94-un cuore da distrarre

Avessi avuto dei nonni.
Avessi avuto una buona confidenza con qualcuno dei miei zii o zie.
Avessi avuto qualcuno veramente vicino a me avrei chiesto aiuto.
Avrei cercato aiuto.
Mi sarei rifugiata tra le loro braccia.
Mi sentivo in balia di una tempesta troppo grande per me.
In realtà non avevo nessuno.
Era stata così brava a isolarsi ed isolarci da tutti che avevamo solo terra bruciata intorno a noi.
Intorno a me.
Non avevo nessuno da cui rifugiarmi, nessuno a cui chiedere un consiglio.
Brutta cosa la solitudine totale.
Brutta cosa il sentirsi vecchi a nemmeno vent’anni.
Portavo avanti le mie giornate incolori come se fossi stata un automa.
Tornare a casa mi toglieva vitalità.
Mi sentivo come un fantasma.
Se venivo notata era per sparare qualche altra cattiveria.
Inutile dire quali fossero.
Erano sempre le stesse identiche volgarità.
Si stupiva del mio comportamento.
Della passività con cui affrontavo la quotidianità.
“Inutile che cerchi di attirare l’attenzione. Credi di farmi impietosire facendo la vittima!? Pensa a studiare e a sbrigarti ad andare via!”.
A detta di lei avrei dovuto fare finta di niente.
Avrei dovuto pensare solo alla scuola.
Io non ci riuscivo.
Mi era impossibile non pensare a ciò che era avvenuto in casa.
A ciò che avveniva in casa.
Mi era impossibile non pensare a quale fosse l’immagine che aveva di me la mia famiglia.
Come avrei potuto semplicemente ignorare?
Io non ci riuscivo.
Non ero capace.
Non riuscivo a non pensarci…Solo se avessi continuato a pensarci sarei impazzita.
Pensare non mi faceva bene.
Unico modo per regalarmi un poco di sollievo era pensare ad altro.
Coprire le mie stesse riflessioni con qualche palliativo.

Il mio autista diventò il padrone dei miei pensieri.
Per questo ho iniziato ad adorarlo.
Dimenticarlo?
Ignorarlo?
Ci provavo ma per me era diventato come aria.
Era paracetamolo per la mia anima ferita.
Mi distraeva dal mio dolore.
Mi serviva qualcuno attraverso il quale poter usare un cuore, perchè senza di lui sarebbe vissuto inutilizzato.
Provavo a concentrarmi sulle mie amicizie.
Poter abbandonarmi completamente in esse era un lusso che non mi era permesso.
In casa non mi concedevano la libertà di poterlo fare.
Solo bastoni tra le ruote.
Ecco quale era l’unico dono della donna che chiamavo madre.
Non avevo gli spazi giusti per dare libero sfogo al mio bisogno di affetto.
La persona a me più cara doveva stare lontana da casa mia.
Meglio non nominarla nel castello della regina, giacchè al solo pronunciare il suo nome lei si sentiva innervosire.
Le mie chiamate con Valentina erano continuamente intercettate da mia madre.
“Questa poco di buono ancora non ha capito che non deve chiamarti in questa casa?”, diceva a voce alta per farsi sentire da lei mentre mi lasciava il telefono,
“Mi serve il telefono! Basta con le vostre stronzate, fatti chiamare sul cellulare”, urlava a metà chiamata.
Ero terribilmente dispiaciuta per Valentina.
Trattata con cattiveria ingiustificata perchè la sua unica colpa era quella di essere la mia migliore amica.
Preferivo non cercarla quando ero in casa.
Era il mio modo per evitarle che fosse ferita.
Era il mio modo di proteggerla dalla lingua velenosa di mia madre.
A Vale non importava.
Lei continuava a cercarmi, a telefonarmi.
I suoi sentimenti per per erano più forti della malignità di mia madre.
Mi sentivo onorata di essere tanto importante per lei, il suo affetto per me era acqua nel deserto.
Avessi potuto avrei passato tutti i miei pomeriggi in sua compagnia e sarei tornata a casa solo al calare della notte, ma era impossibile: si usciva solo il sabato pomeriggio.
Sporadicamente ero riuscita a poter passare qualche pomeriggio insieme a lei a casa sua…Le volte si contavano sulle punte di una mano…Allora si che mi sembrava di poter respirare!
Come stavo bene in quei momenti!
Casa mia era diventata una gabbia rovente dalla quale non vedevo l’ora di poter allontanarmi.

93-l’ingenua

Non mentire.
Quanto ci avevi creduto veramente?
Tanto!
Diavolo!
Ci avevo creduto!
Ci avevo creduto tanto!
Ecco perché stavo così dannatamente male!
Stavo di nuovo di merda!
Ho fatto una promessa a me stessa: mai mi sarei fatta ingannare due volte dalla stessa persona.
Mai sarei ricaduta sullo stesso errore.
Erano dei pazzi.
Non mi illuderanno mai più.
Il sottile e fragile compromesso che ci eravamo imposte si è volatilizzato.
Eravamo di nuovo in guerra.
Avevo promesso di dimenticare.
Così avevo fatto.
Sono stata ingannata.
Sono stata ingenua.
Lei ha cercato la pace perché sapeva che saremmo stati dai suoi parenti.
Mi ha accontentata in tutto e per tutto per tenermi buona.
Per evitare che dal nostro strano comportamento, dalla nostra freddezza, dal nostro nervosismo trapelasse qualcosa.
Ha evitato che sorgesse il più piccolo dubbio, la più piccola domanda.
Si è assicurata che la tanto importante apparenza di famiglia perfetta non fosse intaccata.
E io ci sono cascata con tutte le scarpe.
Ho abboccato stupidamente all’amo.
Ho creduto a ogni sua parola fasulla.
Tornati a Roma ha confermato la sua verità.
“Quello che ti ho detto quel pomeriggio è tutto vero. Tuo padre la pensa esattamente come me. Io non dimentico mai”.
Mi ha illusa per calpestarmi di nuovo.
nemmeno la forza di chiederle:
“Allora perché mi hai mentito?”.
Lei non mi avrebbe risposto.
La verità mi si è rivelata da sola.
Mi aveva mentito spudoratamente per garantirsi la tranquillità delle sue vacanze estive.
Quanto può essere stata maligna?
Quanto sono stata cretina io da crederle ciecamente?
Avrei dovuto ascoltare i miei campalli di allarme che avevano suonato incessantemente ma che io avevo zittito perchè volevo credere alle sue parole.
Bugiarda e maligna lei, Stupida, credulona ed ingenua io.
Che andasse al diavolo!
Quanto è stata maligna!
Che strega!
Quanto sono stata stupida a crederci!
Mi sono sentita come se mi avesse pugnalato cento volte al cuore. Ecco il mio male, personale, il mio incubo, ecco la cattiveria.
Ho finito di essere ingenua.

