ciò che sono e non sono

Quali strategie usi per far fronte alle emozioni negative?

Mi chiudo in me stessa. Ermeticamente.

L’umore nero tanto quanto le emozioni negative mi impongono la  necessità primaria di mettere più distanza possibile ed allontanarmi da tutto.

Mi chiudo nel mio silenzio e non parlo. Zero contatti verbali, zero contatti visivi, men che meno contatti fisici. Mi chiudo a qualsiasi tentativo di comunicazione. Intensionale o meno che sia.

Ignoro tutto e tutti. Come se diventassi trasparente.

È il mio modo di gridare silenziosamente che odio tutto e tutti. La mia forma di protesta.

Rappresenta l’esatta antitesi della mia personalità. Empatia, simpatia, vivacità, dolcezza, dialogo aperto, sparisce tutto per il suo opposto.

Che sia la mia personale strategia punitiva?

Cancello e tolgo la possibilità di condividere il bello che ho in me e che sono per rispondere con il nulla.

Chi mi conosce bene sa che rappresenta il mio raggiungere il limite, il confine invalicabile. 

Ho notato che spesso si cerca invano di evitare il mio isolamento. Il momento del: “mamma mia, credo di averla combinata grossa!”.

Noto con una certa soddisfazione che questa mia chiusura agita e turba chi mi circonda. Mi viene da pensare che la mia reazione sia dannatamente efficace. Vedo quanto odiano la mia reazione, perciò tentano di prevenirla pochi attimi prima che io imploda ma è semplicemente troppo tardi per me: non sono disposta a perdonare  ed è un tentativo che mi fa imbestialire: cercare il dialogo, il contatto quando è troppo tardi è solo stupido e non fa che aumentare il mio bisogno di fuga. I rimedi improvvisati, quelli che si applicano per evitare l’inevitabile, non li accetto. Soprattutto quando è quel qualcuno che ha provocato la mia trasformazione.

Solo quando sono lontana da qualunque cosa o persona riesco a trovare la pace persa.

A cosa penso in quei momenti?

A niente. Resetto il cervello. Blocco i pensieri e lascio vivere la frustrazione, rabbia, la delusione o ciò che sia. Non  fermo le mie sensazioni. So che sono come l’acqua quanto sta per raggiungere la temperatura critica: la lascio libera di “bollire in libertà”, perché lasciate esprimere le sue migliaia  di bolle, ritornerà la pace e la mia solita me.

Non ho idea di quanto a lungo possa durare questa fase, in quei momenti mi chiudo davvero rispetto a quanto ho intorno. Di certo, è sempre festa, quando torno ad essere ciò che sono sempre.

basta un po’ di logica?

Sei superstizioso?

Si. Sono superstiziosa.

È un retaggio che mi porto dentro quasi fosse DNA. Tramesso dalla lunga stirpe dei miei avi, da quello più antico intimorito dal susseguirsi di giorno e notte, terrorizzato che un giorno la luce potesse non arrivare più, a quello più recente, certo molto più consapevole del mondo ma  non meno povero di superstizione.

La superstizione è la storia dell’uomo, da essa sono nate religione e scienza: la necessità di comprendere il mondo e dare valore e significato alla realtà come a noi stessi.

La superstizione ci scorre nel sangue: le  paure ataviche e ancestrali ne sono chiara testimonianza: esempio banale: io stessa ho paura dell’oscurità, ancora di più se sono sola.

La paura è il lascito migliore mi abbiano donato i miei avi perché determina la sopravvivenza ed insieme ad essa le strategie per domarla.

La superstizione nobile, oserei chiamarla.

Netto opposto della superstizione povera.

La superstizione che mi infastidisce. Quella che non condivido.

Soprattutto odio le conseguenze che la superstizione povera porta alle vittime innocenti.

I porta sfortuna.

Non ditemi che non ne avete conosciuti. Io stessa me ne ricordo due o tre ed ho sempre provato una grande compassione per loro (non pena: odio la pena).

Basta un poco di logica per capire che dietro la superstizione povera c’è solo il  caso è tanta stupidità: la “sfortuna” in realtà spesso è solo un nostro errore.

Davvero interessante del tema superstizione è conoscere come ciascuna di esse sia nata: la loro storia. È un discorso lungo ed affascinante.

184 – quando l’ amore finisce

Tutto accade per un motivo.

