Chiccho

Racconta la tua prima cotta.

Quando ero molto piccola ero molto spregiudicata e ardita. Erano i tempi della scuola elementare, a Bogotà.

Chi voleva stare con me non doveva avere pretese ma in compenso avrebbe dovuto portarmi un regalo tutti i giorni. Sempre diverso. Un dono che avrebbe dovuto stupirmi e piacermi.

La mia impostazione, non certo simpatica e altruista,  e non certo giustificata da bellezza o prestanza, non ha trovato molte vittime e i miei pretendenti, già molto scarsi, diminuirono ancor di più.

Un povero mal capitato, però, l’ho trovato.

Il karma ha colpito la mia prepotenza  e la storia è durata solo un giorno.

Il suo regalo è stata una Bibbia illustrata. Non entusiasmante, un regalo deludente, ma i disegni erano belli, perciò accettai.

Peccato che le suore supercattoliche dell’orfanotrofio si accorsero all’istante del grave errore: era dei testimoni di Geova e mi insegnarono a suon di sonori schiaffi che un testo del genere era sacrilego e assolutamente vietato. Allora ho accolto il pestaggio senza ben capire il motivo della mia punizione e serbando un profondo rancore per chi aveva causato il mio male. Sapevo che la mia storia d’amore poteva ritenersi conclusa; ecco perché ho rotto con il mio corteggiatore la mattina successiva: “Il tuo regalo è terribile! Non possiamo continuare a stare insieme”,  ho spiegato con rabbia, del tutto indifferente alla sorpresa e alla confusione di lui.

L’esperienza ha prosciugato la mia sicurezza come neve al sole e di ragazzi e di regali non ho voluto piú saperne nulla. Meglio una vita senza problemi e rischi inutili. Meglio essere trasparenti. Per gli occhi di tutti.

Poi si cresce, solo un poco, in effetti e cambia tutto.

L’interesse ritorna, anche non ricercato.

Ci vai a sbattere addosso e ti ritrovi ad osservare qualcuno che conoscevi e che è diventato improvvisamente bello da morire. Sei incredulo ma quel nodo che ti si crea in gola è il primo sintomo che sei fritto: cotto al punto giusto.

Non si può ignorare.

L’amore scoppia che siamo ancora dei bambini e mai nella vita avrà la dolcezza e la purezza di quel primo trasporto per qualcuno.

Perché il sole non si trova più al di là del cielo ma sembra essersi spostato dentro qualcuno e ti brucia teneramente. Vorresti ignorarlo, non fissarlo, ma gli occhi si piegano a quella strana calamita che attira verso quella persona. Inesorabilmente. Perché tutto ha bisogno del sole per vivere.

La prima cotta.

Chicco, nel mio caso.

L’amore romantico per antonomasia. Fatto di farfalle, sguardi persi nel nulla, stupidi sorrisi sul viso, ginocchia al petto e braccia a circondare il corpo, quasi a voler intrappolare il nodo caldo che ti ritrovi dentro al cuore. Fantastichi della futura vita insieme: matrimonio, figlio e fantastica vita insieme.

È percorrere una strada del tutto nuova. Una novità. Tutto è magia. Il protagonista assoluto si trova tra le costole  e il suo battere impazzito nel petto è una musica assordante che fa fischiare le orecchie, asciuga la gola e regala lievi capogiri.

Un “Ciao”, per lui casuale, per te diventa la canzone preferita.

Un incontro inatteso diventa la testimonianza che è l’amore della tua vita.

Lo vedi arrivare e cominciano i sospiri. Le palpitazioni. Ti senti come tramortito, incapace di decidere se il tuo corpo è diventato improvvisamente pesante, tanto da faticare a muoverti, o tanto leggero da poter volare via.

Incrociare il suo cammino diventa l’evento più importante delle tue giornate.

Chicco era la mia cotta estiva. Durata anni. Da giugno ad agosto era il mio dolce pensiero fisso. Per lui io ero quasi inesistente, quando lui, per me, era la mia meravigliosa estate.

Mamá

È qualche mese che ho ripreso a parlare con mia madre.

A seguito di una discussione piuttosto forte avevamo smesso di sentirci.

Non mi era mancata.