92-estate dentro di me

Miracolo.
Era avvenuto un mezzo miracolo.
Mi sembrava così improbabile!
Dovevo crederci davvero?
Ha voluto riparlare.
“Facciamo come se non fosse successo nulla. Dimentichiamoci degli errori che abbiamo fatto e ripartiamo da zero”.
E’ stato come ritornare a respirare senza che bruciassero i polmoni.
I miei avevano discusso?
Si erano parlati tra di loro?
Cosa era accaduto per far si che mia mamma avesse capito di aver esagerato?
Mi era quasi difficile crederlo.
Avevo dei dubbi che ho forzatamente fatto tacere.
Ho voluto crederci.
L’ho abbracciata.
L’ho baciata.
Avevo ritrovato mia madre.
Ero nuovamente felice.
Completa.
Accettata.
Ha detto di di rimuovere.
Cancellare la nostra lunga lista di reciproci errori.
Ho accettato con entusiamo genuino la sua proposta.
Io ero pronta a farlo.
Non ero una persona che riusciva a portare rancore.
Tornavo a vivere.
Mi sentivo come chi si risveglia da un incubo e può riabbracciare una realtà molto più dolce.
Il brutto sogno è evaporato come se non fosse mai avvenuto.
Godevo di quella pace ritrovata come se fossi sopravissuta ad un uragano.
Dovevo ricredermi: le parole di mia mamma erano state causate dalla rabbia, dalla delusione.
Non le aveva pensate sul serio.
Meglio cancellare i mille pensieri negativi che avevo generato negli ultimi mesi.
Sarebbe stato troppo stupido perdere l’occasione che il destino ci aveva concesso.
Avevo ricevuto la dimostrazione che la mia vita non era fatta solo di negatività.
Estate intorno a me ed estate dentro al mi cuore.
Finalmente.

91-zombie

Prossimi alla partenza estiva.
Destinazione: la Sardegna.
Mi sembrava una beffa.
Perchè vendere una casa di proprietà in un determinato posto per poi tornarci a pagamento?
La strana di casa sarei stata io!?
C’era una strana quiete tra me e mia madre.
Forse si erano parlati tra di loro?..C’era lo zampino di mio padre?…Quando mai…
La mia unica speranza era di vincere il Superenalotto e poter scappare da questa gabbia di pazzi…Figurarsi quanto stavo messa male nello sperare di trovare un ago in un pagliaio…
Sapevo bene che io e mia madre eravamo una pentola a pressione in procinto di scoppiare.
Continuava a leggere quanto scrivevo.
Perchè farlo se non gli importava più nulla di me?
Abitudine?
Curiositá?
Dispetto?
Non sarebbe cambiata mai. Finchè fossi rimasta sotto il suo stesso tetto non avrei avuto alcun diritto alla riservatezza.
Non capivo: non si riteneva più mia madre, allora in base a quale ruolo pensava fosse giusto violare la mia intimità?
Mi sembrava un conflitto di interessi. Che donna contraddittoria…Se glielo chiedessi già mi immaginavo la risposta:
“Perchè devo difendermi da te”.
Giusto, doveva pure difendersi dal demonio che ero…Già.
Pensare con quanta intensità da bambina avevo desiderato una famiglia e vedere come la mia storia personale si era evoluta mi feriva terribilmente.
Bizzarro: non vedevo l’ora di allontanarmi dal mio sogno di sempre.
Temevo che sarei diventata pazza da un giorno all’altro.
In definitiva era stato cento volte meglio l’orfanotrofio.
Lì ero stata trattata molto meglio.
Non mi avevano mai illusa.
Non ero mai stata psicologicamente maltrattata come hanno fatto e stanno facendo i miei “genitori”.
I loro discorsi mi facevano rivoltare lo stomaco.
“Questo è il ringraziamento per averti tirato fuori dalla merda?”,
“Non è neanche tanto colpa vostra. È la vostra brutta razza che è fatta così: le donne sono tutte puttane e gli uomini camionisti”,
“Voi non avete bisogno di amore. Noi vi abbiamo preso perché dovevate studiare e prendere la vostra strada”.
Frasi sempre di lei.
Lui sempre zitto.
Si dice che chi tace acconsente.
Mi facevano venire i brividi.
Le rispondevo:
“Tu non ti vergogni di quello che dici? Te sei orgogliosa dei tuoi natali perchè il popolo sardo è il popolo ariano!?”.
Avrebbero dovuto pensarci molto più attentamente.
Il passo decisivo era stato compiuto proprio da loro.
Se dubbiosi avrebbero dovuto lasciarci a qualcun’altro.
Qualcuno con un desiderio maggiore, con certezze più forti.
Inspiegabilmente mi era più facile immaginare me e mio fratello dentro un’altra famiglia, ma non altri bambini insieme a loro; era come se avessi avuto la certezza che per loro sarebbe stato problematico con chiunque fosse loro capitato.
La realtà, tuttavia, era che proprio noi eravamo capitati proprio a loro.
Eravamo qui per un desiderio formulato da Barbara ed Ennio.
Nessuno li aveva obbligati.
Non siamo stati un dono offerto da un terzo.
Siamo stati una loro espressa decisione.
Avrebbero voluto poter darci indietro come un cucciolo che si è dimostrato troppo vivace?
Perché non hanno adottato a distanza?
Sarebbe stata la soluzione migliore per il loro punto di vista: aiutare un bambino a screscere, a studiare e sostenerlo a trovare la sua strada.
Un aiuto finanziario che non avrebbe avuto alcuna pretesa di tipo emozionale o sentimentale. Esattamente ciò che si sarebbe meglio adattato al carattere dei miei genitori.
A nessuno sarebbe stato attribuito un ruolo fasullo.
Sarebbero stati solidali con uno o più bambini meno fortunati e la loro coppia avrebbe vissuto una vita più facile.
Una palla al piede.
Una croce.
Non esiste incubo peggiore per una ragazza adottata che rendersi conto di rappresentare questo per i propri genitori adottivi.
É di moda parlare di zombie; peccato non siano una banale finzione cinematrografica: esistono: uomini e donne uccisi dai propri sogni, dalle proprie speranze, dai propri bisogni.
Cadaveri ambulanti svuotati, per i quali persino l’ossigeno risulta pesante e doloroso da respirare.
Il loro cuore morente batte a stento solo per ricordare loro la ragione della loro dipartita.
Vivono per morire ogni giorno.
Questo ero diventata io.

90-la mia personale impresa

Senso di vuoto.
Mi sentivo una..Come mi sentivo?…Come niente…Mi sentivo come il niente…Una sensazione terribile.
Mi sentivo senza cuore.
Solo un cuore arido come l’aria che mi circondava durante l’estate romana.
Ho pensato di chiamare Valentina.
Ma che cosa avrei ottenuto se non una poco soddisfacente telefonata a tre: io e la mia amica con mia madre attaccata ad un altro telefono a spiare la conversazione.
Non avevo neppure la libertà di parlare liberamente con una mia amica…Rimanevo capace di essere sincera solo con me stessa. Già. Perché era solo Clara a consigliarmi, a chiarirmi, a consolarmi. Ad essere il mio tutore.
Solo lei puteva farlo.
Solo lei sapeva tutto, perciò capire tutto.
Solo lei non mi avrebbe mai tradita.
Solo mi sentivo così vuota.