Bisogna solo saperlo vedere e capirlo.

A volte i segnali sono così chiari che ti arrivano addosso come bastonate. Impossibile ignorarle.

Sono quelle che danno una svolta alla vita e arrivano quando meno te le aspetti.

Attraversavo un momento relativamente sereno. Aspettavo mio fratello per pranzo. Avevamo deciso di prenderci del tempo esclusivo solo per noi due. Mi sentivo fiera di me stessa, carica: l’appartamento era lindo e pinto e tutte le portate che avevo pensato erano praticamente pronte.

Un imprevisto dell’ultimo momento scombussoló il mio sereno equilibrio: mi ero accorta di aver dimenticato un ingrediente chiave per il dolce che avevo pensato. Ho deciso, quindi, di  correre quanto più velocemente possibile al supermercato più vicino; nella speranza che Javier non arrivasse proprio in quel momento. 

Non impiegai più di dieci minuti per andare e tornare, ero quasi di fronte al portone di casa, con il fiatone, lieta che mio fratello non fosse arrivato in mia assenza, quando una macchina nera accostò poco più avanti a me.

Non sono mai stata un’appassionata di auto, ma una bella macchina la riconosce chiunque. Si vedeva chiaramente fosse stata appena comprata e fosse nuova di fabbrica. Aveva attirato il mio sguardo ed ero fissa sulla carrozzeria lucida quando arrivò il  vero colpo di scena: mio fratello scese dalla parte del passeggero.

Ci incontrammo davanti al portone. Sereni. Ciascuno lieto della presenza dell’altro.

“Ti ha accompagnato un amico?”, gli chiesi nel depositare un bacio sulla sua guancia.

“Papà. Quella che hai visto è la macchina nuova che si è appena comprato”.

Mi rimbombarono in testa parole già sentite: “Adesso sto in pensione…Le spese sono tante…Conti alla fine del mese…”…Mi salì alla bocca una nausea mai provata prima.

Avevo appena ricevuto una di quelle notizie che ti trafigge. Talmente incredibile da non sembrare vera.

Mi mandó in tilt il cervello.

Era impossibile.

O era successo davvero?

Non poteva essere vero.

Poi all’incredulità si sostituí una rabbia cieca.

Fredda come non mai.

Preferibile pagare le rate di una macchina nuova piuttosto che me. Che dolci sapevano essere i Roselli.

Quanto ero stata stronza.

Beffata come una cretina.

Avrei urlato a squarciagola, tanto da perdere la voce e farmi avere la gola dolorante. Na no. Era la giornata mia e di Javier.

Ingoiai e ignorai tutti i sentimenti che mi esplodevano dentro.

Indossai il mio sorriso e decisi di ignorare quella devastante verità, anche se il tarlo della rabbia era difficile da zittire e mi accompagnó, insensibile ed ostinato come una zanzara fastidiosa,  fino a tarda notte.

Solo quando rimasi da sola, in serata, diedi libero sfogo a tutta la mia incredulità.

Ero arrabbiata, delusa da me stessa per essere caduta nel tranello.

Il vero problema era stato che io avevo creduto alle parole dei Roselli. Il vero problema, quindi, ero stata io. Avevo agito contro me stessa. A mio svantaggio. Mi ero data la zappa sui piedi: pensando di fare del bene a loro mi sono sono danneggiata da sola.

La mia voglia di non ricevere più nulla da loro, la mia voglia di dimostrarmi sensibile nei loro confronti erano stati sfruttati. Io mi ero lasciata sfruttare. Beffare.

Provavo schifo.

Di nuovo mi arrivó quella  sensazione di nausea profonda. Quel fastidioso acido in bocca.

Una nuova macchina quando a me avevano parlato di difficoltà.

L’ennesima bugia.

L’ennesimo inganno.

L’ultimo.

Il fondo era stato raggiunto.

Non avrei loro permesso altre possibilità.

Fine.

Succede così quando  ami chi non lo merita: chi non ti ama più ma tu Continui ad amare. Si continua a sperare perché quel legame vive ancora dentro di te.

Poi arriva un evento che come un fulmine a ciel sereno cambia tutto.

Io dovevo vedere quella macchina perché era arrivato il momento di disinnamorarmi.

Io dovevo vedere quella macchina per poter conoscere la verità.

Finalmente, dopo così tanto tempo, sentivo di non provare più niente.

