104-l’instancabile romantica

Sentivo il bisogno di liberare il mio spirito e dare libero sfogo ciò che nel più profondo mi sembrava di percepire.
Li avevo desiderati.
Sognati per anni.
Amato dal primo istante.
Ricoprivano un ruolo di rilevanza fondamentale nel mondo interiore delle mie priorità.
Adottare non voleva dire solo soddisfare bisogni fisici primari ma soprattutto prendersi l’impegno di soddisfare bisogni emotivi.
Ogni bambino adottato ha una sola e prima necessità: sentirsi importante, sentirsi amato e coccolato.
Vuole le attenzioni di una padre e di una madre.
Chi si sente assetato della proprio brama di amore si apre a tutto.
Il vero amore si ha quando si ha la totale comprensione dell’altro.
Qualunque forma di resistenza si scioglierà davanti al desiderio puro di amare di un genitore adottivo.
Se voluto sarebbe capitato anche a me.
Da instancabile romantica scrivevo ancora nella speranza che mia madre si accorgesse dei suoi errori.
LO negavo a me stessa perché era pesante ammettere che le sue violazioni avessero una finalità positiva.
Non è stato facile lasciare che lei leggesse queste pagine.
In passato avevo smesso di scrivere proprio a causa delle sue incursioni inopportune.
Avevo smesso quando lei ha iniziato ad usare le mie stesse parole contro di me. Ero e sono di coccio.
Adesso scrivevo nella flebile speranza che lei imparasse a capire qual era la vera Clara.
Speravo queste parole ci avessero aiutate ad avvicinarci e a conoscerci.
Non ci credevo poi tanto, inutile avere troppe aspettative.
Erano tentativi dai quali non mi aspettavo grandi cambiamenti, ma non volevo rimorsi: volevo provarci e combattere ancora e ancora perché non accettavo la situazione nella quale mi trovavo.
Sapevo che erano veri e propri frontali.
Sapevo di non avere alcuna cintura a proteggermi dalla collisione, eppure, ostinatamente, continuavo a tentare per una ragione semplice: li amavo.
Stavo già soffrendo abbastanza.
Non volevo illusioni.
Era deludente essere costretti ad aver dei fogli bianchi come confidenti.
I miei coetanei mi apparivano impreparati ad affrontare i miei problemi.
Erano semplicemente troppo grandi.
Montagne alte e ripide per i miei compagni di tempo.
Valentina, Mariangela, Valeria hanno già un bel da fare nell’essere le mie amiche. Non volevo varcarle troppo con i miei affanni.
Gli abbracci, i baci, le carezze delle mie compagne erano degli antidolorici troppo poco duraturi. Il loro calore aveva vita troppo breve. Ammiravo la loro dedizione a me. Le ringraziavo perché ciò che facevano rappresentava il massimo che potevano darmi; tuttavia è troppo poco.
Lo sarebbe stato per chiunque.
Vivevo nella costante sensazione che mi mancasse l’ossigeno.
Come se fossi costretta a vivere sott’acqua.
Mi sembrava di passare le mie giornate nella continua sensazione di star morendo soffocata.
Avevo i sintomi dell’annegamento senza riuscire a morire mai.
Era una tortura che non aveva fine.
Mi stava scoppiando il cuore.
Quanto sarei riuscita a sopportare ancora?
Quanto sarebbe passato prima che avessi iniziato a somatizzare il mio dolore? In quale malata mi avrebbe trasformata il mio tormento dell’anima?
Gli amici di famglia, i miei famigliari, tutti erano distanti da me
Vivevo in una terra di nessuno invalicabile per chiunque.
Mi sembra di essere totalmente fuori dalla vita.
Poi avevo Gianni che mi dava la sensazione di essere viva e di non essere trasparente.
Un amore malato a coprire il più folle degli amori…Lo chiamavo amore…In realtà non sapevo proprio come avrei dovuto chiamare ciò che i miei genitori provavano per me.

103-mogia monotonia e disinteresse

Vigilia della vigilia.
Stessa identica mogia monotonia da qualche anno.
Non sentivo alcuna forma di entusiasmo.
Nemmeno la gioia di fare qualche regalo: i nostri pensierini non sono mai stati graditi; mia madre sembrava offendersi della nostra scelta; papà ci concedeva ancora il gusto di essere lieto dei nostri regali: sempre gli stessi: una cravatta e l’ultimo disco di Celentano che casualmente usciva sempre a ridosso del Natale.
Tutto era noia.
Eravamo tutti terribilmente noiosi.
Giornate ridotte add un rituale del tutto formale e senza sentimento.
Più si cresceva più questa festività perdeva di valore: bisognava essere bambini per vivere a fondo il senso del Natale.
Ingenuità.
Purezza.
Spensieratezza.
Strana magia.
Luci e colori.
Frenetica aspettativa.
Ne avremo avuto un bisogno estremo.
Allora si che si sarebbe potuto perecepire e condividere l’ebbrezza che invadeva i più piccoli.
Quanto avrei voluto poter tornare bambina e cristalizzarmi in quegli attimi.
Mi sembravano un sogno meraviglioso le festività passate con mio nonno e tutti gli altri parenti.
Mi mancavano da morire quelle abbondanti tavolate e il rumore chiassoso di quella vitalità che ci invadeva tutti.
Cosa era rimasto di quel passato?
Solo i ricordi.
Troppo lontani, opposti alla realtà di oggi per poterlo tollerare.
Il nostro Natale era ridotto alla miseria.
Noi quattro.
I miei genitori, me e mio fratello.
Love is in the air.
Che tristezza.
I vani ed inutili tentativi di mia madre di cucinare qualcosa di diverso e di buono.
L’attesa della mezzanotte davanti alla tv mentre ognuno di noi era immerso nei propri pensieri.
Mio padre che ci consegnava delle buste con dentro i soldi con i quali soddisfare i nostri piccoli desideri.
Io e Javier che gli diamo il solito regalo.
Il nulla per la regina. In principio avevamo pensato che facesse solo la preziosa. Vedere che si rifiutava persino di aprirli ci aveva ferito troppo per poter fare ulteriori tentativi.
Per fortuna le notti portavano a nuove giornate.
Io amavo le mattine delle vacanze natalizie.
Bastava un po’ di sole per riscaldare me e soprattutto il mio cuore.
Quel bel calore tiepido riusciva a distrarmi dalla noia e dal disinteresse reciproco che regnava in casa.
Il sole era il mio regalo di Natale.

