66-tecnologia, dichiarazione e postino

Sedici anni e non sentirli per niente.
Presi la decisione di scrivere il mio diario servendomi dell’alfabeto greco.
Che avessi mai avuto da nascondere?
Nulla.
Solo la mia vita.
Le mie banalità.
Le letture curiose ed illegittime di mia madre mi irritavano.
Sentire le mie parole sulla sua bocca era asfissiante.
Sentirle usate contro di me anche peggio.
Se mi fossero state rivolte le domande riguardo la mia vita, io avrei risposto.
Mi infastidiva terribilmente che non fossero rispettati i miei fragili spazi.
Quelle pagine erano tutte per me.
Riguardavano me.
Perché dovevano essere violate da occhi indiscreti?
Anzi, la considerazione era un’altra: ma guarda un po’ quali bizzarri stratagemmi che mi toccava mettere in atto per garantirmi un po’ di sana riservatezza!

Di ritorno a scuola ho incontrato zia Antonietta per le scale.
Dopo un bacio di saluto abbiamo iniziato a chiaccherare pacatamente del più e del meno.
Non un lungo scambio di parole.
Dopo esserci augurate il buon pranzo ci siamo separate.
Non faccio in tempo a chiudere la porta di casa che mi sono ritrovata mia madre alle spalle,
“Tu lo fai apposta per farmi crepare vero?”, mi ha urlato contro.
Cadere dalle nuvole.
Ecco come mi sono sentita.
Non avevo la minima idea di cosa fosse appena accaduto.
“Io ci sto male e tu che fai? Le saluti come se niente fosse! Ci chiaccheri!”, disse sbalordita.
Finalmente avevo capito a cosa fosse dovuta quella sua scenata isterica.
Si era offesa perchè avevo avuto uno scambio di battute con mia zia.
“È mia zia, capisco che voi due avete litigato; non so neanche perchè, fatto sta che a me zia Antonietta non ha fatto niente. Perchè dovrei toglierle il saluto? Mi sembra esagerato…e anche una questione di educazione…”
“E allora lo vedi che me lo fai apposta!? Quando tu la saluti io mi sento male! Tu non sai cosa mi hanno fatto!”.
Blocca così il discorso e mi da le spalle per andare in cucina.
“Che ti ha fatto?”
“Non solo lei: tutta la famiglia di tuo padre. Sono stati meschini! Sempre a fare feste mentre io e Marta eravamo chiuse in camera a piangere insieme dopo ogni operazione. Persino dopo che è morta hanno continuato. Lá in giardino a festeggiare e mangiare mentre io ero distrutta dal dolore…”.
Brutte cose.
Non volevo credere che fosse successo realmente.
Certo era che mia madre ne soffriva ancora moltissimo.
Difficile non credere alla bocca della propria madre.
Difficile non credere al suo dolore.
Ho deciso di accontentarla.
Non avevo una confidenza tale con zie e cugine tale da sentire la loro assenza.
Ho tolto il saluto ad ogni mio parente.
Se incontrati per sbaglio facevo finta di non vederli.
Non era affatto piacevole per me, lo facevo solo per mia madre.
Se per caso si organizzava qualche festa in giardino mia madre chiedeva a mio padre di portarci fuori porta a passare la domenica fuori. Quando no era possibile allontanarsi di casa mia madre ci barricava dentro,con le persiane chiuse o socchiuse per far credere ai nostri parenti che in casa non ci fosse nessuno.
Il fatto che mio padre non si ribellasse a questo comportamento, a questa distanza coatta da chi aveva il suo stesso sangue mi aveva convinta che fosse vero che i nostri parenti fossero stati sleali ed egoisti con mia madre.

Dati i miei buoni risultati per il primo anno di ginnasio i miei hanno deciso di regalarmi un cellulare.
Un riconoscimento per la mia buona promozione.
Per la prima volta nella mia vita ero davanti a mio fratello.
Finalmente ero io quella più brava.
La cosa è stata accettata senza critiche.
Per qualche mese, durante quella lontana estate, ho camminato sulle nuvole.
Cosa ci facevo con quel cellulare?
Qualche messaggio con le compagne di classe, qualche scambio con Michela e Lucia e la quotidiana telefonata a nostro padre quando era da solo a Roma mentre noi eravamo in Sardegna.
Per il resto ci giocavo tenendolo in mano.
Accendevo il display per vedere i tasti illuminarsi.
Un più moderno carodiario elettronico per me.
Mi è anche dispiaciuto dover smettere di usare la cabina telefonica: era un’occasione per farci una passeggiata al villaggio appena dopo cena.
Il massimo che si poteva la sera dopo l’arrivo del mio cellulare era chiamare in giardino cercando un punto in cui la linea prendesse decentemente.