Ore. Giorni. Settimane. Mesi.
Il mio stato d’animo non era affatto cambiato.
Continuavo a sentirmi inesorabilmente vuota.
Senza niente.
Senza alcuna motivazione.
Senza un fine.
Ero davvero così mal messa?
Ero arrivata a raschiare soltanto il fondo?
Ammettere la verità che era dentro di me mi sarebbe costato.
Desideravo ignorare quella fievole luce che mi resisteva dentro per evitare che fosse annientata.
Era delicata come la fiammella di una candela.
Volevo custodirla, proteggerla anche dalla disillusa ciabbatta vecchia che stavo diventando.
Era come se avessi visto il viso di medusa e la mia trasformazione fosse doloramente lenta.
Stavo diventando di pietra.
Non lo desideravo, eppure, era il mio unico meccanismo di difesa.
Un difendermi che proprio non mi piaceva.
La mia fiammella lasciava viva una piccolissima parte del mio cuore.
Quella stessa minuzia mi faceva desiderare l’amore.
Il vero amore.
Un sogno lontano da me che desideravo quanto temevo.
Volevo così tanto qualcuno che mi scoprisse.
Qualcuno che lottasse per superare le mie barriere.
Esisterà qualcuno disposto a farlo?
Esisterà un ragazzo tanto altruista da desiderare questo?
Mi rendevo conto di cecare l’acqua nel deserto.
Avevo un’età nella quale qualunque ragazzo avessi incontrato avrebbe desiderato superare solo una barriera: le gambe chiuse.
Ero davvero di poco conforto per me stessa.
A tenermi in vita era la tenue speranza che fossi destinata a incontrare una persona che avrei amato con tutta me stessa.
Vivevo per trovare questo futuro amore.
Era la mia ragione di vita.
Che senzo avrebbe avuto, sennò, la mia presenza proprio qui?
Avrei voluto tornare a casa in un luogo dove mi sarei sentita la benvenuta, voluta. Amata. Rispettata. Un bacio, un abbraccio; tutto con il sorriso sul viso. Mangiare con lui a tv spenta, per aver la possibilità di parlare di qualunque cosa. Sedermi sul divano tra le sue braccia e rimanere così fino a notte fonda. Amata. Voluta. Rispettata. Protetta.
Ecco cosa mi avrebbe resa felice.
Ecco cosa desideravo in questo mondo di lupi.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e trovare una persona tanto forte e determinata da abbattere i miei incubi e le catene che mi imprigionavano.
Avrei dovuto cercare questa persona. Trovare la casa. Preparare quei piatti. Comprare il divano.
Si.
Sarebbe stata questa la mia ragione di vita.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e contro il mondo per ottenere tutto ciò che prospettava il mio domani.
Ecco che qualcosa era finalmente cambiato: possedevo ciò di cui molti risultavano privi: avevo una meta.
Il mio fine, ma la bellezza era che costituiva anche un punto di partenza.
L’impresa della mia vita.
Questo avrei dovuto affrontare se davvero volevo vivere e non veder vivere.
Ero consapevole di quanto la cosa rappresentasse la mia personale scalata sul monte Everest: conoscevo fin troppo bene la forza dei miei complessi e dei miei terrori per non sapere che la mia sarebbe stata una battaglia molto facile da perdere. Ecco perchè nella mia testa esisteva solo il mio autista.
Il mio amore fantoccio ed unilaterale che mi regalava false illusioni.

89-disperazione

Quanto ero imperfetta.
Un campo di battaglia nel corpo e nell’anima.
Mi sembrava che il destino si divertisse un po’ troppo esclusivamente a mie spese. Eppure eravamo così tanti sulla terra. Perchè tutta questa ostinazione nei miei confronti?
La ciccia rappresentava un difetto banale.
Avevo di molto meglio nel mio repertorio.
Le mie gambe, la mia famiglia e gli aspetti più neri del mio lontano passato.
Le infondate accuse di mia madre avevano risvegliato fantasmi contro i quali non avevo mai avuto il coraggio di confrontarmi.
Avevo alcuni aspetti di me che mi provocavano una profondissima vergogna.
Mi sentivo terribilmente sporca.
Lettere scarlatte che mi si erano attaccate addosso in Colombia, non in Italia. Lettere di cui io solo ero a conoscenza.
Bambina, troppo piccola per capire, completamente indifesa, mi ero trovata ad avere rapporti completi con altri bambini del mio stesso paese.
Quanti?
Non ne ho la più pallida idea.
Di certo ero stata una preda fin troppo facile da ottenere, da circuire…Di questo mio lontano passato ho iniziato a pentirmi.
Quanta colpa avevo in ciò che mi era capitato.?..Eppure non potevo evitare di sentirmi terribilmente sporca, macchiata di una colpa fin troppo grande.
“Hai visto che tuo padre ha confermato le mie parole? Anche lui la pensa come me! Non mi dimenticherò mai la notte in cui sei tornata alle tre del mattino: ho controllato i tuoi pantaloni: erano pieni di sangue! Sei solo una puttana!E poi non con uno! Chissà con quanti! Sei rimasta fuori casa a fare orge!Mi fai schifo!”.
Di nuovo ha aspettato che fossimo da sole per dirmi queste cose.
Nessuna novità.
Me lo aspettavo.
Inutile dirle che quella famosa sera avevo le mestruazioni: non mi avrebbe creduta.
Il problema più grande era che quelle sue parole mi bruciavano addosso come pugnalate roventi.
Lei non lo sapeva ma avevo le mie motivazioni per sentirmi una puttana.
Non volendo mi ero trovata a esserlo.
Piccola e indifesa ero stata una puttana.
Avevo davvero una macchia infamante dentro di me.
Le accuse di mia madre, anche se non veritiere mi colpivano sia nel cuore che nel più profondo di me stessa.
Ferivano la mia storia di ragazza adottata perchè del mio sogno aveva fatto il mio incubo, feriva aspetti del mio subconscio con i quali non volevo combattere.
Ho perso gran parte della mia positività.
Ho iniziato a ridere molto meno.
Sono diventata molto più seria.
Il silenzio che prima rappresentava la mia timidezza si è trasformato in qualcos’altro: la tacita rassegnazione di chi non si aspetta nulla dalla vita.
Mi sono ritrovata invecchiata tutta insieme.
Avevo perso ogni mia illusione.
Mi sono arresa all’irrazionale.
Andavo al letto ogni sera pregando.
La richiesta era sempre la stessa.
Ogni mattina mi svegliavo, alzavo le coperte e osservavo se ero stata esaudita.
Niente da fare.
Le mie ustioni erano sempre lì.
Eterne come il mio dolore.
Mi dicevo che se non le avessi avute avrei trovato il coraggio di abbandonarmi al mio profondo bisogno di amore.
Amore che sapevo avrei trovato in quello che sarebbe diventato il mo compagno di vita.
Due gambe intatte per me significavano la libertà di amare.
Di fronte allo specchio (non mi interessava se ero spiata) mi immaginavo continuamente come sarei stata senza di esse.
Era così presuntuoso desiderare la normalità?
Senza di esse la mia vita sarebbe stata più semplice: avrei potuto innamorarmi, darmi da fare per costruirmi una vita altrove lontana dalla mia famiglia fantoccio con qualcun’altro per cui vivere.
Lottare esclusivamente per me stessa non mi bastava: l’egoismo non faceva per me.
Peccato avessi due gambe corrotte capaci solo di annegare le mie fragili, piccole, sottili speranze.
Non avevo niente.
Non avevo nessuno che mi fosse da stimolo.
Non lo vedevo nel presente, ancora meno nel futuro.
Avevo soltanto un illusorio rifugio nel quale trovare un momentaneo sollievo: la mia stupida cotta per l’autista.
Un rifigio fatto di foglie secche.
A mettermi il malumore era anche la bella stagione.
Odiavo l’estate.
La odiavo perché ogni anno faceva affiorare, implacabilmente, i miei complessi.
Tutti si spogliavano, si vestivanono di abiti corti e leggeri, animati da una carica che sembrava venire dai raggi solari.
Io non potevo.
I miei difetti erano mostruosi per poter usare un paio di pantaloncini, un vestitino corto.
Odiavo la vanità che regnava nell’aria perchè anche io avrei voluto usufruirne.
“Andiamo al mare? Andiamo in piscina?”.
Scappavo a gambe levate da questa forma di inviti.
Non perchè non lo volessi, ma perchè non mi andava di dare spiegazioni, di attirare occhiate pietose e curiose.
L’autunno e l’inverno imponevano di coprirsi.
Ciò mi permetteva di nascondere : di avere l’illusione di essere normale.
Questo finchè qualcuno non si fosse avvicnato troppo da costringermi a scappare prima che il mio brutto segreto fosse svelato.
Il mio nascondere implicava l’inganno, e l’inganno implica il rimorso.
Non trovavo pace.
In nessun momento dell’anno.
Avrei trovato mai qualcuno che mi avrebbe amata per quello che ero realmente e non per quello che sembravo?
Qualcuno avrebbe potuto mai amarmi con i miei milioni di difetti?
Io stessa mi rispondevo di no, tuttavia, sentivo più che mai il bisogno di un amore reale e vero.
Lo desideravo ardentemente, ma mi sentivo rabbrividire al pensiero di ottenerlo.
Cosa sarebbe successo se avessi fatto ribbrezzo nel momento in cui mi sarei spogliata?
Questa prospettiva bloccava prima del nascere qualunque mio tentativo.
Meglio crepare insoddisfatta e sola che subire un’esperienza del genere.
Non mi terrorizzava solo l’amore fisico.
Mi atterriva anche l’amore platonico.
Ero stata ferita troppo profondamente per poter avere fiducia in un altro essere umano.
Avevo gia accumulato una buona quantità di dolore.
Mi bastava.
Non volevo affondare ulteriormente dentro ad un fango chiamato abbandono.
La soluzione per me era sempre la stessa: le mie nonstorie.
La lista che mi spingeva ad accontentarmi di ciò era cresciuta incommensurabilmente negli ultimi tempi.
Limitavo le mie soddisfazioni nell’innamorarmi senza essere mai ricambiata.
Ero disposta ad accettare soltanto questo.
Era il male minore.
Non mi avvicinavo troppo al fuoco.
Soddisfacevo il mio bisogno di esso mantenendo le distanze che sapevo mi avrebbero protetta.
Desiderare ardentemente l’amore ed avere il terrore di ottenerlo.
Pur lavorando tanto su me stessa per non smarrirmi mi sentivo sempre più prossima alla disperazione.

