56-la rivolta

Lo studio aveva perso d’interesse.
Lo trovavo estremamente noioso.
Non mi applicavo più. Non mi sforzavo.
Avevo capito che con molto poco ottenevo molto; studiavo con leggerezza eppure i miei voti erano alti.
Poi la cosa ha totalmente preso d’importanza. Non mi interessava lo studio né tanto meno i voti ottenuti.
Perché allora passare tanto tempo sui libri?
Perché costretta.
Sedevo sulla sedia coi libri aperti davanti alla scrivania ma la mia testa era altrove.
Quando possibile mi mettevo a leggere il primo romanzo che mi capitava sotto le mani.
Al mio disinteresse mia madre ha risposto con ostilità a qualsiasi forma di passatempo.
“Il gioco è una perdita di tempo”.
“Agli animali è il gioco che gli insegna a sopravvivere”.
“Noi non siamo animali”.
Avevo i miei dubbi.
Inutile continuare il botta e risposta.
Era sterile. Nessuna voleva ascoltate l’altra.
Mia madre era davvero convinta dell’inutilità del gioco.
Se negli anni precedenti lo aveva soltanto detto, di seguito ha iniziato ad applicare questa sua opinione nei fatti.
Nel tentativo di eliminare di eliminare le stupidaggini che mi potevano distrarre dal mio dovere: lo studio, ha iniziato a togliere di mezzo bambole e barbies.
Ci sono rimasta male. Ci avrei continuato a giocare volentieri.
Diavolo, avevo tredici anni!
Per il tempo che passavo sui libri sarei dovuta essere già laureata.
Il secondo anno delle scuole medie è andato ancora peggio.
Il pomeriggio non studiavo: facevo finta.
Mi limitavo a fare molto lentamente i compiti pratici.
Della teoria mi occupavo un’ora prima dell’ipotetica interrogazione.
Naturalmente non mi poteva andare sempre bene e così ho iniziato a collezionare una buona quantità di voti molto mediocri.
Le insegnanti e i miei genitori hanno iniziato a preoccuparsi del mio basso rendimento scolastico.
Mi infastidiva tutto quell’interesse per una ragione molto semplice: odiavo che mi chiedessero del perché avessi smesso di studiare.
Mi sentivo costretta su di un palcoscenico dove io mi trovavo ad essere sempre in ombra mentre la luce era costantemente puntata sul mucchio di libri scolastici che si trovava di fronte a me. Sembrava avessero sempre più importanza di me. Di ciò che ero.
La disattenzione nei miei confronti era un grido muto che manifestavo rifiutando lo studio.
Normale che rinnegassi il mio impegno sui libri se per anni l’unica domanda che mi si rivolgeva era:
“Che hai fatto a scuola? Hai fatto compiti? Sei stata interrogata? Che voti hai preso?”.
Le rispondevo. Poi il silenzio.
Ecco i nostri grandi discorsi.
L’unica che sembrava aver centrato la questione era un’insegnante che mi urtava il sistema nervoso. Alle sue domande io rispondevo con il mio mutismo?
Perché avrei dovuto confidarmi con una totale estranea quando le attenzioni che volevo si trovavano dentro le mura di casa mia?
Mi bloccava anche un altro timore: che le mie confidenze fossero riferite a casa.
sapevo che avrei creato un caso politico. Già mi immaginavo mia madre:
“Che sei andata a dire a scuola!? I fatti nostri devono rimanere a casa! Come ti sei permessa?”.
Mi si sarebbe rivoltata contro come una iena.
“Perché non mi fai le domande che mi ha fatto l’insegnante?”.
Questo avrei voluto chiedere a mia madre.
Sapevo non mi avrebbe ascoltata. Avrebbe sicuramente parlato sopra le mie parole e avrebbe legiferato:
“Tu devi pensare solo a studiare”.
Per ripicca facevo quello che non dovevo fare: non studiavo. Una rivolta che i miei non volevano vedere.
sapevo di aver fatto bene a non rispondere alle domande della mia docente: mi ero evitata problemi che non avrebbero risolto la questione.