La rabbia era sparita.

Il dolore era sparito.

Sapevo di essere arrivata al punto di svolta: lo sentivo dentro di me. 

Ero finalmente pronta e finalmente consapevole: ero giunta a quel momento: quando un amore si esaurisce e muore.

Una vita lunga

Scrivi una lettera a te stesso a 100 anni.

Come tutte le donne della tua famiglia di origine hai una vita lunga.

Riuscirai a raggiungere o anche superare nonna Maria?

Non è da tutti aver avuto la bisnonna più vecchia della Colombia: 114 anni (solo per pochi giorni non 115) sono un bel numero…Lo so che odi da sempre i numeri ma i traguardi importanti non meritano di essere celebrati?

Sei sempre stata ricca di sorprese. Dove saprai arrivare?

Sei sempre stata piccola: ora sei minuscola. Leggera come una bambina. Rugosa e saggia come una tartaruga. Piegata su te stessa, quasi sulla tua schiena si sorreggessero, invisibili, ma importanti, tutti gli anni che hai vissuto e stai vivendo.

Mai perso il tuo sorriso e mai smesso di raccontare le tue storie. Circondata dalla numerosa famiglia che ti sei creata.

Ti cercano tutti perché tutti vogliono le tue parole. Un libro vivente. Il personaggio vivente di un buon romanzo.

Colpi di scena non ti sono mai mancati.

Hai preso a mozzichi la vita e non sei stata mai avara con i sentimenti: hai odiato profondamente e amato con tutta te stessa, perché se il giusto sta nel mezzo, per le questioni di cuore no: è l’unica eccezione: non esiste via di mezzo quando si ama o si odia: o tutto o niente.

Se per te l’interrogatorio è continuo, ma mai un problema, tu non fai mai domande a chi ti sta di fronte. Sai che quando si è pronti a parlare la diga cede e le parole cadono come pioggia fitta. E quello il momento più bello, quello che sai arriverà e che aspetti, perché adori ascoltare e vivere quei momenti. Le confessioni libere le chiami.

Ti soddisfa vedere quando le persone si lasciano andare, vero?…So bene che la tua risposta alle mie parole sarà l’ennesimo sorriso.

Non ami dare consigli.

“Concediti il diritto di vivere a pieno”. È il tuo mantra. Di mura e già pieno il mondo. Averle dentro è solo chiudersi in una gabbia minuscola e limitare le proprie possibilità. Lo hai sempre detto perché per anni hai vissuto rinchiusa nel labirinto che tu stessa ti eri creata ma uscirne ti ha svelato quanti sia soddisfacente vivere a pieno.

A chi ti dice che ha paura di fare un grosso errore, sorridi con tenerezza: “Sarà il tuo errore: proprio perché tuo, saprai come risolverlo”.

Quanto ami le parole libertà e libero arbitrio?

Non sei mai stata illusa nel ritenerli un principio assoluto.

La società ci cresce dentro recinti ma l’intelligenza ha la facoltà di saperli aprire. Siamo tutti legati ad una corda più o meno lunga: saper sfruttare ogni nostra possibilità di movimento è un dovere.  Bisogna odiare questo limite?

Ennesimo tuo sorriso.

No, perché garantisce la libertà di tutti e solo pochi (purtroppo?) riescono a raggiungere i confini della sua lunghezza.

Non hai mai smesso di osservare il mondo, vero?

È una tua caratteristica: ti guardi sempre intorno. Ovunque tu sia, il primo da fare è far passare sotto attenta analisi il posto in cui ti trovi; solo dopo che i tuoi occhi hanno esaminato attentamente il tuo spazio ti concedi di lasciarti andare ai pensieri.

Pensi sempre in effetti. Hai sempre qualcosa da elaborare.

Dicono sempre che gli anziani si perdono nel loro passato.

Tu ridi anche di questo: “Perché limitarmi solo al passato quando ho così tanto nel presente?”.

Rido insieme a te questa volta.

Dopo così tanti anni insieme posso dire soltanto questo: è davvero un piacere averti conosciuta così profondamente Clara.

Non puoi o non vuoi

Qual è una domanda che odi che ti venga posta? Spiega.

Non credo di avere domande che odio.

Ogni domanda è una possibilità.

Amo il confronto con gli altri e credo di avere una buona apertura mentale: ciò amplia i miei spazi e non delimita le argomentazioni che posso affrontare.

