170-come se mai nulla fosse stato

Si erano dati un gran da fare. Di certo una vita da casalinga per lei e la pensione per lui, offriva loro una grande libertà di movimento.

Avevano trovato il posto perfetto per me.

Quasi carica di aspettativa ho accolto il loro invito a udienza con un tocco di felicità. Speranza avrei detto.

Mai sentimento fu più sbagliato.

“Abbiamo trovato un convento che offre delle camere. Avrai una stanza tutta per te e coprifuoco alle nove tutti i giorni”.

Se mi avessero sparato in pieno petto avrei sentito meno dolore.

Non ho ribadito. Non ne avevo la forza. Solo sono corsa in camera mia. Ho sbattuto la porta ma non per rabbia, bensì per il disperato tentativo di lasciare il mondo chiuso e lontano da me. Mi sono gettata sul letto e sul cuscino ho espresso con urla e pianto tutto il mio dolore. Non mi importava che mi sentissero. Di solito cercavo di essere silenziosa per non far sentire quanto fossero in grado di ferirmi. Quella volta no. Quella volta volevo essere rumorosa. Pazienza che mi udissero, avevo troppo dolore da cacciare fuori. Non c’era nulla da riflettere, volevo solo vomitare fuori la delusione più grande dei miei vent’anni.

I miei genitori erano fermi nella decisione di liberarsi di me.

Già questo era duro da digerire.

Per loro ero come il puzzolente rimasuglio della digestione. Chi può accettare una così disgustosa visione di se stesso? Eppure loro errano arrivati ad un grado di repulsione che superava tutto questo.

Se ne erano mai resi conto?

Avevano mai pesato le loro parole e decisioni?

Perché dentro al mio cuore la rivelazione è stata come un proiettile dentro al cuore e all’anima. Non si trattava solo di rifiuto ma di desiderio di annullare tutto ciò che ero stata.

Mandarmi dentro un convento quando loro mi avevano presa da un orfanotrofio cattolico gestito da suore. Una strana e crudele forma di rilasciarmi là dove mi avevano trovata.

Volevano annullarmi.

Non allontanarmi ma cancellare tutti quegli anni di convivenza. Cancellare ogni momento con me.

Mai ho pianto disperatamente come quella sera.

Mio fratello deve averlo percepito perché in silenzio è entrato nella mia camera e mi ha abbracciato.

Non sono servite parole. Ha aspettato che riuscissi a calmarmi.

“Ti rendi conto di quello che vogliono farmi?”, gli ho sussurrato tra un singhiozzo strozzato e un altro.

Mi ha baciata sulla fronte. “Ci penso io. Ci parlo io” e si è allontanato da me per mantenere la promessa.

Mi arrivavano alle orecchie le loro parole ed io quasi avrei voluto infilarmi delle matite dentro di esse e far uscire sangue pur di non essere più in grado di ascoltare quelle frasi che erano peggio di acido.

“Ma che cavolo vuole inventarsi!? Sono solo scuse! Lei non vuole andare dalle suore perché vuole continuare a fare la troia!”, ha detto lei curando si di alzare la voce affinché io potessi ben sentirla.

A quel punto è stato mio fratello a urlare contro di lei. Voleva farla ragionare a tutti i costi. Gli sono esplose dal petto le parole che io stessa avrei pronunciato ed il silenzio che ne è derivato è stato come la possibilità di tornare a respirare. Lui aveva un diritto ad essere ascoltato che io non ho mai avuto. Con lui accettavano una sorta di leggero confronto che a me non ha mai aspettato. Il progressivo calare del volume della discussione calmava anche il mio respiro.

Che davvero avessero capito di aver esagerato?

Che questa loro scelta fosse stata guidata solo dall’esclusivo desiderio di risparmiare il più possibile sull’affitto di una camera e si fossero trovati inconsapevolmente autori di un gesto le cui conseguenze non erano state considerate?

Il silenzio mi confondeva.

Come dovevo interpretare gli avvenimenti di quella serata?

Confusa sono caduta in un sonno pesante. Quasi fossi stata anestetizzata. Una salvezza per me perché non volevo continuare a pensare.

169-gioia o paura?

Gettare la spugna.

Ho dovuto accettarlo.

Inutili quei piccoli passi in avanti quando a tentare ero io sola.