88-demolizione e ricostruzione

Due cose mi mandavano fuori di testa: il fatto che in casa fosse come se nulla fosse stato detto e nulla fosse successo e il fatto che non sapessi a chi chiedere aiuto.
Sulla mia pelle ho constatato il bruciante effetto dell’essere ignorata.
Per il resto mia madre era stata così efficace nel far terra bruciata intorno a noi da non avere appigli a cui avevo il coraggio di aggrapparmi.
Non avevo parenti a cui chiedere aiuto o consigli. I legami romani non esistevano da anni; con quelli sardi era tutta altra storia. Non ho voluto provare con loro. Non ho voluto perché non volevo mettere la mia famiglia sotto cattiva luce. Preferivo la mia sofferenza ma l’immagine dei miei candida.
Lentamente ha iniziato a crescere dentro di me un nuovo e sempre più forte sentimento: l’odio di dover rientrare a casa.
Suonare il citofono, aspettare che venisse aperto e poi claustrofobia, assenza di ossigeno.
Uscire significava tornare a respirare.
Inesorabilmente lei continuava a dipingermi come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio.
Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima.
Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo.
Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età.
Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita.
A lei di questo non importava nulla.
Vedeva solo il demone che immagina io fossi.
Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere.
Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia.
Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità.
Non sapevo come convincerla del suo errore.
Le litigate, le parole che scrivevo…Era cieca a qualunque mio tentativo.
Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.
Facevo fatica a dare una collocazione ad una serie lunghissima di bei gesti.
Quante belle azioni mia madre aveva compiuto per il mio esclusivo tornaconto?
Come era possibile accostare quei bei ricordi con la strega con cui avevo a che fare?
Troppe contraddizioni senza alcuna logica.
Contraddizioni troppo grandi per il mio cervello.
Una dicotomia troppo netta per poter appartenere ai ricordi della stessa persona.
Al solo pensarci mi prendeva un incredibile mal di testa e un dolore che non avevo mai provato.
Avevo l’impressione di vivere in un mondo in cui solo io ero rimasta in bianco e nero mentre intorno a me era un arcobaleno sfavillante di colori.
Non tolleravo quello strano dolore che mi tormentava ad ogni risveglio e che riuscivo ad anestetizzare solo stando fuori casa.
Era stato come lo scoprire di un tradimento.
La conferma di anni e anni di silenziosi sospetti.
I miei genitori rappresentavano per me un legame più forte di quello del sangue.
L’orfano che ero stata, la lunga attesa mi avevano legato a loro con un collante che spesso un figlio naturale da per scontato.
Nulla per me era stato dato per scontato.
Non avevo mai negato la nostra incompatibilità, le nostre reciproche storie erano troppo complesse per poter essere affrontate con facilità. Non mi aspettavo le famose rose ma un filo d’erba mi avrebbe fatto piacere…Invece sale. Sale sulle mie ferite.
Solo un impegno maturo e consapevole avrebbe potuto aiutarci.
sfortunatamente nessun membro della mia sfasciata famiglia ne era stato fornito.
Siamo stati un tentativo fallito.
Un esperimento mal riuscito per cui lo scienziato non ha ben studiato le variabili innescando il procedimento per poi dimenticarsi totalmente di noi.
Ero disposta ad accettare il disaccordo.
Non tolleravo l’abbandono ed il rifiuto per motivazioni di pura invenzione che si riducevano solo a folli fantasticherie.
Mi sentivo un credente tradito.
Colui che scopre che quanto riteneva di più sacro in realtà è falso.
Le fondamenta stesse della mia vita hanno subito il più terribile degli tsunami.
Mi rimanevano le rovine. Un caos di strutture in bilico. ogni tanto ne continuava a cadere qualcuna e ne conseguiva un nuovo tormento.
mi impegnavo nella ricostruzione di ciò che realmente ero; rinforzavo dove era possibile; demolivo io stessa i casi più gravi per dedicarmi alla mia terza e definitiva rinascita.
Un lavoro dannatamente duro per la giovane che ero.

