142-studentessa universitaria

Chiusa la mia disastrosa avventura come ragazza alla pari ero ritornata ad essere una studentessa universitaria.
Ero sollevata di ritornare a seguire le lezioni.
Psicologia, sociologia, filosofia, letteratura, tutte le materie umanistiche solleticavano la mia curiosità…Quanto le seguivo con piacere…Amavo nello specifico seguire una docente: Carmela Morabito. Lei svelava la psicologia collocandola perfettamente nel contesto storico, sociale, artistico; aveva un eclettismo e un sapere così vasto che ascoltarla era puro piacere, come ascoltare buona musica.
Non tutto, tuttavia, era piacevole; mi ero iscritta anche ad un corso di informatica: volevo imparare dato che il computer, allora, sapevo a malapena accenderlo. Non lo avessi mai fatto: era come seguire una lezione in cinese, del tutto fuori dalla mia portata.
Altra questione era che mi sentivo un po’ sola tra le grandi mura della sezione di lettere di Tor Vergata.
Valentina era andata via, aveva preso un’altra strada ed io mi pentivo di non averla seguita.
Tra una lezione e l’altra mi ritrovavo sola a guardare i mille gruppetti che sedevano su panchine, prati , al bar. Anche con i compagni di corso era solo buongiorno e buona sera. Chiacchiere educate e nulla di più.
Prima avevo Valentina e lei mi bastava.
Ora dovevo andare necessariamente alla ricerca di qualche compagno di studio. Di qualcuno con cui poter fare due chiacchiere leggere, mangiare un panino al volo. Semplicemente qualcuno che si sedesse vicino a me e non mi toccasse ritrovarmi sempre sola con me stessa.
Mi guardavo intorno a vedere se ci fosse qualcuno che attirasse la mia attenzione.
Era strano: ecco là il tavolo dei metallari, poi quello dei tamarri, quello dei pariolini, quello dei darchettoni…Una vera e propria giungla.
Ognuno con la propria razza di appartenenza.
Io mi sentivo esclusa da qualunque gruppo.
Non mi sentivo superiore. Non avevo motivazione di farlo.
Mi incuriosivano tutti perché erano dei mondi sconosciuti per me.
Avendo Valentina con me poco badavo al microcosmo nel quale passavo le mie giornate. Poi, essendomi trovata sola, mi sono trovata ad osservare.
Avrei voluto poter avere la loro stessa spensieratezza, la loro leggerezza. Probabilmente ognuno di loro aveva una sua considerevole croce personale, eppure, almeno loro riuscivano a mascherarlo molto bene.
Forse era la lontananza della mia amica che mi rendeva così spenta.
Dovevo cercare di fare nuove conoscenze. Avere i miei compagni di tempo.
Non potevo campare di solo studio.
Due chiacchiere con qualcuno avrei dovuto pur farle.

Avevo preso la decisione di riprendere la mia lingua madre: lo spagnolo.
Quel giorno avrei avuto la mia prima lezione.
Tra la folla che occupava l’aula magna avevo notato due ragazzi, meglio dire che avevo notato che loro mi avevano notata.
La voce della docente me li aveva tolti istantaneamente dalla testa.
Primo compito: descrivere per scritto il proprio vicino di casa.
Il classico brusio del chiacchierare sottovoce aveva preso vita ed è stato tra questo che una voce ha bruscamente chiesto:
“Aò, ma in spagnolo come se dice cassamortaro?”.
Lo scoppio di risa è stato simultaneo.
Sedevo tra i primi banchi.
La voce era arrivata da dietro.
Mi era sfuggita la comicità della frase.
Non ci avevo trovato nulla da ridere.
Dovevo necessariamente vedere il viso del borone che aveva appena aperto bocca. Due capelloni sedevano a gambe aperte sulle sedie dell’aula magna.
Entrambi avevano i capelli lunghi quanto i miei. Jeans slavati, maglia nera e braccia incrociate sul petto.
La loro espressione era opposta.
Uno con il viso leggero e spensierato di un bimbo felice, l’altro con le spesse sopracciglia aggrottate, viso serio e grandi occhi verdi concentrati che dicevano:”Ti odio. Sono molto arrabbiato. Fai attenzione”.
Sembrava incazzato con il mondo intero.
Nel caso ti rivolgesse il suo sguardo veniva spontaneo chiederti: “O mio Dio, e mò che gli ho fatto a questo?”.
Ti dava la spiacevole sensazione che fosse causa tua la forte ostilità del suo sguardo e del suo atteggiamento.
Lui mi ha attratta come una calamita.
Avevo trovato i compagni che cercavo.
Era il 27 ottobre 2005.
Il giorno in cui ho conosciuto Stefano e il proprietario di quegli ostili occhi verdi: Fabrizio.

141-il porco e gli squali

“Il bambino starà qualche giorno con la madre. Mi ha dato poco preavviso; ho pensato di non avvisarti prima al telefono, così avremo un po’ di tempo per conoscerci meglio. Per queste due sere staremo da mia madre”.
Sono stata con lui tutto il giorno.
L’ho accompagnato a fare tutti i giri della giornata.
Mi era sembrato strano che non mi avesse portata a casa a posare le valigie che per tutto il tempo erano rimaste in macchina.
Mi era sembrato strano che non mi avesse presentata alla madre di suo figlio.
Mi aveva portato a pranzo ad un ristorante sardo.
L’unica nota positiva della giornata.
Quell’uomo più passava il tempo, più mi piaceva meno.
Siamo rientrati dopo cena presso una bella villa sulla Cassia.
“Cerchiamo di non fare rumore. Non vorrei svegliare mia madre: qui abita anche lei. Ti mostro la stanza. Lì potrai metterti comoda”.
Neppure sua madre mi era stata presentata.
Eravamo entrati in casa come due ladri.
Mi sono ritrovata in un’immensa camera da letto.
Non ho disfatto le valigie, mi sono messa il mio pigiamone, mi sono fatta una bella doccia e sono scappata al letto dopo aver chiuso la porta a chiave.
Resa tranquilla da quel doppio giro di chiave mi sono finalmente addormentata.