Nonostante il mio essere una ragazzetta insignificante, nulla mi impediva di avere le mie cotte.
Le vivevo osservando da lontano la fonte del mio innamoramento; timida, decisa a non farmi notare e nascondere i miei sentimenti.
A chi ti conosce bene è difficile mentire, soprattutto se si è giovani ed ingenui.
Michela ha catturato la direzione dei miei sguardi, mi ha sorriso.
“Non ti preoccupare, ci penso io!”.
Ho iniziato a preoccuparmi.
“No! non fare niente, non mi piace neanche tanto!…Lascia perdere! ti prego!”,
“Se non lo trovi così carino allora perchè passi il tempo a fissarlo?”.
Scoperta.
Impossibile negare l’evidenza.
Ho pregato Dio e tutti i Santi del paradiso che la mia amica si dimenticasse i suoi buoni propositi.
Cosa poteva uscirne di buono dal fatto che il ragazzetto più conteso del villaggio venisse a sapere che la rospa che ero le veniva dietro?
Non nutrivo la benchè minima illusione; mi stupiva che Michela non vedesse la semplice realtà dei fatti.
Avrei fatto una dichiarazione che mi avrebbe portato all’ennesima umiliazione e un due di picche. Ne ero pienamente consapevole.
Possibile lei non ci arrivasse?
Dove voleva arrivare a parare?
Da una parte mi inteneriva il fatto che lei mi incoraggiasse ad una normale vita da adolescente; solo ero io a non desiderlo…O meglio a sapere che le romanticherie estive non erano destinare alle ragazze cicciottelle, ustionate e bruttine come me.
Mi sono incamminata per la via del ritorno a casa con un certo nervosismo.
Per fortuna Chicco era alcuni giorni che non scendeva in spiaggia.
Michela sembrava aver smesso i panni di Cupido.
Avevo tirato un sospiro di sollievo troppo presto: eccolo apparire davanti a noi mentre scendeva verso il mare.
Nulla ha impedito al mio cuore di battere impazzito.
Avrei voluto che una improvvisa tormenta mi avesse portata via, lontano, molto lontano.
Avevo paura.
“Clara, aspettami quì seduta sul muretto finchè non ho fatto..”
“Aspetta tu…lasciamo perdere…”, inutile, ecco andargli incontro.
“Ciao Chicco, che posso dirti una cosa?”
“Ciao Michè…”…
Perchè assistere a quella scena?
Avrei trascinato via la mia amica; le avrei tappato la bocca.
“Sai, tu piaci molto a Clara…”
“Peccato che a me non piace lei”.
Parlavano di me ed era come sei io non fossi lì presente a un metro da loro.
Perchè la terra non mi aveva inghiottita in quel preciso istante?
Era accaduto esattamente quanto io mi ero aspettata, eppure ne soffrivo.
E’ stato brutto sentir dire dalla sua bocca che non gli piacevo.
Quanto era meglio prima e vivere nel dubbio, pur sapendolo; avere l’illusione che non gli facevo ribbrezzo.
Da quel momento invece ero diventata consapevole di una realtá che conoscevo ma che avrei voluto rimanesse muta.
Probabilente la mia espressione ha svelato tutto il mio dispiacere, perchè la mia amica mi ha abbracciato:
“Quanto meno ti sei tolta il dubbio, ora sai come stanno le cose, sarai più fortunata la prossima volta!”.
Io amavo quel dubbio!
Lo avrei voluto per sempre con me!
Mi era stato portato via.
Quanto mi sarebbe piaciuto avere la leggerezza con la quale Michela affrontava la vita.
Quale prossima volta?
Sapevo bene che non ci sarebbe stata.
Michela lo aveva fatto senza cattiveria; si era mossa pensando di essermi di aiuto.
Meglio passarci sopra, far finta di niente con lei, anche se sapevo che quella notte mi sarei fatto un pianto silenzioso con la testa nascosta sotto il mio caro cuscino.
Ero una formica per i ragazzi: c’ero, ma ero talmente insignificante che era come se non esistessi.
Non correvo di certo il pericolo di essere rincorsa da una mandria di ragazzi impazziti!
No, quelle cose erano capitate a mia madre; lei si che era stata una gran bella ragazza, avevo visto le sue foto e lo ammetto: fossi stato maschio anche io le avrei fatto la corte.
Certo, fossi stato un maschio intelligente sarei corso via a gambe levate nelle direzione opposta..ma questa è un’altra storia…