102-chi sarà “il tempo futuro”

Devo essere sincera, benché abbia scritto poco di lui, ancora mi riusciva difficile toglierlo dalla testa.
Difficile dover rinunciare al mio personale scaccia pensieri.
Quanto riusciva ad essere incostante il mio cuore!
Dimenticarlo?
Davvero pensavo di poter prendere in giro te stessa?
Lo sapevo bene: lo cercavo ancora.
Lo cercavo con la stessa frenesia con cui bramavo in incontrarlo prima di sapere il suo nome.
Passavo ore intere seduta su una panchina in attesa di vederlo passare; allora il mio cuore inquieto si rilassava. Una una sorta di strana carica per il mio corpo freddo.
Vederlo e sentire battere il mio cuore come un tamburo mi faceva sentire viva.
Come avrei voluto sapere cosa gli diceva la sua bella testolina!
Gli avrei gettato le braccia al collo.
Era sempre bello il mio Gianni.
Mi scombussolava.
Mi stordiva.
Amavo sentire questi sentimenti dentro di me.
Mi struggevo, ma, in qualche modo, il fatto che mi restasse lontano mi soddisfaceva.
Vederlo falsamente indifferente a me, con i suoi meravigliosi occhi nocciola che lanciavano fiamme se incrociavano il mio sguardo mi bastava.
Come avrei potuto portare avanti una storia con lui?
In nessun modo.
Semplicemente sarebbe stato impossibile.
Quanto ero complicata!
Quanto era complicata la mia vita.
Desiderio.
Frenesia.
Stordimento.
Vero e proprio struggimento.
E contemporaneamente totale tranquillità.
Quasi felicità di non poter ottenerlo.
Come potevo volerlo a questo modo e gioire di non poter farlo mio?
Come potevo accettare contemporaneamente il si e il no?
L’avere e il non avere?
Come potevo accettare quaesta non decisione?
Non riuscivo a collocarlo definitivamente nel settore dei ricordi e viverlo come tale.
Lo volevo come prima.
In qualche maniera più profondamente di prima.
Era confusione che portava confusione che generava altra confusione.
Ha detto di essersi allontanato perché vuole rispettarmi.
“Perché sei un fiore raro”.
Nel fare il mio male ha fatto il mio bene.
Il fatto che abbia preposto me al suo pene me lo ha reso ancora più caro. Razionalmente sapevo che aveva fatto la cosa più giusta per me.
Lui ignorava le vere ragioni del perché avevo fatto tanti passi indietro con lui; io non volevo dare spiegazioni, mi stava bene che credesse alla cosa più facile. Meglio che mi ritenesse una candida verginella che non la Clara complessata che ero.
Solo, qualche volta, il mio cuore non lo accettava.
Avrei voluto tanto poterlo riavere e pregavo che mi stesse lontano.
Avevo pietà di me stessa.
Il tempo, il domani, mi avrebbe aiutata nel dare un po’ di ordine a questa mia confusine?
Chi sarà “il tempo futuro”?

