ingenuità di bambina.
Paradossamente era una lettera scarlatta che mi pesava meno delle mie ustioni.
Mi era di conforto sapere che Fabio nei suoi pensieri mi avrebbe immaginata e ricordata come una ragazza perfetta.
Preferivo lasciargli il ricordo di ciò che non ero ma che avrei voluto essere.
Nel mio dolore, almeno potevo illudermi che sarei sempre normale nei suoi ricordi: integra.
Provavo rammarico per avegli chiesto una pausa di riflessione per mezzo di una telefonata.
Dopo quell’ultima chiamata non ho visto Fabio per mesi.
Tutti i miei conoscenti, in realtà, sapevano che avevamo rotto: ero stata io a rivelarlo…Solo lui non lo sapeva.
Per questo mi aveva chiamata: perché lo ha saputo da altri.
Io, per l’ennesima volta,non ho avuto il coraggio di dirgli la verità e giustificare il mio comportamento .
Lui piangeva per l’evoluzione degli eventi, per il dolore che lo corrodeva dentro.
Mi sono sentita il peggiore dei boia.
Poteva pure stare sicuro che non me la passavo meglio di lui: soffrivo come e più di lui.
Perchè lui, anche se tradito, un domani avrebbe potuto innamorarsi ed essere libero di amare.
Anche io mi sarei innamorata ma sarei stata costretta a fuggire, di nuovo, ancora e ancora di fronte alla fonte dei miei sentimenti perché le mie gambe e il mio passato erano orribili.
Sarei stata sempre prigioniera dei miei complessi.
Per questo non sarei mai stata pronta ad avere delle vere storie.
La breve relazione con Fabio mi ha fatta sognare per un po’.
Mi aveva, inoltre, riportata alla realtà della mia condizione.
Non ero libera di amare perché provavo ribbrezzo verso me stessa.
Le mie molteplici cicatrici non si potevano nascondere.
Poi tutto il resto.
Le mie gambe erano soltanto un fastidioso piccolo ciglio dentro un occhio in confronto alla morte che era regina del mio cuore e della mia anima.

84- inizio della fine

Per un po’ di tempo non scrissi nulla.
Non volevo scrivere.
Poi ne ho sentito il bisogno.
D’altronde ero ancora in punizione per via del mio indimenticabile ritardo e la mia vita era casa-scuola.
Diciotto anni.
Diciotto anni in questo sporco mondo.
Delusa.
Trovai una definizione meglio azzeccata: illusa.
Sbagliato nuovamente: le mie illusioni stavano crepando tutte, una seguito dell’altra.
Dovevo ammetterlo in maniera definitiva: ero una diciottenne disillusa.
Il che era molto peggio del vivere dentro un’illusione; giacchè dalla mia misera vita mi trovavo a non aspettarmi proprio un bel niente.
Non mi sono sentita pronta ad affrontare l’accaduto.
Ho preferito dimenticare, far finta che non fosse avvenuto.
Mi concentravo su avvenimenti che potevano distrarmi.
Preferivo pensare a tutt’altro per distrarmi dal dover metabolizzare determinate parole.
Ho messo in atto un meccanismo di difesa che mi avrebbe permesso di non impazzire.
Meglio coprire pensieri da incubo con pensieri che mi apparivano meno peggio.
In mezzo alla mai confusione ho chiamato Stefania, mi sono confidata con Valeria, con Mariangela e Valentina e tutte mi hanno detto:
“Resisti. Finisci liceeo e università e poi scappa. Stringi i denti. Fai finta di non sentire. Chiuditi a chiave in camera tua”.
Fino ad allora non avevo avuto il privilegio di avere le chiavi della mia camera.
Mi rimaneva l’obbligo di far finta di nulla.
Far finta che non fosse successo.
Un’impresa.
Trovavo misero conforto solo nella lettura.
Un rifugio che tuttavia svaniva nel momento in cui chiudevo la copertina del volume di turno.
Usare lo studio come diversivo?
Non riuscivo e non volevo farlo.
Concentrarmi come dovuto quando avevo una tormenta violenta dentro al cuore per me era impossibile.
Sedare il mio cuore mi costringeva a sedare il mio cervello.
Dovevo trovare il modo di reagire.
Dovevo coprire il mio incubo rifugiandomi nelle mie paure.
Mi sono obbligata a pensare esclusivamente a Fabio.
Finalmente avevo la mia tanto attesa storia d’amore.
Peccato non riuscissi a viverla come sarebbe stato normale.
Avevo goduto e vissuto ogni giornata, ogni ora, ogni attimo come se dovesse essere l’ultimo.
Due mesi di puro amore romantico.
Sapevo fin dall’inizio che era un errore.
Mi sono trovata di fronte ad una situazione più grande della mia volontà.
Come già detto da qualcuno: “La carne è debole..”, il mio spirito lo era altrettanto.
Mi sono trovata di fronte a quel piccolo bel ragazzo che mi guardava adorante.
Che male mi avrebbe fatto uscire con lui per qualche volta?
Così ho fatto.
Ogni appuntamento risultava più bello.
Mi sono lasciata trascinare da una corrente che era troppo dolce per poter essere combattuta.
Mi ero ritrovata con il ragazzo.
I primi tempi sono sempre i più belli.
Passati i quali ho iniziato a sentire disagio.
Si stava avvicinando la bella stagione, Fabio cercava molto galantemente maggiore intimità con me.
Due fattori che proprio non avevo il coraggio di affrontare.
“Che ne dici di passare una giornata al mare?”
“Passi a trovarmi a casa?”
Domande che mi ghiacciavano il sangue.
Fabio conosceva solo la Clara bella, quella sicura in se stessa.
Delle mie zone in ombra, di quelle più buie non ne aveva idea.
La voglia di confidarmi con lui non c’era proprio.
Più trascorrevo il mio tempo insieme a lui più più una sensazione di claustrofobia si sviluppava.
In poco più di due mesi avevo raggiunto i limiti che non avevo il coraggio di sorpassare.
Sapevo che il mio legame con Fabio non sarebbe durato molto.
Era lui a non saperlo.
Non passava giorno in cui Fabio mi dichiarasse un amore profondo e sincero.
Quelle belle parole non mi facevano felice, mi trafiggevano il cuore perchè sapevo che lo stavo ingannando celandogli verità che avrei dovuto condividere con lui.
Il mio egoismo, i miei complessi, le mie paure sono sempre state più grandi del mio senso di rispetto per lui.
E dietro tutto questo c’era la mia situazione famigliare.
Mi sentivo uno zombie.
Mi cibavo di chi era vivo per avere la sensazione di essere viva io stessa.
Una situazione per me intollerabile.
Dovevo farla finita.
Smettere di prenderlo in giro.
Smettere di sfruttarlo.
Non lo meritava.
Mi sono decisa a lasciarlo, consapevole che avvenuto ciò non avrei avuto davvero nulla a cui agrapparmi,; consapevole che avrei perso l’unico velo con cui avevo coperto il totale abbandono della mia famiglia.
Solo le parole: “È finita”, non riuscivano ad uscire dalla bocca.
Volevo allontanarlo da me, eppure trovavo difficile mettere in atto i miei propositi.
Da codarda ho iniziato a cercarlo sempre meno.
Ad ogni mio passo indietro Fabio ne faceva uno nella mia direzione.
Siamo entrati in un circolo falso che mi opprimeva.
Se non fossi stata io a tranciare il nostro legame, lui non lo avrebbe mai fatto.
Gli ho chiesto una pausa.
Gli ho chiesto di cercarci solo dopo l’estate.
Fino alla fine non sono stata affatto sincera.
Dentro di me sapevo che il taglio con Fabio era netto eppure con lui ho potuto solo parlare di pausa di riflessione.
Non ero affatto fiera di me stessa.
Le mie bugie, le questioni sottaciute facevano di me una persona misera misera.
Guardarmi allo specchio è stato difficile per qualche tempo.
Mi sono dovuta arrendere a ciò che già sapevo: alla chiara evidenza che non ero pronta a legarmi con nessuno.
Non me lo potevo permettere.
I pro erano troppo pochi in confronto agli svantaggi: troppa sofferenza per me stessa e il doppio per chiunque si trovasse al mio fianco.
Per questo motivo mi ero costretta a lasciare Fabio e porre fine alla nostra relazione e non nella maniera più giusta.
Dannata la mia sfortuna!
Ma era meglio così.
Fabio iniziava a chiedere troppo da me.
Non perchè pretendesse, ma semplicemente perchè era la normale evoluzione di una qualunque relazione.
Io ero adatta solo all’amore romantico, all’innamoramento più giovane e più puro, un principio di amore di cui ci si stancava presto a quella mia età.
Lo capivo perché me lo sussurra il mio corpo.
Un corpo che aveva i suoi bisogni, un corpo che per me non era un alleato, ma il peggiore dei nemici.
Meglio non dare niente, che illudere di poter dare tutto.
Meglio non chiedere nulla, non avere pretese.
Meglio non dover trovarsi a ingannare chi impara a volerti bene.
Perché devo affrontare tutto questo da sola?…Quanto mi disprezzavo…E poi sotto tutto questo la solitudine più nera.
Il dolore che era un pozzo senza fondo.
La fredda solitudine.