55-Gino

In quel lasso di tempo ho visto profonde ustioni sparire sotto i miei occhi.
Dietro la scradevole e spessa grosta che si formava sopra ogni cicatrice fresca veniva alla luce una pelle perfetta e intatta.
Quei veri e propri miracoli sulla pelle delle altre persone mi hanno rassicurata.
Anche io, un giorno, sarei guarita del tutto.
Ho scoperto che dentro le bottiglie erano contenuti due tipi di sostanze, una lenitiva e l’altra orticante. Per i primi giorni Gino mi ha fatta usare soltanto la prima.
Quando sono venuta a contatto con la seconda mi sono ricordata cosa volesse dire sentirsi bruciare.
“Attenta a che non ti coli addosso. Usala con cautela”, ha raccomandato Gino nel dare il pennello a mia madre.
Non avevo colto l’importanza di quell’avviso.
Mi aspettavo la solita soluzione rinfrescante.
Fu come se mi passassero del fuoco con il pennello.
A contatto con le setole la pelle diventava bianca; quasi mia madre stesse disegnando sulla mia pelle, poi si arrossava vistosamente e dopo pochi attimi si gonfiava.
Mi girava la testa dal dolore.
Ho dovuto distogliere gli occhi dalle mie gambe.
Le lacrime mi sono uscite a quattro a quattro.
Non mi sono lamentata. mi sono permessa solo quelle lacrime silenziose.
Accettavo quella sofferenza in virtù delle conseguenze che avrebbe prodotto.
A volte mi ritrovavo a tremare.
Mia madre mi guardava negli occhi per accertarsi se continuare o no a passare quel terribile pennello.
Era chiaramente turbata dalla mia sofferenza ma proprio per il mio bene si costringeva ad agire.
E’ stata forte, coraggiosa nel continuare il suo lavoro nonostante il mio tormento.
La reciproca ammirazione ci ha aiutate entrambe.
Ciascuna prendeva la propria forza dall’altra.
È stato il momento della mia vita in cui mi sono sentita profondamente legata alla mia mamma.
Non avevo parole per ringraziarla di ogni gesto.
Semplicemente il solo ammirarla mi dava coraggio, mi faceva sentire forte abbastanza per poter sopportare quel forte dolore.
Terminata la seduta dovevo camminare a gambe larghe talmente era il dolore.
Persino il casuale leggero contatto con il tessuto degli abiti mi faceva saltare dal dolore.
Era come non avere l’epidermide.
La senzione di avere un ferro da stiro sulle cosce durava per qualche ora.
Se per sbaglio le gambe mi si strusciavano l’una contro l’altra mi dovevo bloccare dal dolore.
Mi stupivo di quanto quella devastata pelle rossa e gonfia diventasse morbida.
Non appena si placava il dolore, nella fragile riservatezza della mia camera mi accarezzavo, quasi solo sfiorando, le mie ferite.
Mai sentita una morbidezza tale, affascinata, quasi non smettevo di toccarle.
Strano come mi piacesse sentire quello strano deforme velluto sotto le dita; sarebbe bastata una lieve pressione, poco più forte, e da quella tenerezza ne sarebbe scaturito un fastidioso, forte dolore. Strano provare stupore, meraviglia per quella parte di me che fino ad allora per me era stato solo ribbrezzo.
Con il passare del tempo sulle mie gambe si è formato una sottile crosticina che cadeva da sola. Sottile, lieve come la pelle di un serpente.
Avvolta nel bozzolo della mia giovane ingenuità, immaginavo che sotto di loro sarebbe emersa la meravigliosa, normale, intatta pelle che non avevo mai avuto.
Non ci furono miracoli.
Miglioramenti, si. I
l risultato del primo mese mi ha ricompensata di tutto il dolore subito.
Il significativo miglioramento delle mie cosce ha convinto lo scetticismo di mio padre.
Mia madre aveva a ccettato molto volentieri i rimedi del signor Gino, per quanto fossero contrari al suo modo di essere e di vivere. I miei hanno deciso, pertanto, che un mese all’anno lo avremmo passato a Nuchis.
Questa cura ha significato dover rinunciare quasi del tutto alla vita da mare. Il sole sarebbe stato dannoso. Anche coperte, le mie cicatrici avrebbero corso il rischio di macchiarsi. Mi sono relegata sotto l’ombrellone. E’ stata una limitazione che ho accettato in virtù di un vantaggio futuro. Tuttavia le mia attenzioni non sono bastate perchè più o meno piccole macchie marroni mi sono comparse sulle gambe.
Negli anni siamo tornati più volte a Nuchis.
Nel mese di agosto prendevamo una casa in affitto nel paese.
Ciò ci dava la possibilità di evitare i lunghi e faticosi viaggi quotidiani; e di allontanrci dal mare nel mese in cui era diventato impossibile trovare posto sulla spiaggia.
Mi sono resa subito conto di quanto fosse grande il sacrificio che fecero per me i miei genitori.
Mi sono sentita davvero fortunata ad aver ottenuto dei genitori tanto disposti a venire incontro alle mie necessità.
Gino e la sua famiglia non volevano mai niente per il loro aiuto ma chiunque si sia servito dei suoi pennelli ha sempre voluto omaggiarlo con dei pensieri. Denaro non ha mai voluto accettarlo. Che si trattasse di un fiore, del cioccolato, di un biglietto o di una forma di formaggio, si mostrava sempre contento del dono ricevuto, con umiltá e un poco di timidezza sorrideva nel ricevere quei doni.
E’ stato bellisssimo il rapporto che ha sviluppato con mio fratello.
Quel candido vecchietto, amava la sua compagnia e mio ha ricambiato la stessa simpatia.
Più di qualche volta lo abbiamo accopagnato nei suoi terreni per fargli compagnia mentre si accupava delle sue bestie e dei prodotti dell’orto. Ci regalava quotidianamente frutta e verdura, nonchè un delizioso latte di capra.
Il signor Gino si è dimostrato una persona più propensa a donare che a ricevere.
La moglie, al contrario, si è dimostrata più incline ad avere profitto dall’altruismo del marito. Quando a questa signora è stato chiaro che la disponibilità di mia madre era assoluta, non ha impiegato molto a farla diventare la sua donna di servizio.
Ha approfittato della nostra macchina e di mia madre come autista per essere accompagnata fuori nel caso dovesse uscire dal paese.
Mia madre nonsi è mai negata alle sue richieste.
Lo ha fatto per me.
Non passava giorno senza che non ritornasse distrutta a casa.
Vedere il suo, fino ad allora, inflessibile orgoglio piegato per il mio bene è stato la dimostrazione di un amore incondizionato.
Un’impresa titanica per il suo carattere.
Uno sforzo che non poteva passare ignorato.
Non avevo idea di cosa fare per dimostrarle la mia gratitudine,;per certi versi mi addolorava vederla trattata come una collaboratrice domestica. Benchè non lo desse a vedere, quel mese a Nuchis per lei rappresentava grande fatica.
Non l’ho vista mai lamentarsi o sbuffare.
Il suo corpò, tuttavia, ha parlato per lei.
Le è venuto il fuoco di Sant’Antonio sulle spalle.
Ha accolto la notizia con una certa apprensione perché sapeva fosse una malattia dolorosa.
Mi sono sentita colpevole di quel malanno.
Si stava consumando per me.
Era andato contro la sua stessa personalità per i mie interessi.
Avrei voluto che l’infezione si svogasse su di me; che passasse dal suo corpo al mio.
Una mattina, mentre mi passava il pennello sulle cosce si è confidata con Gino.
Il vecchietto si era affezionato molto alla mia famiglia, adorava mio fratello e stimava mia madre perché vedeva quanti sforzi facesse per me. Ha preso un pennello e ha detto a mia madre:
“Girati che ti passo questo sulla schiena”
“Non si preoccupi, ho messo la pomata e sto prendendo gli antibiotici…”
“Lascia perdere tutte quelle schifezze chimiche e girati. Ascolta un mio consiglio: lascia perdere le continue richieste di quella bisbetica di mia moglie e cerca di goderti come si deve il soggiorno in paese. Non devi venire quí per metterti al servizio di nessuno. Non vale la pena di farlo per qualcosa che è gratuito…no?…Nessun gesto, per quanto ammirevole, deve mai costringerci a essere trattati in un modo che ciascuno di noi non sopporterebbe…questo sfogo su tuo corpo ne é la dimostrazione ”.
Mia madre ha colto il messaggio.
Ha approfittato della sua malattia per limitare la sua disponibilitá nei confronti della furba signora e ha cercato di rilassarsi un po’.
In due giorni le è passato tutto. . Nessun fastidio o dolore.
Ci siamo afferzionati ancora di più a Gino.
Ha dimostrato che i santi in questo purgatorio esistono.
La maggior libertá di mia madre ci ha permesso di andare con cui in campagna sia la mattina presto che il pomeriggio.
Le scampagnate con Gino sono state memorabili.
Era straordinario vedere quel vecchietto curvo, praticamente quasi piegato in due, faticare in campagna. Se nella stanza nella quale lo avevamo conosciuto appariva fragile e stanco, all’aria aperta sembrava tornare giovane. Il suo corpo sembrava trarre forza dalla terra; si muoveva agile e sicuro come qualunque giovanotto. Giovanotto? Che dico!? Vederlo combattere contro le api armato e protetto da un tappo di bottiglia ha dello straordinario.