Ho lasciato l’università ed ho iniziato a lavorare come commessa. Un’occupazione che mi avrebbe permesso una progressiva emancipazione cosicché un giorno avrei potuto permettermi di condividere un appartamento con altre ragazze. Avevo già iniziato a vedere qualche prezzo e qualche offerta. Non andavo di fretta perché sapevo ci sarebbe voluto tempo e soldi messi da parte. Avevo aperto un conto. Da sola, senza il supporto di nessuno. Sapevo che quanto facevo lo avrei dovuto affrontare e vivere sola.

Per evitare situazioni inaspettate, che non avrei potuto certamente affrontare, ho iniziato a prendere la pillola anticoncezionale. Una decisione mia e condivisa da Fabrizio. Saputo a casa che avrei dovuto fare le analisi del sangue è scoppiato un caso diplomatico. Pur di avere un chiarimento per quel prelievo ematico, mai successo prima, si sono offerti di accompagnarmi in laboratorio. Avrei potuto essere onesta e chiarire le motivazioni, ma a dirla tutta, ho quasi provato piacere a vedere quella loro strana preoccupazione. Pensavano forse che fosse già successo quanto io volevo evitare e temessero che io fossi incinta? Dover accettare oltre alla poco di buono che ero anche un figlio non desiderato? Poco importava: quel panico se lo meritavano tutto. Suppongo in laboratorio qualche uccellino abbia parlato perchè una volta avuto il cerotto sul braccio tornarono a trattarmi con la familiare freddezza di sempre.

Vivevo le mie giornate e nel frattempo programmavo. Mattoncino dopo mattoncino, come una piccola formica operaia mi davo da fare per il mio futuro. Sapevo ci sarebbe voluto del tempo.

La svolta avvenne inaspettata un giorno, dopo il mio ritorno a casa dal lavoro.

“Dobbiamo parlare”, mi disse lei nell’aprire la porta.

Non ero neppure curiosa. Non ho proferito parola. Camera mia a posare le mie cose. Mani lavate e poi di fronte la loro che stavano seduti sul divano. Io in piedi. Loro i giudici e io l’imputato.

“Noi siamo disposti a pagare pur di liberarci di te. Non sopportiamo più di dover subire i tuoi porci comodi: questa casa non è un albergo. Non voglio più essere costretta a tornare a casa perché tu devi entrare. Ti stiamo cercando un posto dove potrai andare a vivere”. Sempre lei a parlare. Lui zitto. Testimone silenzioso.

“Ok”.

Questa è stata la mia risposta. Non pensata. Caduta fuori dalla bocca quasi meccanicamente. Non era forse meglio per me? Avrebbero persino pagato loro; le mie tasche non ci avrebbero rimesso. Tanto meglio e poi era già successo. Una sera tra le tante mi avevano informata che sarei dovuta andare qualche giorno con loro nella casa nuova in montagna. “E come faccio col lavoro!? Mica posso assentarmi così, dall’oggi al domani, senza chiedere in anticipo un permesso per ferie o giorni liberi!”. Devono averci pensato un po’ e la paura che perdessi il mio impiego deve averli mossi ad elaborare un nuovo piano perché di lì a qualche ora mi avevano trovato un Bedandbreakfast al centro di Roma dove soggiornare in vista della loro assenza. Sessanta euro al giorno pur di non farmi stare sola in casa. Non sapevo cosa mi ferisse maggiormente: quei soldi sprecati o la bassa stima nei miei confronti.

Nessuna separazione progressiva. Separazione netta e prossima.

Non sapevo se essere emozionata o avere paura.

168- loro genitori e io figlia

Continuavo a lasciare i fogli che scrivevo sulla scrivania. Non li nascondevo più. Speravo che leggerli li avrebbe aiutati a capirmi. A conoscermi meglio. Era una tattica che avevo già provato, che tuttavia volevo tentare ancora e ancora.

Ogni giorno era una sconfitta.

Mi sembrava di combattere contro il vento. Di tentare di afferrare l’acqua con le mani. Mi sentivo presa in giro dalla vita: prima non avevo niente e quel nulla avevo preso ad accettarlo; niente mi mancava.

Soffrivo perché ferita e limitata.

Lo stringere la cosa bella che per me rappresentava Fabrizio, mi aveva fatto rendere conto della miseria a cui ero ridotta. Ero ciò che mi avevano portato a diventare: un divenire continuo mal interpretato e non capito. Come potevano non conoscermi affatto?

Ho lottato a modo mio, con le armi che avevo. Ho abbandonato il silenzio. Ho tentato di essere compresa.