83-fine dell’illusione

Non ho fatto in tempo a sedermi a tavola che ho voluto togliermi ogni mio dubbio.
“Dimmi quando mai ti ho fatto credere che io ci stessi provando con te”, ho detto a mio padre guardandolo negli occhi davanti a tutta la mia famiglia.
Ha riso nervosamente.
Non ha aggiunto altro.
Non gli è uscita una parola.
Nulla.
Pensavo stesse riflettendo.
“Ti prego, fai qualcosa! Aiutami!”, ho pensato disperatamente dentro di me.
Tutto quel tempo per formulare un pensiero?
Per pronunciare le parole che avrebbero salvato la situazione prima che precipitasse?
Era questo il capofamiglia?
Il padre che il destino mi aveva assegnato?
Regnò solo il silenzio.
Mi si è stretta la gola.
Ho smesso di respirare mentre lui riprendeva a mangiare come se niente fosse.
Mi sarei strappata i capelli; non osavo crederci.
Stavo sognando.
Era solo un incubo.
Mia madre e mio fratello mi guardavano a bocca aperta.
Nessuno sentiva bisogno di una spiegazione?
Era un argomento che riguardava solo me?
Mi sono costretta a parlare, nonostante la mia unica voglia fosse quella di scappare il più lontano possibile.
Dovevo coprire quell’odiato terribile silenzio che mi stava lacerando il cuore.
“Mamma ha aspettato che fossimo sole per fare un certo discorso. Ho pensato che se anche tu avessi pensato lo stesso che mi ha rivelato lei me lo avreste detto insieme”.
Mia madre è diventata improvvisamente nervosa. Ha iniziato a mangiare agitatamente.
Per me il cibo era uno degli ultimi pensieri.
Mi faceva schifo pensare al cibo dopo quanto mi era successo quel pomeriggio.
Di nuovo quell’odiato silenzio.
Nessuna domanda circa l’accaduto da parte di mio fratello o di mio padre.
Mio fratello non mi stupiva.
A sconcertarmi era mio padre.
Persino il silenzio aveva più carattere di lui.
Possibile che non capisse che gli stavo chiedendo aiuto?
Si era dimenticato quanto lo avessi supportato quando mia madre pensava che lui la tradisse?
Si era dimenticato quanti stratagemmi avevo portato avanti affinchè si riapacificassero?
Unica occasione in cui io e mio fratello abbiamo collaborato per il benessere della famiglia.
Ecco il ringraziamento: solo e sempre silenzio.
“Tu hai frainteso le mie parole. Non hai capito cosa volevo dirti in realtà…”, ha blaterato senza convinsione mia madre.
“C’era poco da fraintendere nelle parole che mi hai sputato addosso. Dimmi cosa non avrei capito? Se vuoi lo ripeto. Correggimi se sbaglio”.
Ho ripetuto il suo discorso.
Difficile dimenticarlo.
Me lo porterò dietro per tutta la vita.
Di nuovo nessuno ha reagito.
Continuavano a mangiare come se niente fosse.
Faticavo a crederlo.
In quale manicomio ero mai finita?
Mia madre mi aveva rinnegata, mi aveva dato dell’animale in calore, e loro continuavano a mangiare!?
Che razza di uomo, padre di famiglia o fratello può fare una cosa del genere?
Quale mostruosità eravamo diventati?
Le lacrime mi salirono incontrollate agli occhi.
Addio sogni di famiglia.
Non lo saremo mai stati.
Non ebbi il coraggio di continuare a guardarli.
Mio fratello, finito di cenare, andò in camera sua a studiare.
Giusto: lo studio prima di tutto: per il nostro futuro…ma la violenza morale, lo stupro della mia anima non aveva alcun valore?
I miei sono rimasti a tavola come se niente fosse.
Il mio sogno era finito.
Come un vetro rotto era fatto solo di pezzi.
Crollato.
frantumato in parti troppo devastate perpoter essere aggiustato.
Mi schiantai davanti alla realtà con la stessa violenza con cui si perde la vita con un incidente automobilistico.
Per giorni e giorni ho ricostruito a ritroso la mia vita e mi è diventato chiaro che mia madre non mi soffriva già da molto tempo.
Aveva dovuto solo legittimare la sua repulsione nei miei confronti.
Finalmente aveva trovato il modo di farlo.
Nel suo cuore non c’era mai stato posto per me, non in maniera definitiva.
Ho perso quel privilegio quando ho smesso di essere bambina e sono diventata ragazzetta.
E non certo la ragazzetta che lei desiderava.
Lei non avrebbe accettato nessun ‘altra donna in famiglia.
Io ero un estranea che era diventata sua rivale.
Solo per pochissimo tempo sono stata una figlia per lei.
Ecco perchè da anni mancavano le carezze, gli abbracci, i baci, la voglia di vivere in armonia.
Lei non lo aveva mai voluto.
Se mio padre aveva pensato che il silenzio avrebbe sciolto da solo la situazione che si era creata, io aveva la convinzione che per mia madre non era finita: era appena cominciata la battagli finale. L’ultimo scontro, quello definitivo aveva preso vita.
Lei era follemente convinta delle sue affermazioni.
Il fatto che mio padre non avesse reagito avrebbe rappresentato una conferma per lei.
Non lo aveva detto.
Non sarebbe passato molto tempo prima che lo avesse fatto.
Io ne ero convinta.
Stavo annegando dentro una casa nella quale mi sentivo un’ospite indesiderato.