“Quanto tempo pensa che ci vorrà per guarire Clara?”, gli ha chiesto ,un giorno, mia madre.
“È più di qualche anno che venite. Le ustioni sono molto vecchie, lo strato di pelle che cade è molto sottile. Dalla prima volta che ci siamo conosciuti i miglioramenti ci sono stati, tuttavia ci vorrà ancora molto tempo…”.
Gli occhi di mia madre gli hanno fatto la domanda che non aveva il coraggio di formulare.
Con un sorriso lui ammise: “Si e no, saranno necessari una decina di anni…”.
Questa fu la risposta.
Quel giorno, mentre pranzavamo, il silenzio era assoluto.
Tutti pensavamo la stessa cosa: dieci anni.
Ttroppo tempo.
Troppo dannato tempo.
Lo sapevamo tutti ma nessuno osava ammetterlo.
Se ci trovavamo a Nuchis era per me.
Solo io avrei potuto dare un taglio alla questione.
Sapevo bene che la mia famiglia avrebbe trovato il modo di fare quel lungo sacrificio per me. Purtroppo era davvero troppo tempo.
Troppo.
Dannatamente troppo.
Eravamo tutti stanchi.
Il gioco faleva davvero la candela?
Non avevamo dubbi circa il fatto che in quel lungo lasso di tempo sarei guarita del tutto.
Erano dieci anni, però… Solo io avrei potuto spingere i miei genitori a dire: “Basta così”.
Se fossi stata io a rinunciarci per prima avrei tolto loro un peso dalla coscienza.
Mentalmente ho trovato la soluzione: sarei tornata da sola, una volta adulta a guarire le mie cicatrici.
“Mamma, papà, lasciamo perdere per ora. Ci sarà sempre tempo per venire a Nuchis. Potrò venirci da sola quando sarò più grande. Va bene ciò che abbiamo ottenuto per adesso. Sono stanca. Basta così”.
Mia madre mi ha guardata e mi ha sorriso.
“Ci penseremo. Finiamo questo ciclo e poi vediamo”.
In silenzio, nel guardarci negli occhi, ci siamo ringraziate reciprocamente.
Si. Era la decisione giusta quella di lasciar perdere.
Ero davvero stanca.
Sfinita dal dolore, dal prurito provocato dal cadere della pelle, stanca di non poter prendere il sole, stanca di girare coperta da eterni calzoncini, stanca di vedere le mie cosce bianche pallide mentre il resto del mio corpo era color cioccolata, ero stanca di non poter godere dell’estate come gli anni precedenti…Era semplicemente giusto togliere il peso di questo sacrificio a tutta la mia famiglia. Perchè le mie limitazioni diventavano anche le loro.
E’ stata una rinuncia senza rimpianti.
Mi sono accontentata dei miglioramenti ottenuti, ben sapendo che avrei continuato a odiare le mie dannate cicatrici, si, avrei continuato a soffrirci, ma ci avrei sofferto io, non la mia famiglia.
La primavera seguente, semplicemente, mio padre non ha chiamato per fermare l’affitto di quella che era stata la nostra casa a Nuchis.
Senza bisogno di alcuna parola nessuno di noi ha pensato più a quel piccolo paese dell’entroterra sarda.

54-Nuchis

Sedevo in terrazza immersa nello studio.
“Clara, c’è tua madre?”, mi domandò Pinuccia, la nostra vicina.
“Si, te la vado a chiamare subito”.
Sono rientrata in casa per uscire seguita dalla capofamiglia.
“Barbara, vieni, ho saputo una cosa interessantissima!”, l’ha incitata.
Curiosa le sono andata dietro ma lei mi ha fermata dai miei tentativi di entrare nel discorso.
“Clara tu vai a continuare a studiare”, mi ordinò mamma.
Ecco fatto. Delusa sono tornata sui libri.
Durante l’estate le chiacchere della nostra vicina erano sempre state un piacevole passatempo.
Non ho dovuto fare sforzi per ascoltare il loro fitto scambio di parole.
Per fortuna la voce alta di Pinuccia mi ha permesso di poter ascoltare il loro dialogo.
“Ho saputo che a Nuchis, un paesino dell’entroterra, c’è un signore che è in grado di far sparire le ustioni con una sostanza che fa in casa! Me lo ha raccontato una mia cugina. Una sua amica si è ustionata con acqua bollente. Non puoi capire il danno! La pelle completamente devastata! Eppure un mese dopo neanche una piccola cicatrice! La pelle intatta! Io neanche volevo crederci che si era bruciata! Perché non vi informate? Io ho pensato subito a Clara”.
Che meravigliosa notizia.
Avevo smesso di crederci ed ecco arrivare una novità che ha del miracoloso.
Eccitata ho smesso di far finta di studiare per poter meglio ascoltare.
“Dove si trova questo posto?”, ha chiesto mia madre,
“In pratica sulla strada per Tempio Pausania. Il paese è molto piccolo. Se chiedete i paesani stessi vi diranno dove andare. A quanto pare quaesto signore è conosciuto in tutta Italia”,
“Va bene, ne parlerò con mio marito e poi vedremo che fare. Grazie Pinuccia”.
Ho incollato di nuovo gli occhi sui libri simulando una gran concentrazione.
Mia madre mi passò affianco senza dire una parola.
Ho rivolto di nuovo l’attenzione alla mia vicina di casa.
Lei mi ha fatto un gran sorriso e l’occhietto.
“Studia, studia che tra poco arriveranno cose belle!”, mi ha raccomandato contenta.