“Perchè hai chiuso a chiave ieri sera? Sono stato costretto a dormire sul divano”,
“O mio Dio! Mi dispiace così tanto! È solo che a casa sono abituata a fare così e poi ero convinta che la stanza fosse destinata a me”, sorriso ingenuo da abile bugiarda.
Tutti i campanelli di allarme che avevano suonato dentro la mia testa trovavano riscontro nella realtà: lui si era aspettato che io dormissi insieme a lui!
Col cavolo che avrei fatto da bambolina gonfiabile in carne e ossa per questo porco!
“Senti, probabilmente dovrai accompagnarmi a qualche festa con grosso nomi, perciò dovrai essere impeccabile. Lunedì andrai al centro estetico della mia famiglia per farti una depilazione…la preferisci parziale a totale? Ti capiterà di indossare degli abiti di stilisti rinomati: dovrai essere perfetta. Non te l’ho ancora chiesto, per cosa hai un ragazzo?…”.
Il sudore freddo ha cominciato a scendere dalle mie tempie.
Ora avevo capito perché la tata precedente mi era sembrata tanto strana: la loro distanza personale era inesistente, stavano praticamente appiccicati. la frase: “Se ne torna in Polonia perché questa pazza si è innamorata di me”, che in principio avevo interpretato come una battuta, ora aveva trovato chiarimento.
Dove mi ero cacciata?
Che ragione avevano tutte quelle frasi?
Perché non parlare del bambino, delle sue abitudini, delle sue paure?
Con quale intenzione quest’uomo mi aveva presa con se?
In maniera del tutto irrazionale mi sono detta che era meglio affrontare questa terribile situazione che dover tornare a casa.
Meglio dover lottare contro un porco, tenerlo a bada e trovare alla svelta un nuovo posto di lavoro che dover affrontare altre discussioni con i miei exgenitori.
Meglio dover lottare contro le paure che in quel momento mi stavano togliendo l’aria, che dover subire le cattiverie di lei.
Abbiamo consumato i pasti in dei locali.
Siamo tornati a casa solo in tarda serata.
Mi sono rinchiusa in camera.
Mi sono coperta completamente con le coperte.
Il tepore mi ha fatto sciogliere il nodo che avevo allo stomaco.
Parte del gelo della mia anima si è dissolto.
L’indomani mi sarei dovuta finalmente occupare del bambino. Finalmente.
Il richiamo del mio cellulare mi ha fatto saltare fuori dal mio rifugio.
“Ciao zia”. Zia Teresa.
“Come hai fatto a riconoscermi?”
“Avevo il tuo numero in memoria”
“Ah…Senti come va?”
“Bene”
“Sicura?”
Le lacrime hanno preso a scendere senza freno.
“Clara fammi un favore, torna a casa! Domani mattina mi devi chiamare per dirmi che sei tornata indietro”
“Non ci riesco zia! Ho pensato di farlo, ma al solo pensiero mi piange il cuore! Non ci riesco! Non mi ci vogliono dentro casa. È una violenza continua. Un litigio al giorno!”
“Tua madre dice che il problema è che non studi”
“È una bugiarda. La mia buona media e i complimenti che mi fanno i professori lo negano. Non mi stai dicendo nulla di nuovo”
“Lei dice che sono voti che tu ti scrivi da sola. Dice che stai falsificando il tuo libretto universitario”.
Ecco la novità. Non potevo crederci. Metteva in dubbio la vericità di quello che era un documento propriamente detto. Come poteva credermi così imbecille? un atto illegale, tra le altre cose.
“E dopo tutto questo io dovrei tornare a casa? Come posso farlo se ogni ora che passa vengo a sapere novità sempre più brutte? Mi stanno rendendo la vita un inferno!…”
“Clara. Ho una brutta sensazione. Fallo per me. Torna a casa. Torna all’università continua gli studi. Cerca di stare in facoltà durante il giorno, studia in bibiloteca. Quando torni a casa chiuditi in camera tua. Evita qualunque contatto con lei”
“È qualche mese che cerco di farlo…è lei che mi cerca, che mi stuzzica; è come se lo facesse apposta…”
“Resisti, resisti finchè non avrai finito l’università”
“Non so se lei me lo permetterà e se io sarò abbastanza forte da farlo”
“Se non per te fallo per me”.
Una frase che mi è piaciuta.
Ho deciso di accontentare zia Teresa.
L’indomani sarei tornata indietro.

Avevo mantenuto il mio proposito.
Ero di nuovo a casa.
Nella mia camera.
Avevo finito di sistemare di nuovo le mie valigie.
Mio fratello mi guardava sorridente.
Era contento che fossi di nuovo con lui.
Il porco stava seduto nella loro camera da pranzo.
Gli orchi stavano discutendo tra loro.
Io ero troppo schifata per partecipare al loro finto colloquio.
Il porco stava dicendo che era stato costretto a riportarmi a casa perché non era scattata alcuna simpatia tra me e il piccolo Luca. Non era stata per colpa mia. I miei tentativi per guadagnarmi il suo affetto erano stati lodevoli; era stato il bambino ad aver rifiutato categoricamente la mia presenza…Che schifo! Gli avrei sputato in mezzo agli occhi.
Lei gli ha risposto dicendo che ero una ragazza difficile, complicata da capire. Una che aveva abbandonato gli studi perché con troppi grilli in testa, in poche parole che ero un’imbecille.
Non sapevo se ridere o piangere.
Avevo tre squali in salotto a parlare di me. d
Dovevo ascoltare mentre facevano a brandelli coi loro dentro aguzzi quella che loro credevano che fossi.
Non sapevo chi tra di loro mi facesse più schifo: il maiale, la vipera che era mia madre o il padre taciturno che ascoltava senza emettere suoni o giudizi.

La mia cara mamma mi ha raggiunta in camera.
La sua gioia era davvero grande.
“Non credere di poter fare quello che hai fatto fino adesso. Quando quell’uomo se se sarà andato faremo un bel discorsetto”.
Con voce gelida e occhi in fiamme è uscita sbattendo la porta.
Mi sarebbero mai capitate situazioni normali?
Da un’anomala situazione sono passata ad una strana, sporca, brutta situazione per poi dover fare ritorno alla vecchia cara anomala situazione.
Quali erano stati i vantaggi per me?
“Visto che sei ritornata mettiamo subito le cose in chiaro: in questa casa non si esce la sera durante la settimana; ad eccezione del sabato, a patto che a mezzanotte si stia a casa. Alla prossima sezione dovrai dare esattamente sei esami. Se ne salti anche solo uno, io smetterò di pagarti l’università e tu dovrai cercarti un lavoro”.
A parlare questa volta era stato lui.
Lei era stata davvero brava nell’ammaestrarlo.
Del suo discorso mi era piaciuta solo la parte degli esami da superare.
Per il resto io andavo come i gamberi: se in tutto il mondo ogni movimento tende all’evoluzione, io ero costretta all’involuzione.
Mi vedevo costretta a fare gli stessi orari di un minorenne.
Ma poi che mi importava?
Che cosa avevo mai da perdere?
Avevo talmente poco che non avevo davvero nulla da perdere.
Se prima tornavo tardi, era solo perché facevo la cameriera in un pub.
Non ero mai stata in discoteca con le amiche, e a parte la parentesi con Luca non avevo mai avuto appuntamenti con qualcuno durante la settimana.