82-non più figlia

Per molto tempo  non ho parlato  tra le mie pagine dell’evento che ha fatto crollare il mio mondo.

Ricorderò per tutta la mia vita quel giorno: 15 aprile del 2003.

Come una codarda mi sono rifugiata in altri argomenti nella la precaria speranza di poter distrarmi dalle ferite della mia anima.

È stato peggio della sera in cui mi sono bruciata con  fuoco e benzina.

Il dolore fisico passa.

Quello interiore dura una vita intera.

Accampagna ogni respiro.

Mi è stata inflitta una tortura che mi porterò sulle spalle a ogni mio passo.

Le labbra di questa ferita non si chiuderanno mai.

Ho fatto finta che non fosse successo.

Che fosse l’ennesimo errore dovuto alla rabbia.

L’ennesima offesa verbale.

Poi ho capito che non era così.

Lei lo pensa davvero.

Ne era convinta.

Una è stata la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso minuto.

Era lunedì.

Il primo giorno dopo la mia punizione eterna.

due giorni dopo che ero rientrata alle tre del mattino.

Quello che non sapevo era che mia madre non aveva ancora finito di parlarmi.

Quella domenica si era trattenuta.

Non mi aveva detto tutto quello che avrebbe voluto dirmi.

Aveva aspettato quel lunedì pomeriggio.

Eramo da sole a casa.

Papà al lavoro e mio fratello a fare gli allenamenti.

Io non meritavo di fare sport perché non ero brillante a scuola.

Nemmeno mio fratello lo era.

Lui, però, ne aveva bisogno per sfogarsi: era un uomo.

Giusto. Molto corretto. Democratico.

Mia madre mi ha raggiunta  in camera mia.

“Noi due dobbiamo parlare”.

Che bello.

In tutti quegli anni di convivenza non lo avevamo mai fatto per davvero.

Siamo sempre rimaste due estranee.

Che stesse per cambiare qualcosa?

Ho aspettato che aprisse bocca.

“Devo dirti solo due cose: quello che hai fatto sabato è stato troppo grave: per me non sei più mia figlia: io non provo niente per te. Seconda cosa: calma i tuoi ormoni bollenti. Sei un animale. Me ne sono accorta, non sono mica una stupida, so bene che tu ci stai provando con tuo padre. Ho tante prove: come ti trucchi: lasci la porta aperta e fai la provocante per farti vedere e poi ti ho spiata: ho fatto delle riprese e delle foto mentre ti tocchi”.

Telegrafica.

ha detto questo e mi ha guardata.

 Non ho ribattuto nulla.

Ho semplicemente risposto al suo sguardo.

Era come se fossi stata narcotizzata.

Come se il mio corpo si fosse anestetizzato per proteggersi da se stesso.

Ecco che cos’era il disagio che sentivo da qualche tempo, quel leggero presagio che galleggiava nell’aria come se avesse voluto prepararmi a non crollare di fronte a queste parole.

Finalmente  era chiarito il mio presentimento.

Sul momento non ho sofferto.

Non avevo ancora assimilato la concretezza di quelle frasi.

“Fammi vedere i video e le foto”.

Ho detto solo queste parole.

Sono rimasta seduta a guardarla.

Estremamente calma.

La calma coatta che deriva solo dai grandi traumi.

Sapevo bene che quanto aveva affermato era falso.

Che non mi amasse, era chiaro da molto tempo.

Quell’affermazione era vera.

Finalmente lo aveva ammesso.

Il resto costituiva la più crudele delle bugie.

Non era mai stata in grado di prendere una macchina fotografica in mano.

Figurarsi fare una ripresa.

Che mi avesse spiato. Si. Era vero.

Lei ha sempre amato farlo.

Con chiunque.

Non perdeva occasione per nascondersi dietro porte o persiane chiuse per impicciarsi di qualunque rumore.

Mi ero masturbata?

Non era credibile.

Mai fatto.

Un’educazione cattolica portata avanti per anni dalle suore in orfanotrofio e una madre rigida come lei avevano soffocato qualsiasi tipo di curiosità.

La masturbazione era un’argomento pressocchè inesistente per me.

Farlo mi avrebbe fatto sentire terribilmente sporca.

Se mi ero toccata era stato solo per prendere coscienza dei cambiamenti del mio corpo. Qualunque adolescente guarda con curiosità il proprio corpo davanti ad uno specchio.

Il fatto era che lo avevo fatto molti anni prima. Quando ero più piccola.

Una curiosità che non aveva nulla di erotico ma che era il normale stupore di una bambina di fronte al suo sviluppo.

Se c’era qualcuno che aveva violato qualcun’altro, era lei perchè aveva spiato la mia intimità.

Le parole non mi avevano turbata perchè non mi ero sentita colpevole.

Non ero io nel torto.

“Lo farò quando vorrò farlo”

“O non lo fai perché sai che non esistono?”

“Mi fai schifo. Sei una bestia in calore”, mi ha sputato contro e se ne è andata.