A frenarmi è, piuttosto, la mia ignoranza: “so di non sapere” ha detto uno dei più grandi pensatori della storia; io mi accodo al suo pensiero.

Per imparare c’è sempre tempo: potrò farlo fino alla fine dei miei giorni. Per questo ogni domanda determina una possibilità di crescita: un nuovo imparare.

È stata una grande evoluzione la mia.

Sono partita da una quasi totale chiusura. Mi esprimevo solo attraverso penna e fogli bianchi che poi chiudevo in un cassetto e cercavo di tenere nascosti. Odiavo qualunque tipo di domanda mi venisse formulata.

Non ricordo chi e in quale contesto, solo che era un ragazzo; mi aveva chiesto il permesso di farmi una domanda, perché curioso di come avrei risposto:

“Come rispondi alla domanda cui non risponderesti mai?”.

Gli avevo dato il mio permesso per semplice educazione. Sapevo che il mio si sarebbe stato sterile. La domanda, però, mi aveva incuriosita. Solo per poco.

“Il tuo quesito è solo un paradosso a cui non risponderei mai”.

Non avevo alcuna intenzione di rispondere ad un pensiero tanto contorto perché per me era complicato rispondere al semplice: “Clara come stai?”.

Io non rispondevo ad alcuna domanda personale.

Ancora non avevo  imparato ad esprimere me stessa. La mia voce non aveva forza. Non sapevo parlare ed esprimere me stessa con gli altri era troppo complicato.

Poi c’è la persona che sono diventata oggi.

Senza domande che odio.

Non le classifico in ciò che amo o odio, quanto piuttosto in ciò che può essere facile o difficile: ci sono domande da risposta così facile che è  immediata, quelle che ti fanno pensare un pochino e poi ci sono le domande che ti fanno venire il mal di testa,  il batticuore, le farfalle nello stomaco, che bloccano il respiro. Le domande che ti fanno pensare per ore e ore: quelle a cui non puoi o non vuoi rispondere.

Clara Alicia

Qual è il tuo secondo nome? Ha un’accezione/significato speciale?

Clara Alicia Barrera Perez.

Dal 1993 diventato: Clara Alicia Roselli.

Non sento alcun  legame particolare. Sono  solo nomi.

Ho sempre associato, del tutto inconsciamente,  il mio primo nome ad una vecchia signora. Non mi è mai piaciuto. Arcaico.

Ho poi scoperto, di fatto, che così si chiamava la madre di mio padre. Significa che avevo sempre avuto ragione.

Altra storia per il mio secondo nome: l’ho sempre adorato.

Era inusuale incontrare una Alicia, quando di Clara mille. Lo consideravo un po’ speciale. Aveva solo un problema: in spagnolo la c si legge esse, di fatto: “Alisia”, diventava, quasi sempre: “Alicia”. Una storpiatura che non mi è mai piaciuta.

Dimenticavo: Alicia è il nome di mia nonna materna: quando una sensazione fa tutto!

Ho così adorato il mio secondo nome che, per un certo periodo di tempo, ho chiesto di essere chiamata proprio così. Avrei così potuto abbandonare un nome che non mi piaceva.

Esperimento fallito: purtroppo non mi giravo e non rispondevo mai al richiamo del mio secondo nome e tutti passavano in automatico a chiamarmi con il consueto e arcaico Clara.

Il pallino del mio secondo nome, però non è mai passato e quando ho scoperto che la mia prima figlia sarebbe stata femmina il nome era già deciso: “Alisia”. Con la esse per evitare problemi e perché quando, un domani, non ci sarò più, mia figlia continuerà a portarmi dentro il suo nome.

(Mi chiedo quanti, tra quelli che hanno letto il titolo, abbiano pronunciato correttamente il mio secondo nome).

il mio trio

Quali sono i tre oggetti senza i quali non puoi vivere?

Uno: la musica.

Mi accompagna quasi sempre. Mi stimola, mi tranquillizza o mi dà energia.

Una forma di comunicazione immediata; come parlare esclusivamente attraverso sentimenti e sensazioni. Vi capita una canzone vi penetri dentro come se fossimo fatti di burro? Vi capita una canzone vi faccia rivivere una determinata situazione?

Poi è piacevole per il semplice ascoltarla. Ho una playlist per le varie occasioni: in casa, al lavoro, nei momenti liberi o mentre scrivo.