101-Scrivevo

Sono stata scorretta.
Mi sentivo così male al pensiero di aver ferito Stefano.
Era un uomo molto sensibile.
Egoisticamente avevo pensato che volesse stare in mia compagnia perché consapevole di quanto stessi male.
Pensavo volesse solo dimostrarsi di aiuto ad una ragazza disperata.
Il fatto che abbia provato a baciarmi mi ha lasciata di sasso.
Mi sono rifiutata.
Mi sono scostata.
Non riuscivo ad essere falsa.
Mi sarei aggrappa a chiunque.
Solo Stefano mi aveva fraintesa.
Ancora ero innamorata del suo migliore amico.
Le mie braccia erano ancora calde del ricordo del corpo di Gianni.
Lui non poteva non saperlo.
Potevo stare in sua compagnia solo perché lo vedevo come amico.
Peccato lui mi abbia detto che si è innamorato di me.
Perché peccato?
Perché io non ricambiavo i suoi sentimenti.
Che bizzarro triangolo avevamo formato.
Nessuno di noi due, né io, né Stefano possiamo avere chi realmente vogliamo.
“Ti prego, non costringermi ad allontanarmi da te”.
Tra le lacrime ho potuto dirgli solo questo.
Non gli ho dato spiegazioni.
Conosceva la mia situazione famigliare ma non gli uragani che mi sconquassavano dentro.
Vedeva il mio dolore ma non ne conosceva tutte le cause.
Mi ha abbracciata e mi ha chiesto perdono.
Sarebbe stato così dolce abbandonarmi all’amore di Stefano.
Sarebbe stata una sicura sciaruppa di salvataggio per il relitto di ragazza che ero diventata.
Solo lui non mi piaceva.
Gli volevo bene ma sapevo che di lui non mi sarei mai innamorata.
Stavo male.
Stavo davvero male.
Non c’era male peggiore del ferire una persona che proprio non lo meritava. Soffrivo intensamente al pensiero di aver procurato del diasagio a Stefano.
Se pure avessi scoperto di poter ricambiare i suoi sentimenti sarebbero sorti problemi insormontabili.
Come avrei potuto gestire la situazione?
Non avrebbe potuto funzionare per i miei catastrofici problemi famigliari: troppi e troppo determinanti nel condizionare la mia vita; per non parlare dei miei complessi.
L’esperienza con Fabio mi aveva reso chiaro che non potevo permettermi di lasciarmi amare da chicchesia.
Con Gianni era stato lo stesso.
Tutto sarebbe stato comunque contro di noi.
Ormai dentro casa era diventato un inferno.
Avevo perso del tutto l’illusione di poter sentirmi figlia.
Mi sentivo una palla al piede.
Una spina dentro al cuore dei miei genitori.
A detta loro colei che: “vuole distruggere l’armonia famigliare”.
Quando mai l’abbiamo avuta?
Che ridere!
La figlia che aveva mire sul padre.
Quella che pensava di fare la puttana per vivere.
Ormai ne avevo sentite talmente tante che avevo finito per diventare insensibile a qualunque loro forma di offesa.
Non sentivo più niente dentro al cuore.
Vivevo solo di sensazioni di disagio.
Il desiderio di non voler mai tornare dentro le terribili mura di casa.
Il mio entusiasmo che svaniva appena varcata la soglia di entrata.
Il non poter essere me stessa.
Il non poter esprimermi.
La voglia infinita di urlare la mia rabbia infinita e la mia frustrazione.
Mi sentivo un fantasma.
Per loro diventavo visibile solo quando volevano ferirmi.
Quando Stefano mi ha chiesto di poter uscire con me era stato come ricevere una botta di vita pura.
Ho goduto di ogni momento passato con lui come se fosse aria pura.Pulita.
Quando ha provato a baciarmi ha rovinato tutto.
Non riuscivo a fare niente di giusto.
Tutto di me si riduceva a diventare un errore.
Persino chi si avvicinava con l’intenzione di salvarmi era contagiato dalla mia negatività.
Ero la mia prigione e il mio rifugio.
Riuscirà mai qualcuno a impegnarsi a conoscermi, a svelarmi? O dovrò morire da perfetta sconosciuta per tutti?
La vita mi appariva solo terribile.
Per nulla bella.
Non riuscivo ad amarla.
Solo a odiarla.
Era tutto così dannatamente incomprensibile!
Vita.
Io non l’avevo chiesta.
Perché egoisticamente mi hanno dato in pasto a questa realtà?
Era stato amore?
Allora l’amore era un male.
Era stato il semplice desiderio carnale?
Allora il piacere era una condanna.
Non riuscivo più a credere in nulla.
Ero caduta da un nido di uccelli spazzini per finire in un nido di condor.
Loro hanno ben capito che non ero un loro frutto e ora si stavano cibando di me.
Non mi restava che cinquettare debolmente per testimoniare il mio strazio. Scrivevo.
Mi restava solo questo.
Un subdolo mezzo di comunicazione.
Un parlare muto.
Solo chi parla può avere una chanse di essere compreso.
Perché io mi ostinavo a continuare un dialogo che non poteva avere feedback?
Ancora non mi era chiara la ragione per cui continuavo a riempire questi fogli.
Forse un giorni ne avrei compreso la motivazione.

100-la pietra dello scandalo

Le nostre logoranti battaglie verbali si erano ridotte a essere sfoghi irragionevoli.
Mio padre era chiaro, non sapeva essere per nulla diplomtico.
Pensavo che i nostri stramazzi da arpie lo intimidissero.
Un po’ me ne dispiacevo, tuttavia, non ero io che dovevo insegnargli a diventare capofamiglia.
Si era ridotto a essere l’indivio che lavorava per portare i soldi a casa.
Avevo il dubbio che trovasse sollievo nella sua attività lavorativa.
Pensavo che uscire dalla porta di casa nostra per lui fosse una via di fuga.
Da qualche annetto era diventato pendolare.
Partiva il lunedì e tornava il venerdì.
Era diventato un estraneo ancor più di prima.
Mi veniva da ridere quando pensavo a quanto fosse stato difficile per mia madre accettare che il marito passasse le notti fuori dal suo stesso letto.
Per lei era stato un tormento.
L’avevo confortata.
Avevo dormito con lei.
Avevo sciugato le sue lacrime quando aveva pensato che mio padre avesse un’amante.
“Mamma, come puoi solo pensare una cosa del genere? Solo tu non vedi quanto tuo marito sia ancora innamorato di te? Lui non sarebbe mai in grado di farlo”.
Ero convinta di quanto dicevo.
Come sapevo che mi chiamavo Clara, così sapevo che mia padre era fedele a mia madre.
Il lavoro di mediazione mio e di mio fratello era stato lungo e faticoso.
Alla fine ha portato alla loro riappacificazione.
Perché ora mio padre non aiutava me come in precedenza io avevo fatto con lui?
Aveva semplicemente dimenticato?
Non era interessato a farlo?
Era sempre stato così mio padre.
Dall’esterno sembrava che gli scivolasse tutto di dosso.
Non potevo credere, tuttavia che fosse così.
Avrà pure pensato qualcosa dentro di sé.
Avrà una qualunque reazione che nascondeva dentro se stesso.
Dovevo crederlo.
Non poteva essere un automa.
La perdita della figlia aveva forse reso insensibile il suo cuore?
Perché adottarci, allora?…Proprio non lo capivo.
Non avevo comunque il coraggio di cercare di conoscerlo meglio.
Le accuse di mia madre mi hanno toccato troppo nel profondo.
Ora non riuscivo neppure a stare nella stessa stanza con lui.
Mi innervosiva vederlo.
Mi sembrava che mi mancasse l’ossigeno se ci trovavamo da soli nella stessa stanza.
Non sopportavo la mia presenza vicino a lui.
Sapevo benissimo cosa avevo sempre provato per lui: un legittimo amore di figlia.
Il pensiero che mia madre fosse convinta che io ci provassi con lui me lo aveva reso disgustoso.
Come disgusto mi aveva provato la sua passività.
Non riuscivo nemmeno a guardarlo.
Il fatto che lui non avesse reagito alla situazione mi sembrava paradossale. Come poteva non far niente quando era lui la pietra dello scandalo?
Cosa avevo mai fatto per essere arrivata a tutto questo?
Mi sentivo morire dentro.