Rimasi immobile per ore.

Non ebbi la forza di muovermi.

Il corpo mi era diventato improvvisamente pesante.

Permisi alle prime lacrime di uscire.

In silenzio.

Era come se mi colasse dell’acido dalle guance.

Avevo sempre pensato che il nostro problema fosse l’incomunicabilità.

Non andavamo d’accordo.

Era una verità più che concreta.

Il mio amore per lei, tuttavia, era altrettanto reale.

La amavo.

A modo mio la amavo.

L’avevo sognata per troppo tempo perché non fosse così.

La avevo accettata come madre dal primo istante in cui l’avevo abbracciata e da allora lo era sempre stata.

Le ero corsa incontro frenaticamente prima ancora che i miei occhi si fossero posati sul suo viso.

La amavo già prima di incontrarla.

I nostri caratteri erano incompatibili; eravamo delle totali estranee perché incapaci di parlare l’una con l’altra.

Era mia madre, però.

Ora lei non si considerava più tale.

Non provava nulla per me.

Ho sentito il mio cuore lacerarsi.

Non mi reputavo una vittima.

Ero più diavolo che angelo tra le mura di casa.

Ho cercato sempre di rimanere sempre dentro i limiti imposti alla mia età e al mio ruolo. Cosa che lei non ha mai fatto.

Era davvero un così grave errore aver fatto tardi e non aver avvisato?

Questo mio errore valeva il mio diritto di essere figlia?

Mi è sembrato un prezzo troppo altro per uno sbaglio che fa qualunque adolescente. Nemmeno figli assassini ricevono un trattamento tanto crudele.

È stato…Non sapevo neppure come definirlo…Sentirsi dire queste parole da mia madre…Mi sono sentita come il fedele che scopre che il Dio nel quale serbava il suo più profondo amore incondizionato fosse solo un’illusione.

Non ho mai pensato a lei come una madre adottiva.

Era mia madre.

Tutto e semplicemente questo.

Cristo Santo!

Davvero era successo?

Di nuovo mi sono sentita come sotto sedativo.

Ogni mio sentimento sembrava sopito, sotto torpore.

Mi sentivo un guscio vuoto.

Sarei dovuta andare via?…E dove?

Avrei dovuto chiedere aiuto?…E a chi?

…Avevo solo terra bruciata intorno a me…

Sono rimasta seduta sul letto per tutto il pomeriggio.

Quale era la soluzione per poter convivere in ambiente famigliare nel quale non ero la benvenuta?

Diventare un guscio vuoto?

Privarmi di ogni gioia per escludere il dolore?

Avrei dovuto cessare di avere aspetttative nel mio prossimo per impedire qualunque tipo di delusione?

Se costretta a diffidare dei miei stessi genitori di chi avrei mai potuta fidarmi?

Se mia madre e mio padre non erano riusciti ad amarmi chi mai avrebbe potuto farlo?

Prima di esprimermi ulteriormente decisi di aspettare la sera, durante la cena avrei chiesto dei chiarimenti.

Davanti a tutta la famiglia.

La mia speranza più grande era quella di trovare il sostegno necessario per dimostrare a mia madre che il suo era un grande errore di valuzione.

Speravo tanto nel loro aiuto.

Mi sono sentita mancare l’aria.

Decisi di rifugiarmi in un dolce pensiero: il mio Fabio.

Il sollievo è stato  immediato.

Arrivarono le farfalle, non nello stomaco, bensì, dentro al cervello.

Sono scappata  in quella mia relazione adolescenziale per non dover affrontare pensieri torbidi come fango.

ripensare agli sguardi, alle parole, alle sue attenzioni, al suo amore trasparente mi ha fatta sentire subito meglio…Miseramente felice di essere importante alleno per lui.