Che bello ero di nuovo a casa!

140-campanelli di allarme

Stavo iniziando a somatizzare tutto il mio disagio e le mie problematiche famigliari.
Ero troppo giovane per capire il triste vero significato per quei segnali che il corpo mi mandava.
Due due mesi che il mio ciclo non si era presentato.
Non mi ero allarmata di questa scomparsa. “Un pensiero di meno”, avevo pensato con leggerezza.
Non mi ero accorta di quanto peso avessi perso.
La fame non la sentivo. Mangiavo il minimo indispensabile. Il che poteva essere un mandarino. Un panino. Un unico pasto per tutto il giorno.
Non sapevo che l’interruzione del mio ciclo era il primo segnale di allarme.
Un allarme bello rumoroso che per tutti è stato atono.
Il mio corpo aveva attivato il processo di autoconservazione. Mangiavo davvero troppo poco, talmente poco che per sostenersi aveva sospeso i processi “secondari” per poter andare avanti. Che mi si iniziassero a vedere le costole non aveva alcuna importanza per me: i miei occhi non lo vedevano. Non trovare vestiti che mi andassero bene era stato un fastidio da poco; che indossassi la taglia 38 perché la 36 era introvabile non mi aveva allarmata.
Il mio corpo mi parlava e io non lo ascoltavo.
Ero troppo triste.
Mi sembrava che essitesse solo un eterno senso di inquietudine.
Mi sentivo inadatta al mondo intero.
Avevo provato a lavorare in un Call-center. Era di tipo autbound.
Ho così scoperto che lo schiavismo esisteva tutt’oggi. La paga era così misera che me ne sono andata via io di mia spontanea volontà dopo una settimana. Vendere contratti telefonici chiamando privati, disturbando le loro vite non mi piaceva proprio.
“Che andassero a cagare. La mia vita fuori casa non più reggersi sugli stecchini che mi erano stati offerti”.
Avevo formulato il pensiero con rabbia e delusione.
Mi aspettava poi l’ultima notte di lavoro al pub.
Me ne andavo con la tristezza nel cuore.
Quel lavoro mi piaceva: trottavo dall’inizio alla fine e la mia testa era libera da pensieri. Mi ero trovata molto bene con tutti: cameriere, cuochi, responsabili, buttafuori. Era stato un posto dove mi era stato dato il diritto di sentirmi bene. Dove ero stata protetta laddove un cliente si era dimostrato sgarbato. Con gran dispiacere me ne sono allontanata.
La grande novità, tuttavia, era un’altra.
Il settembre successivo sarei uscita per sempre dalla vita dei Roselli.
Sarei andata fare la baby-sitter. La ragazza alla pari. Per un bimbo di quattro anni, che guarda un po’ il caso, si chiamava Luca.
Avevo fatto tre colloqui con il padre. Il primo da soli. Poi lui e la vecchia tata. Poi lui insieme al bambino. Il mio futuro datore di lavoro non mi piaceva per niente: capellone, ciccione, unto come un maiale. Suonò l’ennesima campanella di allarme ma come sempre io la ignorai. Ho voluto ignorarla. La vecchia giovane tata andava via dopo alcuni anni di lavoro per tornare in Polonia e sposarsi. Perché a me sarebbe dovuta andar male? Speravo in una svolta positiva. Il piccolo aveva mostrato simpatia per me. Non poteva andare storta.