99-lentamente tutte le ferite si rimarginano

I giorni passavano e le ferite si rimarginavano.
Per poi essere riaperte.
Che tristezza.
Un dolore ora copriva un altro dolore.
Dovevo ammettere che preferivo soffrire per un ragazzo che non per i miei genitori.
Il dolore che nasceva dal pensare a Gianni riuscivo a viverlo, ad affrontarlo. Il tradimento dei miei genitori non riuscivo a tollerarlo.
Faticavo a concepirlo.
Focalizzare la mia attenzione sull’ultima delusione con Gianni era molto meglio.
Imparagonabile.
Il famoso male minore.
Sembravamo due estranei, benché sapessimo entrambi che non era la verità.
Le occhiate che ci lanciavamo dicevano l’opposto.
Come dimenticare i suoi baci, i suoi abbracci, le sue carezze, il suo corpo e quei capelli che ho amato toccare.
Non avevo rimpianti.
Non avevo rimorsi.
A mio avviso l’aver corso mi rende felice nella mia tristezza.
Un correre che era significato aver parlato molto poco ed essersi toccati molto.
Immaginavo sarebbe stato bello fare l’amore con Gianni.
Sarebbe stato piacevole avere quel tipo di contatto con lui.
Ricevere piacere da lui sarebbe stato il massimo.
Così come sarebbe stato precoce e immaturo: non mi ha mai amata, solo voluta.
Aveva desiderato il mio corpo: un guscio imperfetto che non ero disposta a condividere con nessuno.
Di chi fosse Clara non gli era importato poi molto.
Si era allontanato, donandomi una verità a cui non credevo; si era allontanato perché aveva immaginato la realtà più banale. Non gli interessavo abbastanza da spingerlo a capire cosa avessi ne l cuore.
Se non altro era stato sincero a dirmi che lui aveva voglia di divertirsi.
Ero mai stata ciò che lui desiderava.
Lui non era mai stato ciò di cui io avevo bisogno.
Se avessi avuto la forza di dargli tutta me stessa allora avrei sofferto dieci volte di più.
Il mondo del condizionale non mi avrebbe portata da nessuna parte.
La semplice verità era che avevo troppo schifo del mio corpo per concederlo a qualcuno.
Figurarsi a Gianni.
Sapevo che avrei dovuto odiarlo.
Pensava di potersi divertire con una bambolina.
Non gliel’avevo permesso.
Si era allontanato perché il gioco non valeva la candela.
Ancora non riuscivo ad esserne disgustata?
No.
Non volevo leggere preoccupazioni sul suo volto.
Per lui desideravo quel sorriso solare che mi aveva fatta sciogliere come neve al sole.
Ma che dicevo!?
Doveva soffrire! Soffrire come stavo soffrendo io!
Speravo che si innamorasse che nel momento in cui si fosse sentito sicuro di quell’amore fosse abbandonato.
Se fosse tornato da me avrei avuto il coraggio di dirgli addio?
“Ti prego aiutami a dimenticarti, perché da sola non riesco”.

Ironia della sorte ci incontravamo davvero spesso.
Per puro caso.
Se fosse tornato da me come avrei reagito?
Una storia finita non aveva senso di ricominciare.
Se una relazione si conclude, vuol dire che non si è lottato, che la rottuta è stata sccettata, quindi voluta.
Lui ha preferito lasciarmi.
Io ho sofferto.
Ho soffeto da matti.
Non voglio che si ripeta.
Eppure. Dopo tutti questi ragionamenti avevo dei dubbi.
Davvero sarei riuscita a dirgli di no?
Mi ha detto che lui e la sua fidanzata litigano spesso, tutti i giorni.
Gli sta bene, che soffra un po’ anche lui!
Già è fidanzato.
Dovrebbe bastare questo a togliermelo dalla testa.