Ogni passo era sempre stato uno sbattere contro un muro, ma non volevo arrendermi.

Ogni passo sbagliato doveva trasformarsi in un nuovo tentativo. Accettavo ogni fallimento perché dietro di esso c’era richiesta di attenzione, di aiuto, di comprensione.

Con il mio scrivere mi aprivo a loro, dimostravo ciò che realmente ero.

A leggere era sempre mia madre.

Era come se parlassimo lingue diverse. Lei non accettava le mie parole. Le usava contro di me; con il risultato che l’immagine della Clara balorda che lei aveva in mente si rafforzava sempre più nella sua mente.

La mia rabbia la esprimevo nell’unico modo a portata di mano: facendo tardi al loro coprifuoco di mezzanotte. Era il mio modo di gridare loro: “se tu non rispetti me perché io devo rispettare le tue regole?”.

Una protesta inutile, sbagliata e sterile.

Cercavo di analizzarmi continuamente. Cercavo un contatto.

Loro che facevano?

Volevo essere un fantasma dentro quella casa poi l’essermi innamorata mi ha riportata a volere la semplice normalità, l’ affetto, il dialogo, la condivisione, il confronto. Era uno sforzo molto grande. Ero disposta a farlo. Era un peccato sprecare una così preziosa possibilità. Loro genitori e io figlia.

A pesare tanto erano gli attacchi verbali ai miei tentativi.

“Quella croce rossa dietro la giacca del tuo amico: cos’è fa parte delle bestie di Satana? Te la fai con loro adesso? Ha pure suonato il citofono all’una di notte! Cos’è non vedeva l’ora di mollarti!?”.

“Con questi fogli ti ci puoi pure pulire il culo, capito!”.

“Adesso ti prepari pure il pranzo? E come mai? Vuoi far finta di fare la brava?”.

Perché dover subire così tanto?

Perché combattere il dolore, metterlo da parte per poi riceverne due volte tanto?

Loro non capivano. Non volevano capire.

Si fermavano alla loro cocciuta visione egoista.

Avevano trasformato la più bella manifestazione di altruismo in egoismo puro.

Fissi nel pensiero che a vent’anni dovevo pensare solo a studiare per il mio futuro.

Come farlo se non avevo un presente? Se stavo male dentro e con me stessa? Come potevo studiare se piena di carenze interne? Come potevo mettermi sui libri se a mancarmi era semplicemente il fatto di essere riconosciuta per quello che ero realmente?

Mi mancava la vita familiare normale. Sentimenti famigliari normali. Sentirmi figlia. Sentirmi me stessa.

167- Piccole cose normali.

Sentivo come di avere una bomba dentro di me.

Una bomba che non lasciavo scoppiare e che mi avvelenava dentro.

La mia disastrosa situazione famigliare era la mia personale corona di spine e da ciò ero profondamente addolorata.

Più che mai sentivo il bisogno della presenza di una madre.

Mi sentivo sola. Completamente sola nello scoprire la mia femminilità e nello scoprire cosa può significare amare un ragazzo. Avevo notato che raramente tra le mie conoscenze c’erano ragazze che potevano vantare di possedere un rapporto di intimità tanto profondo con le madri; era come se bastasse loro la semplice presenza; non occorrevano tante parole; come dire: “Se mi servisse la mamma, per qualunque motivo ne avessi bisogno o necessità, non ho da temere: so che lei c’é”. Avevano il semplice conforto della presenza. Davano per scontato il supporto che solo una madre può dare.

Io avevo quella presenza, peccato mi fosse del tutto ostile. Quasi la odiavo, eppure continuavo a sentire la mancanza del suo affetto e delle sue attenzioni. Non mi era possibile odiarla del tutto perché nutrivo ancora la flebile speranza che succedesse un miracolo. Mi sentivo come quell’odioso dito piegato di Adamo, al quale sarebbe bastato un briciolo di volontà in più per toccare la mano di Dio. Avevo una madre. Era lì, con me, davanti a me, eppure lontana anni luce da ciò che ero. Sapere di poter avere, almeno potenzialmente, ciò che era a portata di mano e non possederlo affatto era straziante. Era un continuo crudele sfiorare. Avere davanti agli occhi il proprio piatto preferito, avere l’acquolina in bocca ma non poter toccarlo.

Era un innamoramento viscerale che mi era stato negato ma la cui carenza mi risultava dannatamente difficile accettare. Ero innamorata di mia madre e mio padre perché sentivo tutto il peso dell’assenza del loro amore. Peccato loro non mi vedessero: ero un innamorato non corrisposto.