Ci fu una novitá con il giungere della notte: mi fu concesso di uscire un pochetto DI SERA!!(incredibile ma vero!).
Un po’ come se la vita volesse darmi una carezza dopo la mia obbligata dichiarazione con Chicco.
Il gruppo dei miei coetanei, o come era di moda chiamarla: la comitiva, aveva deciso di giocare al postino.
Non era altro che un più complicato gioco della bottiglia su commissione: un ragazzo mandava a detto tramite un terzo (il postino, appunto) ad una ragazza se aveva il permesso di baciarla o sulla guancia, o sulla bocca o con la lingua.
La damigella in questione poteva decidere se accettare o rifiutare.
Capirai!
Io che ci avrei giocato a fare!?
Chi mai avrebbe chiesto di baciarmi!?
No! No! Non era meglio giocare a nascondino?
camminare sulla ghiaia sui ginocchi per quanto mi riguardava!
Le coppiette avrebbero avuto la possibilità di infrattarsi e gli altri avrebbero potuto giocare liberamente.
Ma si sa, l’ormone, ad una certa età ha il sopravvento e la voglia del contatto fisico vince il desiderio del gioco.
Non per le cozze come me.
Mi sono sentita tagliata fuori prima che il gioco incominciasse.
“Io me ne torno a casa. Michè, Lucia mi accompagnate? Poi potete tornare…”.
L’ho chiesto solo perché la strada per arrivare ad essa era quasi totalmente in ombra e a me il buio no era mai piaciuto.
“Ma no! Dai! Resta anche tu! Capace che c’è qualche sorpresa per te!”
“E infatti! La buona volta che hai il permesso di uscire resta con noi! Dai! Non puoi davvero aver voglia di tornare a casa!”
Incredibile ma vero era proprio così: volevo proprio tornare a casa.
Solo le preghiere delle mie amiche mi avevano fatto tentennare a fare il contrario.
In parte avevano ragione.
Perchè sprecare quel poco di libertá?
Era presente anche Valentina.
Lei, la più bella, bionda, occhi azzurri, perfetta in tutto e per tutto (e per la felicità dei ragazzi anche un po’ torretta. Con la sua soave voce mi ha chiesto di restare per fare un piacere a lei; dato che sarebbe partita il giorno dopo, voleva un bel ricordo di tutti noi. Paracula.
La verità era che, dato che io non avrei giocato, neanche Michela e Lucia lo avrebbero fatto. Di certo avrebbero preferito fare compagnia a me.
Mi sono sentita in colpa, non potevo guastare la serata alle mie amiche.
L’anello dedole ero io.
Ai meravigliosi occhi cerulei di quella disgraziata di Valentina non sono riuscita a dire di no.
E così è stato.
Il gioco è partito.
Il postino si è allontanato.
I baci andavano e venivano; i rifiuti sono stati pochi pochi.
Come predetto nessuno ragazzo voleva aver a che fare con me.
Per un attimo ho pensato di fare il postino; almeno mi sarei impegnata a fare qualcosa. Ho abbandonato l’idea: ero troppo timida per poter avere quel ruolo.
Il potere e la furbizia di Valentina sono usciti fuori.
Non faceva in tempo a uscire da un cespuglio che ecco il postino andare di nuovo da lei per chiederle se voleva un bacio ora da Tizio, ora da Caio, ora da Sempronio.
Sono sicura che ha chiesto a qualcuno di farle un piacere; mi ha sorriso complice.
Il sudore ha iniziato a scendermi dalle spalle.
Disagio.
Sentivo che non sarei dovuta stare li con loro.
Dal gruppo dei maschi, lontano da noi, uscì un clamoroso:
“Noooo! Ma sei sicuro!? Guarda che quella è proprio brutta!! Lascia perdereeeee!”.
Di chi mai avrebbero potuto parlare a quel modo?
“Scappa Clara, scappa: vattene a gambe levate!”, mi urlava il cervello.
Poco dopo ecco arrivare il postino.
Si fermò davanti a me:
“Giulio chiede se può darti un bacio sulla guancia”.
Avrei voluto piangere.
Si.
La brutta che aveva provocato il clamore di prima ero proprio io.
Ferita ma con un orgoglio che non sapevo di avere mi sono presa il mio bacio di Giuda.
Ho salutato e me ne sono tornata a casa.
Da sola perché così volevo essere.
Non potevo sopportare ulteriori brutte scenate.
Lucia e Michela mi accompagnavano. hanno insistito.
Non sapevano che dire.
Erano dispiaciute.
Nemmeno io avevo nulla da ribattere.
Per la prima volta in tutta la mia vita sono stata contenta di essere tornata dentro casa.
Al buio , dentro il letto, mi sono fatta il mio silenzioso pianto da adolescente depressa.
Javier tornò a casa molto dopo di me.
A lui il gioco del postino stava piacendo.
Ancora piangevo mentre lui si stava infilando ne letto.
Ho continuato in silenzio.
Non volevo farmi sentire.
Dentro la mia testa, però, le lamentele erano tante tante e rumorose: perché il destino era stato così ostinato con me ed ero venuta su così brutta!?
Perché non potevo essere trasparente!?
Che tristezza.
Come al solito quando avrei rivisto le mie compagne a Roma mi sarebbe toccato inventarmi un bel po’ di storie sentimentali mai avvenute..Tutte avrebbero avuto qualcosa da raccontare. Meglio creare qualcosa di fittizio che restare nel silenzio della mia zitellaggine.
Avrei dovuto raccontare del gioco del postino?
Meglio una punizione eterna del divino!

65-solita estate

La solita, ripetitiva estate.
Solo lo spettacolo riesciva a mozzarmi il fiato, per il resto prevaleva la ripetitivitá di ogni anno.
Non vedevo l’ora che arrivassero Michela e Lucia.
Le mie aspettative erano così lampanti che mia madre mi ha stupita con una beffarda affermazione:
“Proprio non vedi l’ora che si formi il trio mondezza,eh? Sai come vi chiamano? Il trio delle gattemorte”.
La conoscevo troppo bene da sapere che era solo lei a darci un tale appellativo.
Che pensasse e dicesse quello che le fosse sembrato più opportuno, io ero determinata a godere di quel poco di libertá che mi era concessa per condividere le mie giornate con loro.
Erano quello che più si avvicinava ad un’amicizia per me.
Non riuscivo a stabilire altri rapporti, le ragazze “normali” volevano accompagnarsi alle ragazze carine, queste ultime a quelle belle, le quali desideravano avere affianco solo le strabelle.
Mi sentivo sempre fuori da tutto questo.
Ero quella da ignorare.
Ero in un’etá per cui un’amica è da considerarsi un biglietto da visita.
Io non rappresentavo nulla di allettante; ero un brutto biglietto da visita.
Le uniche che non si preoccupavano di avere abbellimenti esterni erano Michela e Lucia.
A loro non interessava delle opinioni degli altri, ragazzi o ragazze che fossero, ecco perchè mi trovavo così bene in loro compagnia.
Un pregio, questo loro distinguerssi dal branco, che mia madre proprio non vedeva.
Ci considerava tre “farfalline”, che detta a modo suo era come se ci desse delle “mignottelle”; non vedeva il loro disinteresse per la mera fisicità, non vedeva il mio disagio nel vedermi più brutta di qualunque altra ragazza sulla spiaggia.
Il problema era uno solo: mia madre nella sua gioventù era stata una strabella, una ragazza cortegiatissima, una che non avrebbe mai potuto entrare nella testa un una ragazzetta misera come me: perchè mia madre non riusciva a vedere che agli occhi degli adolescenti come me ero semplicemente una sorta di disabile, uno spettacolo per nulla degno di essere visto in loro compagnia?
A quella etá le mie brutte ustioni erano un limite, un problema, una bruttura che era meglio tenere a disparte per i miei coetanei.
Perchè mia madre non vedeva tutto questo?
Perchè le era così facile giudicarmi ma non capire il mio profondo dolore?
Era così misero sentirsi ai margini, era così doloroso sapere di essere vista brutta agli occhi degli altri…Sentirmi giudicata negativamente anche da mia madre era una doppia sofferenza.
Le uniche con le quali mi sentissi bene erano le mie due amiche.
Peccato che per mia madre Michela e Lucia fossero il male.
Sbagliata, ecco come mi sentivo.
Tutta sbagliata.
Inadatta al mondo della mia etá.
Tanto dentro che fuori.
Buttarmi a capofitto sui libri, come vorrebbe mia madre, non mi avrebbe fatto certo sentire meglio. Dei buoni voti non sarebbero riusciti a farmi dimenticare che il mondo mi aveva catalogata come brutta.
Cosa sarebbe cambiato se fossi diventata una secchiona brutta?
Lo scenario non mi era mai sembrato allettante.
Avrei solo ottenuto le lodi dei miei; lodi che di certo non sarebbero servite a farmi sentire meglio: si sapeva: quando Clara avesse ottenuto ottimi risultati sarebbe stata una mera questione di fortuna, perciò perchè illudersi?
Non avrei dovuto preoccuparmi del mare, delle mie ustioni e delle mie amicizie sbagliate.
I miei genitori hanno preso la decisione di vendere la casa.
Mi ha pianto il cuore. Ne sono molto dispiaciuta. Ero molto legata a Porto Istana. Adoravo quel piccolo angolo di paradiso.
Naturalmente mamma dice che la vende per colpa nostra:
“Con voi non posso mai stare tranquilla: scegliete brutte compagnie e mi fare crepare”.
Possibile non vedesse che nonostante la nostra età ci trattava come reclusi e ci imponeva limiti che ci avevano tenuti lontani da tutti?
in definitiva forse ci voleva lontanida tutti.