Un cuore titubante e scettico come il mio quasi se l’era aspettato; ero perciò preparata e come senza di lei avevo vissuto, così  avrei continuato. Senza alcun rimorso, perché le mille domande che avevo, avevano trovato risposta. Perché avevo ricostruito quella parte della mia vita che non conoscevo.

Poi lei mi ha ricercata e, come è tipico di me; una seconda possibilità non la nego a nessuno. Figurarsi a chi ti mi dato la vita.

Ho ritrovato mia madre cinque anni fa. Grazie a Facebook. Uno degli eventi più emozionanti della mia vita. Ho digitato il suo nome, in realtà lo ha fatto mio marito e dopo aver trovato una foto significativa ci siamo messe in contatto. Io curiosa di conoscerla e di porle le mie migliaia di domande e lei intimorita perché non si aspettava tanta fame di conoscenza sennò rabbia e risentimento. Quanto poco mi conosceva mia madre..

Una foto è stato l’inizio.

Riconoscere e riconoscersi.

I miei occhi mi hanno immediatamente confermato che era lei.

Indipendentemente dal tempo trascorso, sapevo che era lei, perché mi vedevo riflessa in lei.

La strana sensazione di conoscere un totale straneo ma che estranea non era. La donna che mi ha portato in grembo e custodita all’interno del suo corpo finché non sono stata pronta per il mondo.

Allora lei aveva solo vent’anni e già altri due bambini. Tre; come me oggi. Stesso numero ma al contrario: lei due maschi e una femmina, io due femmine e un maschio.

Mi ha partorito in casa. Sono nata con effetto sorpresa ma velocemente. Senza alcun supporto medico. Era solo lei e una sua sorella che per fortuna era passata a trovarla. Una sorella minore, che non ha potuto fare molto per lei, se non gridare spaventata mentre piangeva: “o Dio, Lelis, stai perdendo tutti i tuoi organi interni!”. Nel bel mezzo del travaglio mia madre ha dovuto rassicurare la ragazza.  In mezzo al dolore del parto ha dovuto tranquillizzare la sorella. Se non altro non era stata sola e qualcun’altro aveva potuto badare ai miei fratelli.

Siamo perciò state solo io e lei al mio principio. Lei mi ha preso per prima al mondo tra le mani. Il mio passaggio dal suo corpo alle sue braccia è stato simultaneo.  Lei ha tagliato il cordone ombelicale.

Ha avuto una paura profonda quando non ha sentito il mio pianto. Sono nata silenziosa e silenziosa volevo rimanere.

Mia madre no: lei voleva assolutamente le mie urla e fece di tutto per sollecitare i miei polmoni: pacche sul sedere, pizzichi sulle gambe minuscole e finalmente il mio pianto arrivò.

Un principio particolare il mio. Forse il primo accenno al fatto che la mia vita sarebbe stata fuori dal comune.

Mia madre mi ha amata profondamente.

Non amava la sua vita.

Non amava il padre dei suoi figli.

Non più.

Non amava la sua casa, perché tutta l’abbondanza che le era stata promessa era svanita e si era ritrovata a vivere nel nulla e nella miseria. Tutto a causa della gelosia. Quella aveva corroso il già fragile legame tra i miei genitori e prepotenza, violenza e povertà sono stati massi troppo grandi per le giovani spalle di mia madre. Di chiunque in realtà.

Vent’anni. Con la brama di vivere che solo una giovane donna può avere. Aveva le fiamme dentro ma intorno a lei solo cenere.

Noi, certo, ma non abbastanza per lei. Soprattutto quando si è innamorata. Innamorata per davvero e profondamente.

Lei ha scelto mille altre nuove possibilità e messo noi da parte. Voleva vivere mia madre e aveva pensato che senza di lei la nostra vita sarebbe potuta essere migliore. Lontana dal vecchio. Si, perché quando sono  nata mio padre aveva 54 anni. Avrebbe potuto essere mio nonno. Aveva conquistato mia madre solo grazie al suo benessere. Un miele con cui l’aveva attirata, con cui si era assicurato il legame con lei ma di cui aveva privato tutta la famiglia per il bisogno di allontanare mia madre da qualunque tentazione; così che la nostra bella villa è diventata una casa in costruzione che mancava ancora di tutto: luce elettrica, bagni, persino i pavimenti perché il vero paradosso era che mio padre era benestante ma la sua necessità di controllarla ci aveva ridotto al non avere nulla. Tutto era nelle mani prepotenti di mio padre.