Ero così confusa.
Non sapevo se Gianni mi mancasse veramente o scrivessi di lui per abitudine.
Mi sembrava di aver vissuto solo un sogno.
Basta questo a capire quanta fosse la mia confusione.
Mi sembrava che non ci fosse niente di fermo nella mia vita.
Tutto è irrimediabilmente destinato a finire.
Non ci sono eccezioni.
Mi vedo sbiadire davanti ogni cosa.
Mi sento come un albero senza radici che si trova in mezzo ad un’alluvione.
Cercavo disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi senza alcun successo.
Nella mia mente dio supremo era il caso.
Non esistevano punti fermi.
Tutto si reggeva sul nulla.
Ero io ad essere sbagliata?
O sono diventata sbagliata a forza di sentire che la gente mi reputava in questa maniera?
Non vedevo soluzione ai miei problemi.
Ogni mia scelta mi sembrava che non fosse quella azzeccata.
Se mai fosse esistita.
L’equilibrio che reggeva la mia vita era precario ed illusorio.
Sarebbe stato meglio se a ciascuno di noi fosse stata data la possibilità di scegliere di nascere o meno.
Io avrei scelto l’oblio.
Meglio il nulla assoluto che questa sofferenza.
In questo modo i vivi non avrebbero potuto lamentarsi della vità in quanto libera decisione spontanea e personale.
Visto che non mi era stata data questa scelta, mi sentivo legittimata a lamentarmi di essere nata e di dover vivere questa poco gradevole realtà.
Ho avuto due madri ed entrambe mi hanno rifiutata.
Ho avuto due padri ed sommati l’uno all’altro non fanno un quarto di uomo.
Avevo più possibilità di vincere la lotteria che di ritrovarmi con questo bel poker di genitori.
Se non altro i miei genitori biologici ci avevano abbanbonati nella speranza che avessimo una vita migliore.
I secondi ci hanno solo illuso.
Ci hanno fatto credere di poter amarci e non si sono mai impegnati a farlo.
Volevano figli perfetti, pur non rasentando la perfezione loro stessi.
La loro vita era fatta solo di pretese.
Chiedono senza concedere mai.
Vivevamo insieme da anni e potevo dire di non conoscerli affatto.
Conoscevo le loro abitudini, i loro pregi e i loro difetti. Ma della loro personalità più profonda, della loro essenza non sapevo nulla.
Le loro paure, i loro sogni, le loro speranze. Non le conoscevo.
Siamo rimasti così lontani l’uno dall’altro.
Mi hanno preso bambina, ora sono una ragazza matura.
Da quel lontano giorno in cui ci siamo incontrati la prima volta non siamo cambiati affatto.
Ognuno di noi era rimasto dentro lo spazio intimo nel quale si era rifugiato e non ne era mai uscito.
Negli anni ci siamo solo sfiorati.
Adesso i nostri contatti erano ai minimi storici.
Ci limitavamo a condividere la tavola e nel dormire sotto lo stesso tetto. Nient’altro.
Se non lo abbiamo fatto negli anni precedenti, ora mi sembrava solo utopico poter pensare che ci potesse essere dello sviluppo positivo nella nostra convivenza.
Li chiamavo madre e padre solo perché ero avvezza a definirli tali.
Non perchè li sentissi tali.
Provavo un dolore tremendo nell’ammetterlo. Un dolore tanto profondo ed intimo che mi si torcevano le budella al solo pensarci.
Per me loro avevano rappresentato tutto.
La mia prima necessità .
Il mio sogno di bambina ottenuto.
Il mio errore più grande era stato quello di non averglielo mai fatto capire veramente.
Oramai era troppo tardi.
Avevo sofferto così in profondità che diffidavo da loro.
Non ero disposta a condividere con loro le mie ferite per la terribile paura che ci sputassero sopra.
Non avrei potuto sopportarlo.
Mi stavo ancora sforzando a fortificarmi contro la mia terribile delusione genitoriale.
Non potevo permettere altri inutili tentativi.
La terra non mi appariva fertile per alcun tipo tentativo.
Io non ero forte abbastanza per provarci.

98-Tentazione e bugie

È avvenuto quanto avevo sognato.
Mi ha baciata, mi ha stretta a se.
Avrebbe voluto fare molto di più.
Non io.
Non posso e non voglio.
È stato semplicemente splendido essermi ritrovata tra le sue braccia.
Almeno per un po’.
Aveva la sicurezza di un uomo ma la leggerezza, la sfrontatezza, la superficialità che si adattavano meglio su di un ragazzo.
Che ne sapevo?
Avevo avuto altri appuntamenti e quei pochi a cui avevo concesso un bacio andavano incoraggiati, rassicurati che tutto stava procedendo nel verso giusto. Quasi tremavano. Impacciati nel loro tentativo di essere virili.
Non era mia intenzione essere l’esperta che non ero. Semplicemente lasciavo libero sfogo alle mie sensazioni, quasi il mio tatto non passasse per i polpastrelli ma attraverso il cuore.
Mi ha spaventata il fatto che volesse arrivare al sodo dopo così poche uscite.
Chi lo conosceva?
Non mi sarei mai svenduta con tanta leggerezza e sopratutto c’erano i miei fantasmi.
Mi sono bloccata e mi sono fatta riportare a casa.
Non ho dato nessuna spiegazione.
Lui non ha chiesto nulla.
Mi riempiva le mani e le labbra di baci non appena un semaforo rosso glielo consentiva.
Infinitamente grata e rivitalizzata da tante attenzioni finalmente mi sono sentita tornare alla vita.
Nella solitudine delle mura di casa mia mi sono costretta a riflettere.
Cosa voleva da me Gianni?
Io ero innamorata di lui. Mi ero innamorata di un totale estraneo.
Volevo conoscerlo. Capire chi fosse. Senza fretta. Senza che nessuno avesse nessuna pretesa sull’altro.
Usciva da una storia lunga con una ragazza molto più giovane di lui.
Ora sentiva il bisogno di vivere senza pensare troppo al domani.
Bene.
Ne era pieno il mondo con donne pronte a compiacerlo.
Io non ero una di quelle.
Io volevo un amore vero.
Ero alla disperata ricerca di sentimenti veri e profondi.
Non volevo l’attenzione momentanea che si è soliti destinare ad un giocattolo.
L’immagine idillica che avevo nella mente del mio autista si è dovuta scontrare con il vero Gianni che stavo conoscendo.
Mentre mi parlava al telefono suonava la chitarra elettrica.
Probabilmente era ancora fidanzato; non me la raccontava giusta.
Milioni di allarmi interni mi rimbombavano dentro la testa, eppure non trovavo la forza di togliermi dalla mente quei baci caldi che mi avevano fatta sentire una regina.