139-Tornerò ad essere luce

La decisione di andare via di casa era stata presa.
Non volevo far finta di essere impavida o coraggiosa.
Non mi sentivo grande.
Pronta abbastanza per affrontare il mondo esterno.
La mia non era una scelta.
È stata una necessità che mi si era stata imposta.
Mi tremavano le gambe al pensiero che quando sarei uscita di casa sarei stata completamente sola.
Sola contro tutto il resto.
Mi sentivo già girare la testa…dovevo reprimere le mie paure, restare sempre saldamente attaccata alla realtà.
Qualunque incognita o difficoltà avrei incontrato la fuori la mia vita sarebbe stata senza dubbio meglio di quello che stavo vivendo.
Tremavo al pensiero di dover lasciare quella casa, ma là dentro mi deprimevo. Era una non vita.
Appena varcata la porta, basato sotto il cancello, mi rallegravo.
Iniziavo a respirare di nuovo.
Mi alleggerivo di mille pesi.
Non mi sentivo oppressa: le forze sembravano ritornarmi.
A casa mi si spegneva il sorriso.
Quando uscivo mi ritornava.
“Il problema è che sta rovinando pure il fratello”.
Era la novità: ero diventata colpevole anche degli errori di mio fratello. Ennesima pugnalata.
In ultima analisi, più che offendere me, avevano offeso Javier.
Io avevo il potere di plagiarlo ma a lui avevano attribuito una posizione di passività che non aveva nulla di lodevole.
Ho fatto finta di non aver sentito le loro parole.
Parlavano a tavola, seduti a cenare.
Le ho ignorate.
Fuori una roccia, ma dentro solitudine, rabbia, senso di impotenza.
Poi le lacrime hanno avuto la meglio.
Piangevo al riparo delle mura della mia camera.
Cercando di non dare loro la soddisfazione di sentirmi.
Non sussisteva altra soluzione: ogni tentativo di dialogo e di compromesso costituiva l’ennesima utopia.
Ero semplicemente di troppo.
Quello non era il mio posto.
Difficile dire quale fosse il mio posto.
Sapevo solo qual era il posto dal quale dovevo stare lontana.
Mettevo da parte i soldi che guadagnavo.
Accumulavo per poter aver il mezzo attraverso il mezzo quale andarmene.
Avevo cominciato a cercare una stanza. Mi informavo sui prezzi.
Tra affitto, bollette, spese primarie mi sarebbe partito quasi tutto lo stipendio: sapevo che qualunque lavoro avessi ottenuto non avrei superato i 900 euro.
Dovevo lasciare gli studi per garantire la mia sanità mentale.
Avevo raggiunto il limite.
Non riuscivo a sopportare oltre.
Mi dispiaceva abbandonare lo studio perché avevo una buona media, mi piaceva seguire le lezioni e i docenti si rallegravano dei miei esami. Peccato.
Inutile star a combattere con persone che da me non si aspettavano altro che il passo sbagliato, l’errore fatale. Da me si aspettavano solo il peggio.
Questo gli diceva la testa e questo si sforzavano di farmi fare.
Avevano, tuttavia, fatto un grosso errore: non ero quella che credevano.
Uscita da là lo avrei dimostrato.
Avrei avuto cura della mia vita.
Loro volevano buttarla via, allontanarla.
Io me ne sarei fatta garante.
Io sarei stata la mia stessa famiglia.
Pensavo di aver ricominciato a scrivere perché mi ero innamorata di Gianni.
Non era la vera ragione.
Gianni e soprattutto quanto avevo provato per lui erano stati la barriera che avevo tessuto per non dover affrontare la verità.
Erano stati il muro che mi aveva celato il più grande dei tradimenti.
Avevo ripreso a scrivere, come facevo da bambina, quando lei mi aveva accusata di manifestare fin troppo chiaramente le mie mire su mio padre.
Quanto mi era difficile dire le parole “madre”, “padre”.
Non erano figure che avrei avuto.
Non erano figure che la vita mi aveva destinato.
Il mio scrivere era stato il disperato bisogno di far capire che era un’altra persona che io volevo: io volevo Gianni non mio padre!
Il mio scrivere era la mia maniera inconsapevole attraverso la quale volevo dimostrare a mia madre quanto fosse in errore.
Già allora sapevo che le parole dette non sarebbero bastate.
Avevo sperato che le parole scritte sarebbero bastare ad aiutarmi.
Grandissimo errore.
In maniera completamente folle lei aveva interpretato il lungo silenzio del marito, il suo non-intervento, come un consenso alle sue pazze fantasie.
E io sono finita marchiata per sempre.
Io ci soffrivo.
Io ci sono andata di mezzo.
Io sono stata lasciata in balia di una tempesta creata da loro.
“Cosa stai diventando Clara? So che scriverò quanto sono disposta ad ammettere di me stessa…Quanto sei sincera allora?…Ammetto quanto ho accettato e ho potuto cogliere di me stessa. Lo scrivere di getto mi spinge a credere che ci sia una buonissima dose di sincerità nelle mie parole.
Il dolore, poi, tende a renderci sinceri.
Il non pormi freni quando scrivo è un’altra garanzia di sincerità.
Di certo sono una persona che deve vivere ed operare per qualcun altro: non riesco a vivere esclusivamente per me stessa.
Sono una che ha bisogno di stimoli.
Sono una persona che odia a morte certi aspetti del suo lontano passato. Eventi che hanno una portata tale che ancora oggi influenzano le mie scelte quotidiane. Sono una persona che odia il suo carattere introverso. Una chiusura forzata.
Chi non si chiuderebbe a riccio dopo tutto quello che sto passando?
Odio il mio ridicolo orgoglio che mi impedisce di dimostrare quanto io soffra profondamente.
Mi odio perché preferisco piangere in solitudine e mi vergogno che qualcuno possa vedermi.
Mi odio perché non mi scarico, non do voce alla mia rabbia quando dovrei e poi passo un infinità di tempo a rimuginarci sopra.
Perché mi è così difficile chiedere aiuto?
È vero. Che scema. Non ho nessuno a cui chiedere aiuto.
Sono, tuttavia, una persona che ama troppo ridere per rinunciarci.
Ho preso mille bastonate, ma amo la vita.
C’è qualcosa che è destinato ad esistere per far parte dei mie giorni.
Sono un miscuglio di luce ed ombra. Ora regna l’oscurità ma mio nucleo è luminoso.
La più profonda delle me ha ancora fiducia.
Il resto è ombra. Una tenebra compatta.
Io so che uscita da questa casa l’oscurità inizierà a diradarsi.
Tornerò a essere luce. Completamente.
Brillerò come non sono mai stata libera di fare.
Questo è il mio destino”.