Mia madre se ne è andata con il suo nuovo amore. Non sopportava più la situazione, la miseria e le botte quotidiane.

Io dimenticai presto mia madre. Tanto che non ricordavo nemmeno le sue visite sporadiche. Lei tornava a trovare noi. Vinceva la rabbia, la paura e il ribrezzo che provava per il vecchio. Voleva vedere che stessimo bene e ogni volta faceva l’ennesimo tentativo: quello di portarmi via con lei. Non accettava che io vivessi con lui; ma io non mi sarei mai allontanata dai miei fratelli, per nessuno al mondo; men che meno per una donna che per me non significava più nulla. Io non la cercavo, e mio padre se la rideva del mio disinteresse totale per lei. Poco importava che rifiutassi anche lui: importante era che io non provassi niente per mia madre.  Un situazione che sarebbe rimasta invariata per molti anni.

Il richiamo alle proprie radici, alla propria storia può essere silenzioso ma è un richiamo che vive sempre finché non esplode.

Io credevo di poter fare a meno di lei. Come era sempre stato. Era un’illusione. Ho bisogno di lei, della sua voce, delle sue parole, delle sue quotidiane frasi d’amore e dell’orgoglio che dimostra costantemente nei miei confronti.  Credevo di poter vivere senza il suo amore, avendolo ricevuto,  ho compreso finalmente quanto mi fosse mancato e quanto forte sia un legame  viscerale che vince tempo e distanza. Come al principio ora siamo io e lei. Paga i suoi errori con l’attesa e l’impossibilità di avermi tra le sue braccia. Io però le ho promesso una sorpresa e lei vive di questa speranza. Sarà come il nostro primo giorno insieme: due cuori che battono legati dal tanto atteso abbraccio e tante lacrime di gioia.

Alessandro Magno

Qual è la tua figura storica preferita?

Se non avesse guardato altrove Roma non sarebbe mai esistita e il suo impero sarebbe morto prima del suo nascere, ma per fortuna Alessandro Magno ha guardato in un’altra direzione e si è mosso alla conquista di altri territori. Di mezzo mondo in effetti.

Meglio un giorno da leone che cento da pecora. Per noi comuni mortali.

Lui è stato tanto grande da non essere mai stato pecora ma sempre leone e per più di cento giorni.

Una personalità tanto particolare che persino il suo cavallo personale è passato alla storia. Bucefalo è sinonimo di potenza e nobiltà: esattamente come il suo padrone. Una coppia tanto perfetta ed in sintonia che in battaglia erano capaci di intimorire con la sola presenza.

Alessandro ha avuto una vita strepitosa e breve quanto una morte banale: forse il suo unico difetto in effetti: si può morire per un bagno gelato dopo aver conquistato metá del mondo allora conosciuto!?

Il nodo di Gordio spiega tutta la sua personalità: i problemi non si risolvono: si recidono e la soluzione arriva da sola, legittimando,  attraverso una spada, la sua arroganza e la sua intelligenza, nonchè tutto il suo potere.

Un grande mecenate. Ha fondato diverse ed innumerevoli città, la cui più grande di tutte e stata Alessandria d’Egitto, in cui il principio primo erano le arti e  che possedeva la più grande delle biblioteche del tempo. Una città a cui accorrevano i piú grandi dotti di allora e che aveva il potere di lasciarli a bocca aperta…In fondo era da aspettarselo da chi è stato allievo personale di Aristotele.

Musica

Quali strategie usi per aumentare il comfort nella tua vita quotidiana?

La musica.

Quella giusta ha uno straordinario potete: alleggerisce o amplifica il momento.

Futuro. Vita. Morte. Mostri.

Di cosa più ti preoccupa per il futuro?

Ho sempre ritenuto stupido preoccuparsi per ciò che non si può controllare.

L’assenza di controllo su determinati eventi o sulle persone alleggerisce la quantità di quanto ha il potere di turbarmi: posso solo essere passiva rispetto a determinati eventi, perciò accetto e  affronto qualunque possibilità solo nel momento in cui accade effettivamente; evitando inutili tormenti, soprattutto se auto inflitti dal mio stesso troppo pensare. Il mio futuro, perciò rientra tra quanto non può generare preoccupazione. Si, per mia scelta personale.