Ho accettato un suo ulteriore invito a uscire benchè sapessi che facevo un errore.
L’amore è cieco e irrazionale.
Io non riuscivo a stargli lontana.
Mi ha portata al lago di Velletri.
Davvero romantico.
Poche parole e mi si è gettato addosso.
Alla fine si è fatto quello che volevo io.
Vale a dire tante coccole per entrambi.
I baci di Gianni, tuttavia, erano stati, come dire, animaleschi; se ero uscita di casa di tutto punto, con un trucco perfetto e una meravigliosa valanga di profumati capelli ricci; al mio ritorno a casa sono apparsa come uno spaventa passeri. Neppure l’ombra della Clara che era uscita qualche ora prima.
Sarebbe stato de tutto inutile dire:
“Tranquilli, non è come sembra: non ho trombato con nessuno”.
Se avessi avuto una famiglia vera, probabilmente lo avrei fatto.
È stato prorio il rifiuto di mia madre e il disinteresse di mio padre a buttarmi tra le braccia di Gianni.
Se avessi avuto dei genitori veri non mi sarei mai buttata in un avventura che suonava strana persino a me stessa.
Il mio disperato bisogno di amare e di sentirmi amata mi hanno portata tra le braccia del mio autista.
Quanto era misera la mia vita.

Stavo sviluppando un potere di preveggenza?
Avevo sentore che Gianni si sarebbe allontanato presto da me.
La sua ex è tornata a cercarlo e lui prefisce non avere alcun tipo di tentazione.
Non mi cercherà più.
Non credevo ad una sola parola.
Non importava.
Meglio che si fosse allontanato lui.
Se non lo avesse fatto lui lo avrei fatto io stessa.
Bene così.
Come apparivo forte.
Non lo ero affatto.
A malapena vedevo il foglio su cui scrivevo.
Le mie lacrime avevano sbavato quanto avevo appena scritto.
Loro sapevano essere molto più sincere di me.
Cancellavano bugie che dicevo a me stessa.

97-la sorpresa

Ero confusa.
Non sapevo che fare.
Era il 31 ottobre, stavo festeggiando con qualche conoscente ad un pub, eravamo una tavolata di sole ragazze.
Mi sono trovata Gianni davanti.
Il cuore mi è collassato dalla gioia e dalla paura.
Era venuto insieme a Stefano, un collega a cui era molto affezionato.
Per fortuna era arrivato tardi.
Troppo tardi per gli orari che mi avevano imposto a casa.
Era arrivato in tempo solo per il saluto della buonanotte.
Alla mezza io sarei dovuta stare sotto il portone di casa in attesa che mi fosse aperto.
“Dai, resta ancora un pochino: ti accompagno a casa io”,
“Mi hanno insegnato a non prendere passaggi dagli sconoscuiti”,
“Come fai a non fidarti di me: sono il tuo autista!”.
Frase detta per paro caso, un capriccio della lingua.
Non aveva la minima percezione di quale fosse per me il valore della sua frase.
Era stata la sua immagine a salvarmi dai momenti più dolorosi della mia esistenza.
Era stato il mio vivere la mia attrazione verso di lui a permettermi di andare avanti.
Pensare a lui mi era servito a non impazzire.
Lui non poteva sapere nulla di tutto questo.
“Per me è stata una sorpresa che tu mi abbia cercato. Pensavo di esserti antipatico, mi salutavi una volta si e tre no. Sembrava quasi mi facessi un favore. Te la tiravi da morire”.
Vero.
Non volevo che si avvicinasse troppo.
Avevo chiesto il suo nome proprio a Stefano qualche tempo prima per via del suo sorriso simpatico e perché li avevo visti parlare spesso insieme.
Quando Stefano mi aveva chiesto nel primo pomeriggio dove avessimo intenzione di festeggiare la notte di Halloween, ho risposto con leggerezza, non avevo pensato che mi avrebbe portato Gianni.
“Hai visto che sorpresa che ti ho organizzato!? Poi non dire che Sfefano tuo non ti pensa!”, avrei risposto al suo sorriso dolce con il più generoso degli abbracci se non avesse aggiunto:
“‘Ndo stanno le amiche tue!? Fammi vedere se c’è qualcosa che mi piace!”, si è allontanato ma solo per far ritorno col menù e quello si è limitato ad esaminare dopo avermi regalato un occhietto.
Io e Gianni abbiamo avuto il tempo per una breve chiacchierata.
Ha dieci anni più di me.
Mi hanno tremato le gambe quando ho sentito pronunciare quel “ventinove anni”.
Un uomo.
Sarei scappata a gambe levate.
Peccato che non ci riuscissi.
Felicemente libero da qualche mese da una fidanzata storica.
Ascoltavo le sue parole come se avessi le orecchie tappate.
Dentro di me ero euforica e terrorizzata.
Dove mi stavo cacciando?
Ci siamo salutati dopo esserci scambiati il numero di cellulare.
“Domani ti chiamo”, mi ha promesso.
Quella sera ho chiuso gli occhi con un nuovo sentimento: l’attesa.
L’attesa felice di un evento che avrebbe portato il sole nelle mie giornate.
Ho fatto tacere i miei fantasmi.
Non volevo rovinare la conclusione di quella notte particolare.
Volevo crogiolarmi nel calore di quel mio dolce ed intenso innamoramento…Diavolo ma erano dieci anni più dei miei!…Era poi così importante uno stupido particolare anagrafico!?…Sti cavoli! Poco importa!
Lui mi stava cercando, era interessato a me: questo era rilevante!
Ho pregato alla notte di volare rapida e decisa e di lasciare spazio al giorno perché l’attesa sembrava essere troppa per una Clara assetata di attenzioni.