Eravamo a Nuchis.
Eravamo arrivati in paese che erano le undici di mattina.
In giro non c’era un anima.
Non si vedeva nessuno. A chi chiedere informazioni?
Persino i due bar che abbaimo incrociato erano chiusi.
Abbiamo deciso di visitare la chiesa.
Almeno avremo potuto giustuficare il lungo viaggio con quella visita, dato che il paesello sembrava fosse stato abbandonato.
L’edificio era dedicato ai Santi Cosma e Damiano. I patroni del paese. Proprio qui abbiamo incontrato il nostro cicerone paesano.
Il vecchietto sembrò del tutto felice di rispondere alle nostre domande.
“Si. Ho capito benissimo chi cercate. Vi accompanerò io stesso a casa sua. Sono praticamente cresciuto insieme a Gino. Sarà un occasione per fargli un saluto. Conoscete già la storia della sua famiglia?”.
“Solo qualche particolare vago, per sentito dire”, gli ha risposto mio padre.
La frase lo ha incoraggiato a proseguire nella sua narrazione.
“Suo nonno si era ustionato un braccio. Era pastore. Un giorno, mentre riposava sotto un albero, gli apparvero in sogno i Santi Cosma e Damiano. Gli fecero dono di una mistura liquida con la quale avrebbe potuto guarire il suo braccio. In cambio, lui avrebbe dovuto aiutare chiunque avesse bussato alla sua porta senza chiedere nulla in cambio. Da allora si passano di generazione in generazione, in gran segreto, gli ingredienti di quella soluzione e aiutano chi ne ha veramente bisogno. Storia davvero interessante, vero? Da allora, ininterrottamente, qui arrivano forestieri, prima solo dall’isola, poi da tutto il continente. Persino quel pilota famoso che si è bruciato durante una corsa…Ecco siamo arrivati. La casa è proprio questa. Gino di sicuro è al piano di sopra. Venite con me”.
Lo abbiamo seguito per una rampa di scale esterna che immetteva dentro una stanzetta in penonbra.
Lo spettacolo un poco ci ha impressioati.
Di fronte a noi sedeva un vecchietto dai candidi capelli bianchi.
Il viso e le braccia erano macchiati dalla vitiligine. Laddove la pelle avrebbe dovuto essere pallidissima, era di un tenero color rosa.
Le sue braccia erano appoggiate ad un misero tavolo semplice semplice sul quale erano posati un numero illimitato di barattoli di tutte le dimenzioni.
Il contenuto di ognuno di essi poteva sembrare acqua sporca. Stagnante.
In ogni barattolo era immerso un vecchio penello. Anch’essi erano delle dimenzioni più svariate.
L’aria era pregna dell’essenza di una qualche erba.
Ai lati del tavolo un piccolo gruppo di persone si passavano i pennelli sul corpo dopo averli immersi nei barattoli.
Il vecchietto dirigeva diligentemente quel traffico dicendo ad ognuno di quale barattolo servirsi.
Ognuna di quelle persone aveva una vistosa cicatrice da ustione.
Per lo più si trattava di incidenti recenti.
Ho notato, tuttavia, che c’era chi aveva ustioni vecchie quanto le mie.
La nostra guida parlò in dialetto con il padrone di casa; ci ha augurato ogni bene ed è andato via.
“Come posso aiutarvi?”, ci ha chiesto il famoso Gino.
Mia madre gli raccontò della mia situazione e mi incitata a mostrare le mie cicatrici.
In quel campo di battaglia rappresentato dalla stanza in cui ero non mi sono sentita una menomata. Per la prima volta nella mia vita non ho provato vergogna nell’abbassarmi i miei pantaloni.
Tra quelle mura tutti avevano la pelle corrotta.
Ero semplicemente una tra i tanti e non la bambina con le gambe ustionate.
Il vecchio mi ha esaminata con attenzione.
“Sono cicatrici profonde e vecchie. Di sicuro posso aiutarvi; sappiate, però che ci vorrá molto tempo perché ci sia il risultato desiderato. Se la cicatrice fosse stata recente in un mese si sarebbe potuto risolvere tutto, ma non con cicatrici tanto datate. Potete iniziare anche subito; se così volete. Io sarò qui tutte le mattine dalle nove a mezzogiorno. Vi do solo qualche raccomandazione: la bambina non dovrà mai toccarsi le croste che si formeranno e non dovrà assolutamente prendere il sole”.
Ci ha passato un grosso pennello imbevuto del non allettante liquido misterioso.
Conoscendo quanto mia madre fosse fissata con l’igiene mi aspettavo che mi spingesse via e che mi avrebbe portato via a gambe levate.
Con mio grande stupore ho visto mia madre prendere l’oggetto con sicurezza e passarlo con cura sulle mie gambe.
Era un liquido rinfrescante, carico dell’ odore di una qualche erba che non riuscivo ad identificare.
Per un mese, ogni mattina, abbiamo fatto un quotidiano pellegrinaggio da Olbia a Nuchis.

53-esami

Esami di quinta elementare superati senza problemi.
Alla grande.
Sapevo sarebbe stato così.
Me lo sentivo prima che tutto avesse inizio.
Ho affrontato gli scritti senza problemi: ho scelto di sviluppare il tema in cui si richiedeva di parlare della persona più significativa della nostra vita e di giustificare la scelta.
Chi ho scelto?
Tra la vastità delle mie conoscenze ho scelto mia madre.
Non chiedetemi perché: me lo domando a tutt’oggi.
Mi sono infilata in un’impresa titanica.
Potessi tornare indietro nel tempo sceglierei Sailor moon, Topolino, Sonia e la sua posta…Babbo Natale…Sapendo scrivere avendo saputo farlo da molto tempo so per certo che ne sarebbe uscito fuori qualcosa di buono.
Io invece ho scelto mia madre.
Ho fatto una lunga lista.
Tutti i suoi difetti.
I difetti che vedevo allora: urla troppo, mi fa pulire troppo, mi fa vedere poca televisione, non mi lascia mangiare come vorrei, mi fa uscire poco con le amiche, non le piace portarmi al parco…una lunga lista di cui non ricordo molto.
Ricordo però la conclusione: al di là di tutti i suoi difetti io avrei sempre scelto lei come mia madre perché lei era l’amore della mia vita.
Per molti anni non mi ero ricordata del suddetto tema.
A riportarmelo alla memoria è stata mia madre. Durante una nostra litigata. Lei ha ammesso di essersi vergognata a leggerlo: non era stato carino fare una lista nera di quelli che io ritenevo fossero suoi difetti. Ha ammesso di esserci rimasta male.
Le sue parole mi hanno zittita. Era vero. Aveva ragione. Ero stata scorretta. Lei, tuttavia non aveva letto con attenzione.
Il tema mi chiedeva di descrivere quale fosse la persona più importante della vita ed io avevo scelto lei.
Avevo concluso il tema con una dichiarazione d’amore che lei non ha mai visto perché troppo impegnata a vedere la descrizione dei suoi difetti.
Perché mia madre non ha mai visto le parole di cui mi sono servita per dire che era l’amore della mia vita?
Se il mio scritto non è piaciuto mia madre di certo è stato gradito da chi di competenza.
Mi sentivo tanto sicura di me stessa che mi è andata bene anche con gli scritti di matematica. Davvero incredibile.
Ero così spavalda che quando le maestre hanno chiesto se ci fosse un volontario, io ho alzato la mano e mi sono offerta come prima.
Dieci minuti ed era finito tutto.
libera.
Libera di iniziare le medie e fiera di aver finito le elementari.
Sarei scorretta se non lo dicessi: i miei mi hanno riempita di complimenti.
Lodi e un regalo da scegliere.
Non ricordo quale premio avessi deciso di concedermi ma gli occhi orgogliosi, il sorriso, il calore dei miei genitori lo ricordo bene.
Mi sentivo non più piccola piccola ma un gigante che avrebbe fatto di tutto per vedere il più a lungo possibile quella luce che sembrava circondare la mia famiglia.