87- la fuga

Successe il finimondo.
Si avvicinava la festa del primo maggio.
Era il pomeriggio precedente.
Martina mi aveva cercata per chiedermi di uscire con lei.
Il programma era semplice: andare a spasso per Frascati e rincontrarci la mattina dopo per andare al concerto a San Giovanni.
Bello.
Un’esperienza del tutto nuova per me.
Non avevo mai partecipato ad un concerto.
Ho accettato con entusiasmo.
Non avevo fatto i conti con mia madre.
I cosi detti conti senza l’oste mi sono arrivati addosso come una valanga.
Martina non le era mai piaciuta, perciò non sarei dovuta uscire con lei. Semplice.
Il concerto del primo maggio non le era mai piaciuto; ci andavano solo i drogati, perciò non avrei dovuto andarci.
Semplice.
Non parlava mai al condizionale.
Per mia madre esistevano solo gli imperativi assoluti.
Le obiezioni non erano contemplate.
Difficile da accettare per una maggiorenne rinnegata.
Non ci sono stata.
Non accettavo simili imposizioni da bambina, figurarsi alla mia età.
Arrabbiata, offesa, sconcertata, mi sono dimostrata determinata quanto lei.
“Quando capirai che non sarai tu ad impormi le mie amicizie! Esco con chi mi pare a me! Con chi mi piace a me!”
“Tu scegli sempre il peggio! Ecco perchè devo intervenire io!”
“Si: il peggio per te! Peccato che io le reputi più che adatte a me!ma poi dimmi una cosa: te ti frega a te!? Non ti importa niente di me e allora di che ti impicci!”
“Perché sei una poco di buono e finché stai a casa mia devi fare come dico io!”
“Lasciami vivere la mia vita, scegliere le mie compagnie, fare le mie esperienze! Basta alla tua pretesa di poter selezionare e stabilire le mie amicizie, basta ai suoi continui no. Voglio essere libera di poter fare le esperienze che è giusto che faccia alla mia età!”
“Tu devi pensare solo a studiare! Non ti serve altro!”
“Non sono semplicemente un cervello da scolarizzare! Non sono un vaso vuoto da riempire! La mia vita sociale non ha lo stesso bisogno di essere garantita? Se non per te, va bene, ma per me, si!”
“Sei un imbecille, una stupida gattamorta, ecco cosa sei!”
“E sia! Ma non sono una sciocca piccola bambinetta che farà come tu comandi! Sono stufa delle tue pretese! Io adesso esco con Martina e domani andrò al concerto!”
“Tu non esci con quella ragazzaccia!”
“Perché è una ragazzaccia!?”
“Non mi piace per niente!”
“Perché non ti piace?”
“Perché è cosi!”
“Io avrei voluto portarla quì per fartela conoscere, e come lei, tante altre: solo tu non vuoi che venga nessuno a casa! Come puoi pretendere di conoscere una persona se mi impedisci di farlo! Le mie compagne possono venire solo nel caso in cui si deva fare qualche lavoro per scuola! Sei ridicola! Dovrei dare retta a una pazza come te?! Io devo stabilire chi mi piace e chi no, Martina è una mia amica perciò io ci esco!”
“Tu non esci da questa casa! Dovrai passare sul mio corpo!”.
Romantico.
Ridicolo.
Incredibile.
Mia madre ha sigillato la porta di casa dall’nterno.
Il mio primo tentativo di prenderle le chiavi di mano è andato male.
Con molta pazienza, fingendo di essere rassegnata, ho aspettato che si distraesse.
Solo il giorno seguente mia madre ha abbassato la guardia.
Ho aspettato che fosse impegnata in balcone ed in silenzio sono uscita di casa. Ha provato a rincorrermi per le scale.
Il vantaggio e la velocità mi hanno garantito il successo.
Mi ha chiamata sul cellulare.
Era infuriata. dannatamente infuriata.
“O torni indietro subito o non tornare mai più! Ti do dieci minuti, poi questa porta si chiuderà per sempre!”.
I dubbi mi hanno assalita.
La frase era stata più che chiara.
Sono sincera: mi sono cagata sotto.
La mia lotta, però, doveva essere portata avanti o non avrei mai ottenuto il benchè minimo briciolo di libertà con mia madre. Se fossi tornata indietro avrebbe vinto lei; niente sarebbe mai cambiato. Tutto sarebbe rimasto immutato. Ho deglutito, cercato di calmare il battito del mio cuore e ho proseguito per la mia strada.