96-vecchio e nuovo

Gianni.
Finalmente avevo il suo nome.
Avrei dovuto pensare ai miei problemi reali.
La verità è che non ne avevo la minima intenzione.
Come avrei potuto combattere contro il mio personale Golia se non stringevo nulla tra le mani?
Da codarda preferivo far finta di ignorare. Soffrire in silenzio.
Non reagire ne a Golia ne ai tre quattro Titani che mi portavo dentro.
Soffocare il tutto.
Far finta che non esistessero.
Distrarmi con altro.
“Voglio sognare. Posso sognare un pochino? Lui mi occupa in pensieri piacevoli. È un rifugio dolce”. Mi dicevo.
“Ti prego di non distruggermi. Non farmi male. La ripresa sarebbe così lenta…Non è poi difficile difendermi da te: basterà mantenere le distanze”.
Facile a dirsi ma non a farsi.
Ero come un satellite che lottava invano contro la forza di gravità di un pianeta che lo attirava a sé.
“Che posso fare se quest’attrazione mi piace così tanto?
Si. Amo le sensazioni che tu, Gianni, susciti in me”.
“Sono malata d’amore. Ne ho bisogno per vivere”.
Il mio bisogno primario.
Una necessità che mi imponeva di sforzarmi di aprire gli occhi ogni mattina.
Una necessità che era diventata il mio terrore più grande.
Amavo l’amore quanto lo temevo.
La mia mentale parabola amorosa è stata distratta dalle risate di qualche adulto.
Ennesima festa dei parenti in giardino.
Le loro risate arrivavano fino al terzo piano.
Avrei voluto essere insieme a loro.
Divertirmi insieme a zii e cugini.
Avrei voluto ricucire il rapporto che avevo spezzato con loro…per cosa poi mi ero allontanata dai miei parenti!? Avevo scelto di ignorarli per compiacere mia madre ed ecco come ero stata ricambiata: ripudiata io stessa.
Da una parte mi sarebbe piaciuto prendere e scendere tra di loro e farmi ritrovare li a far festa: sai come ne sarebbe stata felice la mia mamma?
Avrebbe rosicato in eterno.
Non lo facevo perché non era giusto farlo nei confronti di persone a cui non ho nemmeno rivolto il saluto nell’incrociarli per strada.
Accettavo le conseguenze del mio agire.
Mi limitavo ad ascoltare la loro allegria.
Le persiane di casa erano socchiuse; a fingere che non ci fosse nessuno al suo interno.
Era diventata una tradizione che durava da anni.
L’ennesima stupida messa in scena inventata da mia madre.
Io e mio fratello non avremmo avvicinato il viso alle finestre, non saremmo usciti di casa.
La novità erano i miei genitori.
Erano usciti la mattina presto.
Avevano un nuovo impegno: cercare la villa perfetta che sarebbe diventata la nuova dimora.
I fine settimana li impegnavano nell’estenuante ricerca.
Un fare il loro che finalmente mi permetteva di respirare un pochino.
Presto anche il nostro appartamento sarebbe stato messo in vendita.
Mia madre non vedeva l’ora di allontanarsi definitivamente da una palazzina che odiava con tutta se stessa.
Cosa ne pensavo io?
Sapevo che per me non sarebbe cambiato nulla.
Mura differenti non avrebbero di certo cambiato i sentimenti che regnavano sovrani nella nostra famiglia.
Tutti erano dei totali estranei: il mio strano lontano freddo fratello, il mio lontano invisibile padre, e lei, la strega maligna.
Non ero affatto felice di esprimermi in questi termini.
Che potevo farci se era la verità?
Una relativa verità?
Ok, era la mia verità.
Se non altro io ci mettevo un po’ di razionale riflessione nel formulare sentenze.
Chissà in quali battaglie interne erano impegnati i membri della mia sgangherata famiglia…Tristezza, sofferenza, solitudine, noia…Non sapevo nulla; non avevo idea di quali fossero le sensazioni nelle quali erano immersi.
Non conoscevo chi avevo vicino a me.
Solo una cosa ci univa: il reciproco silenzio.
Il: “Fatto compiti in classe? Interrogazioni? Voti?” lo avevo volutamente escluso dai tentativi di dialogo, perciò ci rimaneva solo il silenzio.