Si può dire che sono diventata pienamente stoica con la maturità e ancora di più con il passare degli anni.

Una volta mi intimoriva la morte e ancora di più il dolore che può precederla.

La vita è un continuo memento mori: si gode la vita in virtù della morte e così ho sempre creduto di fare.

Diventare madre mi ha cambiata: mi auguravo una vita lunga esclusivamente per il beneficio dei miei figli. La consapevolezza di quando abbiano ancora bisogno di me mi faceva aggrappare alla vita quasi in maniera disperata. Pregavo chiedendo tempo: quanto più possibile per lasciarli quando pronti.

A che età si è pronti alla vita?

A che età si è pronti a veder morire chi ti ha messo al mondo?

Esatto.

Mai.

All’inevitabilitá della morte non c’è soluzione..Quanto è il momento è il momento. Indifferente che siamo pronti o no.

E se dovessi davvero morire?

Domani. Tra una settimana… Chi può saperlo…

Nulla capita per puro caso ed io ho acquisito una nuova consapevolezza: il mio scrivere ha acquisito un altro significato: un’altra possibilità.

Scrivo per lasciare una mia impronta duratura nel tempo. Una strategia per vincere la mia determinabilitá: qualcosa che duri più del tempo a me concesso. Qualunque esso sia.

Ho capito di aver fornito e di fornire ai miei figli mille parti e versioni di me: a loro resterebbero i miei quaderni sparsi per l’appartamento. I mille fogli da me scritti. 

Certo, dovrebbero impegnarsi in una caccia al tesoro per ritrovare me.

Ho sparso per casa milioni di sassolini fatti di miei scritti che possono mostrare loro la strada nel caso si perdessero. Ricordi duraturi di me.  Una testimonianza di ciò che sono. Avrebbero ancora la loro mamma attraverso le parole da me scritte.

Parlo di tutto e di più. Qualunque tema possibile. Butto giù i miei pensieri sui temi più sparati, perché nel futuro potrebbero essere utili. Una mia personale strategia per vincere il mio tempo limitato.

Una volta mi spaventava il dolore fisico; poi ho capito che non si può morire due volte: il dolore nel morire, ahimè, è inevitabile, ma non andrà a ripetersi due volte. Il dolore ha un limite, esattamente come me. Ho semplicemente accettato la realtà.

Ciò che più mi preoccupa e mi spaventa  è la grandezza della cattiveria umana rispetto all’essere piccoli di ciascuno di noi.

Per quanto determinate persone siano importanti per me, purtroppo ci riduciamo ad essere solo numeri. Numeri sacrificabili per il capriccio di chi governa il mondo o di chiunque altro pazzo incroci il nostro cammino. Violenza, omicidi, stermini…I mostri esistono e sono a nostra immagine e somiglianza…Come posso combattere tutto questo?…Non ho armi di difesa e sono troppo piccola rispetto a tutto questo…Certe battaglie sono perse in principio ed è questo a preoccuparmi. La vita in fondo è una straordinaria partita a scacchi ed io sono solo un pedone. Vivo rispettando la mia funzione e sperando che chi amo non incroci mostri lungo il suo cammino. Di più non è in mio potere.

Avere tutto

Cosa significa per te “avere tutto”? È raggiungibile?

Qual’è la portata dei propri sogni e delle proprie aspirazioni?

Se quanto a fantasia non mi sono mai imposta dei limiti, al mio “avere tutto” ho sempre risposto con moderazione.

La chiave sono state le mie aspettative: le ho sempre limitate per evitare delusioni. Della serie: per favore vola basso. Si, lo ammetto, è sempre stata una scelta codarda la mia; ma per chi non si aspetta troppo le sorprese sanno avere un sapore doppio.

Volare basso è davvero così male?

Alla fine posso dire di aver volato: del tentativo perciò non mi sono privata…Paura? Istinto di sopravvivenza?…Sia lo che sia, più si vola in alto più la caduta fa male.

Io i piedi da terra li ho staccati ma con moderazione e ponderazione.