64-mortificazione

Ora mi veniva attribuito un epiteto difficile da lavare via:
“Clara, la figlia di merda. La bugiarda”.
Nulla di cui andare fiera.
In casa per me poteva regnare solo un sentimento: la morficazione.
Non l’ho mai considerata come stimolo alla reazione o al miglioramento.
I miei ritenevano di si?
Si sbagliavano.
Ho iniziato a covare una profonda rabbia.
Una frustrazione che ho iniziato ad esprimere nei conflitti verbali con mia madre.
Il risultato è stato un nuovo epiteto: “lingua di vipera”.
Possibile lei non capisse che era il mio modo di difendermi?
Un giorno ha fatto una scoperta che mi ha gelato il sangue: mia madre leggeva quella che scrivevo sul mio diario.
Perchè stupirmi se leggeva la persino la corrispondenza che arrivava a mio nome?
Questa rivelazione mi ha mandato il sangue al cervello.
Sentire dalle sue labbra parole scritte da me e usate contro di me è stata una violenza indescrivibile.
Mi sono sentita defraudata.
Come se mi fossero entrati i ladri in casa e mi avessero portato via tutto.
Prigioniera. Chiusa dentro mura troppo piccole.
Ho iniziato a lasciarle chiari messaggi:
“Bene; siccome so che tanto leggerai quello che sto scrivendo adesso; visto che non mi dai neanche la libertà di scrivere le mie faccende personali senza che tu debba impicciarti, tieni, eccoti: leggi. Tanto so che fraintenderai le mie parole e leggerai in esse quello che a te fa comodo. Fai pure; scrivi anche tu un diario e cara mamma, divertiti se vuoi. Di sicuro io ti garantirei il tuo diritto alla privasy. Descrivi pure tutte le cose terribili che ti faccio. Ti auguro solo di trovare lettori imparziali e capaci, non ciechi critici carichi di pregiudizio. Peccato davvero che le tue siano solo parole buttate al vento: se davvero scrivessi, scopriresti che i miei colossali ed imperdonabili errori non sono altro che le banalitá proprie degli adolescenti della mia etá”.
Durante le nostre liti ho iniziato ad avere la sensazione di uno scontro quotidiano con un’incaponita bambina scontrosa.
Ho iniziato ad avere un’unico desiderio: che mia madre diventasse una donna consapevole, saggia e matura.
Un desiderio che restò sempre tale.
Tra me e mia madre era cresciuto un muro che nessuna delle due aveva la capacitá di radere al suolo.
Si alzava e si rinforzava. diventava sempre più pesante.
“Perché ci devi sempre paragonare? Perché questo continuo pesare me e mio fratello? Siamo due individui completamente differenti nella nostra individualità..Perchè voi genitori che vi vantate tanto di avere un brillante cervello logico-matematico non capite che con me e mio fratello usate due metodi di misura differente?…Già il confronto tra due fratelli è di per sè sbagliato, in più, giudicate in maniera sbagliata quello che vedete. O meglio dire, quello che volete vedere!”.
L’ambiente famigliare diventava sempre più asfissiante.
Ho iniziato ad odiare mio fratello; non un compagno di vita, ma un rivale puramente egoista.
Chiusi ognuno nella sua camera, chini sui libri, ciascuno pensava a coprisi le spalle a discapito dell’altro.
Mai abbiamo pensato che ci saremo potuti aiutare, collaborare per confrontarci insieme, uniti, con i nostri genitori.
L’unione delle nostre voci ci avrebbe resi più forti.
La nostra famiglia aveva trovato il modo, consapevole o non, di farci restare gli estranei che orfanotrofio ci aveva resi.
Faticavo a riconoscere in Javier il ricordo del fratellino che mi portavo nel cuore.
Come poteva essere cambiato tanto?
Come era posssibile che ci nuocessimo in quel modo?
Non ne ho mai discusso con lui.
Avevo la netta sensazione che anche mio fratello mi ritenesse una sciocca.
La cretina di turno; infatti mi dava della mucca.
“Perchè mi chiami così?”,
“Perchè hai gli occhi vuoti e stupidi delle mucche”.
Era tristezza.
Influenzato dai genitori aveva scambiato la mia pena per superficialità.
Di che avevo da discutere con lui se erano riusciti a convincere mio fratello che io fossi una stupida?
Perchè perdere tempo con parole inutili?
Non nutrivo la speranza di un riavvicinamento.
Entrambi troppo concentrati sul proprio sedere.
Ho iniziato a pensare a Ted.
Meglio rifugiarmi nel mio più tenero passato.
Meglio pensare al mio campione, al mio coraggioso cavaliere, a quel meraviglioso fratello che mi avevano portato via.