52-secondo posto

Mio fratello è sempre stato migliore di me agli occhi dei miei genitori.
Ha imparato a nuotare prima di me, ha imparato a sciare prima di me, ha imparato ad andare in bicicletta prima di me.
E’ sempre stato avanti a me.
Non mi importava che gli riuscisse meglio fare tutto.
Non ero gelosa.
Sapevo che avrei imparato anche io.
Non era più bravo di me. Non era migliore.
E’ solo più svelto.
Mi dava fastidio il continuo paragone che si faceva tra di noi.
Mi sentivo piccola piccola quando lodavano Javier per i suoi successi.
Sapevo che per me non sarebbero arrivati.
Perché non mi incoraggiavano a me?
Erano duri perché duro era il mondo ed io sarei dovuta crescere con le spalle robuste?
Sottolineare continuamente la sua bravura metteva in luce la mia lentezza.
Fermi tutti.
Non era lentezza: erano i miei tempi.
Non mi faceva male il mio modo di essere.
Mi feriva il modo di comportarsi dei miei.
Perché avrei dovuto cambiare?
Perché avrei dovuto essere come mio fratello?
Ho iniziato ad avere dei soprannomi: tartapiana, ghiro…tutto ciò che in natura è lento mi era attribuito.
Era un difetto tanto brutto fare le cose con calma?
Prendersi il tempo che ciascuno reputa necessario?
Non capivo proprio il loro desiderio di vedermi correre. Di vedermi portare al massimo le mie potenzialità.
Sminuirmi con me non era la tattica giusta.
Pensavano che mi sarei data una mossa per godere di vedere mio fratello alle mie spalle?
Poi avrebbero iniziato ad angosciare lui?
Ero stanca dei paragoni continui, della continua gara a cui ero costretta a partecipare e in cui ero consapevole sarei sempre arrivata seconda.
Nel tentativo di fortificarmi mi stavano scoraggiando.
Mi stavano fossilizzando al secondo posto.
Mi stavano facendo credere che fossi lenta.
Che fossi sbagliata.
Per sedare la boria di mio fratello hanno attribuito anche a lui soprannome: saputello di poche cose.
Mia madre e mio padre si lamentavano della sua vivacità e della sua pretesa di saper tutto.
Io attribuivo loro la colpa della sua spavalderia.
Gli davano troppo importanza.

51-tabù

Quando, un pomeriggio, avvicinandosi silenziosa da dietro, ha visto quale fosse l’argomento del mio studiare, mi ha chiuso il libro di scatto.
Non mi ero accorta della sua presenza.
La sua mossa mi ha lasciata di sasso talmente era stata improvvisa ed innaspettata.
Perchè quella reazione?
Colta alla sprovvista sono rimasta pietrificata dallo stupore.
Nel momento in cui ho iniziato lo studio dell’apparato riproduttivo maschile e femminile in quinta elementare ho scoperto un’altra fissazione di mia madre: per lei l’argomento sesso rappresentava il tabù di cui non si doveva assolutamente far cenno.
Non se ne doveva assolutamente parlare.
“Dedica il tuo tempo allo studio delle cose davvero importanti. Adesso non ti serve a nulla imparare certe cose. Quando arriverà il momento tutto verrà da se”.
Lì per lì la frase mi ha colpita.
Non per il vero significato di quelle parole nè per quello che avrebbero implicato lungo tutto il mio sviluppo. Ingenuamente ho pensato:
“Mia madre che mi proibisce di studiare qualcosa?”.
Mi sembrava improbabile. Difficile da credere.
Dopo una bella alzata di spalle, ho fatto come aveva preteso e sono pasata a fare gli altri compiti, ero persino felice di poter saltare qualche argomento di studio.
Per fortuna il giorno dopo non sono stata interrogata durante l’ora di scienze. Nessuno ha mai saputo di questa storia.
Nemmeno mio padre era stato messo al corrente che mia madre non volesse che io avessi una buona educazione sessuale.
A dispetto della volontà di mia madre, a scuola ho imparato quanto fosse giusto che sapessi per età che avevo.
Pur avendo avuto contatto diretto con il sesso, le mie conoscenze erano state pari a zero.