Si, ho limitato le possibilità della mia visuale ma il mondo da una relativa altezza l’ho osservato e a me sta bene così. In fondo dove non sono volati nè corpo, nè cuore, ha volato la mia testa, senza limite alcuno.

Tutto questo atteggiamento da tartaruga guardinga ha determinato la più facile realizzazione dei miei sogni: posso dire che aver raggiunto i miei traguardi più grandi e possiedo quanto ho sempre desiderato.  Ho il mio tutto. Sono padrona di quanto desidero. Mi sono accontentata troppo?…Le tartarughe sono in fondo tra gli animali che vivono più a lungo nel regno animale.

A me la mia vita piace. Provo soddisfazione nelle mie giornate e i miei problemi non derivano di certo da ciò che non ho: la pienezza della mia vita mi soddisfa e posso dire di aver raggiunto molti traguardi.

Le caste

Descrivi qualcosa che hai imparato alla scuola superiore.

Le caste non esistono solo in India. Quasi ci stupiamo, in parte scandalizzati, della loro esistenza: come possono esistere ancora oggi?

Siamo davvero certi di non averne anche noi?

Latenti. Nascoste eppure di una certa influenza.

Siamo sinceri: ne siamo circondati. Ognuno di noi ha la sua casta personale. Qualunque sia l’ambito nel quale siamo immersi.

Io ho notato la loro presenza al liceo quando trovano il loro massimo spazio di espressione; forse dovuto al fatto che a quell’età è tutto un concentrato di tutto, quasi ci sia la necessità  che qualunque cosa debba essere esagerata per essere accettabile.

Avendo frequentato il liceo classico la mia classe era a maggioranza composta da ragazze. Sette maschi in partenza, che ogni anno sono andati scemando tanto che all’ultimo anno ne erano rimasti solo due.

Fa la differenza avete una classe a maggioranza maschile o femminile ma tralasciando quest’aspetto, bisogna ammettere che ogni classe ha la sua chiara divisione. La sua divisione in caste.

I trasparenti, peggiori degli intoccabili, neanche oggetti, perché essendo trasparenti sono invisibili. Come se il loro banco fosse sempre vuoto anche se loro chiaramente presenti.

Poi gli “né carne, né pesce”; quelle persone a cui non si attribuisce un ruolo chiaro e sembrano vivere nel limbo dantesco: quelli con la bandiera  bianca, zero colori. Meritevoli ma poi non tanto.  Quelli che erano lasciati in pace. Io ero tra questi: era questa la mia casta.

Poi le cortigiane e le dame di compagnia indaffarate a ricevere le attenzioni ed a cercare l’approvazione costante di chi conta di più: gli alfa della classe, vale a dire coloro che dettano legge e tendenze. Quelli che stanno all’apice e se la comandano.

Ci sono poi le outsider che del sistema non le importa niente e che per questo sono odiate dal resto del gruppo e su di loro ricade tutto l’astio del gruppo.

Caste variabili, incredibilmente  malleabili, quotidianamente aggiornabili.

Non credo oggi le cose siamo cambiate e che ogni classe abbia il suo sistema di caste. Ai tempi miei, quando ero una liceale, quanto avveniva in classe li rimaneva: era tutto intimo al gruppo. Il netto contrario rispetto ad oggi per cui tutto deve essere postato online, alla costante ricerca di like, di visualizzazioni e followers.

la giusta distanza e il proprio meglio

Cosa ti indirizza nella vita?

Ai miei figli dico sempre: “Cercate di essere sempre la migliore versione di voi stessi e fare sempre del vostro meglio in ogni azione che intraprendete”.

È il mio principio quotidiano e di vita.

Lo considero un buon punto di partenza: è di stimolo per ogni passo successivo.

Come indossare i vestiti giusti per il proprio corpo: ci si sente sicuri e chi è sicuro è senz’altro determinato. Una sicurezza che ho impiegato anni e anni a trovare ma ottenuto il mio personale giusto equilibrio non me lo sono fatto scappare. Così vorrei che succedesse per i miei figli: spero che trovino la loro strada giusta in parte soli ed in parte sollecitati da il mio stimolo; un incitare che vuole essere un sussurro ma con chi non vuole ascoltare sono costretta ad alzare la voce per essere sentita.