Crescevo lentamente nel mio rapporto con Fabrizio, ed era in effetti questo nuovo sviluppo a rendermi più sensibile alle mie carenze: il freddo si percepisce maggiormente proprio perché si esce dal calore.

Sarebbe stato stupendo sentirle dire: “Clara come stai? Come va? Hai bisogno di me? Vuoi parlare con me: hai bisogno di qualche consiglio? “.

Sarei stata talmente colpita dall’offerta che certamente avrei risposto di no con diffidenza; ma a più offerte mi sarei certamente piegata. La consapevolezza che la mia fosse un’utopia era una bella doccia gelata. Mi avvolgeva l’angoscia, la solitudine, la confusione e la rabbia.

Avevo, poi, una nuova forma di dolore: era Fabrizio a dover far tutto: lui offriva sempre o si stava a casa sua se non eravamo a spasso per Roma. Avevo conosciuto i suoi genitori, i suoi amici. Lui era sempre una nuova scoperta a me offerta. Mi infastidiva quell’unilateralismo coatto: era come se io non avessi niente, come se entrassi e uscissi da un buco nero ogni volta che uscivo o entravo in casa mia. Era questa la sensazione: quella villetta era un buco nero che inghiottiva tutto quello che l’attraversava. Entrare là dentro era come allontanarmi dal mondo intero; come se vivessi su di un altro pianeta. Unico legame con l’esterno era il mio cellulare. Claustrofobia, ecco cosa provavo. Mi sentivo inghiottita, reclusa, incatenata…però avevo ripreso a sognare.

Avrei voluto luce dentro quel buco. Avrei voluto sentimenti positivi: per viverli e per condividerli con Fabrizio. Avrei voluto avere un mio piccolo mondo fatto di legami come da materialità quotidiane da presentare al mio ragazzo. Peccato non avessi niente. Nulla se non me stessa.

Solo allora mi sono resa conto di quanto mi fossi costretta a diventare forte; benché soffrissi, vivevo il dolore, ma evitavo che entrasse dentro di me. Era un dolore che mi toccava profondamente ma che non mi contagiava. Un cuore aperto all’amore mi aveva come indebolita, perciò il dolore aveva preso a circolarmi dentro: era la frustrazione dell’innamorato non corrisposto. Fabrizio aveva aperto una porta dentro di me dalla quale molto usciva e molto entrava. Non ero dispiaciuta di ciò: si trattava pur sempre di una crescita personale. Io volevo solo offrire piccole cose normali, che non avevo e che perciò acquistavano un valore inestimabile. Vederlo parlare con mia madre e mio padre, vederli conoscere reciprocamente, cenare tutti insieme…Piccoli, banali sogni a portata di mano eppure fuori dalla mia portata.

165a- tu non parli ma io so come leggerti

Come si riconosce un amore vero?

Come si vince la paura?

Sapevo che se con Fabrizio fosse finita male i mille pezzi del mio cuore sarebbero stati spazzati via come cenere e da lì nessuna Araba Fenice ne sarebbe sorta. La mia fragilità mi aveva portata sul bordo del burrone. Sarei caduta o avrei costruito il ponte che mi avrebbe condotta al livello successivo?

Perché poi pensare in negativo?

Se invece fosse andata bene?

Se avessi incontrato l’amore della mia vita con Fabrizio?

Rinunciare a questa possibilità per paura dell’ennesimo abbandono? Dell’ennesimo tradimento.

Affrontare la possibilità di finire in cenere o provare a dar fiducia a questo legame?

Darla vinta alla paura e scappare per proteggermi?

Questa scelta avrebbe significato la chiusura in una clausura totale. Se avessi rinunciato a Fabrizio avrei rinunciato a chiunque altro. Questa era l’ultima possibilità che mi sarei concessa. Era la battaglia definitiva: o vittoria o sconfitta.

Lottare contro i pesi del mio cuore e lasciarmi andare completamente?

Sentivo di non avere dentro di me questa forza.

L’ho trovata grazie al mio nemico.

La voce di lei che mi derideva nel dire: “Tanto anche questo ti lascerà non appena ottenuto quella che veramente vuole” mi dava una determinazione che sapeva di disperazione. Uno strattone, certamente, che tuttavia mi faceva procedere in avanti: non nel burrone ma oltre ad esso. Fabrizio aveva già ottenuto quello che a dire di mia madre era il suo vero intento, eppure non era sparito: lui era ancora al mio fianco. Lui amava e si lasciava amare. Io al contrario amavo soltanto perché credevo di non meritare di essere amata.