Una volta mi accontentavo della mia  radio preferita, uguale quale fosse la melodia; andava bene il caso e mi lasciavo seguire dalle hits del momento.

Poi ho capito l’importanza del non accontentarsi e di seguire i propri gusti personali, perché è li che esplodono le sensazioni. Così ho iniziato a crearmi e selezionare le mie Playlist.

La musica mi aiuta, inoltre, a creare distanza quando me ho necessità. Per strada mentre lavoro: un paio di cuffie e il prossimo tende a lasciarti in pace: nessuna domanda, nessun consiglio non richiesto, nessuno che ti chiede il numero di telefono o il tuo Instagram.

Troppo stress con i figli e in procinto di esplodere? Nessun problema: cuffie, musica rilassante ed il nodo alla gola si scioglie.

Mi rifugio nelle musica per trovare la calma, per spegnere la rabbia affinché io possa tornare in me stessa e prepararmi di nuovo ad una comunicazione assertiva.

Due: creme idratanti, make up e due,perché non quattro, spruzzate di profumo.

Prendersi cura di sé è fondamentale.

Coccolarsi. Non parlo del doveroso lavarsi i denti, fare il bagno e via dicendo. Parlo di attenzioni particolari.

Per anni mi sono  così concentrata nella cura degli altri che ho tralasciato me stessa. Mi sono messa da parte per gli altri. Si, altri molto importanti. Molto ma molto  importanti. È stato quasi automatico: ti dimentichi di te per garantire di più agli altri e i tuoi bisogni iniziano ad arrivare per ultimi. Per un marito, per i figli: chi non lo farebbe?

Arrivare sempre per ultimi a chi piace?

Ci hanno insegnato: “Ama il prossimo tuo come ami te stesso”…Io stavo dimenticando di amare me stessa, il che si è dimostrato controproducente: chi è carente di attenzioni inizia a mandare richieste di aiuto: il nostro corpo non è diverso.

Pur continuando ad essere la figura fondamentale che sono sempre stata, mi prendo il tempo da concedere solo ed esclusivamente a me stessa.

Ritagliarsi, quotidianamente, del tempo solo per sé significa riconoscere la propria importanza e l’amore per stessi…E poi è da dire: tutto ciò che riceve cure e amore ricambia sempre. 

Tre: il mio cellulare.

Sono diventati un mezzo indispensabile.

Si può dire: “Dentro c’è tutta la mia vita”?…Forse ne siamo troppo dipendenti…Mail, conto, assicurazione medica, contatti essenziali e non, foto, appunti…Davvero molto…E poi per chi non è diventato essenziale essere contattabile sempre ed ovunque?

Che sia scelta o necessità, devo ammetterlo: non posso pensarmi senza.

formiche operaie e cicala

In che modo un fallimento, o un fallimento apparente, ti ha preparato a un successo futuro?

Un fallimento diventa tale quando non sfruttato.

Durante tutto l’arco della nostra formazione scolastica viene tralasciato, a parer mio, un aspetto molto importante: non ci insegnano a pensare: non ci insegnano ad usare la nostra testa.

Non ci insegnano ad usare le potenzialità del nostro intelletto.

Riempiti come vasi vuoti, quando in realtà siamo più che pieni di noi stessi.

Solo non ne siamo consapevoli. 

Quanto abbiamo imparato?

Quanto ci è rimasto di tanti sforzi e anni e anni sui libri?

Perché in realtà ciò che ci rimane e ci rimarrá per sempre è esattamente ciò che siamo…Eppure siamo talmente immersi, impegnati e protesi verso l’esterno che continuiamo a ignorare ciò che conta di più.

In questo continuo processo e sforzo ci si ritrova ad essere non esseri pensanti ma  solo formiche operaie… Può una formica pensare ai propri fallimenti? No. Pensa solo al suo sforzo successivo. Al compito che verrà.

Un vero peccato. Perché allora la vita stessa diventa un fallimento.

Ho lasciato l’università dopo averla frequentata per un anno. Non per incapacità. Non sto qui a spiegarne i motivi ma posso orgogliosamente dire che avevo una media di 28 su trenta.

Non ho una laurea e avevo tutte le potenzialità per poter diventare un’ottima formica operaia.