Ho aspettato l’autobus per ore.
Ho iniziato a spazientirmi.
Si è fermata una vecchia panda.
“Buongiorno! Oggi sarà difficile che i mezzi passino: é festa”, mi ha avvisato l’anziano alla guida.
Porca miseria! Non ci avevo pensato! Quanto avrei dovuto aspettare? Tutta la mattinata?
“Vuoi un passaggio?”.
L’ho guardato.
Un vecchio con il viso da Babbo Natale mi ha sorriso.
Il viso non metteva a disagio.
Gli occhi mi sono sembrati riflettere bontà.
Il mio grillo parlante è intervenuto istantaneamente dicendomi di non trasgredire una sacra santa regola: mai salire in macchina di completi sconosciuti.
Non mi era mai venuto in mente di fare l’autostop.
Era un’idea che non avevo mai contemplato.
Ora mi si presentava un passaggio inaspettato, che io non avevo cercato e che mi era offerto con molta gentilezza.
Si, d’accordo, però era pur sempre un uomo in macchina da solo.
“No grazie. Preferisco aspettare l’autobus”.
Ho ascoltato il mio buonsenso.
Gli ho sorriso per educazione e mi sono allontanata dal finestrino dell’automobile.
“Non dirmi che hai timore di un vecchietto come me! Mi sono fermato solo perché pensavo di poterti essere di aiuto. Mi farebbe piacere se qualcuno lo facesse con i miei nipoti se si trovassero nella tua stessa situazione. Possibile in questo mondo non ci sia più fiducia nel prossimo?”.
Già.
Si poteva avere paura di Babbonatale?
Ho deciso di dare fiducia a quel prossimo così deciso a venire in mio aiuto.
Sono salita in macchina con il cellulare tra le mani e ho aperto completamente il finestrino. mano pronta a scattare sulla serratura.
Va bene prendere il passaggio ma con prudenza.
Ho finto di chiamare Martina avvisandola che avevo trovato un passaggio.
I primi minuti sono trascorsi tranquillamente tra chiacchere banali e leggere. Mi sono tranquillizzata del tutto.
Ho comunque mantenuto il cellulare a portata di mano.
“Stai andando da qualche amica? Dove ti devo portare?”
“Si, abita a Rocca Di Papa”
“Conosco una scorciatoia che ci posterà li spediti”
“Nessuna scorciatoia. Preferisco si mantenga sull’Anagnina”.
Mi ha accontentata.
Ho iniziato a sentirmi a disagio.
Per fortuna c’era tanto traffico e si procedeva a passo d’uomo.
Non sarebbe stato affatto difficile aprire la portiera e scendere.
Mi sono maledetta per essere salita in macchina.
Cosa mi era saltato in mente?
Brutta scelta avevo fatto.
ho preso la decisione di non manifestare il mio disappunto per la cattiva decisione.
Far finta di niente.
Avrei dovuto manifestare solo determinazione nei gesti e nelle parole, sicurezza in me stessa.
Improvvisamente mi sono sentita una mano su una coscia.
Mi si è fermato il cuore.
“Senti come sei tosta! Sei tutta così bella tonica?”, troppo sbalordita per reagire, mi sono sentita stringere un seno.
Mi sono pentita amaramente di aver accettato il passaggio.
Al rimorso intinto nella paura si stava sostituendo repentinamente una rabbia esplosiva.
Ho messo la mano sulla portiera.
“Mettimi ancora una mano addosso, accenna un minimo di movimento nella mia direzione e io mi butto per strada all’istante e non lo farò in silenzio: urlerò come non ho mai fatto in vita mia!”, gli ho intimato con una freddezza nella mia voce che non conoscevo.
Ha tolto quella mano sudicia dal mio corpo immediatamente.
Mi ha sorpresa l’autorità che avevo espresso.
Quando ho guardato indietro e ho visto che, a poca distanza da noi, solo poche macchine indietro, ci seguiva un autobus del Cotral, ho imprecato.
Ecco una bella lezione dalla vita per Clara.
Sarei dovuta scendere?
“Scusa! Non lo farò più…Ho capito male io!…È solo che ci sono tante disposte a tutto per un po’ di soldi…Non ti farebbero piacere un paio di scarpe nuove, un paio di jeans?…Non ci mettiamo tanto: ci nascondiamo un attimo, mi fai quello che mi piace, io ti pago e tu ti compri quello che vuoi. Nessuna mi ha mai detto di no. Ti guadagni qualche soldino per così poco.”.
Non potevo credere alle mie orecchie.
Ero finita tra le mani di un vecchio maiale bastardo.
La mia rabbia esplose tutta insieme.
“Ma non ti vergogni? Non ti fai schifo nel dire queste cose? Provo pena per chi hai sfruttato, ma tu sei disgustoso! Ho tutto ciò di cui ho bisogno senza scendere a patti con nessuno! Non osare toccarmi ancora”.
“Che bambina decisa! Quanti anni potrai mai avere; quindici? Che caratterizzo esplosivo! Sicura di non volere un po’ di soldi facili?”.
Un mio gelido sguardo è stato la risposta.
Avrei vomitato se avessi potuto.
Davvero ci erano state altre che avevano ceduto a questo mostro?
Ho provato una tristezza indescrivibile.
Non volevo più aver alcuno scambio verbale con la bestia che avevo sottovalutato.
Inutile stare a dirgli che ero molto più grande; inutile innervosire un porco senza dignità.
Ho deciso di chiudermi nel silenzio.
La strada da fare era poca.
Non appena ho intravisto il paese, ho chiesto di poter scendere.
Meglio proseguire a piedi che in compagnia di un mostro.
“Non raccontare a nessuno quello che è successo. So essere molto cattivo…”
“Ma va fanculo porca bastardo!”.
Gli ho sbattuto in faccia la portiera quanto possibilmente forte prima che terminasse le sue intimidazioni.
Ho ringraziato mille volte il mio instancabile angelo custode.
Non sarebbe mia successo.
Mi era andata anche troppo bene.
Non avrei mai permesso che succedesse di nuovo.
Mai più nella mia vita, per nessun motivo, avrei accettato passaggi da sconosciuti.
Sulla mia pelle ho sperimentato la pericolosità dell’autostop.
Come diavolo mi era vento in mente di accettare?
Che sciocca ero stata!
Dimostrazione di quanto fossi ingenua rispetto al mondo.
Non ho avuto il coraggio di raccontare a Martina della mia stupidità.
Ho fatto semplicemente finta che non fosse successo niente.
Un po’ mi ha fatto rabbia il non correre a denunciarlo.
In base a cosa poi?..Non avevo targa, nome…A ciò si aggiungeva la decisione codarda di non voler aggiungere altri problemi ad un calderone già in ebollizione. Mi sono immaginata la scena:
“Buon giorno signor carabiniere; le riassumo in breve la vicenda: dopo aver preso la decisione di scappare di casa ho accettato un passaggio da un vecchio bastardo che mi ha promesso soldi in cambio di sesso: vorrei denunciarlo…”…Mmmm…Il bastardo non poteva essere più un mio problema.

“Martina, devo confessarti una cosa: sono scappata di casa. Ho avuto problemi con quella sorta di stramba iperprotettiva di mia mamma…Sto lottando per avere i miei spazi…Se non mi fossi imposta in questo modo non sarei mai stata in grado di cambiare le cose…”,
“Fai bene. È un tuo diritto. Crescere è anche questo. Non sempre i genitori sanno essere dei bravi genitori. Tua madre, poi, è una tipa strana. Non ti offendere, ma le poche volte che l’ho vista mi ha fatto venire brividi freddi! Per fortuna mia madre non è così!”
“Per la mia esiste solo lo studio. Il resto non conta nulla. Come posso fare le mie esperienze se lei non mi concede la libertà per poterle affrontare? Alla mia età ancora spera di poter selezionare le mie compagnie…Magari poter parlare di amicizie: il poco spazio che mi concede non mi permette di poterle coltivare come vorrei…Mi sento come una gallina in gabbia…”
“Puoi stare da me. Devo solo avvisare casa. Non ci pensare più: godiamoci la giornata!”.

Il concerto del Primo Maggio è stato una delusione.
La folla non finiva mai.
Data la mia statura da hobbit non vedevo nemmeno il palco.
In realtà non vedevo alcuncchè: una fitta nebbia di fumo di sigarette e cannabis regnava sovrana intorno a me.
I ragazzi più belli erano in compagnia dei loro fidanzati gay.
Unica consolazione della giornata è stata una ciambella gigante fritta.
Me la sono goduta tutta.
Finito il mio dolce da record mi sono trovata a chiedermi che cavolo ci facessi in quella bolgia.
“Martina io mi sto annoiando…”
“Pure io…Non ti ho detto niente perché pensavo volessi rimanere fino a stasera!”,
“Non ci penso proprio! Scappiamo via di quì!”.
Grande lotta per una cocente delusione.
Ho cercato di sottolineare l’aspetto positivo della mia ribellione: non era un gesto che aveva la semplice finalitá di un misero concerto: io volevo il riconoscimento di una libertà che mi aspettava di diritto: la vita sociale appropriata ad una diciottenne.
Ho cenato a casa della nonna della mia amica.
Chiacchere per ore e ore prima di cadere nel sonno e poi a dormire.
E’stata la mia prima notte fuori casa.
Un tabù per mia madre: unico letto su cui dormire era quello tra le mura di casa nostra.
Mi aveva sempre impedito anche solo di chiedere di passare la notte da qualche amica.
Per lei era semplicemente intollerabile.
Andare a pranzo a casa di qualche compagna?
Non esisteva.
Tutt’al più potevano venire loro.
Se le fossero piaciute.
Quandi nessuno di mia conoscenza.
Nessuno al mondo, supponevo.
“Se non le fai venire a casa come puoi conoscerle?”. Inutile banale, sorda obiezione la mia.
Misteri di mia madre.
Lei valutava da tre aspetti basilari: voti a scuola, lavoro del padre e lavoro della madre.
Le tre virtù cardinali per la regina Barbara.
Come poteva dire di conoscere una persona basandosi su questo?
Secondo mistero.
Risultato: dalle elementari alle superiori non sono mai stata ospite di qualche mia compagna.
Nessuno è mai stato degno della mia famiglia.
Brutta frase, purtroppo vera, a detta di mia madre, per la quale neppure io ero degna di loro.
Non lo aveva mai detto, ma erano anni e anni che lo diceva sotto le righe.
Mia madre si fermava mai a riflettere?
Io avrei dovuto contare fino a dieci in ogni situazione.
Un breve lasso di tempo che spesso non mi garantiva la scelta più giusta, ma almeno facevo il tentativo di provarci.
Lei lo faceva mai?
Io mi mettevo in bubbio.
Lei lo faceva mai?
Dovevo arrivare a scappare di casa per imporle di ascoltarmi e farle capire che sbagliava a non lasciarmi il giusto spazio di piccole libertá?
Non discuteva mai con papà di queste cose?
Non riflettevano mai del loro modo di educarci?
Possibile la voce di mio padre fosse la stessa di mia madre?
Avevo l’impressione che non fosse così…Lui non faceva uscire affatto la sua opinione, per cui lei si trovava ad avere una carta bianca che legittimava a ciò che le dettavano i suoi pensieri personali.
Brutta cosa quando in famiglia a comandare era la meno ragionevole del gruppo. Era un po’ come abitare nel villaggio di un re folle…Ma poi che mi facevo a fare queste domande?..Oramai per mia amarre e mio padre contavo meno di zero.