Arrivò il giorno dei miei esami di terza media.
Un’esperienza fantastica che ho superato senza problemi.
Naturalmente mio fratello ha ricevuto l’applauso di tutte le insegnanti.
Io no.
Mi hanno fatto pesare anche questo a casa.
Non avevano notato il fatto che anche i miei esami fossero andati bene.
“Tu non hai ricevuto l’applauso; le professoresse non ti hanno stretto la mano…Non che me lo aspettassi…”.
Non proprio le più belle parole di riconoscimento.
Rovinato anche il ricordo degli esami di terza media.
Non avrebbero dovuto essere felici della conferma che mio fratello fosse migliore di me?
Avevo già deciso da tempo che avrei fatto il liceo classico.
La scelta del dove arrivò molto più tardi: Frascati.
Mio fratello aveva preferito il liceo scientifico.
Il dove è stato determinato dal prestigio della scuola: la mia famiglia era venuta a sapere che al Touschek di Grottaferrata stavano formando una classe sperimentale che avrebbe racchiuso solo alunni usciti dalle medie con il massimo dei voti.
Il destino aveva scelto per lui.
I miei genitori si gonfiavano il petto di orgoglio dopo che mio fratello trovò posto proprio tra quell’elitè.
A me che dicevano?
“Adesso cerca di darti da fare! Guarda che il classico è davvero difficile. Non farci fare le solite figuracce”.

63-make up

Mi sembrava di non valere niente dentro casa.
Non facevano altro che contraddire i miei comportamenti.
Le domande sul mio conto continuavano a farle a mio fratello, che ormai era una sorta di anticatica spia.
Ogni cosa che gli confidavo andava subito a finire sulla bocca di mamma e giù le litigate. E io stupida che mi sforzavo ancora di costruire un rapporto genuino con Javier.
Mio fratello non dava il giusto valore alle mie confidenze.
Per questo motivo presi la decisione di non creare più inutili tentativi di creare un buon rapporto con lui.
L’averlo nella stessa classe, poi, non mi aiutava affatto.
Io me ne sarei rimasta tanto tranquilla nella mia vecchia sezione.
Ed invece, eccomi qui, con il mio fratello spione.
Furbo lui. Se l’attenzione dei miei era tutta su di me lui poteva passarla liscia.
Grande egoista era diventato in orfanotrofio e grande egoista era rimasto. La famiglia lo aveva persino peggiorato.
Mi sembrava che pensasse esclusivamente al suo vantaggio.
Era diventato chiaro che ero diventata la pecora nera della famiglia.
Secondo loro non facevo altro che errori su errori.
Se avevo la possibilità di fare delle scelte sembravo preferire la peggiore.
A loro parere ero una gelosa accanita.
Sarei stata gelosa di tutte le altre.
Avevano iniziato a pretendere di conoscere le mie sensazioni, i miei sentimenti. Persino ad anticiparli.
Si illudevano di conoscermi profondamente.
Non riuscivano a capirmi perché non si sforzavano di farlo.
Perché non volevano farlo.
L’unica tecnica di difesa che mi sembrò applicabile dentro casa fu chiudermi in me stessa.
Chi si sarebbe interessata di me d’altronde?
L’unica persona che lo aveva sempre fatto: me stessa.
Inutile tentare un qualche legame di amicizia.
Inesorabilmente sceglievo quella sbagliata, vale a dire che non piaceva a mia madre.
Di portare a casa qualcuno era impensabile, di andare a casa loro peggio.
Non cercavo la confidenza dei miei coetanei perchè non avevo la libertà di farlo.
Mi sono abituata alla solitudine.
Presi la decisione di non dare eccessiva importanza alle parole di mia madre.
Mi sarei costruita un castello solido, inaccessibile, dove nessuno sarebbe potuto entrare.
Il mio rifugio, dove solo io sarei stata signora e padrona.
Certo, nemmeno nei miei peggiori incubi mi sarei mai immaginata che avrei sentito la necessitá di difendermi dalle parole della mia famiglia.
Vedermi sminuita, essere percepita come sbagliata mi ha portata solo ad alienarmi da tutto.
Dimostrare che si sbagliavano?
Continuare la solita guerra con mio fratello per dimostrare che potevo valere anche io?
Soddisfare i desideri dei miei per innalzarmi ai loro occhi?
Il solo pensiero delle future battaglie mi toglieva la forza per impegnarmi.
In orfanotrofio una sopravvivenza pacifica era garantita dall’anomimato: se non mi fossi distinta dalle altre, ma fossi rimasta una tra le tante, non avrei avuto problemi.
Nella mia famiglia una sopravvivenza pacifica era garantita solo dal successo scolastico: solo al primo aspettavano onori, al secondo la vergogna.
Era stata molto più facile la vecchia vita.
Chi lo avrebbe mai detto?
Chi avrebbe mai potuto immaginare che la mia vita di orfana sarebbe stata più semplice…Paradossale…Chissà se incontrerò mai qualcuno che possa capirmi. Una persona che legga i miei silenzi, che faccia le giuste domande e sappia ascoltare le risposte; una persona che, in definitiva, voglia comprendermi.
Chissà se quest’estraneo esiste e se riuscirà a entrare nel mio castello e dividere con me tutti i miei segreti, o semplicemente la Clara che ero, che sono, e che devo scoprire io stessa…
Qualunque mio interesse in casa era destinato a prendere sfumature di negativitá.
La mia passione per il make up era vista male.
“Tu hai il trucco nel sangue”,
“Tanto farai la fine di tua madre”,
“Che mi arrabbio a fare: il fatto è che siete una razza balorda”.
Si. Una escalation di offese che col passare del tempo cresceva in gravità.
Io non stavo zitta.
“Poi ti offendi se ti danno della sardegnola. I sardi non sono certo famosi nel mondo per aver costruito un impero”,
“Tu sei tutta matta”.
Era botta e risposta.
“Così ringrazi per averti tirato fuori dalla merda?”.
Non so tutt’oggi se mia madre si è mai resa conto del peso e del valore delle parole.
Usava la lingua come una spada: doveva colpire, ferire, non aveva importanza come ma doveva far male.
Perchè parlare della mia madre biologica?
Non era lei la mia unica madre?
Per me lo era.
All’altra non avevo mai pensato.
Perchè parlare delle mie origine colombiane come qualcosa di negativo?
Neppure mi sentivo latinoamericana.
A chi lo avesse chiiesto avrei risposto: “Io sono italiana. Mi sento italiana”.
Perchè avrei dovuto ringraziarla per avermi adottata?
Perchè lei si aspettava di essere ringraziata?
Una madre fa delle scelte perchè si aspetta una qualche ricompensa dal fglio?
Eravamo una famiglia.
L’amore reciproco sarebbe dovuto essere l’arco di volta…Solo noi non sapevamo dimostrare, di dimostrarci il nostro legame.
Ci regalavamo giudizi, strilli, litigate. Parole, non per unirci ma per ferirci.
Dato che l’argomento make-up sembrava disturbare mia madre celavo il mio interesse.
Mi appariva più che naturale per la mia età…Non era così per mia madre…Mi aveva spiata?
Avevo trovavo il modo per esprimere la mia voglia di farmi bella, di migliorare il mio aspetto: prima di farmi la doccia facevo i miei esperimenti. Prendevo i trucchi di mia madre e li provavo sul viso. Il mio tempo in bagno si prolungò, mia madre deve averlo notato, o forse aveva notato che i suoi ombretti, il suo fard e le sue matite si consumavano da sole…Io di nascosto, in completa intimità mi creavo la mia esperienza…Come faceva mia madre a sapere quello che facevo?…Non mi era mai venuto in mente lo spioncino della porta del bagno.
Chiavi in casa non erano tollerate, io non avevo mai immaginato mia madre china vicina alla porta a sbirciare. Una madre non puteva certo ridursi a spiare una figlia! Non esisteva! Quando mai!
Invece mia madre mi ha spiato per anni. Sempre in quel modo.
Mi truccavo prima di lavarmi pensando di farlo di nascosto.
Se lei entrava di nascosto in bagno io chinavo la testa per mandare avanti i capelli per nascondere il viso e mi buttavo dentro la vasca.
Cosa c’era di così sbagliato nel fatto che mi piaccessero i trucchi e che volessi farmi più carina? Non la fanno tutte le altre ragazze?
Persino le mie compagne di classe lo riconoscevano: diventavo carina con un poco di trucco sul viso.
Lo sapevano perchè durante le feste di compleanno mi era permesso truccarmi.
Arrivavamo tutte in casa del festeggiato con la borsetta piena di tesori e ci restauravamo prima che la festa iniziasse. Il traffico era intenso. Chi prestava questo al posto di quello.
Adoravo quei momenti.
la mia borsetta in un primo momento era sprovvista di qualunque tipo di trucco ma la cosa non mi rattristava: usavo quelli delle mie compagne. I residui di make up sul mio viso tolti malamente con del sapone hanno convinto mia madre, suo malgrado, a cedermi i suoi vecchi trucchi; lei ne faceva una questione di igiene; io ero felice di avere finalmente qualcosa da condividere con tutte le altre.
Ci struccavamo prima che venissero a prenderci i genitori.
Da sole ci sentivamo libere di osare, di sperimentare.
Di far finta di essere grandi.
Ci detergivamo il viso e ci toglievamo lo smalto dalle unghie per illudere i nostri genitori che eravamo ancora le bambine di una volta.
Mi sentivo come tutte le altre.
Sensazioni che non avevo a casa mia.
Al riparo della mia camera la domanda che mi ponevo era una soltanto:
“Cosa c’è di così sbagliato in me?”
Un quesito che la mia stessa famiglia mi aveva indotto a formularmi.
Una domanda che sarebbe stata la mia eterna compagna per molti anni.
Mi avevano portata a credere che in me ci fosse qualcosa che non andasse. Che fossi nata storta e perciò destinata ad esserlo per tutta la vita.