5o-il trio mondezza

Durante i mesi estivi ho iniziato ad avere delle amicizie significative.
Negli anni mi sono legata molto con due persone: Michela e Lucia.
Di sicuro avrei passato un mese in loro compagnia, giacchè erano solite trascorrere solo quei trenta giorni a Porto Istana.
Amavo passare il mio tempo libero con loro.
Il primo anno in cui le ho incontrate mia madre mi ha concesso un’inusuale relativa libertà. Potevamo secendere in spiaggia da soli, restare a pranzo lì con i nostri amici, stare in giro per il villaggio dopo il pranzo, uscire un poco la sera a patto che non uscissimo dal perimetro che lo delimitava.
E’ stato l’anno più bello delle mie vacanzeestive.
L’estate successiva ci fu una clamorosa marcia indietro; mamma limitò gran parte della nostra giá molto relativa libertá.
Riportò la routine delle nostre giornate nel medesimo svolgimento che la caratterizzava negli anni precedenti: precedenza indiscussa allo studio, stessi orari di mare per tutti, vale a dire che si scendeva e si saliva insieme a lei, e al tramonto tutti a casa.
E’ stato sconfortante
Le mie giornate iniziarono a caratterizzarsi per l’attesa: io che guardavo l’orizzonte in attesa di veder giungere le mie amiche.
Durante tutto l’arco dell’anno, io e le mie amiche ci tenevamo in contatto tramite lettera.
Le mie amiche dell’estate durante l’anno diventavano le famose amiche di penna. In questo modo ciascuna sapeva cosa fosse accaduto all’altra e sapevamo giá di cosa discutere nel mese di luglio. La vita delle mie amiche mi appariva mille volte più affascinante della mia mia.
I loro racconti e le loro vicende non erano neppure confrontabili con la ripetitivitá e la prevedibilità della mia quotidianitá.
Il mio scambio di lettere aveva solo una grande controindicazione: mia madre la aprva. Era la prima a leggerle.
Nel giungere casa trovavo la mia corrispondenza aperta sul tavolo della mia scrivania.
La vista di quella carta strappata da mani che non erano le mie mi faceva salire le lacrime agli occhi.
Era come se mi avessero rubato un mio diritto.
Ai miei furiosi lamenti lei si giustificava:
“Io sono tua madre, devo sapere tutto di te, tra di noi non ci devono essere segreti”.
“Allora leggi le mie lettere e non quelle che mi arrivano dalle mie amiche! Ti impicci della loro vita, non solo della mia, il che è doppiamente ingiusto!”.
Discorsi che non servirono mai a nulla.
Il suo ruolo di madre, a suo dire, la legittimava sempre a leggere la posta che arrivava a nome mio. Sotto il nostro tetto non erano contemplato il diritto alla privasy.
Una modalitá tirannica che si è rinforzato negli anni non venne mai meno.
Naturalmente al mio crescerre aumentò il mio disappunto a questo stato di cose.
Ho avvisato le mie amiche della sorveglianza eccessiva di mia madre.
A loro non importò molto della notizia, hanno ritenuto di non avere nulla di teribile da nascondere e di vivere una normale vita da ragazzine.
E’ stato durante le sue azioni di spionaggio che mia madre è venuta a sapere della bocciatura di Michela, che i suoi genitori erano separati e delle prime storie d’amore della mia amica
Mi ha vietato di continuare la sua amicizia.
Agli occhi di mia madre la mia amica rappresentò un pessimo esempio per me.
Lucia non le era mai piaciuta, non giustificò mai questa sua avversione. Io avevo la sensazione fosse dovuto al fatto che la sua famiglia avesse molti più soldi della mia.
Influenzata dalle pressanti e continue direttive di mia madre per stanchezza ed ingenuità ho preso la decisione di darle retta. Non rivolgevo loro nemmeno il saluto.
E’ stata mia madre a stabilire quali fossero le giuste amicizie per me.
“Guarda Chiara, si vede a occhio che è una bravissima ragazza. Conosco i genitori. Sono delle bravissime persone”.
Chi era Chiara? Una ragazzetta timida timida sempre molto contenuta. Il più delle volte la vedevo in compagnia della madre e del padre. Dovevo scegliere lei perchè piaceva a mia madre.
Ho accontentato la sua richiesta. Stavo con Chiara ma da lontano osservavo Michela e Lucia. La nostra tranquillità era l’opposto delle loro risate chiassose, degli schizzi ribelli che sollevavano nell’entrare in acqua come due rinoceronti. Io volevo quel rumore, quella legale sregolatezza, quella del tutto normale baccano.
Per tutto l’anno avrei dovuto vivere sotto le rigide regole di mia madre. Avevo solo un meseper poter avere la sensazione di poter avere meno limitazioni. Non ho potuto ne voluto accontentare mia madre in una richiesta che sapevo fosse sbagliata.
Era giusto che mi scegliessi da sola con chi passare il mio tempo libero.
Ho fatto il tentativo di riavvicinarmi a Michela e Lucia, non del tutto certa che loro mi avrebbero perdonata.
Mi hanno accolta a braccia aperte, a chiara dimostrazione di un’amicizia genuina e positiva.
“Tu con le brave ragazze proprio non ci sai stare”.
Da Allora per mia madre siamo diventate il trio mondezza.
La questione è diventata drammatica quando a Michela, da un anno all’altro si è presentata con un corpo da donna. Io e Lucia eravamo belle tonde e piuttosto bruttine. Michela diventata una bella ragazzetta con un corpo mozzafiato. Si giravano tutti a guardarla.
Peggio ancora iniziò a fumare. Di nascosto.
Mia madre era venuta a saperlo e quella è stata la goccia che ha fatto trabboccare il vaso.
Le mie amiche erano delle ragazzacce. Mi proibì di uscire con loro la sera.
“Quando è buio tu stai a casa”
“Ma il villaggio è un posto piccolo e tranquillo. Tutti vedono quello che fai. Perché io non posso uscire un po’ la sera! Persino i bambini di cinque anni se ne vanno in giro da soli fino a tardi!”
“Non mi interessa. Tu e tuo fratello ve ne state a casa”.
“Alle dieci stiamo sempre a casa! Io rientro quando tutti escono e ora mi togli quel briciolo che ci dai?”
“Se fai le scelte sbagliate si”
“Se è perchè michela fuma è una stupidaggine! A me le sigarette non interessano!”.
Niente serviva a smuoverla.
Con la scusa dello studio giornaliero mia madre ha cercato di limitare il contatto con le mie amiche. Ci ha provato in maniera drastica: al mare la mattina presto e poi verso le undici a casa a studiare. Dopo pranzo di nuovo a studiare e al mare alle cinque.
Strategia giusta. Per qualche tempo non ho potuto vedere per nulla le mie amiche,talmente i nostri orari erano stati sballati.
Solo la provvidenza mi ha salvata.
Quando scendevamo in spiaggia la tipologia di persone che incontravamo erano due: persone molto anziane o madre con neonati. A tutti era chiaro quanto io e mio fratello ci annoiassimo. In più dovevamo aspettare tre ore per farci il bagno. Io e mio fratello ci stancavamo presto della reciproca compagnia.
Solo nostra madre non se ne curava.
“Perché non lasci che questi ragazzi scendano più tardi in spiaggia insieme a quelli della loro età? Non mi sembra ci siano tanti altri con cui possano svagarsi se scendono così presto”.
Quelle sante e veritiere parole hanno obbligato nostra madre e limitare i suoi atteggiamenti.
Ci fera stato concesso di scendere in spiaggia più tardi, dopo aver studiato.
Con tutto quello studio avremmo dovuto essere delle cime.
Eravamo sempre tra i più bravi, tuttavia non abbiamo mai brillato come i nostri genitori avrebbero voluto.
Noi avremo dovuto brillare più di chiunque altro.