81- la colpa imperdonabile

La mia prima storia d’amore segna la svolta della mia vita.
Le lacrime con cui Fabio mi ha dimostrato il suo dolore quando ha scoperto che la mia decisione era definitiva sono stati macigni sul cuore.
Mi sono ripromessa di evitare stupidi tentativi su persone innocenti.
Prima sarebbe stato giusto risolvere le mie questioni morali.
Solo il mio nodo di Gordio sembrava aumentare del suo intreccio, piuttosto che il contrario.
I miei problemi di fatto si erano centuplicati.
Il famoso Big One della mia vita era avvenuto.
La mia premonizione si era avverata.
Il disastro intorno a me era totale.
L’inizio del caos è stato determinato da un guaio che i miei hanno reputato imperdonabile.
Stavo passando la serata con Fabio e due mie conoscenti.
Entrambe accompagnate dai loro ragazzi.
Tre coppie.
In principio siamo stati in casa di Silvana; ci eravamo rifugiati nel garage, posto allestito a festa, più che deposito di un automobile.
Ci siamo fatti cullare dalla musica, ognuna tra le braccia dell’altro.
Poi ci siamo spostati in un’altra casa ma è avvenuto l’irreparabile: ci siamo addormentati.
Tutti quanti.
Abbiamo riaperto gli occhi che erano le tre del mattino.
Terrorizzati, siamo rimasti fermi a chiederci come affrontare la situazione.
Il mio coprifuoco sarebbe dovuto essere la mezza notte.
Sapevo che mio padre mi sarebbe dovuto venire a prendere per quell’ora proprio a casa di Silvana.
Il problemi era che io non ero li.
Questo tre ore prima.
Ero addormentata altrove.
Silvana era con me, persa quanto me nel sonno e nemmeno nel suo caso i genitori sapevano dove stesse perché nella cantina dove stavamo non prendeva il cellulare di nessuno.
Volevamo morire.
Imbarazzati l’uno più dell’altro abbiamo deciso che il ragazzo fornito di motorino mi avrebbe portata a casa per prima perché ero quella che abitava più distante.
Del tutto sprovvista ad un viaggio sulle due ruote mi sono morta di freddo. Mi sembrava che il motorino urlasse mentre la città intera sembrava addormentata.
Troppo silenzio.
Troppa quiete.
Più mi avvicinavo a casa più avevo voglia di morire.
Avrei potuto cercare di entrare in casa facendo il massimo dell’attenzione.
Il massimo silenzio.
Il problema era che non avevo più le chiavi di casa.
Mia madre me le aveva tolte da qualche tempo.
Aveva il tormento che le usassi per fare qualcosa di sbagliato.
Per proteggersi e proteggermi aveva deciso che era più saggio privarmi del libero ingresso in casa mia.
Ho premuto il citofono con la sensazione di aver messo il dito dentro un nido di vespe.
Il ronzio metallico della durata di qualche secondo mi è parso una bomba sganciata dal cielo.
Mi stavo cagando sotto.
Lo scatto che indicava l’apertura del cancello mi ha tolto il respiro.
Ho salutato il ragazzo che mi aveva riportata a casa come il morituro consapevole dell’avvento del boia.
Ho salito i gradini che mi portavano a casa aspettandomi il peggio.
Come cazzo avevo potuto addormentarmi!?
E quando mi avrebbero creduta!?
Difficile crederlo…Lo capivo…Era la verità, però…
Un bel ceffone mi ha accolto dietro la porta accostata.
“Con te facciamo i conti domani mattina”.
Già, troppo silenzio per le nostre discussioni.
Chi ha potuto dormire.
Sono andata in bagno e preparami al letto e con orrore ho scoperto di essermi macchiata.
Avevo le mestruazioni ed era troppo che non mi ero cambiata.
Mi sono infilata al letto.
Si è fatto giorno.
Troppo dannatamente presto.
Sapevo che sarei stata in punizione a vita.
La casa si è svegliata del tutto ma io tergiversavo ad alzarmi dal letto.
Mia madre mi ha stimolata prendendomi dai capelli e portandomi in cucina.
Prima ed ultima volta ce ho ha fatto.
Io ero troppo in torto per ribellarmi della cosa.
“Sei una svergognata! dove sei stata? Tuo padre e tuo fratello ti hanno cercata per due ore! siamo stati costretti a suonare in casa di Silvana per tentare di trovarti! dove cazzo stavi? abbiamo passato tutta la notte svegli!”,
“In casa di del ragazzo di Alessandra”
“E con chi cazzo stavi!?”
“Sai co chi stavo…Ci siamo addormentati…”.
E’ scoppiata a ridere.
“So bene cosa hai fatto: sei una porca: avevi persino i pantaloni sporchi di sangue! Sei una troia! In più sei tornata in casa in motorino! tutto quel baccano! Ti hanno sentita tutti! Non ti vergogni!? ma che può pensare la gente!?”
” Se avessi avuto le chiavi non sarei stata costretta a suonare…”
“E che pensi che le chiavi risolvano tutto!? Ho fatto bene a toglierti le chiavi: io orge in casa mia non le voglio!”.
Li ho smesso di ribattere.
Mia madre era sicura che quella sera io mi fossi abbandonata al sesso sfrenato e che le mie mestruazioni non fossero altro che il manifesto della mia sfrenatezza.
Mannaggia alla sfiga più nera!
Baci, strusciamenti c’erano stati con il mio ragazzo, avevo diciotto anni, d’altrove; ma nulla di più: ci eravamo dannatamente ed ingenuamente addormentati ciascuno al riparo dei propri abiti.
peccato nessuno fosse disposto a credermi.
Casa. Scuola. Nulla di più. A tempo indeterminato.
Mi potevo pure dimenticare l’esistenza del telefono: le mie amicizie balorde non erano più tollerate.
Ho accettato i giusti castighi.
solo il peggio stava per arrivare.

80- primo amore

Avevo una storia.
Fabio.
Conosciuto alla festa di compleanno di Silvana.
Cosa era cambiato dentro di me?
Nulla.
I miei fantasmi e le mie catene erano sempre li prensenti, sempre gli stessi.
Non li combattevo: li lasciavo ai margini delle mie giornate.
Sapevo che la mia storia d’amore sarebbe durata esattamente il tempo in cui loro sarebbero rimasti a fare da cornice alla mia nuova esperienza.
Non appena avessi avuto il sentore del loro attacco mi sarei allontanata dal povero Fabio.
Era marzo.
Mi sembrava di poter avere un po’ di tempo per avere l’illusione di poter avere una storia d’amore.
Lui era bassino, grazioso e molto dolce; la persona più vicina alla normalità a cui sono potuta stare vicina.
Ha accettato la mia tempestosa vita famigliare: “Io voglio te non tua madre, tuo padre o tuo fratello”.
E’ stata una breve, romantica, bella storia d’amore.
Mia madre ha accettato la cosa.
Naturalmente zero privasy: ogni nostra chiamata al telefono fisso era ascoltata anche da lei, che senza vergogna si portava il modile all’orecchio per poter sentire tutto.
È diventata la prassi.
Chiunque mi chiamasse era costretto al questa fastidiosa conferenza.
Io chiedevo alle mie compagne e a Fabio di non cercarmi al numero di casa ma volentieri la risposta era:
“Non ho nulla da nascondere: ascoltasse pure!”.
La trasparenza con cui dimostrava tutto il suo attaccamento a me mi lasciava sbalordita.
Acqua e fango.
Lui e me.
Dispiaciuta mi davo della egoista a voler scoprire i miei limiti sulla pelle di un’altra persona.
Non mi piaceva il mio atteggiamento ma odiavo la mia solitudine.
Non ho avuto il coraggio di confidarmi, di aprire il mio cuore.
Ho fatto la parte della fidanzatina superficiale.
La verità è che mi piaceva essere amata.
Ricevere attenzioni.
Sentirmi importante per un’altro essere umano.
Avere la sensazione di essere accettata.
Scoprivo che era bellissimo rifugiarsi dentro il calore di un altro essere umano.
Mille complimenti, frasi d’amore.
Io non sono stata sicera.
Vero.
Ho usato quel povero ragazzo finchè i miei complessi lo hanno permesso.
A primavera inoltrata lui ha organizzato una giornata al mare.
Il mio campanello di allarme è suonato.
“Fabio ti chiedo una pausa di riflessione”.
Gli ho detto questo mentre dentro me stessa sapevo che la mia sarebbe stata una fuga dopo la quale non mi sarei mai fatta trovare.