Capivo che il dilemma fosse tutto e solo mio: per lui io ero perfetta esattamente come mi presentavo.

Io ritenevo impossibile piacere con quelle mie brutte cicatrici sulle gambe. Difficile che qualcuno potesse amare il nodo di complessi che ero. Difficile che qualcuno potesse amare me e la mia storia strappa lacrime.

La chiave era lavorare su me stessa: accettare finalmente il diritto fondamentale alla vita che mi era stato dato alla nascita.

Come si impara ad accettare di essere amati?

Come si impara ad essere amati?

Esattamente come un bambino impara a camminare.

Un bambino si fa guidare dall’ istinto. Si fida delle possibilità del suo corpo prima sedendosi, gattonando ed infine, vince la paura del cadere semplicemente provando a muovere i suoi primi passi.

Ho deciso di fare lo stesso. Giorno per giorno, mese per mese ed anno per anno.

Allora non riuscivo a parlare di questo con Fabrizio. Non sapevo come spiegarlo. “Sei l’unica ragione per cui la mia testa al mattino si sveglia felice. Poi mi ricordo che mi fai paura proprio perché mi piaci, quindi mi sento prendere dal terrore; quindi vorrei andare il più lontano possibile da te; però so anche che non posso e non voglio vivere come una tartaruga, perciò ho deciso che tu sei la persona che ho scelto per imparare a camminare”. Era un casino dentro la mia testa, figurarsi a provare a spiegarlo al quel ragazzo speciale. Meglio saltare le spiegazione e procedere nel giocare. Fabrizio, d’altronde, aveva quella sua sensibilità speciale che gli fece capire che qualcosa era finalmente scattato dentro di me e che finalmente qualcosa dentro di me era scattato.

Il negarmi questo diritto si ripercuoteva anche sulla nostra intimità: un cervello che non si lascia amare è un corpo che non si lascia amare.

Proibivo e negavo al mio corpo le sue mille possibilità. Come non meritavo l’amore non meritavo neppure il sesso. Fingere non funziona a lungo con chi ama profondamente e come me Fabrizio aveva capito che dovevo lavorare su me stessa.

“Se non sai tu per prima cosa ti piace come posso aiutarti io? Devi imparare a conoscere ed accettare il tuo corpo: è un lavoro di testa Clara. Devi lasciarti andare. Tu meriti di godere di ogni aspetto della vita e poi ricorda: io, Fabrizio sarò sempre con te e ti aiuterò in ogni modo a me possibile: tu non mi parli ma io so come leggerti”.

166- diritto ad amare

Osservavo Fabrizio con attenzione. Come chi legge la stessa pagina di un libro per scovare ogni possibile significato. Ogni possibile sfumatura. Un particolare sfuggito ma carico di valore.

Guardavo lui per capire meglio me stessa. Esaminare lui era come scoprire i mille veli di cui ero ricoperta. Più vivevo il nostro legame più volava via uno strato sottile. Era un processo lento. Una guarigione lenta e graduale che sapevo avrebbe richiesto anni.

La consapevolezza del cambiamento mi rendeva euforica ed impaurita. Vivevo a due temperature: con Fabrizio vivevo la mia personale primavera; era come tornare nel grembo materno e lì crescere protetta.

In famiglia, con i miei genitori era il gelo totale: il rifiuto gridato in piena faccia senza mezzi termini.

Fabrizio rinnovava il mio diritto ad essere amata.

Mi insegnava ad amare, mi cullava tra le braccia teneramente quando mia madre e mio padre rinnegavano il loro ruolo di fatto negando il mio.

La loro decisione era tutta privata. Nessuno all’infuori di quelle fredde mura ne era a conoscenza. Lei, tuttavia, correva ancora in camera mia con la speranza di trovare nella mia borsa la legittimazione a buttarmi fuori casa e poter gridare al mondo quale mostro io fossi.

Nessuno scambio di parole era più necessario tra di noi. Era semplicemente come se non ci fossi.

Lei non cantava o fischiava più in mia presenza come faceva prima per punirmi o ferirmi.

Adesso mi ignorava completamente.

Una situazione senz’altro preferibile che avevo accettato, a cui non pensavo di voler o poter oppormi. Ero troppo giovane ed ingenua per capire e lottare contro l’illegittimità della loro decisione. Preferibile rifugiarmi e scappare fisicamente e mentalmente nel mio giovane ma profondo amore.