138-sbagli coatti

Andarmene.
Avevo solo questo unico desiderio.
Si.
Andarmene.
Perché quando stavo dentro quell’inferno di casa ogni mia energia sembrava svanire.
Mi pervadeva un terribile senso di vuoto.
E se non era vuoto era rabbia.
Era delusione.
Il fatto che non mi avessero mai compresa mi confondeva.
Il fatto che non provassero a confrontarsi con quello che ero in realtà mi stordiva.
Non volevano nemmeno sentirmi parlare.
Come potevo avere voce in capitolo se contavo meno di zero?
Che avessero ragione?
Possibile che fossi divenuta l’essere mostruoso che affermavano che io fossi?
Mi creavano in testa una tal confusione!
Come mi era potuto passare per la testa qualcosa del genere!?
Come avevo potuto condividere i loro paradossali pensieri?
Avevano reso la mia vita un inferno.
Mi stavano lentamente annientando.
Operavano una violenza psicologica alla quale non sempre riescivo a resistere. Contro chi mi ritrovavo a combattere?
Lui, un uomo senza attributi, ma soprattutto lei…Si puteva combattere contro un pazzo? Mi colpiva a forza di cattiveria.
Ero una totale estranea per lei, però aveva capito quali fossero i miei punti di debolezza. Allora fino a quale punto capiva cosa fossi?…Di nuovi così tanta confusione…Mi stavo spogliando di tutto per impedirle di ricattarmi. Questo la incattiviva maggiormente perché aveva difficoltà a capire come ferirmi.
L’unica arma che le era rimasta era darmi della puttana.
Mi faceva malissimo sentirla parlare così volgarmente.
Mi feriva, era consapevole di farlo ma per ragioni delle quali lei era totalmente inconsapevole.
Cosa mai l’aveva resa così feroce nei miei confronti?…Dannazione!
Era come lottare contro Golia.
Avrei avuto la possibilità di ferirla come lei faceva con me.
Anche la mia lingua avrebbe potuto essere molto velenosa.
Non lo facevo.
Per rispetto.
Quello stesso rispetto che loro avevano smesso di portarmi da molto tempo. Quanto mi sarebbe costato?
Due parole e l’avrei fatta cadere nel suo pozzo di dolore.
Non riuscivo nemmeno a dirle le parolacce che si sarebbe meritata.
Come avrei potuto?
Per me era intollerabile usarle contro un genitore.
Non le pronunciavo. Le immaginavo.
La mandavo a quel paese nella mia mente e sempre allo stesso modo mi dicevo:
“Se ti costringessero a rivivere la morte di Marta come pensi che reagiresti? Se ti costringessero a rivivere più e più volte quel dolore indescrivibile quanto pensi che resisteresti? Quanto immagini che soffriresti? Perché allora costringi me a rivivere in continuazione la morte del mio bisogno basilare? Perché ti sei avvicinata ad un’orfana; ti sei fatta amare se poi mi dovevi rifiutare?…Tu hai perso una figlia. Io ho perso voi. Il dolore, ti assicuro, è il medesimo. Perché allora infierisci sulle mie ferite?”
Solo parole.
Meno consistenti del vento.
Lei avrebbe sentito solo: “Marta”.
Probabilmente sarebbe scoppiata in lacrime e avrebbe pensato che volessi farle prendere un colpo al cuore. Forse sarebbe arrivata a mettermi le mani addosso. Non mi sarei mai abbassata ad usare le sue stesse armi. Sapevo, tuttavia, che se fosse arrivata ad alzare le mani non me ne sarei stata passiva a subire.
Odiavo solo pensare di arrivare a picchiarci, però la situazione era così drammatica che mi aspettavo succedesse da un giorno all’altro.
Eravamo sulla buona strada.
il giorno prima le avevo tirato addosso un bicchiere di vetro.
Per miracolo non l’avevo presa.
Si è messa in guardia.
I suoi attacchi verbali ora avvenivano a debita distanza.
Appena varco la porta di casa dall’università o dal lavoro correvo a rifugiarmi in camera mia.
Cercavo di evitare qualunque tipo di contatto con loro.
Cercavo proprio di non farmi vedere. Neanche casualmente.
Era lei che mi veniva a cercare.
Non certo per dedicarmi il suo amore.
Ormai era fin troppo chiaro che voleva solo una cosa: voleva farmi fare qualche cazzata per poter sbattermi fuori casa.
Non lo diceva.
Io l’avevo chiaramente capito.
Non è una donna acuta, furba in maniera intelligente.
Era semplicemente una donna con profondi problemi mentali che non sapeva come liberarsi di me.
Il lavoro che avevo ottenuto in un pub procedeva bene. Facevo la cameriera qualche notte a settimana. Se avessi ottenuto il posto fisso in questo posto sarei potuta andare via di casa, pagarmi una camera e continuare a studiare.
Non ero la marionetta di nessuno.
Non avrei permesso a nessuno di giocare con me.
Mi stava esasperando.
Mi stavano portando a commettere errori che non avrei rifatto.
lei mi aveva chiuso a chiave la porta del mio bagno personale.
La sfuriata era stata pazzesca.
Ore e ore di parole oscene uscite a turno dalle nostre bocche.
Senza alcun risultato.
Le chiavi non erano saltate fuori.
Sono stata costretta a usare il bagno di mio fratello.
Non sapevo se erano più abbondanti le mie lacrime o l’acqua della doccia.
Javier aveva la psoriasi oramai sparsa un po’ per tutto il corpo. Sapevo bene che non era contagiosa, però la cosa un po’ mi dava fastidio. Lui stava ore e ore sotto l’acqua a detergere la sua pelle dai suoi sfoghi. Gli volevo bene, ma la mia candida doccia e il mio bagno erano un attimino un po’ più allettanti.
“Sei soddisfatta che lavori la notte? Sei contenta di fare la troia come tua madre? Dove li fai i servizietti, nei bagni? Perché non li fai nei bagni dell’università? Per lo meno posso andare a dormire e poi non essere costretta ad alzarmi per aprirti la porta!”
“Allora dammi le chiavi di casa come fanno le persone normali! Dammele e tutto è risolto!”.
Non si sapeva chi urlasse di più.
“Ti piacerebbe, eh? Col cazzo! Tu la puttana in casa mia non la fai! Le tue orgie fattele lontano da qui!”.
Povera scema lei. E povera disgraziata io.
Ero corsa come una scema per arrivare in fermata e vedere l’autobus passarmi davanti.
Avrei urlato dalla rabbia.
Un quarto d’ora dopo stavo ancora lì ad aspettare.
Disperatamnete mi sono allontanata un pochino dalla fermata ed ho alzato il braccio e il pollice.
Sulla Casilina. Forse la più brutta strada di Roma.
Solo non volevo perdere il lavoro che avrebbe potuto significare andare via di casa.
Solo una disperata come me avrebbe potuto farlo.
Per colpa di quella donna mentalmente instabile.
Finalmente una macchina si è fermata. Con una certa indecisione.
Un uomo sui trent’anni.
Ho deglutito e sono salita.
“Sappi che non sono d’accordo con l’autostop. Mi sono fermato solo perché mi sei sembrata giovane ed indifesa. Ti porterò dove desideri ma ad una condizione: non devi farlo mai più. Ti ho presa solo perché se non lo avessi fatto ti sarebbe potuto capitare qualche individuo furbo e malintenzionato. Ma ti rendi conto che sta scendendo il buio e stai non proprio su una bella strada?”.
Un totale estraneo si era comportato come avrebbe dovuto fare un genitore.
Le lacrime sono scese senza che me ne accorgessi.
L’ho guardato.
Una storia troppo lunga per spiegare durante un tragitto molto breve.
Meglio passare per scema e continuare a godere delle attenzioni di quell’angelo che avevo incrociato.
Non potevo andare avanti così.
Quale altra cazzata sarei stata spinta a fare perché costretta da quella strega? Aveva vinto lei.
Mi ero arresa.
Dico basta.
A fanculo l’università.
Avrei cercato un altro lavoro durante il giorno e me ne sarei andata via di casa.
Basta a deprimermi e rovinarmi la vita per loro.