95-Valentina

Sentir piangere la mia amica è stato doloroso.
Sentirmi causa del suo dolore è stato straziante.
Mi sono sentita come il peggiore degli esseri umani.
Pensando più al suo affetto per me, Valentina ad ogni chiamata metteva da parte il vero e proprio terrore che aveva per mia madre e perseverava nel chiamarmi a casa.
Durante una delle nostre mille ricreazioni, mentre eravamo sedute nel cortile della scuola a chiacchierare, le ho chiesto di non cercarmi più a casa.
“Clara, io lo so come ti senti quando stai la dentro; anche se dovesse farsi gli affari miei, non ti preoccupare: non ho nulla da nascondere. L’essenziale è che tu non ti senta sola. Sento il bisogno di farti sentire che io ci sono per te”.
Quanto è stata bella questa frase.
Indimenticabile.
Un dolce stellato presentato su di una tavola fatta di cibo freddo ed insapore.
Una frase che mi ha salvata dalla solitudine.
Una luce meravigliosa nel buio che mi circondava.
Detta solo per me.
Ha promesso e così ha mantenuto.
Non per giorni: per anni.
La nostra amicizia, tuttavia, non aveva fatto i conti con l’odio di chi mi era capitata come madre.
Aveva risposto lei.
Era diventata un’abitudine che fosse lei a scattare allo squillare del telefono.
Mi ha portato il wireless e nel consegarmelo ha quasi urlato:
“Valentina: quella puttana ancora non ha capito che non deve chiamare in questa casa?”.
Mi sono sentita morire.
Impossibile che dall’altro capo non avessero sentito.
Ho avuto la conferma che avevo una madre completamente pazza.
Quando ho portato il telefono all’orecchio i miei timori hanno trovato fondamento.
Per quanto si sforzasse di resistere, la mia amica piangeva.
Abbiamo provato a portare avanti la conversazione.
Invano.
Il suo pianto diventava via via meno controllato.
Nessun discorso sembrava utile a distrarci.
“…Vale, mi dispiace così tanto…”
“Non ti preoccupare non è colpa tua…Solo ora mi riesce difficile parlare…Dai, ti richiamo più tardi…”
“…Mai avrei immaginato che avrebbe avuto la sfrontatezza di prendersela con te…Non so come scusarmi…Cosa dire…”
“…Ci sentiamo…Mi faccio sentire più tardi…Scusa Clara ma non ci riesco…”.
Mi ha lasciata mentre si sfogava in un pianto disperato.
Ho attaccato il telefono come se mi avessero dato una notizia di morte.
Mi sono sfogata sulla carta perchè ho pensato sarebbe stato più ragionevole.
Arrabbiarmi con una folle non sarebbe servito a nulla.
La mia voglia di prenderla a pizze mi faceva prudere le mani.
Ho deciso di ingoiare il boccone amaro della rabbia.
Non ho voluto darle la soddisfazione di reagire.
Ha voluto ferire la mia mia migliore amica proprio in virtù di quello che rappresentava per me.
Ha voluto fare del male a Valentina con la speranza di allontanarla da me?
Sarebbe stata questa strega a farmi rompere con la mia rospa?
Dalla sua cattiveria ormai avevo imparato ad aspettrmi di tutto.
Avevo promesso di non parlare più di mia madre tra le mie pagine…Volevo completamente escluderla da ciò che scrivevo; poter far finta che non esistesse per il tempo di buttare giù due parole su inchiostro…Come potevo farlo se aveva deciso di condizionare fino all’esasperazione la mia vita?
Era un’impresa impossibile.
Andarmene?
Si.
Dove?
Come?
Dio quanti problemi sapeva procurarmi!
Fino a quando avrebbe continuato a rovinare me e a colpire chi sentivo di amare?
Perché tutto questo?
A lei chi le aveva impedito di vivere?
Chi le aveva dato il diritto di farmi tutto questo?
Perché avrei dovuto continuare a sopportare?
Che avrei potuto fare?
Quale era la cosa più giusta da fare?
Non era possibile dover sopportare e soffrire in questo modo tra le mura della propria casa.
Non era giusto che una madre che mi aveva voluta, che aveva fatto quattordici ore di volo e mille peripezie per ottenermi, ora mi faccesse tutto questo.
Non era ragionevole.
Era come se volesse rendere la mia vita tanto insopportabile da costringermi a uscire da casa il prima possibile.
Torturarmi psicologicamente per allontanarmi quanto prima.
Questa era l’unica spiegazione che poteva giustificare la sua malignità.
Davanti ai miei libri scolastici non potevo non pensare al pianto della mia Valentina…Sarebbe cambiato qualcosa tra di noi?
Avrebbe vinto la strega?…In fin dei conti che guadagnava lei dall’essere la mia migliore amica?…Ero un bel pacchetto di complicazioni. l’avrei capita se avesse deciso di allontanassi da me…Ne avrei sofferto ma l’avrei compresa. Lontana da me sarebbe stata lontana da mia madre: questa era l’unica amara consolazione.
Non mi abbandonavo al lutto solo perché Vale era una ragazza troppo speciale e caparbia da abbandonare il campo di battaglia. Era stata ferita ma ciò l’avrebbe resa solo più determinata a farmi sentire il suo affetto e la sua vicinanza.
Era lei il mio tesoro. Il mio calore.
Il mio salvagente nella tempesta. Non risolveva i problemi ma ha certamente aiutato a restare a galla.
Da allora Valentina è un pezzo del mio cuore, presente in ogni battito.