49-crollo degli equilibri

Alla morte improvvisa del mio caro, burbero nonno mi sono stati chiari chiari i precari equilibri sui quali si reggeva l’armonia della mia famiglia.
Era la sua presenza a determinare il fatto che i suoi figli tollerassero ciascuno la presenza degli altri. La sua dipartita fece saltare fuori tutti i dissapori.
Quando ho perso lui, il circuito si è interrotto e il cortocircuito è stato immediato.
Come ogni morte è stato brutto. Perdere improvvisamente il mio unico nonno mi ha devastata.
Ricordo che è venuto zio Sandro a darci la notizia. Ho pianto disperatamente e mi sono lasciata cadere a terra come un sacco vuoto.
Quella è stata la seconda volta che ho visto piangere mio padre.

Avevo notato che mia madre mal tollerava che io passassi troppo tempo con le mie zie.
Ci era concesso passare del tempo con nonno, ma se poco poco si accorgeva che una delle mie zie si era unita a noi nel tenergli compagnia allora lei ci richiamava a casa.
Se per caso entravamo in casa di zia Caterina, non arrivavi a dieci che lei già ci stava richiamando a gran voce. Se non fossimo tornati a casa dopo il secondo richiamo, ciò avrebbe determinato un litigio.
Mi piaceva la compagnia delle mie zie. Mi godevo i pochi minuti che ci erano concessi, prima che sentissi il fermo, autoritario, inevitabile richiamo:
“Claraaaaa! Mauriziiiiiooooo!”.
Con chiunque fossimo e qualunque cosa facessimo, lo scatto doveva essere immediato.
La morte del nonno è significato anche che il Natale lo avremmo trascorso solo in quattro: mamma, papà, io e mio fratello.
Quella è stata la scoperta che mi è piaciuta di meno.
Sapevo benissimo che non mi sarei divertita e che non avrei mangiato come sarebbe capitato insieme ad una tavolata di una ventina di persone.
Avevo scopreto di essere compagnona. Amavo il chiasso, il disordine di quella piccola folla, l’abbondanza in tutto…A casa mia tutto mi appariva così normale…Liscio, non frizzante come era gli anno precedenti.
Delle festività è arrivato a piacermi solo il momento dello scarto dei regali…Il resto era come una giornata qulasiasi.
Unica novita: un maggiore impegno di mia madre in cucina. Ci preparava i piatti che le riuscivano meglio. Una cena buona, non certo una cena speciale.
Con il passare degli anni, il rapporto tra mia madre e le mie zie è diventato via via più crudo.
Si è arrivato al punto che lei pretendesse che non rivolgessimo loro la parola; neanche per un saluto. A nulla sono valsi i nostri sforzi di farla ragionare.
“Sono le nostre zie. Noi non abbiamo litigato con loro…”
“Voi volete farmi crepare di dolore! Non avete capito il male che mi hanno causato!?”.
Allora non conoscevo i fatti che si nascondevano dietro quelle parole. Non sapevo, tante, troppe cose, cosí come ero ignora delle due faccie della medaglia.
Ai miei occhi solo una cosa era chiara: il comportamento delle mie zie mi sembrava più ragionevole se confrontato ai furibondi scatti di ira di mia madre. Proprio non riuscivo a capirla. Mi dispiaceva vederla tanto indispettita come mi dispiaceva dover essere forzatamente fredda con le mie zie e le mie cugine.
Mio padre non reagiva a questo scambio di parole.
Se ne rimaneva in silenzio.
Se incontrava le sorelle si limitava ad un rapido saluto.
Non ho mai capito il suo disinteresse per la questione.
Con i parenti della Sardegna era tutto molto diverso.
Eravamo molto più liberi di esprimere il nostro affetto e di passare del tempo in loro compagnia. Amavo l’estate proprio perché sapevo che avrei passato del tempo con altre persone al di fuori di mio padre e di mia madre.