137-sbagli

Una continua aspettativa.
Quale fosse era il grande mistero.
Era proprio per questo che continuavo a tenere duro.
Per questo resistevo agli schiaffi psicologici; belle, pesanti sberle dolorose. Mi dicevo che mai più mi sarei fidata di un altro essere umano.
Mai più avrei amato ciecamente.
Mai più avrei dato fiducia ai più belli dei sentimenti.
Non avrei permesso a nessun’ altro di illudermi.
Come un Ave Maria facevo questi giuramenti, nascondendo anche a me stessa che una piccola scintilla di speranza in fondo al mio cuore ancora sopravviveva.
Odiavo questa condizione: mi faceva sentire come una foglia al vento in balia dell’irrazionalità della correnti. Senza alcuna conoscenza dell’albero dal quale ero nata, ma con la consapevolezza di essere cresciuta in quello sbagliato.
Era così difficile vivere senza alcun punto di riferimento.
Soprattutto quando dentro di me non sentivo niente di concreto che mi desse la volontà di aggrapparmi con rabbia alla vita.
Mi chiedevo perché ancora non fossi uscita di senno.
Talvolta gli attacchi delle parole rivolte contro di me mi sembravano così crudeli da apparire irreali.
La mia piccola flebile speranza l’avevo nascosta profondamente dentro la più profonda delle Clara che ero.
Inacessibbile persino a me stessa perché vedo proteggerlo dall’inferno in cui ero capitata. Lo tenevo caparbiamente celato perché sapevo che quel tesoro sarebbe stato usato contro di me da chi mi violentava l’anima ogni giorno.
Sapevo che se quella fiammella si fosse spenta io mi sarei perduta.
Ero arrivata ad odiartli.
Si. Li odiavo.
Ero arrivata ad odiare le persone che avevo amato con tutta me stessa.
Mi sembrava così lontano quell’amore.
Quasi falso quel nostro primo incontro.
Una moneta falsa quel nostro legame.
Quanto li avevo sognati, voluti, amati…Ora la loro vicinanza mi scombussolava il sistema nervoso.
Non li potevo vedere.
Non li sopportavo più.
Non avevo vergogna alcuna a dire che sarebbe stato molto meglio se fossi fuggita dall’orfanotrofio.
Non avrei di certo avuto una vita facile.
Ogni giorno, ogni ora sarebbe stata un rischio; Ma almeno non avrei subito questo ingrato, terribile, incredibile tradimento.
Mi parlavano di predestinazione a male, che dalle mele marce da cui ero nata non ne poteva derivare nulla di buono, che seducevo e ingannavo per i miei loschi fini…Con che coraggio mi veniva detto tutto questo?
Per primi avrebbero dovuto sputarsi addosso loro: si permettevano di puntare le dita contro di me?
L’errore non l’avevo commesso io: lo avevano commesso loro.
Facile scaricare la colpa su di me.
Come era stato possibile che a due celebro lesi come questi due fosse stato accordato il diritto all’adozione?
Qualcosa davvero non quadrava.
Avevo sentito di file di attesa lunghe anche dieci anni, di continui incontri con psicologi e assistenti sociali…una strada lunga e tortuosa…ma perchè poi continuavo a rimuginarci sopra!?
Dado tractum est.
Che importava.
Questi Roselli avevano avuto i loro bambolotti. Se poi se ne erano stancati. Vorrei tanto chiedere aiuto ma non sapevo proprio a chi rivolgermi!
Fanculo!
Per quanto ancora avrei dovuto essere presa per il culo dalla vita!
Mi sentivo come un cane abbandonato.
Talvolta ho pensato di rivolgermi ai carabinieri.
Un pensiero passeggero, perché mi sembrava che avrei fatto una violenza contro questi due bambini che mi erano capitati come genitori!
Già, questa era la cosa più ridicola: non volevo fare nulla che potesse nuocerli, che potesse far crollare quella falsa apparenza dietro alla quale volevano vivere.
Avevo provato a parlare loro di psicologo.
Avevo detto di andarci tutti insieme.
“Sei tu la malata. Devi andarci tu”. Ecco la risposta.
“Io infatti ci vado. È un servizio offerto dall’università. Vorrebbe incontrarvi”. Era una bugia. Una bugia che avevo sperato fosse la chiave per spingerli a fare questo passo.
“Scordatelo. Noi dallo strizzacervelli non ci andiamo. Chissà quante bugie gli hai già raccontato e come te lo sei rigirato”.
Parlava solo lei, cattiva come solo le matrigne delle favole sanno essere.
Lui stava zitto. Passivo. Burattino di lei. Il capofamiglia più infelice di questo mondo. No. Mi ero sbagliata: la più infelice ero io. Io che nonostante tutto cercavo ancora una soluzione al disastro che eravamo.