Alisia è cocciuta quanto me ed è nell’età in cui ogni mia parola sembra essere sbagliata e formulata sempre nel momento meno opportuno. “Uffaaa mamma! Che noia! Perché per te deve essere tutto perfetto!”.

“La perfezione non esiste! Se così fosse non esisterebbe l’evoluzione!”, ribatte Lavinia. Lei ha sempre qualcosa da ribattere contro la sorella, anche quando non interpellata. Il che rende Alisia furiosa.  Sempre più furiosa. Questi battibecchi tra di loro mi fanno sorridere dolcemente. Lo faccio nascosta, senza farmi vedere; che non sia mai che pensino che sto ridendo di loro: sarebbe l’inizio di una ennesima tragedia! Le mie ragazze confondono spesso un mio sorriso con la presa in giro. Per questo nascondo loro la mia bocca e dò loro le spalle. Mi allontano. Stupita dalla profondità dei loro scambi. A volte si, sembrano due gallinelle pazze, ma quando tirano fuori la loro intelligenza mi lasciano senza parole ed orgogliosa. Continuo a camminare nella direzione opposta alla loro posizione quando parlano. È il mio modo indiretto di ricordare  che durante i loro litigi e confronti-scontri devono trovare da sole la giusta soluzione per entrambe.

Ecco cosa mi indirizza nella vita: la costante ricerca della giusta distanza dalle persone che amo. La giusta distanza da garantire a chi sta crescendo e scoprendo se stesso ma al contempo garantendo sicurezza e rassicurazione. Fare sempre del mio meglio per essere ciò di cui chi conta per me ha bisogno.

Compromesso

Cosa significa libertà per te?

Se penso alla concretezza del termine direi che è il giusto compromesso tra ciò che voglio e ciò che posso.

In senso lato la trovo una parola romantica. Quasi più un principio lontano.

Un utopico dolce costrutto sociale. Un’idea.

Siamo tutti pesci dentro acquari più o meno grandi. Si è davvero liberi dentro un’acquario?

Se ci soffermiamo al micro, allora si: il pesciolino nuota dove vuole, fa ciò che più desidera dentro le acque che conosce, mangia quanto ritiene necessario e desidera. Interagisce come ritiene giusto coi compagni e prende le proprie decisioni in maniera autonoma costruendo attraverso ogni sua scelta la propria rete sociale. Applica il proprio principio di libertà alla sua porzione di esistenza. Di fatto vive nel suo spazio quanto piú libero può. Finiti i nostri doveri quotidiani, ci dedichiamo ai piaceri che abbiamo scelto. Qui risiede, a parer mio, il nostro massimo momento di libertà.

Tutto cambia se mi allontano e penso al macro; allora l’acquario mi viene stretto. Lo vedo limitante. Non mi tolgo dalla testa che, si, vivo circondata d’acqua, libera di muovermi, ma pur dentro una gabbia di vetro trasparente. Non che mi senta stretta. Mi godo la mia personale porzione di libertà e nuoto felice…Eppure quante regole, quanti limiti, quante imposizioni, quanti doveri…Fortuna la mente rende davvero liberi. Coi pensieri e nei pensieri risiede la vera libertà: posso volare ovunque e i limiti possono sparire.

Valentina

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Le mie amicizie, quelle davvero significative, si possono contare sulle dita di una mano.

Di compagni di tempo ne ho un buon numero, ma è un rapporto a segmento: ha un inizio e una fine; è una costante: “alla prossima”. Sono sempre una buona compagnia temporanea. Persone con cui stai bene. Sono momenti.

Un amico è una linea retta; con lui non esistono saluti, non esiste distanza o tempo. È una persona con cui stai.

Si dice che l’amore è un fuoco che va alimentato costantemente; con un amico no, non c’è né alcun bisogno: non ha bisogno di giustificazioni, di scuse,  di dichiarazioni o di costanti attenzioni. A volte persino le parole diventano effimere e ci si parla con uno sguardo, una smorfia, un gesto quasi impercettibile. Uno scambio rapido come un battito di ciglia. Non è questa vera magia?

Chi posso definire amico?