79-autolesionismo

Parlo spesso di egoismo.
Neppure io ne ero immune.
Ricostruendo gli anni del mio passato mi è venuto alla mente un’episodio del quale non trovo traccia tra le mie pagine.
Non lo trovo perchè l’episodio non riguardava me.
Riguardava mio fratello.
Non ricordo le ragioni dell’ennesima discussione se non che era lui a trovarsi nell’occhio del ciclone.
Io mangiavo in silenzio, grata di non trovarmi al suo posto.
Quante volte mi aveva dato fastidio il suo modo di ignorare le discussioni domestiche eppure io mi comportavo nello stesso identico modo.
Sono certa che il litigio fosse dovuto al qualche cattivo voto o compito.
La voce di mia madre sempre più alta ed isterica, Javier a rispondere, con voce più bassa ma con altrettanta rabbia.
Ho smesso di ascoltarli. Di seguirli. messi in modalità muto.
Io e mi mio padre continuavamo a mangiare.
Rumore improvviso di una sedia tirata indietro, tempo di girarmi e vedere mio fratello sbattere la testa addosso ad uno spigolo del muro della cucina.
La faceva con intenzione.
Con violenza.
Una. Due. Tre volte.
Avrebbe continuato se io e mio padre non lo avessimo bloccato.
Aveva la fronte scorticata.
Si vedeva il rosso di una piccola quantità di sangue.
Con le ginocchia tremolanti l’ho accompagnato in bagno.
mi ha fatto tenerezza, vedere la sua fragilità mi ha scossa.
Mio padre sgridava furibondo come non mai mia madre chiedendole quando l’avrebbe piantata di comportarsi come una pazza.
Li sentivo litigare dal bagno.
Lei era furiosa che papà le desse contro.
Incredibile.
“Loro sono diventati così per colpa tua! Non ti sei mai comportato da padre!”.
Si davano l’uno addosso all’altro.
Ho messo una pezza bagnata con acqua fredda sulla fonte di mio fratello.
Tremava.
L’ho accarezzato, baciato e stretto tra le mie braccia.
Mio padre è venuto a vedere come stesse.
E’ rimasto il tempo di accertarsi che fosse tutto a posto e che io lo stessi calmando mio fratello, poi si è andato a sedere in salone.
Da solo.
In silenzio.
Pian piano mio fratello ha smesso di tremare.
“Perchè lo hai fatto? Mi hai spaventata terribilmente”,
“Non volevo più sentirla parlare. Non riuscivo più a resistere. Dovevo farla smettere”,
“E per farlo hai dovuto sbattere la testa addosso al muro? Ti sembra normale?”,
“No. Ho agito d’impulso…Mi sono quasi ritrovato davanti al muro…Nemmeno sentivo dolore”,
“Io lo sentivo al posto tuo: è stato bruttissimo vederti fare una cosa del genere. Mai per niente e per nessuno al mondo devi arrivare a farti del male”,
“Hai ragione”.
In questo breve scambio di parole lei ha avuto il coraggio di venire in bagno per dire a mio fratello che era matto; io le ho chiuso la porta in faccia e lei non ha reagito alla cosa: è andata in cucina a sistemare, a buttare una cena che nessuno aveva la minima intenzione di terminare.

78-oasi

Clara la puttana.
Sono anni che questa sentenza le esce dalla bocca.
Ora le usciva con molta più frequenza.
Dovuto al fatto che mia madre mi vedeva uscire solo dopo un’attenta preparazione?
Al fatto che quando lei mi chiedesse con chi stessi uscendo io le rispondessi sempre con nomi differenti?
Tutti i ragazzzi dai quali ho accettato un’appuntamento avevano un’altissima considerazione di me.
Si contavano sulle punte delle dita di una mano quelli a cui avevo concesso un bacio.
Ed era questa la concessione più alta per me.
Non ero pronta ne disposta ad offrire altro.
Questo faceva di me una poco di buono?
Perchè chi dovrebbe essere padrone della verità la nega?
Perché mia madre si è convinta di questa realtà distorta?
Lei potrebbe capirmi più di qualunque altra persona al mondo.
Tante attenzioni da parte dell’altro sesso mi procurano un’esultanza pari alla vita di un fiammifero.
Sapere di essere considerata bella era molto piacevole.
Solo il mio entusiasmo era direttamente proporzionale alle loro attenzioni.
Come a chiunque altro amavo essere ricorperta di attenzioni, ma quando capivo che il mio corteggiatore di turno era troppo preso da me e cominciava a far intendere di volere un impegno costante e duraturo da me, io non mi esaltavo: mi si gelava il sangue nelle vene.
Quello era il momento in cui mi costringevo a fare marcia indietro.
A fuggire.
A scappare.
Non ero disposta a concedere o condividere ciò che mi facevo ribbrezzo di me stessa.
“Ho scoperto di provare qualcosa per il mio ex. Te lo dico per correttezza. Meglio non vedersi mai più”.
Frase che ho detto anche a persone che mi interessavano davvero, ma da cui io sentivo il bisogno di allontanarmi.
Di fuggire.
Preferivo questa bugia piuttosto che dire la verità.
Preferibile la bugia dell’ex fidanzato piuttosto che dover dire:
“Guarda che non sono bella come pensi: da piccola mi sono bruciata con fuoco e benzina: ho delle brutte cicatrici sulle gambe…Non piacciono a me: figuarsi se possono piacerti a te. Odio farmi vedere senza vestiti; d’estate mi deprimo, divento noiosissima, non acetto inviti al mare o in piscina o in posti in cui si deva stare in costume da bagno. Sesso? Con me non esiste. Penso che non avrò mai il coraggio di farlo…Adesso che sai la verità vuoi comunque stare con me?”.
chi mai avrebbe avuto il coraggio di accettare?
L’amore puro?
Non credevo che esistesse.
Non per un ragazzo della mia età.
A diciotto anni la battaglia interna degli ormoni regna sovrana.
Anche sul cuore.
Io combattevo già troppe battaglie per, rinunciavo ad una guerra che sapevo avrei perso e dalla quale sarei uscita annientata.
Essere trattenuta nella prigione dei propri complessi ed essere ritenuta una troia in casa era semplicemente paradossale.
Mi sentivo annientare da un doppio tormento: ero stanca di vivere nel mio mondo di catene mentali, illusioni, disillusioni…e la bassa considerazione che si aveva di me in famiglia.
Avevo solo dolore e piccole isole nelle quali potevo dimenticare per qualche tempo la mia tristezza. Oasi dalle quali scappavo io stessa per non farle diventate il mio incubo.
Quando sarebbe arrivato per me il momento della felicità?
Di quella vera.
Nel profondo del cuore sentivo di meritarla.