136- il riccio nel castello

Dopo un continuo sfiorare ed essere sfiorata, un continuo sfruttare ed essere sfruttata, potevo dire di aver perso definitivamente ogni speranza.
La decisione presa molti anni prima di chiudermi ermeticamente dentro me stessa era stata in parte la mia salvezza.
Avevo creduto ciecamente nell’amore per molto tempo.
Lo avevo dato per scontato.
Pur convivendo in un’ aria perpetuamente tesa, non avevo mai dato il giusto valore alla tensione che regnava in casa.
Da bambina avevo pensato che fosse l’eccessiva rigidità materna la causa delle nostre incomprensioni continue.
Avevo pensato che il problema fossero le troppe pretese della mia genitrice. Solo adesso vedevo con chiarezza il significato dei continui duri litigi del passato: erano manifestazioni chiare di un rifiuto persistente.
Forse i primi due anni erano stati genuini; perché si sa, i cuccioli fanno sempre effetto.
Quando quest’ultimi cominciano ad essere più grandicelli si scopre che il curarsi di loro non è facile come lo si era creduto. Cominciano ad essere un peso, poi un fastidio, poi un ostacolo alla libertà.
Allora si pensa di abbandonarlo.
L’abbandono, però è tipico dei cattivi, perciò bisogna giustificare le motivazioni che spingono al continuo tentativo di liberarsi della palla al piede.
Per questo io ero diventata una svelta, una svergognata, una puttana, una drogata.
Non ha importanza se il miglior amico dell’uomo ama il suo padrone alla follia. Peggio per la povera bestia, ma pazienza.
Io credevo ciecamente nell’amore.
Ho poi scoperto che l’amore per me non era mai esistito.
Per me c’era stata solo una simpatia che era scomparsa con il mio primo ciclo. Quando mia madre si è trovata inaspettatamente di fronte non una bambina me una piccola donnina, lei ha scoperto che il gioco era finito.
Lei non voleva una figlia.
Aveva già avuto la sua.
E se non una figlia, cosa potevo essere?
Solo una cosa: una rivale.
Un’altra donna dentro casa.
Il dubbio ha così preso piede.
Lei aveva rimuginato e tessuto per anni le motivazioni per dare una giustificazione plausibile al suo rifiuto per me.
Un rifiuto che poi si è trasformato in odio.
Peccato che, nonostante il chiaro disaccordo tra me e lei, io la amassi come si ama solo una madre.
Come si ama un sogno, anche quando è lontano dalle proprie aspettative.
La rivelazione del suo netto rifiuto, prima, e del suo odio, poi, hanno significato il crollo del mio mondo.
Il mio mondo interno. Quelle colonne portanti che ti rendono forte, sicuro.
Avevo scoperto che l’amore è traditore.
Avevo scoperto che il mio mondo era stato costruito sulla sabbia; di non avere fondamenta.
L’essere maturata chiusa come una cozza mi aveva impedito di andare alla deriva. Come se dentro al castello nel quale mi ero rifugiata da giovane adolescente si fosse nascosta, al sicuro, la mia essenza.
Lì avevo custodito i miei segreti, le mie speranze, la mia luce e la mia ombra.
Il rifiuto dei miei genitori aveva corroso come acido la totalità del mio castello.
Si era salvato, solo perché ben protetto, il mio nucleo.
Da allora mi ero fatta una promessa: “Ama solo te stessa”.
È misero vivere solo per se stessi.
L’uomo è un animale sociale; non potevo andare contro la mia stessa natura.
Avevo fatto qualche misero tentativo: dopo aver riparato grossolanamente la devastazione provocata dal più doloroso dei tradimenti, avevo permesso a qualcuno di avvicinarsi al mio castello.
Valentina, gli amici del sabato, chiamati così per moda, giacché l’amicizia per me è tutt’altro che passare del tempo insieme.
Per il resto avevo avuto solo ospiti. Attacchi mascherati da incontri diplomatici; individui disposti a mangiare una parte di me, ma non per cibarsene: per sputarla una volta saziata la curiosità o l’appetito.
Non potevo negare l’esistenza di incontri positivi, ma ero restia nel credere nella genuinità della bontà di chi mi circondava: dietro qualunque gioia si nascondeva un prezzo da pagare.
Nonostante la disillusione avevo capito che per me era impossibile vivere solo per me stessa.
Mi sforzavo a tessere relazioni sociali che avrebbero portato visitatori nel mio castello.
Offrivo sorrisi superficiali, attenzioni leggere, anonima simpatia facendoli credere importanti quando per me tutti erano vento.
Soddisfacevo così le mie necessità di stare nel branco, ma allo stesso tempo proteggevo la parte che era tanto il mio meglio quanto il mio peggio: la più reale delle me; donando a tutti solo la superficialità che ero disposta a condividere.
Non avrei più permesso a nessuno di ferirmi come avevano saputo fare i miei genitori adottivi.
Nessun essere umano si era mai guadagnato il diritto di conoscere la mia essenza.
Avevo una briciola di speranza nel terrore che questa persona non sarebbe mai esistita.

135- freni inibitori

Per la prima volta nella mia vita avevo avuto un dubbio: possibile che io rendessi un mio problema molto più grande di quanto fosse in realtà?
Grande novità quell’estate: la prima vacanza da sola!
Ero grandicella per questa prima volta, ma la ritenevo comunque una vittoria: l’avevo cercata e guadagnata.
Ero convinta che se avessero potuto i miei mi avrebbero messo i bastoni tra le ruote. Il fatto che sia stata una vacanza che mi ero completamente pagata da sola gli aveva impedito di ostacolarmi…o semplicemente anche a loro faceva comodo avermi lontano dalle scatole per una settimana.
Pochi giorni prima della partenza sono andata in camera di mio fratello.
“Per caso hai detto agli altri delle mie gambe?”
“Perché? Avrei dovuto?”
“Vorrei evitare a tutti la sorpresa…”
“Le tue gambe non sono terribili come pensi e comunque hai di fronte persone mature che da tali si comporteranno”
“Per me è importante che lo sappiano prima. Tu parli così perché sei sempre stato abituato a vederle. Per la maggior parte della gente non è così. Suppongo che il gruppo mi metterà a mio agio; so bene che la prima a porsi il problema sono io, ma ti assicuro che averle addosso non è affatto piacevole, soprattutto alla nostra età”
“Ok. Messaggio ricevuto. Sarà fatto come desideri”.
E’ facile avere occhi solo per i propri difetti.
A mio fratello era comparsa da alcuni anno la psoriasi. Ne aveva un po’ in tutto il corpo.
Come me anche lui aveva le sue cicatrici.
Immersa come ero nei miei problemi non avevo pensato nemmeno per un attimo che più di ogni altro lui avrebbe potuto comprendere il rifiuto per il mio corpo. Lui aveva voluto incoraggiarmi, rassicurarmi ed io non avevo ricambiato.
Nessun: “Fratello, scusa mi serve il tuo aiuto e io in cambio cosa posso fare per te? Tu stai bene? Come ti senti? Posso fare io qualcosa per te?”.
Eravamo sotto lo stesso tetto distanti come non mai.
Ciascuno navigando nel proprio mare senza badare alle difficoltà dell’altro.
Non eravamo nessuno migliore dell’altro.
D’altronde, in caso di guerra ciascuno pensa solo alla propria di pelle e nelle nostre quotidiane battaglie in casa ognuno di noi egoisticamente pensava solo a se stesso. Non esisteva alcun: “il nemico del mio nemico è mio amico”.
In quegli anni io e Javier camminavamo sempre dandoci le spalle.
La mia richiesta, comunque, fu esaudita e alla prima occasione lui ha esaudito il mio desiderio.