Risultato del mio gesto ribelle è stato il fatto che il giorno dopo sono andata a scuola senza libri.
Mi sentivo sporca e in imbarazzo con la stessa biancheria del giorno prima.
Ho pensato che il pomeriggio avrei potuto chiamare mio fratello per farmi portare dei vestiti puliti e il materiale scolastico.
Sarebbe stato disposto ad aiutarmi?

A pranzo sono tornata a casa di Martina.
Sedevamo a tavola.
Io, la mia compagna di classe e sua madre.
Il cibo fuori di casa mia mi è sempre sembrato più buono.
“Clara io ieri sera ho chiamato tua madre per avvisarla che avresti passato la notte da noi. Mi ha richiamata questa mattina chiedendomi di convincerti a tornare a casa. Ci siamo date appuntamento a Frascati tra due ore. Ti verrà a prendere lei”, probabilmente ha letto paura sul mio sguardo, perché immediamente, la madre di Martina ha aggiunto: “Non ti preoccuare, non sarai nemmeno sgridata”.
Ci ho creduto poco.
Ho iniziato a immaginare mio padre e mia madre a schiaffeggiarmi a turno.
In realtà mio padre non mi aveva mai sfiorata…cosa poteva fermarlo adesso che ero la figlia di nessuno!?
Pazienza.
La vita sarebbe continuata.
Sarebbero state le conseguenze della mia lotta.
Mi sono sentita come Spartaco.
Un fantozziano Spartaco solitario nella sua ribellione.

In macchina mia madre si è dimostrata insolitamente taciturna.
Non che io avessi qualcosa da dire.
Ho pregato con tutto il cuore affinchè nella mia vita si manisfassero dei cambiamenti positivi.
ne avevo disperatamente bisogno.

Mi dipingeva come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio. Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima. Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo. Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età. Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita. A lei di questo non importava nulla. Vedeva solo il demone che immagina io fossi. Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere. Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia. Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità. Non sapevo come convincerla del suo errore. Le litigate, le parole che scrivevo…era cieca a qualunque mio tentativo. Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.

86- il mio autista

Vivevo la mia vita come priva di calore e colori.
Non avevo davvero appigli nei quali trovare un poco di conforto.
Scivolavo giù.
Dove stessi cadendo non lo sapevo.
Volevo soltanto fermare quella sensazione di lancio nel vuoto.
Mi sembrava che la vita stessa si fosse dimenticata di me.
Come se intorno a me tutti fossero immersi nella vita, impegnati in gioie o affanni e io fossi un triste Leopardi alla finestra.
Pessimismo cosmico.
Lo stavo vivendo.
Ogni giorno così mi avvicinava ad un nulla a cui non ero disposta a cedere.
Dovevo trovare una via d’uscita all’angoscia che stava per annientarmi.
Dovevo tenere occupato il cervello.
La mia ancora di salvezza mi è stata data dall’ incontro con una persona.
Un ragazzo.
Mi sarebbe piaciuto fosse così, in realtà era un uomo.
Un uomo che mi ha fatto provare sensazioni che mi erano sconosciute o sopite.
Pronte ad affiorare solo per uno sguardo.
Proprio per quello sguardo.
Per Fabio non avevo mai provato il trasporto che immediato ha preso vita non appena ho incrociato lo sguardo di quegli occhi color nocciola.
Non conoscevo il suo nome.
Non sapevo nulla di lui.
Solo che anche la sua voce mi è sembrata musica.
La sua risata una canzone che avrei ascoltato per giorni interi.
Nessuno mai mi aveva fatto un effetto tanto penetrante.
Ci siamo scambiati quattro parole, eppure ho capito che lui sarebbe stato l’estate di quelle mie giornate.
La sua disinvoltura, la sua allegria sono stati come una calamite per me.
Mi ha colpita il fatto che sembrasse essere il mio esatto opposto.
Chi vive nel freddo e nel grigio comincia a nutrire un amore particolare per il sole.
Questo estraneo a me è parso esattamento proprio questo: il sole.
Chi era costui?
Un autista.
A seguito di quel incontro fatale non sono più riuscita a togliermelo dalla testa.
Mi ubriacavo di fantasie dolci per farmi conforto da sola.
Rielaborazioni del cervello attivate per evadere in isole dolci nelle quali poter evadere dalla realtà.
Accantonavo i miei problemi reali rifugiandomi in qualcos’altro..Avrei preferito non doverlo ammettere…perciò non lo facevo.
Fantasia o no, durante ogni mia uscita di casa speravo di incontrarlo.
Non riuscivo a pensare ad altro.
Solo a lui.
Diventò questo il mio modo di ingannare la mia mente: pensare solo al mio autista.
Se il caso voleva che lo incontrassi passavo le giornate a rivivere quei momenti.
Facevo rivivere senza tregua gli scambi di parole, gli sguardi, i sorrisi.
Tutto questo mi faceva sentire meglio ma lontanamente bene.
La mia confusione era palese.
Cercavo disperatamente questa persona ma sapevo che che se fossi riuscita a trovarla ed a entrarci veramente in contatto sarei stata io stessa a scappare.
Mi stavo lacerando il cuore da sola.
Mi stavo costruendo un rifugio sulle sabbie mobili.
Ne ero consapevole, eppure non riuscivo a farne a meno.
Avevo adulatori.
Persone a cui non facevo caso.
Mi rifiutavo a tutti ma non a lui.
Volevo soltanto lui perché lo consideravo il più difficile da ottenere.
Era come se sapessi che di lui mi sarei potuta innamorare perchè non mi avrebbe mai ricambiata.
Avrei potuto amare senza dover concedere niente che non avessi voluto.
Mi era dolce quella difficoltà, perché mi tranquillizzava.
Non ero affatto felice di dovermi accontentare di questi amori unidirezionali, ne soffrivo, ma costituiva ciò che ero disposta ad concedermi.
Dentro di me fluiva un desiderio incommensurabile di amare, di essere amata, unito alla consapevolezza che non avrei potuto, ne voluto mai essere soddisfatta pienamente.
Senza saperlo ero terrorizzata.
Cercavo l’amore ma ne avevo una paura folle.
Da questo derivava il mio malessere.
Per soddisfare il mio narcistico ego talvolta mi guardavo intorno, catturavo l’attenzione di qualche preda e mi nutrivo dei miseri complimenti che leggevo negli occhi dei ragazzi che sembravano essere stati colpiti da me.
L’ennesima illusione senza controindicazioni che mi permetteva di volare un pochino.
Piccoli attimi di soddisfazione momentanea che mi regalavano la sensazione di essere normale.
Già.
Che novità: l’anatroccolo è diventato un cigno.
Almeno apparentemente.
Riuscivo ad attirare l’attenzione di molti e venivo giudicata bella.
A patto che non mi avessero vista in costume, o troppo scoperta.
Se mi avessero vista in quelle condizioni avrebbero provato pena, disprezzo, ribbrezzo…Non certo ammirazione.
Mi sentivo un truffatore.
Mi sembrava di ingannare chiunque mi adulasse.
Era come camminare portandomi addosso una croce fatta di bugie ed inganni.
Non era dignitoso prendere in giro nessuno.
Le fatue illusioni che mi concedevo mi procuravano un piacere effimero: al mio narcisismo faceva costantemente seguito un dispiacere che mi seccava la gola.
La soluzione era una soltanto: non illudere gli altri.
Smettere d’interpretare personaggi che non mi appartenevano.
Meglio illudere esclusivamente me stessa.
La verità era una soltanto: avevo un profondo bisogno di sentirmi amata.
Desideravo ardentemente ricevere e dare amore ma allo stesso tempo la cosa mi terrorizzava.
Desidervavo l’amore come la vita il sole ma da esso avevo ricevuto il più terribile dei tradimenti.
Non avevo più fiducia.
Non volevo ammetterlo a me stessa.
Avevo inizaito a non essere sincera con me stessa.
Ho attivato le prime censure per non dover impazzire.