62- crisi

Novità nella mia famiglia.
Brutte novità.
Mia madre e mio padre erano in crisi.
In relatà era mia madre ad essere in crisi.
Papà sembrava accettare la situazione per evitare che tutte degenerasse. Era accondiscendente nella speranza che lei si calmasse.
Io mi chiedevo sbalordita come facesse ad avere tanta pazienza.
Per motivazioni di tipo lavorativo mio padre era stato costretto ad andare a Padova.
Poco dopo l’inizio della vita da pendolare di mio padre, mamma ha iniziato ad avere dei dubbi. Prima li ha covati dentro se stessa. Fino a che non è scoppiata. Il fatto che il marito dovesse rimanere fuori casa tutta la settimana per lei non era affatto rassicurante.
Un pomeriggio, senza preamboli, è venuta in camera mia ed ha dichiarato:
“Sto iniziando a pensare che tuo padre mi tradisca”.
Mi è venuto un colpo. Mi sono sentita sudore freddo scendermi per la schiena.
Stupefatta che mia madre si stesse confidando con me ed incredula di aver capito bene.
Sapevo che era impossibile. Di mio padre sapevo poco ma una cosa era certa: per lui esisteva solo mia madre.
Il problema era uno: se mia madre supponeva qualcosa nella sua testa lo riteneva verità assoluta.
Come avrei potuto liberarla di quella folle idea?
La situazione mi sembrava più grande di me. Non sapevo proprio come reagire.
Senza ribattere mio padre ha accettato le direttive di mamma: dormiva nel mio letto durante il fine settimana. Io avevo preso il suo posto nel letto matrimoniale.
Mia madre aveva preferito la figlia difficile al marito fedifrago.
A parole sia io che mio fratello abbiamo tentato di dissuaderla dal tormentarsi con presunte false ipotesi: era l’unica a non vedere quanto lui l’amasse?
Perchè non le riusciva di vivere serenamente?
Doveva necessariamente trovare qualcosa che non andasse.
Trovare sempre qualcuno le facesse un torto. Un danno che per lei era il peggiore tradimento.
Prima eran o le mie zie che erano state cieche e sorde alla sua sofferenza e a quella di Marta,; tanto egoiste ed insensibili da far festa mentre lei e Marta piangevano in casa, abbandonate da tutti. Anche da mio padre.
Poi io e mio fratello. I figli più terribili che le potessero capitare.
Ora mio padre che aveva un’altra donna.
Mai avrei immaginato che le sue manie di persecuzione l’avrebbero portata contro mio padre.