77-fumetti e pornografia

Cena come tante.
Le domande ostinatamente le stesse:
“Come è andata a scuola? Sei stata interrogata? Hai fatto qualche compito in classe? Come è andato, quanto hai preso?”.
Ai soliti banali, noiosi e sterili interrogativi ho risposto senza alcun entusiasmo:
“Bene. No. No”.
Abbiamo ripreso l’ultimo pasto della giornata nel silenzio, con in sottofondo la solita voce artificiale del terso o quarto telegiornale che i miei si ascoltavano.
Persino il televisore sembrava avere più entusiasmo di noi.
Eravamo una famiglia noiosa; composta nel mangiare, nella quale nemmeno il cibo sapeva essere allettante. Se la cuoca non ama i fornelli lo si vede dai suoi piatti.
Per mia madre tre erano i fattori fondamentali in cucina: valori nutrizionali, una sana alternanza del ciboe infine semplicità e velocità nella preparazione.
Amava la pentola a pressione: buttava dentro gli ingredienti per poi delegare a lei ogni compito.
Una vera noia per il palato.
Questo era il mio stato d’animo quando lei ha tirato fuori un libretto.
“Mi spieghi cos’è questo?”.
Già, che cosa era?
Ho sfogliato incuriosita una lunga serie di donne nude che mi fissavano sicure nelle loro pose provocanti.
Più giravo le pagine più ero confusa.
Smetto di sfogliarlo per fissare mia madre.
“Ma che significa?”,
“Dimmelo tu. So che sono tuoi. Non ti vergoghi di portare a casa questo schifo?
Questo non è nemmeno stato il peggio.
Pazzesco.
Incredibile.
Dalla solita noia al disastro.
Ero talmente incazzata, incredula, che non ho potuto ribbattere.
Mi sono alzata da tavola e sono scappata nel bagno degli ospiti.
Era l’unico posto di casa fornito di chiave.
Talmente era profondo il bisogno di alienarmi da quella situazione surreale che ho lasciato la luce spenta.
Mi sono tappata la bocca con le mani per non darle la soddisfazione di sentire il mio pianto disperato.
Non sapevo se abbandonarmi al paradosso della situazione e ridere a squarcia gola o dare libero sfogo alla mia rabbia.
La soluzione mi è stata data dall’esterno, perchè dallo spazio tra legno della porta e piastrelle del pavimento ho visto passare dei fumetti.
Le stesse donne provocanti di prima.
“Tieni, così puoi divertirti chiusa li dentro. Per me puoi rimanerci a dormire. Tanto lo so che tutti i fumetti porno che ho trovato li hai comprati tu: ti conosco fin troppo bene. Ho capito chi sei già da tanto tempo: sei una svergognata; una gattamorta, una bagascia!”.
Ferita profondamenteho ripreso il mio pianto.
Davvero stava succedendo?
Ero finita all’inferno?
Cosa diavolo stava succedendo alla mia famiglia?
Non era tollerabile.
Non era sopportabile.
Sono diventata cieca dalle rabbia.
Ho urlato come una isterica:
“Tu sei pazza! E cosa ci sarebbe di alllettante per me in queste pagine!? A me piacciono i ragazzi! E poi con che soldi li avrei comprati se voi non ci passate una lira!? Ma siete diventati tutti scemi insieme!? Non ti è passato per la testa di chiedere a mio fratello!?”
“So che li hai comprati tu. Sono sicura che è così”.
Mi ha risposto con tranquillità.
Con semplicità.
Lei non aveva chiesto.
Si era già messa in testa la sua versione personale.
Perchè!?
Qualunque essere umano sensiente con due figli adolescenti avrebbe capito istantaneamente che i fumetti porno erano del maschio.
Per quale folle ragione mia madre aveva pensato a me!?
Perchè mai avrei dovuto comprare del materiale porno per mio fratello!?
Si poteva dire che ci parlavamo per sbaglio!
“Tu sei matta! Sei matta da legare! Da manicomio!”, le ho urlato con tutta la forza della mia rabbia,
“Tu sei una troia! Devi solo che vergognarti e stare zitta!”.
Ci urlavamo contro tutto questo, in maniera sempre più selvaggia e avremo continuato in eterno se mio padre non le avesse urlato di ritornare in cucina.
Lei ha ubbidito.
Ora erano loro tre seduti a tavola: mamma, papà e mio fratello.
Parlavano tranquillamente.
La televisione era stata spenta.
Sentivo solo la voce di lei ma soltanto perchè ha sempre avuto in tono di voce molto alto.
Javier si sentiva a stento.
Disagio del colpevole.
Parlare sottovoce è un primo tentativo di chiedere scusa e riconoscere il proprio torto.
“Davvero sono tuoi? Guarda che non devi coprire tua sorella”.
Peggio di un mulo, porca miseria!
“Si, mà, sono miei! Non lo vedi che sono in inglese!? Li ho presi quando sono stato in Scozia…”,
“Il sesso non è quello descritto li sopra. Solo i malati di mente hanno bisogno di certe porcherie. Alcune scene sono da vomito, da pervertiti…Tutta quella violenza..”
Meno male.
Due dei suoi dieci neuroni si erano svegliati dal letargo…Che discorsi scemi le uscivano dalla bocca…Eppure non era quello a darmi un profondo fastidio…Qualcosa strideva.
C’era qualcosa di ancora più sbagliato in tutta quella situazione.
C’era qualcosa di profondamente ingiusto.
Ho notato la calma con la quale discutevano.
Inusuale per la nostra famiglia…Eppure non era quello a lasciarmi basita.
Qulacosa mi tormentava.
La rivelazione non è stata affatto piacevole.
La verità era uscita fuori ma nessuno mi aveva richiamata a tavola.
Nessuno mi aveva chiesto scusa.
Mi avevano semplicemente e completamente ignorata.
Delusa.
Ferita sempre più, sono uscita dal bagno e mi sono buttata dentro il mio letto.
Ho cercato di ignorare lo strano sentimento che mi stava lentamente riempendo.
Lo soffocavo per evitare che sgorgasse e mi invadesse tutta.
Sentivo solo un freddo e profondo buoi dentro di me.
Quella sera mi sono sentita troppo stranca, troppo debole per poterlo fronteggiare e mi sono lasciata annegare dentro di esso. Era come essere immersi nell’acqua gelida.
Coperta fino alla testa di sabbie mobili; ma non erano granelli di sabbia a circondarmi ma milioni e milioni di spille. Migliaia e migliaia di piccoli coltelli che producevano un dolore ispiegabile. Crudele.
Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe scoppiata una bomba che avrebbe sconvolto il mio penoso mondo già fatto di ruderi.
Inquietudine, smarrimento, paura, quella strana forma di dolore che non è fisico eppure sa essere più profondo, più forte: il dolore che solo un arto fantasma può provocare, delusione, stordimento.
Tutto questo sentivo dentro di me.
Non avevo nulla a cui aggrapparmi.
Sapevo solo che le cose col tempo sarebbero peggiorate.
Una premonizione.
Una spiacevole certezza.
Sapevo che un terribile terremoto si sarebbe abbattuto dentro di me e nella mia famiglia.
Allora il disastro sarebbe stato totale e il dolore di questa sera sarebbe stato nulla in confronto.
Non sapevo come ne quando ma ero in attesa.
Si è fatto vivo mio fratello.
“Mi dispiace tanto”
“Anche a me e comunque sei un cretino”
“Pensavo di averli nascosti in un posto sicuro”
“Dove?”
“Un po’ sotto al letto, al centro e un po’ dentro la fodera del cuscino”
“Allora mi rimangio quello che ho detto, non sei un cretino: sei un cojone”
“Me ne sono accorto…Notte..:”
“Notte”.
Almeno lui ha avuto un minimo di rispetto per lo straccio che ero diventata.
Uno scambio di diplomatiche parole.
Non una carezza.
Non un abbraccio.
Neppure tra noi fratelli esisteva un minimo di contatto fisico.
Finalmente arrivava il sonno.
Amavo il giungere di quella temporanea incoscienza.
Dava la sensazione di non aver problemi.
Rimaneva solo il nulla.
E il nulla per me era stupendo.