Ero un coniglio impaurito che ammirava un maestoso giovane leone. Vedevo in Fabrizio quella pacatezza di chi ha lo stomaco soddisfacentemente pieno. La libertà con la quale si lasciava vivere il nostro legame.

Avevo finalmente capito che avere fame di quell’amore era un mio diritto: anche io meritavo quella leggerezza.

Ero una bambina che aveva deciso di fidarsi di quel giovane uomo ed in lui ho cercato e trovato il padre che non ho mai avuto. Il padre di un cuore e di un’anima affamata d’amore, perché nel momento in cui mi sono regalata la libertà e la dignità di cui avevo bisogno ho scoperto che la mia fame era incommensurabile e per la prima volta nella mia vita vedevo per me stessa la possibilità di essere saziata.

165- amore tossico

Lui confermava quotidianamente il suo impegno ed il suo legame con me. Mi disarmava il fatto che affrontasse i miei mille disagi e complessi con un impegno instancabile o che semplicemente li affrontasse.
Uno sforzo doppio dato che lui doveva affrontare il fatto che non mi esprimessi attraverso parole ma solo attraverso un complesso linguaggio corporeo, il cui fine primo era quello di nascondere i suoi mille disagi. Era come camminare dentro ad un labirinto con gli occhi bendati; lui tuttavia, sembrava non arrendersi mai, non darsi per vinto, quasi affrontare ogni sfida come avrebbe fatto un cavaliere delle favole.
Fabrizio sapeva essere di una sensibilità straordinaria, a ciò si aggiungeva una profonda intelligenza.
Riusciva ad interpretarmi tanto bene, che per mezzo della sua vicinanza mi sembrava di essere dentro un piccolo paradiso.
Era una bolla di sapone che mi dava pace temporanea; come lui si allontanava da me, scoppiava e mi ritrovavo smarrita, indecisa, incredula e poco disposta a credere a quanto vissuto fino a pochi momenti prima.
Ero come una tossica incapace di fare a meno della sua dipendenza: gettarsi dentro ad un veleno ma non poterne fare a meno. Perché avere temporaneamente una effimera felicità era più importante del mio terrore e del mio poco credere nella fedeltà dell’amore.
Era quasi incredibile la sua adorazione, quando io stessa poco accettavo di me stessa e del nostro legame.
Lo amavo perciò lo temevo.
Sapeva rendermi felice e mi terrorizzava per questo.
Quotidianamente mi domandavo chi dei due sarebbe scappato per primo, o chi dei due avrebbe ferito per primo l’altro.
Riuscivo ad essere serena soltanto con gli estranei.
Solo chi ami può ferire la tua anima e non si ha potere in questo: si può solo vivere il dolore passivamente. L’estraneo, invece, fa male solo se gli si lascia la libertà di farlo. Ero innamorata. Ciò mi disarmava, mi faceva sentire indifesa.
Più Fabrizio dimostrava di amarmi più cresceva il mio sentirmi vulnerabile.
Più io mi aprivo a questo legame più mi aspettavo di essere da lui ferita.
Le farfalle nel mio stomaco con mi procuravano gioia, erano una tempesta interna che mi atterriva.
Guardavo Fabrizio e mi interrogavo su come potessi davvero piacergli. A volte invidiosa del suo saper vivere l’amore.
Mi fissavo che sua vicinanza a me fosse dovuta al suo senso dell’onore o la pietà.
Non sapevo davvero cosa mi torturasse di più.
A volte avrei voluto avere il potere di spegnere il mio cervello. Non pensare a nulla ed avere pace.
Capitava a volte che piangessi tra le sue braccia; succedeva quando la bolla scoppiava prima del dovuto, quando non avevo la forza di sopportare quella serenità. Quando la mia unica cosa bella era di una bruttezza che non avevo la forza di affrontare. Poco importava che fossi io a deformare quel mio amore. Per quante certezze Fabrizio mi donasse io non ero disposta a credere nella loro durata o nella loro sincerità.
“Perché piangi?”
“Perché adesso sto bene” gli rispondevo, senza spiegargli le mille sensazioni, i mille pensieri e timori che si celavano dietro questa frase. Neppure accennavo ad un tentativo di chiarimento: non sapevo parlare; non sapevo confidarmi.
A lui sembravano bastare quelle parole e mi abbracciava con vigore. Mi sentivo davvero piccola tra quelle braccia, un contatto profondo che prometteva di esserci ma a cui io non volevo credere proprio perché lo amavo.
Quel mio amore era il mio conforto e la mia dannazione.