Scena terribile a tavola.
Io e mio fratello immobili con la forchetta in aria, con gli occhi spalancati, fuori dalle orbite per l’incredulità.
Mamma con gli occhi lucidi. Si stava sfogando contro papà. La lasciavamo fare, nella speranza che lo sfogo verbale la liberasse dai pesi che lei stessa si creava.
Con il viso rosso dalla rabbia sputava parole contro il marito. Non un fiume, uno tsunami.
“A te non è mai importato di tua figlia! Te ne andavi giù da tua madre a festeggiare con le tue sorelle mentre io e Marta eravamo chiuse in camera sua a piangere! Tu sei stato contento che lei sia morta!”.
Non ci credevo. Non volevo credere che lei lo avesse detto per davvero.
Limiti. Mia madre non li ha mai avuti ma li ha sempre pretesi dagli altri.
Mio padre non ha ribattuto. Ha smesso di mangiare e si è messo a piangere. Testa china, mani a coprirsi il viso. Singhiozzi di dolore puro. Un bambino. Non un uomo.
Mia madre ha sempre saputo di quale parole servirsi per colpire nel punto più debole. Quasi avesse un potere magico. Una capacità ultraterrena.
Io non sapevo proprio a chi portare conforto. Mi sentivo dei macigni sul petto.
Papà si è alzato. E’ andato a chiudersi in camera mia.
Dopo uno sguardo complice tra me e mio fratello, Javier ha seguito nostro padre. Io sono rimasta a tavola con mamma. In silenzio. E’ scoppiata a piangere. L’ho abbracciata. Non ero in potere di fare altro.

L’impresa è stata ardua ma ne siamo usciti vincitori.
L’abituale settimana bianca ci è stata di supporto.
Non c’ è ststo verso di farli dormire insieme. Lei si era impuntata. Papà, invece, era totalmente collaborativo nei confronti dei nostri tentativi di riapacificazione.
La strategia?
Costringerli a rimanere soli o comunque sempre vicini.
Mamma ceercava sempre di evitare qualunque forma di contatto con lui ma che lo volesse o no se lo trovava sempre davanti. Era commovente vedere gli sforzi di nostro padre.; la cercava come un cucciolo smarrito, cercava in tutti i modi che lui la desiderava con se. Lei scappava, prima con rabbia, poi lentamente questa è stata sostituita da puro atteggiamento da femmina; sembravano due animali durante il corteggiamento: lui avrebbe dovuto riconquistarla, dimostrare di meritarla. Renderla di nuovo sua.
Alla fine lei ha dovuo cedere. Si vedeva quanto le facesse piacere che papà la ricoprisse di attenzioni sincere.
Nell’accettare la sua presenza e dimostrarsi disponibile alla pace lei ha attuato la sua vendetta: shopping sfrenato.
Non li avevo mai visti spendere soldi con tanta leggerezza.
Lei sorrideva mentre concludendo le compere diceva:
“Emilio, paghi tu?”.
Se la rideva sotto i baffi. In quel periodo mio padre non le ha mai detto di no.
Tornati a Roma papà ha avuto il permesso di tornare nel suo letto.
Tornare a dormire nel mio letto e vederli dormire di nuovo abbracciati come erano sempre soliti fare mi ha resa estremamente felice.