Difficile da definire quando si parla di un legame che è soprattutto emozione, stati d’animo, sensazioni. Uno scambio reciproco e profondo. Persone con le quali tutto diventa migliore: persino una risata acquisisce un valore aggiunto. Chi ha visto e vissuto il mio meglio ma soprattutto il mio peggio e ha continuato a restare al mio fianco.

La mia prima vera profonda amicizia porta il nome di Valentina.

L’ho incontrata alle superiori.

Mi stava antipatica in principio.

Sembrava vivere in simbiosi con una sua amica. Si vestivano quotidianamente in coordinato ed erano sempre l’una affianco all’altra. Braccialetto dell’amicizia al polso. Stessa cartella. Persino stesso modo di camminare. Lo trovavo ridicolo. Esagerato, stupido, ad essere sincera.

Poi Valentina iniziò ad arrivare a scuola da sola e le due sembravano aver preso strade separate. Solo dopo quella chiara rottura ho avuto la possibilità di osservarla e conoscerla per ciò che era.

Non badava all’opinione altrui. Viveva la sua vita secondo le sue scelte, senza compromessi e idee che non fossero le sue. Camminava sempre a testa alta. Concentrata sul suo cammino. Che la gente parlasse di lei. Per lei era del tutto insignificante. Era sicura di sé stessa. Indipendente. Caparbia. Lo sguardo sempre serio. Uno sguardo che, però, cambiava se entravi nel suo cuore, perché  se lei iniziava ad amarti era amore allo stato puro ed i suoi occhi acquisivano una dolcezza unica. La potevi vedere solo da vicino, se guadagnavi la sua fiducia.

Piccola e molto bella Valentina. Era magnetica, si, per la sua particolare bellezza ma soprattutto per la sua sicurezza e noncuranza delle chiacchere altrui. Un mix perfetto che quasi automaticamente attirava la gelosia delle altre ragazze, e per questo rimaneva antipatica. Del tutto irrilevante per lei, perché non cambiava il suo modo di essere per nessuno.

Era generosa. Empatica. Spiritosa. Un’ascoltatrice attenta ma aveva capito che con me doveva essere lei a parlare ed io ad ascoltare. Un’abile osservatrice. Non impiegò molto a capirmi. Sapeva che stimolarmi all’apertura e alle confidenze con me era inutile. Mi regalava i miei tempi. Restava pazientemente in attesa del momento che io avrei ritenuto giusto. “Perché hai scelto me se non ho nulla da condividere con te? Non puoi entrare a casa mia, non ho mai soldi, neanche per un caffè, non posso uscire di casa se non il sabato pomeriggio…Mia madre ti odia perché sei mia amica e ti tratta malissimo e già più volte hai pianto a causa sua…Cosa hai da guadagnare dalla mia amicizia?”, le chiedevo stupita, emozionata ma con il cuore a pezzi per sua perseveranza. Addolorata profondamente che anche lei fosse vittima della catastrofica vita famigliare della giovane Clara di una volta.

“Non è quello che vuole tua madre? Che io ti volti le spalle? Semplice: io non lo farò. Resterò qui fuori, con te e per un semplice motivo: tu mi fai stare bene. Tu sai farmi stare bene. Se per un qualunque motivo ho un problema, prendo la macchina, guido da te, ti citofono, ti aspetto fuori dal cancello e finalmente ci sediamo qui su questo muretto a parlare. Io so che tu mi farai ridere, che ascolterai le mie parole e se io arrivo triste o arrabbiata  qui da te, so che me ne andrò di nuovo felice con un bel sorriso in bocca e con un problema in meno. Questo vale più di qualunque altra cosa. Io non ti abbandono. Tua madre mi tratta male? È un attimo. Nulla in confronto a quanto vivi tu ogni giorno e una ragione in più per restare al tuo fianco”.

Quanto potere in quelle parole. Un motivo per combattere. Per resistere. Una luce nel buio.

Lei è stata la prima a lottare per me; ha vissuto il mio meglio ed il mio peggio: ha pianto e ha riso con me. Conosce le mille sfumature di ciò  che sono e posso essere. Attraverso lei ho imparato che esistono le linee rette.

Non ricordo l’ultima lunga chiaccherata, o l’ultimo incontro ma so che al mio prossimo viaggio a Roma, di certo, la chiameró e ci ritroveremo e tutto sarà come sempre: la nostra linea retta.