164- “non sono poi tanto importante se non sono riuscito a fermarla”

Ero alla ricerca della condizione perfetta per realizzare il mio atto di protesta.
Aspettavo la giusta situazione.
La determinazione che non sembrava giungere mai.
Due erano i fattori determinanti che giustificavano la mia esitazione: la mia storia d’amore con Fabrizio e la dimostrazione costante che per lui ero diventata essenziale; a ciò si affiancava la fredda indifferenza dei miei genitori.
Da una parte un legame che andava sempre più a consolidarsi, che sembrava rinnovarsi, rafforzarsi nonostante le problematiche, e dall’altra un legame rotto, talmente non desiderato che se avessero potuto avrebbero cancellato.
Avevo la sensazione che il mio gesto avrebbe finito per ferire solo una persona: Fabrizio.
Era uno il mio pensiero costante: immaginavo le conseguenze della mia decisione drastica e tra mille ipotesi regnava più di ogni altra una frase : “non sono poi tanto importante se non sono riuscito a fermarla”.
Una persona non meritava un dolore tanto grande. Una persona non meritava l’egoismo di quel gesto immaginato.
Il suo amore mi faceva esitare.
Lui era importante.
Un’ancora che mi ha legata alla vita.
Non potevo farlo.
Era semplice: avevo una ragione per non farlo.
In realtà ne avevo due a impedirmi di tagliarmi le vene: Fabrizio e Cristian.
I miei due motivi per vivere, per non esitare, per non nuocere a me stessa: non avrei ferito me stessa perché farlo avrebbe significato ferire Fabrizio, così come non avrei ferito me stessa perché ciò avrebbe significato infrangere una promessa: Cristian era morto a causa di un incidente stradale. Aveva poco più di vent’anni. Era bello come il sole. Mai una notizia mi aveva addolorata come quando avevo appreso di quel tragico avvenimento. Cristian era un inno alla vita ma gli era stato tolto quel diritto, io, perciò avevo promesso di vivere per lui. Ogni mio respiro doveva essere un ricordo del suo.
Era una promessa importante.
Una promessa che avrei mantenuto.
Perché nel mio cuore ne battevano tre e se non si riesce a vivere per se stessi, la forza si trova negli altri.

163- “Stai tranquilla. Non ti ammazzare”

Fino a che punto può arrivare il disagio?
Fino a che punto può arrivare la disperazione?
Quando si smette di ragionare e si lascia da parte la propria integrità?
In Fabrizio avevo trovato un rifugio sicuro.
Lui era la mia oasi di pace.
Era la mia unica certezza.
Lui era molto.
Lui era diventato
qualcosa di molto significativo
ma non sembrava bastarmi.
Mi sentivo una pianta senza radici. Come se fossi sfornita di qualcosa di essenziale.
Di basico.
Mi sembrava di impazzire. Intollerabile accettare la mia merdosa situazione famigliare.
Ricordare i baci,le coccole, la gioia del nostro primo incontro, la bellezza dei primi tempi..Era quasi doloroso.
Diventava una vera e propria tortura la consapevolezza di dove fossimo arrivati.
Una famiglia spezzata.
Era inaccettabile.
Il lavoro era salvifico perché mi distraeva.
Il tempo con Fabrizio sembrava spegnere la parte malata del mio cervello.
Era come se avessi una strana influenza. Una malattia che mi stava togliendo la voglia di vivere.
Se Fabrizio era la spinta a fare battere il mio cuore, i miei genitori sembravano essere la spinta fare in modo di spegnerlo.
Già solo il ripercorrere la strada per tornare a casa era una vera e propria via crucis.
Mia madre era alla ricerca della scusa perfetta per potermi sbattere fuori di casa.
Ero l’ospite sgradito.
Mi voleva lontana da lei. Dal suo regno.
Non le importava del mio destino. Importante era non avere più a che fare con me.
Mio padre?
Che ne pensava lui?
Chi poteva saperlo?
Come al solito era chiuso in se stesso. Pura presenza fisica e null’altro.
Un cucciolo fedele del suo padrone, un sottoposto indifferente ai propri sentimenti perché ciò che è davvero significativo è il suo alfa.
“Stai tranquilla a casa. Non ti ammazzare”.
Questo è stato il saluto telefonico mi ha separata da Fabrizio.
Una frase detta a caso e che mi ha scossa dentro.
Parole che mi sono entrate come sparate dentro al cervello.
Veri e propri proiettili perché quel giorno all’ora di pranzo pensavo a quale fosse l’oggetto più tagliente a mia disposizione per recidermi le vene.
Poi la prospettiva che avrei fatto del male al mio unico affetto mi ha fatta esitare. Molto. Per questo la mia decisione era stata di correre da lui. E diavolo se mi aveva fatto bene.
Peccato poi mi fosse toccato ritornare nel mio inferno e la mia malattia ha preso di nuovo il sopravvento sui miei pensieri.
Avevo forse la giusta soluzione.
Mi sembrava che il mondo volesse il mio sangue.
Un gesto forte.
Avrei cercato di non ammazzarmi durante il tentativo, era necessario tuttavia provarci.
Non esistevano alternative.
O vivere o morire.
Quell’incrocio intermedio nel quale mi trovavo era diventato insopportabile.
Mi sarei tagliata le vene perché attraverso quel gesto mi miei genitori avrebbero dovuto dare spiegazioni al mondo intero.
Non uccidermi ma ferirmi abbastanza perché solo così facendo avrei potuto mettere i miei genitori al muro.
Perché così facendo li avrei costretti al loro ruolo.
Un ruolo che loro stessi avevano scelto molti anni prima.