A vacanza terminata mi sono resa conto che i miei timori erano del tutto infondati.
Era andata bene.
Il costume da bagno mi ha sempre messa in ansia. Non lo do a vedere. Vorrei semplicemente poter diventare traparente in spiaggia. Se posso evito di mettere in bella mostra le mie ustioni.
Quella volta mi era stato d’aiuto il fatto che fossi in mezzo ad amici, senza la presenza di qualcuno di cui avessi interesse.
E’ stata una settimana che ricorderò per tutta la vita con grande affetto.
Mi ero trasformata.
Ero diventata un vero e proprio fuoco d’artificio.
Scherzi, piccoli guai giovanili , sbronze, intere nottate senza sonno a vedere le stelle e a disturbare chi avesse ceduto al sonno…Non ci eravamo fatti mancare nulla.
Mi ero piaciuta tantissimo.
Avevo riso tanto da avere gli addominali doloranti, le lacrime agli occhi e il cuore finalmente leggero.
Mi ero lasciata andare totalmente.
Era stato meraviglioso.
Chi aveva fatto un po’ di fatica era stato mio fratello; nonostante in giornata avesse regnato il cazzeggio, lui aveva faticato a sbottonarsi.
Aveva difficoltà a perdere il controllo.
Farlo ridere di uno scherzo subito ci era costato fatica.
Si incazzava. Non ci stava.
Alla fine è riuscito limitare un pochino quella sua estrema serietà.
C’era una differenza sostanziale tra me e mio fratello: quando io mi trovavo lontana di casa riuscivo tirare fuori la mia vivacità e la mia personalità più vera; mio fratello manteneva la compostezza rigida che la caratterizzava anche tra le mura domestiche. Mi sembrava più un quarantenne che un ventenne. Mi sarebbe piaciuto vederlo limitare i freni inibitori che si era imposto. In casa era comprensibile che si dovesse proteggesse da quei due, però, fuori avrebbe dovuto concedersi la libertà di godere a pieno della sua età.
Se non lo avesse fatto adesso, quando avrebbe potuto farlo?

134-montagne russe di umori

Queste mie giornate della ventenne che ero risultavano essere caraterizzate solo da una cosa: il disordine.
Montagne russe di umori neri.
Quali erano i miei sentimenti?
Oscillavo tra tristezza, delusione, solitudine, disillusione, dolore non fisico eppure cento volte più forte.
Ero la palla di un flipper.
Vivevo perché qualcosa mi spingeva a farlo ma le mie giornate erano senza calore né colore.

“Che destino da povera sfigata è il mio…Questo è un ulteriore periodo in cui l’avrei fatta finita. Non mi manca la disperazione; piuttosto la determinazione al suicidio.
Non riesco a trovare la forza per togliermi la vita, però aspetto e desidero la morte. Non vedo ragioni a giustificare la mia misera vita”.

“Mi trovo molto bene con le bambine che guardo. Curarmi di loro mi permette di sentirmi utile a qualcosa.
Avere le tasche con qualche soldo mi da più libertà di movimento. Una libertà sempre relativa; molto limitata perché è misera dentro le mura della mia casa. Come al solito ogni mia vittoria agli occhi dei miei è qualcosa di sbagliato, un errore della figlia del demonio”.

“Lavorare in cucina quasi mi è di aiuto. Lavare padelle, pulire frutti di mare, tagliare e selezionare frutta e verdura mi è di aiuto: come se nel lavare questi oggetti avessi la possibilità di lavare me stessa. Una piccola catarsi del mio cuore. Una risciacquata dal mio mare nero…Quanto sono sciocca..Troppa poesia Clara mia! La verità è che lavorando come una trottola come sguattera hai la possibilità di non pensare. Ecco qual’è la tua più grande libertà: il non pensare”.

“Cristian, con dolore ho appreso della tua morte. Ne sono terribilmente dispiaciuta. Il mio ricordo di te e di un ragazzone alto, bellissimo…Si, il mio cugino bonazzo; tutte le ragazze ne hanno uno; tu eri il mio…E ora non ci sei più..A te che la vita è stata tolta faccio una promessa: vivrò. Ti prometto di vivere. Di non mollare e quando sarò vicina al mio limite di sopportazione, cugino mio, il tuo ricordo e questa mia promessa mi daranno la forza per continuare a lottare. Si Cristian, io lotterò per te”.

“I miei vicini di casa mi lodano per le buone valutazioni dei miei esami, per la mia determinazione, per il mio lavorare. Tutto l’opposto di quanto avviene in casa mia: qui sono la peggiore delle criminali. La peggior figlia del mondo.
La soluzione è una: andarmene finche sono in tempo.
Cercherò un lavoro fisso che mi impegni la sera, in qualche pub o in qualche ristorante e studierò durante il giorno. Purtroppo è la cosa giusta da fare”.

“Profondo senso di solitudine. Ho così tanti conoscenti, ma nessuno che capisca il mio stato d’animo. Fosse solo uno stato d’animo! Sono davvero un macello di ragazza! In realtà nessuno sente il mio disperato bisogno di sentirmi amata. Quanto vorrei un po’ di genuino calore umano.
Nessuno mi ama. Nessuno risponde ai miei bisogni. Quant’è complicata la mia vita…complicata di per sé, ma ancor di più resa impraticabile dal mio passato e da me stessa”.

133- grazie mamma

Ferita mortale all’anima

Desiderio bramato,
sogno della me, orfana bambina,
sconosciuta amata,
radicale bisogno divenuto reale.
Attesa immagine sfocata per anni immaginata
ora ottenuta.
Mia madre.
Concepita, cresciuta e partorita
nello stesso attimo di quel nostro primo abbraccio.
Nata quell’istante per amore dell’amore.
Nata due volte per imparare la realtà della vita.
Oggi ci sono solo risate amare, sciape e grigie per me.
Bizzarro giullare sa essere il destino;
ama prendersi gioco di terrori e speranze:
tesse instancabile ma se concede è per togliere,
fa sorridere per acquisire la facoltà di farci piangere.
Terrificante la verità mi si è mostrata:
sei il mio incubo, la follia,
la ferita mortale all’anima.
Non biasimo i lunghi boccoli di pece che mi hanno dato vita:
non ferisce un unico lontano freddo ricordo.
Condanno te,
che hai definito forme già plasmate
per poi rifiutarle.
Mi hai lasciata ad una non vita.
Mi hai fatta aggrappare a te
per calpestarmi.
Condanno te,
che mi hai sorriso per sputarmi sul cuore.
Fata benigna con lingua di vipera,
occhi pazzi,
mente delirante,
crudele giudice di accuse insensate,
bimba viziata in corpo di donna.
Sei un’infinità di bei ricordi fasulli.
Ingannevole possibilità di una banale e difficile normalità,
sei una moltitudine di caldi abbracci bugiardi.
Sei falso amore.
Tutto di te è inganno;
l’insensibile vento della consapevolezza ha spento ogni illusione.
Oggi so che non ho mai stretto niente.
Non figlia, ma animale, puttana parassita.