48-la famiglia perfetta

Quella lontana estate ci fu una novitá.
Si chiamava Cristian. Il figlio di una nipote di mia mamma.
Io l’ho accolto con una certa timidezza: era bello e fin troppo estroverso; una miscela che mi metteva un poco a disagio.
Cristian si ambientò bene al villaggio e trovò persino una fidanzata: Silvia, la mia vicina di casa, una bella bionda che gli calzava a pennello.
Appena potevano stavano sempre a baciarsi.
Me ne stavo vicina a loro a reggere il moccolo perchè era l’unico modo affinchè stessero insieme senza che fosse di fastidio per nessuno. Un maschio e una femmina da soli era sconveniente, persino se poco più che bambini. In tre tutto era più rispettabile.
Il mio furbo fratello, capita l’antifona e compreso che per Cristian era più interessante la compagnia di Silvia che la sua, se la diede a gambe. Il risultato fu che mi sono trovata ad essere la dama di compagnia della giovane coppia.
“Beati loro che si sono trovati”, pensavo sconsolata e invidiosa, chiusa in un ruolo per nulla dignitoso.
Avrei voluto prendere le distanze ma i due novelli fidanzatini mi hanno commossa quando mi hanno confidato che la loro estiva storia d’amore non avrebbe retto agli occhi degli adulti se io avessi loro voltato le spalle. Mi rassegai ad essere il palo della loro giovane relazione. Scomodo, triste ma avevo preso la decisione di aiutarli.
Altri pensieri sono passati in testa a mia madre.
“Sei una svergognata! Vi ho visti! Ho visto che vi baciavate a turno! Ma non ti vergogni? Come hai potuto permettere una cosa tanto disgustosa: prima baciava l’altra e poi baciava te! Mi fai schifo! Mi vergogno io!”.
Come aveva potuto vedere qualcosa che non era mai successa!?
Oltre il danno la beffa.
Inutile dire che io mi facevo i cavoli miei mentre le due colombelle tubavano. Ho provato a spiegarle. A chiarirle la situazione.
Mi sono arrabiata. Mi sono messa a piangere per la situazione paradossale. Inutilmente. Lei testardamente non ha voluto credermi.
“Lo sapevo che non avrei dovuto prendermi la responsabilità di Cristian, infatti mi aspettavo guai!”.
Una tresca bambinesca era un problema insormontabile?
Quelle pomiciate erano una così grande questione?
Io non la vedevo così.
Mi ha profondamente rattristata la poca fiducia che mia madre mi ha dimostrato. Il fatto che non abbia voluto credere alla mia versione. Le sue parole significavano che ci aveva spiati, per troppo poco tempo, se ha tratto determinate conclusioni. Se solo avesse frenato maggiormente quei suoi occhi ladri avrebbe visto che mentre quei due si baciavano, io me ne stavo la vicina a giocare col mio secchiello pieno di poveri ricci portati via dal mare.
A seguito di quel giorno mia madre cercò di tenermi lontana da Silvia.
Senza saperlo mi stava facendo un favore. Ha mal interpretato il mio ruolo ma grazie a lei mi sono trovata fuori da una situazione che mi creava solo disagio. Io volevo godermi le mie vacanze estive no fare da paggetto alla mia amichetta e a mio cugino.
Riportare a casa Cristian mi ha dato l’opportunità di incontrare alcuni parenti sardi.
Quella stessa lontana estate ho conosciuto la famiglia del fratello di mia mamma: zio Pasquale.
Incontrare loro mi ha riscattata dalle false accuse di mia madre. Come se il destino avesse voluto chiedermi scusa facendomi incontrare loro.
Con gioia immensa ho rincontrato mia cugina Stefania e l’allora fidanzato Milko. Con loro era stato amore a prima vista. Li avevo incontrati a Roma l’autunno precedente e da quel primo incontro li ho amati. Il resto della famiglia mi ha ugualmente rubato il cuore. Zia Anna, Alessandra, Paolo. Con loro ti sentivi a casa. Che dico: meglio che a casa propria. Che a casa mia. Difficile spiegare come e perchè ma la loro compagnia era la mia preferita tra quella di tutti i parenti. Non ti sentivi semplicemente ospite ma quasi un figlio, un fratello. Adoravo le mie cugine, quelli che diventeranno i loro rispetivi mariti e quei due zii.
Zio Pasquale mi intimoriva un poco; lo vedevo così simile a mamma che inconsapevolmente ne ho accomunato anche la personalità. Nella mia mente mio zio era severo come e quanto mia madre. Al contrario la moglie per me è sempre stata la personificazione della bontà. La coppia perfetta ai miei occhi.
Guardandoli dicevo a mestessa che da grande sarei dovuta diventare come le mie due cugine e poi come mia zia. Adoravo vedere Alessandra e Stefania mentre si vestivano, mentre si truccavano. Mi sembravano così belle. Perfette. Adoravo vederle mano nella mano con la loro metà. Mi dicevo che anche io avrei dovuto trovare un uomo come loro: spiritoso, educato…Poi esaminavo mia zia; la mamma e donna perfetta. Seguivo la sua illimitata capacità ai fornelli sognando di averne un quarto della sua quando mi sarebbe stato utile.
Loro erano lil mio modello di famiglia preferita.
È stato buffo sentire mia madre libera di esprimersi nel suo dialetto. Era solito parlarlo al telefono, ma la botta e risposta era tutt’altra cosa. Ascoltavo rapita il loro strani scambi di parole. Stranamente capivo qualcosa, ma la gran parte dei loro discorsi erano puro arabo.
Unico rammarico: aver passato così poco tempo in loro compagnia.

47-breve libertà

Hanno mantenuto la promessa la nostra settimna bianca è arrivata.
I nostri genitori pretendevano molto ma premiavano sempre i nostri sforzi.
Eravamo euforici già durante lo shopping. Tute da neve, scarponi, scii… Sembrava ci avessero regalato diamanti. Pazzi di gioia metevamo tra le mani le nostre nuove conquiste sognando il momento in cui le avremo indossate.
Chiunque incontrassiamo era destinato alla frase: “Lo sai che tra poco andremo in settimana bianca!?’.
Non sapevamo nemmeno cosa significasse ma dovevamo condividere la nostra felicità con chiunque ci conoscesse.
Ricordo ancora il nome dell’albergo: Pizzalto. Una grande edifico bianco incorniciato dai fitti balconi rivestitit di lego scuro. L’intensità di quel marrone spiccava su quel mondo bianco nel quale eravamo arrivati.
Neve. Neve ovunque. Mi sono sentita in paradiso. Persino il vento gelato che mi colarava le gote di rosso mi piaceva. Fissavo incantata quel mondo nuovo. Freddo ma bellissimo.
Con curiosità ammiravo fitti puntini colorati che sembravano ballare sulla neve. Scivolavano con grazia giù dai pendii delle montagne; per un attimo mi sembrò non difficile da fare. Con frenesia aspettavo il momento in cui avei messo gli sci ai piedi.
Al nostro arrivo in albergo ci hanno trattato come se fossimo delle massime autorità. Il personale ci ha coccolato e trattato con la massima professionalità. Mi vedevo circondata da un lusso che potevo ammirare per la prima volta. Ai miei occhi ero circondata dal meglio che potessi avere.
Eravamo in compagnia della famiglia di un collega di mio padre, perciò neppure la compagnia ci mancava.
Con entusianmo abbiamo indossato tute, scarponi e sci. Marco e Fabio sono partiti in quarta. Contagiata dalla loro spontaneità ho cercato di seguirli.
Ho tentato.
Avevo totalmente dimenticato un particolare: io non sapevo sciare.
Con la consapevolezza è arrivata anche la paura. Sarebbe stato bello semplicemente giocarci con la neve…Non dovevo mica sciare per forza…Avrei potuto prendere il sole insieme a mamma..Vedere mio fratello muoversi titubante ma voglioso e determinato ad imparare mi ha portato a reagire a dispetto dei miei timori. Dopo aver imparato un lento ed impacciato spazzaneve si è deciso di prendere un maestro che ci insegnasse le basi.
E’ stata una settimana di puro divertimento.
La mattina ci riempivamo la pancia con una ricca colazione e poi sciavamo per l’intera giornata. Talmente era la nostra passione per lo scii che non ci fermavamo neppure per pranzo.
Ci rifacevamo la sera. Le cene più gustose di tutta la mia vita.
Movimento, ozio e buon cibo.
La settimana perfetta. Per ognuno di noi. Ci sembrava di ricaricarci e allo tempo toglierci di dosso lo stress accumulato.
Era come aver la possibilità di evadere per un tempo limitato dalla propria quotidianità. Concedersi una pausa dalla propria vita. Qualunque essa fosse. Poter godere di quanto era a portata di mano senza dover pensare ai doveri che il proprio ruolo imponevano. Madre, padre, figli. Senza cessare di prendersi cura l’uno dell’altro avevamo la possibilità di assaporare una breve ma intensa libertà. Come se ci fosse stato detto: “Pensate solo a divertirvi, a scegliere quello che desiderate”.
Tempi brevi che volavano via veloci ma che ci lasciavano soddisfatti.