162-dicotomia

Dicotomia.
Questa parola rappresentava la mia quotidianità.
Era come vivere in due mondi paralleli ed opposti.
Era come vivere nell’ assurdo.
Al di fuori del contesto famigliare ero considerata una brava ragazza, intelligente, altruista, gentile, sempre sorridente ed una buona lavoratrice.
La mia compagnia risultava essere piacevole ed era facile che le persone avessero una buona opinione di me. Camminavo a testa alta. Dotata di una buona dose di autostima e sicurezza. Apparentemente.
Mi sentivo semplicemente pari ad ogni altra persona. Pulita. Capace. Rispettata.
Da “Clara” diventavo sempre “Claretta” perché mi si imparava a voler bene in un lasso di tempo abbastanza breve.
In definitiva mi sentivo felice, soddisfatta e realizzata.
Una ventenne come qualunque altra.
Avevo però imparato che dietro un’apparenza serena e felice poteva nascondersi una tempesta.
Mi trovavo spesso a pensare quale fosse il buio che si celava dietro ogni sorriso.
Mi domandavo quale storia si celasse dietro ogni viso.
Mi chiedevo se la serenità che si palesava davanti ai miei occhi fosse reale o solo mera apparenza.
Chi come me passasse da Paradiso ad Inferno.
In casa non sembravano soddisfatti che uscissi la mattina e tornassi la sera.
Non si nascondeva ormai il fatto che il problema fosse il mio ritorno.
Poi da un giorno all’altro mia madre mi svelò il suo piano.
Come mia abitudine mi spogliavo di giacca in borsa in camera mia per poi andare in bagno a lavare le mani. Chiudevo sempre ogni porta dietro di me. Farlo era un’inutile forma di protezione, un placebo che mi regalava un breve piccolo rifugio.
Nel chiudere la porta del bagno ho sentito che la porta della mia camera veniva aperta. Stupita contai fino a cinque e poi entrai nella mia camera di botto.
Mia madre mi guardò come un ladro colto a rubate mentre le sue mani erano ancora immerse dentro la mia borsa.
Quella sua espressione di ammissione di colpa durò pochi secondi perché poi li suo viso si ricoprì della solita freddezza.
Mi guardò quasi a sfidarmi, come si guarda un antagonista che non si sopporta.
“Come posso essere di aiuto? Hai trovato quello che cercavi?”, le ho domandato con altrettanta freddezza.
“No, ma le sigarette nel tuo cassetto giá le ho viste…che bel tipo che ti sei scelta: già hai preso a fumare; chissà che altro inizierai a fare”,
“Le ho tolte a Fabrizio perché evitasse di fumare, ma so che è inutile dirlo: tanto non mi credi”.
Mi stavo domandando perché mai non le avessi buttate invece di conservarle dentro ad un cassetto quando la mia mamma mi bloccò il flusso dei miei pensieri con la sua dichiarazione di intenti un attimo prima di abbandonare la camera:
“Si, oggi non ho trovato niente ma io lo so che prima o poi troverò qualcosa che mi permetterà di buttarti fuori casa”.