Sono rimasta e rimarrò una cicala: continuo a cantare le mie storie: non ho una laurea appesa al muro ma ho una fortuna maggiore: posso vedere e interpretare i miei fallimenti perché sono ciò che sono, mi conosco e mi capisco.

183-Faccio da sola

Diversamente dall’ultima volta che ero entrata in casa loro, fui accolta. Chiaramente con freddezza. Nessuna sorpresa. Era esattamente quanto mi aspettavo.

Mi fecero accomodare in soggiorno e  persino sedere sul divano. Ospite scomodo in quella che legalmente doveva essere anche casa mia.

Solo lui era davanti a me. Lei sembrava molto impegnata in cucina. In mia presenza sembrava rifugiarsi sempre lì.  Strano, perché sapevo non fosse la sua stanza preferita: dover cucinare era sempre stato un obbligo scomodo per lei. Avrei giurato fosse la stanza più odiata da lei.

Chiaramente mi rifugiavo in altri pensieri per sviare al pesante disagio che stavo provando.

Guardavo un poco ovunque per non guardare lui. Non volevo incontrare il suo sguardo. Non volevo affatto posare gli occhi su di lui: ne avrei ricavato solo altro e maggior disagio.

Il fatto che lui sedesse davanti a me significava che voleva essere il portavoce del messaggio che volevano darmi. Mi stupiva che non fosse lei a parlare. Lei era il cervello. Non avrei saputo definire cosa fosse lui nella coppia talmente era forte la personalità di lei. Era come se lui fosse niente e lei tutto. La differenza tra i due era che lui sapeva parlare, lei solo aggredire ed imporsi.

Non mi aspettavo gentilezza da loro, solo una furba strategia.

La seduta più scomoda della mia vita. Rimanevo immobile, quando in realtà avrei voluto alzarmi e scappare. Quanto è stato poco dignitoso stare lí sul loro candido divano.

Di nuovo costretta a subire le loro decisioni. Mi sembrava di essere minuscola ed essere seduta sul divano di un gigante. Ingiustamente costretta ad aver preso un giorno libero e costretta a trovarmi lì. È stato come trovarmi sul patibolo.

Poi nessuna cerimonia. Dritti al sodo. Rapidi e inaffettivi. Volevo solo andare via. Tirai fuori il mio libretto postale.

Lei comparve all’improvviso. Al momento giusto. La completa antitesi delle fate madrine delle favole. Sbuffò e rise acida a voce alta dopo aver letto il totale.

“Solo questo sei riuscita a mettere a parte!? Chissá in quali cazzate hai buttato i soldi!Non mi aspettavo altro da una gatta morta come te!”.

“Faccio la commessa: non lavoro mica in banca! Spiacente di deludere le tue aspettative sui miei risparmi! Ho fatto uno sforzo a venire qui, e certo non ho preso un giorno libero per essere offesa da te: vado via subito!”.

Straordinariamente uno sguardo di lui sembrò calmarla. Lei andò subito via. Tornò in cucina. Sparì come era apparsa. Non era mai successo. La prova decisiva che si, volevano proprio qualcosa da me.

“Ti abbiamo fatta venire qui perché come sai io ora sto in pensione; le spese sono diventate tante, casa è grande, le cose da fare altrettanto e a fine mese bisogna iniziare a fare bene i conti. Stiamo pensando che è ora che cammini sulle tue proprie gambe, perciò, per qualche mese continueremo a pagare la metà del tuo affitto, per poi cessare del tutto…”, interromperlo è stato spontaneo. Colpita e affondata: mi parli di difficoltà: io ci  casco in pieno, la mia necessità di essere di aiuto scatta in modalità automatica. Anche con chi non lo merita. “Se avete difficoltà io posso fare da sola già da subito. Posso fare a meno dei 250€ che mi mandate al mese”. Nulla di più vero. Mi pesava  ricevere quella tangente: soldi in cambio di distanza.

Lui sembrò stupito dell’affermazione. Non si aspettavano tanta collaborazione da parte mia?…Importava poco; accettò la proposta e finalmente corsi via.  Di nuovo senza alcuna cerimonia.

Mi sentii leggera sulla via del ritorno, come liberata finalmente di un peso.

“Nessun problema: io faccio da sola”, mi ripetevo fiera e leggera mentre rientravo a Roma.

Nulla mi era stato imposto: la decisione infine era stata solo mia. Era andata meglio del previsto: da un’imposizione ne era uscita libera.