parentesi

Fermo per un attimo il racconto della mia storia.
Mi prendo una pausa per valutare non il passato, bensì il presente.
Mi sembra di aver lanciato un sasso nelle acque di un lago e di essere rammaricata delle conseguenze del mio gesto.
Venire a conoscenza indiretta delle conseguenze del mio scrivere non è affatto piacevole.
Nell’età della vecchiaia; nel momento in cui godi e raccogli i prodotti degli sforzi di anni e anni e degli affetti, i miei genitori, si sono visti arrivare sassate addosso.
Non sassi ma veri e propri macigni.
Essere artefice di tanto dolore non mi rende felice, tuttavia non posso fermare le conseguenze di quelle che sono state le vostre scelte nel passato.
Non ho motivo di inventarmi nulla: non me ne viene niente.
Non scrivo “perché ha una ciste nel cervello”.
Io sono felice di quella che è la mia vita oggi.
Una vita che ho cominciato quando sono uscita di casa solo con due valigie, la morte nel cuore e per fortuna l’amore di chi è oggi è mio marito.
Negli anni ho sempre cercato un contatto, un rapporto diplomatico che potesse giustificare i pochi gli anni belli vissuti insieme.
Sforzi dovuti al fatto di non accettare la posizione di figlia buttata fuori casa.
“Ma noi ti abbiamo pagato l’affitto della tua camera”.
Come e per quanto tempo?
Questo voi lo sapete e lo sapranno quanti mi seguono.
Sapere anche perché scrivo?
Perché è inaccettabile essere rinnegati, ignorati, trattati come una persona infame…persino gli assassini continuano ad avere l’amore dei genitori…Quale bestia posso essere per meritare la vostra totale disattenzione?
Che male vi hanno fatto le vostre nipotine per meritare la vostra totale assenza?
Io il mio orgoglio l’ho messo da parte molte volte.
Come da parte ho messo il mio dolore ad ogni mio tentativo di connettermi di nuovo con voi.
Ogni chiamata fatta verso di voi aveva bisogno di preparazione fisica: dovevo controllare il respiro, controllare il panico che mi invadeva.
Ed ogni tentavo era una sconfitta, il rinnovarsi di un dolore che mi porto sempre dentro.
Un pianto disperato.
La rabbia dei miei nuovi affetti che non capendo mi dicevano:
“Perché continui a provarci!? Ti fai solo del male! Lasciali perdere!”
Costantemente ferita, irragionevolmente, io sapevo che ci averi riprovato, che avrei continuato a riprovarci.
Ho deciso di dare vita al mio blog quando ho accettato la sconfitta.
Gli ultimi anni con voi hanno significato assenza di amore, solitudine, smarrimento, la totale assenza di qualcuno a cui chiedere un consiglio o aiuto, la vostra continua ricerca di qualcosa che vi avrebbe permesso di buttarmi fuori di casa e non trovandolo avete pensato che pagarmi l’affitto sarebbe stato la soluzione….Mi sono sentita sola al mondo senza la presenza in esso di qualcuno per cui valessi qualcosa.
Mi avete fatta sentire come l’ultimo dei vermi. Meno importante della cacca che si schiaccia per terra.
Avete continuato a farlo fino a ieri.
Vi state sentendo oggi come io mi sono sentita a vent’anni.
E saperlo mi toglie l’appetito.
Ecco come sto reagendo alla consapevolezza del vostro malessere.
Una conseguenza, lo ripeto, di un passato che è un punto di vista, si, il mio punto di vista, di fatti, purtroppo reali.
Sapete perché in passato non ho chiesto aiuto alle autorità che avrebbero potuto tutelarmi?
Perché temevo di ferirvi.
Di farvi del male.
Perché andare contro di voi mi sembrava un atto contro natura.
Ho preferito tenere per me il dolore di figlia rinnegata.
Di vivere la mia vita senza dimenticare di voi perché l’amore che si nutre per un sogno avverato rimane. Anche se infranto.
Io non ho mai accetto la rottura del mio sogno.
Dove è finita la saggezza della vecchiaia?
Mi aspettavo che per la prima volta avreste preso il toro per le corna e avreste cercato il contatto con me.
La vostra reazione invece è stata quella di cercare disperatamente qualcuno che si schierasse dalla vostra parte e carichi di questo appoggio vi sareste fatti forti a puntarmi il dito contro e darmi della bugiarda, della malata, di colei che vuole la calunnia.
Indignati, avete attaccato chi mi ha dimostrato affetto, perché per voi chi ama me non ama voi.
Vi sentivate sicuri perché mi reputavate isolata da parenti e conoscenti. Vi sentivate sicuri della certezza che io fossi una mezza persona. una povera stupida destinata a nulla di buono.
Invece ecco a voi la mia dignità, la mia voce, il rispetto e l’amore che mi sono guadagnata. Sentimenti che non possono essere pretesi ma ricevuti nel tempo perché ritenuti degni di essi.
Vi sentivate al sicuro dal giudizio del mondo perché circondati da un isolamento che avete deciso per voi stessi. Re e regina dentro al loro castello.
Davvero teneramente e follemente ora mi sembravate i Don Chisciotte odierni.
Mi avete insegnato voi che le bugie hanno le gambe corte..Lo avevate dimenticato?
Paradosso di tutto e che io vi sono più vicino di tutti perché dopo aver fatto terra bruciata intorno a voi, meglio di chiunque altro so come vi sentiate.
Avete bisogno di aiuto.
Come molti anni fa io ho avuto bisogno di aiuto per non cadere in errori irreparabili (aiuto che per fortuna la vita stessa ha voluto regalarmi), oggi siete voi ad avere bisogno di aiuto.
Essere consapevoli del proprio malessere è il primo passo verso la guarigione.
Che ci crediate o no io sono preoccupata per voi.