76-cigno

La mia esperienza con Marco segnò una svolta nella mia vita.
La nostra fu una breve storia estiva fatta di baci.
Lui mi ha riempita di attenzioni, se lontano, mi mandava sms molto romantici.
Già pochi minuti dopo la fine del nostro primo appuntamento mi ha mandato messaggi in cui ero diventata il suo tesoro, il suo amore.
Prima volta in vita mia che un ragazzo usava queste termini per indicare me.
Leggerli non mi ha dato il piacere che avrei immaginato.
Marco mi era sembrato troppo generoso nel attribuirli.
Mi ha quasi infastidita leggerli.
A certi termini attribuivo un peso di un’importanza notevole. Tesoro e amore erano due termini che dovevano essere guadagnati, usati con parsimoniosità.
Ho dato poco peso alla cosa…In fondo sapevamo entrambi che tornati ognuno nel suo mondo non ci saremo mai cercati.
Quella mia prima piccola storia determinò un cambiamento improvviso.
Come se fossi stata un brucio dentro il bozzolo mi sono vista sbocciare.
E’ stato quasi un cambiamento inaspettato del quale non mi ero affatto resa conto.
Improvvisamente sono diventata visibile per l’altro sesso.
Mi sono accorta con orgoglio che iniziavo ad attirare le prime occhiate di interesse.
Le mie compagne mi presentavano amici che avevano espresso il desiderio di conoscermi.
Iniziarono i miei primi appuntamenti.
Si svolgevano il pomeriggio.
Alla luce del sole.
esclusivamente il sabato pomeriggio.
Difficilmente non accettavo gli inviti che mi erano stati fatti.
Li prendevo come occasioni di confronto.
Alla fine erano passeggiate, chiaccherate leggere che terminavano con un reciproco ringraziamento per il tempo condiviso.
Non regalavo baci.
Dovevano essere meritati.
La mia autostima prese vita. Ho iniziato a provare orgoglio per me stessa.
Stavo evidentemente migliorando il mio aspetto.
Il mio corpo stava facendo tuto da solo. Ero la rappresentazione vivente del brutto anatroccolo. Finalmente anche io stavo diventando cigno.
Non ho mai cercato di fare il primo passo; mi piaceva aspettare di essere corteggiata.
Non mi sono mai comportata da civetta o da antipatica,;offrivo sempre un sorriso, anche ai ragazzi che non rispondevano ai miei gusti: ero stata troppo tempo dalla parte di chi era stato ignorato per comportarmi da stronza e soprattutto era troppo piacevole ricevere attenzioni che fino ad allora non erarano mai state destinate a me.
Attribuirmi termini quali: “amore, tesoro, piccola mia..” era un grosso errore. Chi sentivo svendere questi termini con troppa disinvoltura non mi rivedeva due volte.
Pensavo che se erano così generosi con parole che ritenevo di un certo peso emotivo, allora il loro cuore doveva esssere certamente mercenario.
Non volevo avere a che fare con tipi di questo stampo.

Se finalmente l’altro sesso mi concedeva attenzioni tutte positive, mia madre sembrava volere la discussione continua.
Che donna pesante.
Ha cambiato frase preferita.
Nel sentirsi offesa da un mio cattivo voto o da un mio comportamento questa era diventata la sua domanda di rito:
“È così che mi ringrazi per averti tirata fuori dalla merda?”.
La prima volta che l’ho sentita parlare così la mia confusione mi ha letteralmente lasciata di sasso. Come non poteva riflettere sul suo modo presentare le sue lamentele?
Le sue parole mi hanno offesa.
Avrei dovuto ringraziarla per avermi adottata, essere come lei mi avrebbe voluta semplicemente perchè lei mi aveva tolto dalla miseria?….Non avevo idea di come mia madre si immaginasse la mia vita precedente; si, avevo vissuto nella miseria, nella merda come diceva lei, con mio padre, e non era stata certo lei a tirarmi fuori da quella situazione.
Lei mi ha presa con se quando l’unica cosa che mancava nella mia vita era l’amore e le attenzioni di una famiglia.
In orfanotrofio mangiavo tutti i giorni, avevo un comodo letto tutto mio, avevo la possibilità di godere di ogni festività dell’anno…perciò non vivevo affatto nella merda…Si, la mia vita era misera, perchè carente di tutto quel mondo emozionale che solo un genitore può donare al proprio figlio…Mi mancava l’amore, mi mancava una famiglia.
Bisogni che mi erano rimasti pur avendo un padre e una madre.
Siamo state sfortunate, nessuna riusciva a rispondere ai bisogni dell’altra.
Parlavo di noi due, in realtà avrei dovuto riferirmi ad ogni componente della mia famiglia.
La mancanza di dialogo, di comprensione, di empatia ci portava ad estenuenti litigi ciechi e sordi. Stavamo diventando bravi solo in una cosa: abili nel ferirci reciprocamente.
Sporadicamente pensavo di parlare con mio fratello per cercare un alleato che potesse essere di aiuto nel non sentirmi così dannatamente sola e non capita.
Vedere con quanta sufficienza mi lanciava i suoi sguardi superficiali mi spiazzava. Bastavano quelli a ricordarmi che lui non aveva una considerazione migliore di me: mi considerava una sciocca, una stupida…E poi mio fratello era troppo impegnato a pensare a se stesso…Le false speranze in casa mia non erano utili nemmeno a risollevare il morale, tutt’al più mi facevano sentire ancora più disarmata nell’affrontare una vita che non mi sarei mai immaginata.
Negativamente parlando.