61- volgarità

Per la mia famiglia sono sempre stata la contraddizione fatta a persona.
Mi sembrava che ogni occasione diventasse propizia per mettermi in difficoltà.
Mamma iniziò a non controllare più le sue parole.
I miei epiteti erano questi: strega e gatta morta. Lo sono stati per qualche tempo.
Non le avevo mai tollerate, mi avevano sempre ferita, irritata profondamente.
Improvvisamente mi sono trovata di fronte ad una newentry.
Arrabbiata da morire, per motivazioni che lei ha sempre ritenuto intollerabili, lei come si è sfogata?
Dandomi della mignotta.
Voleva trattenersi, lo ammetto, però non è riuscita a farlo, o non ha voluto farlo.
Come può una madre dire questo a sua figlia?
Io le rispondevo, combinavo i miei guai di ragazzina però, mai, mi sarei permessa di rivolgere contro di lei una qualunque volgaritá.
Come siamo potute arrivare a questo?..Che tristezza…E poi perchè? Per un cattivo voto? Per una bugia Scolastica? Per aver pulito male e in troppo tempo? Per aver salutato una mia zia con la quale lei non andava d’accordo? Per aver avuto troppa confidenza con una compagna che a lei non piaceva?
Avevo quindici anni.
Una fin troppo banalissima qiundicenne piena di complessi…Che potevo mai aver combinato per meritare la pesantezza di quella parola?
Solo io dovevo sottostare a limiti e regole?
Lei era libera di dire e fare tutto quello che le passava per la testa?
La parola madre l’aveva legittimata ad una libertà senza freni?
A costo di diventare irrispettosa nei miei confronti?
I battibecchi in famiglia sono normali, le offese volgari ne oltrepassano i limiti.
Ero una ragazzetta talmente banale che a volte pensavo che la mia compagnia potesse risultare noiosa…Possibile che mia madre fosse l’unica a non vederlo?…Già…Per lei esisteva solo la scuola.
Il resto era irrilevante…Non avevo voti perfetti, non ero la più brava della classe; non ero come lei desiderava che fossi. Questi erano dei grossi problemi.
Come poteva essere importante solo questo?.
Inutile negare la realtà: per quanto cerchassi di farlo non riuscivo ad andare d’accordo con mia madre.
Accontentarla e dedicare corpo e anima allo studio?
Non bastava a me.
Avevo la netta sensazione che nella mia vita mancasse qualcosa di importante.
I buoni voti e di conseguenza le loro lodi non riuscivano a bastarmi.
Quale era la mia mancanza?
Non lo sapevo neppure io.
Sapevo solo che mi sentivo annoiata. Immotivata. Non compresa.
A peggiorare le cose mi trovavo affiancata da un fratello che non mi era affatto di aiuto; invece di dire:
“Non sono affari miei, la cosa non mi riguarda, perché non ne parli direttamente con Clara e fai queste tue domande direttamente a lei?”.
Invece no, lui apriva la bocca e tirava fuori le sue ammissioni. Affermazioni che spesso peggioravano la miasituazione.
Suppongo fosse la mianiera più veloce trovata da mio fratello per togliersela di torno e togliere l’attenzione da lui. Le conseguenze di questa sua condotta non potevano interessarlo: non cadevano certo su di lui. Più facile e comodo spifferare i miseri affari miei. Per lo più tutto sbagliato! Tutto raccontato dal suo punto di vista. Ed ecco mia madre correre da me. Urlare e urlare. Io che mi sentivo sopraffatta dalla sua presenza asfissiante, sorda alle mie parole e fin troppo certa delle sue supposizioni. Tradita da mio fratello.
Avrà avuto ragione lei: ero la pecora nera della famiglia? la vergogna dei miei genitori?
Che fare allora di fronte a questa situazione
Ho iniziato a rispondere.
Lei urlava. Io urlavo. Lei mi offendeva. Io le davo della strega e della pazza.
Lei scappava a telefonare papà al lavoro per dirgli che ero una figlia tremenda, che avrebbe dovuto fare qualcosa al suo ritorno per rimettermi in riga.
La reazione di mio padre?
Nessuna.
Seduto a tavola mangiava. In silenzio ci lasciava sfogare. Si alzava e andava a vedere la tv in un’altra stanza.
Sordo come e quanto mia madre. Se ne lavava le mani.
Mia madre allora si incavolava di più. Offesa dal mio comportamento, delusa da mio padre, sbottava in urli ancora più tremendi. Anche lei si doveva esssere sentita non capita. Non ascoltata. Io allora trovavo quasi benefico il non reagire di mio padre. Godevo nel vederla ancora più arrabbiata.
Suppongo che il comportamento da Pilato di mio padre fosse un modo indiretto di dire a lei che esagerava. Era così nella mia famiglia: non si parlava chiaramente; si lasciava intendere, si lanciavano segnali ma ciascuno non capiva mai l’altro. Era come se in casa mia ciascuno parlasse una lingua propria. Mio padre parlava la lingua del silenzio, mio fratello quella dell’egoismo; io e mia madre facevamo a gara a chi urlasse di più senza venirci mai incontro. Ognuno chiuso nella propria incomprensione, nell’incapacità di poter capire i bisogni dell’altro. Una situazione folle.
In camera, arrabbiata con il mondo intero, mi trovavo a pensare che se pure Javier avesse risposto nella maniera più giusta, la risposta di lei sarebbe stata:
“Le domande su tua sorella le faccio a te perché lei è una bugiarda”.
Si. Ero una bugiarda.
Nascondevo troppi voti mediocri.
Preferivo dirle che tutto andava bene a scuola perché non avevo voglia di sorbirmi le sue solite ramanzine secondo cui se non si brillava a scuola si era dei totali falliti nella vita.
Perché non riusciva a capire che Clara non era fatta solo di voti e giudizi scolastici?
Per lei esisteva solo la scolara.
Perché non si è mai interessata della figlia che ero. Della ragazza che stavo diventando?
Desideravo morire, non speravo altro.

60-la bugiarda anonima

Come ogni anno il ritorno a scuola per me significava una cosa:invenzione.
La prima volta che mi hanno posto la domanda:
“E tu Clara che hai fatto quest’estate?”, ho detto la verità: “Niente di particolare. Tu?”.
Mai l’avessi fatta: fitti e brevi intrecci fatti di amore e amicizia. Intensi ma brevi quanto la bella stagione.
Gli adolescenti hanno il privilegio di avere la stagione dell’amore.
D’estate sembra esserci l’esplosione degli ormoni.
Come se la pelle abbronzata rivestisse di una bellezza particolare.
Come pavoni, tutti a cercare l’anima gemella di turno.
Io ascoltavo incantata ed invidiosa le avventure delle mie compagne. Gelosa e triste di non avere nulla da condividere.
Nella mia vita non sembrava esserci possibilità di brevi amori estivi. Già il divertimento era delimitato in uno stile di vita dettato da orari, impegni ed imposizioni. Figurarsi il tempo per l’amore.
Con la stessa cadenza della fine dell’estate il risultato era sempre quello: niente fidanzatino per Clara.
Avrei dovuto dichiarare davanti a tutte la verità?
Avrei dovuto rivelare che per la cozza del villaggio non c’erano speranze?
Non avevo proprio voglia di passare per sfigata, per vittima.
Mi sono adeguata al sistema e per farlo sono diventata una bugiarda incallita.
Se bugie dovevano essere perchè accontentarsi di poco?
Per molti anni di seguito Chicco è stato il mio fidanzato dell’estate. Facile immaginare che fosse il più bello della spiaggia. Lui naturalmente non è mai stato a conoscenza della nostro amore estivo. Il massimo del nostro contatto era un rapido ciao. Quel breve saluto per me era diventato la fonte di un fitto di attenzioni, corteggiamento romantico, lunghe pomiciate, ragazzi che cercavano di portarmi via da lui…Per dirla breve veri e propri film campati in aria. La tecnologia di allora lo permetteva. Nessuno mi avrebbe chiesto foto, messaggi, post, tweet di Chicco. La terra era fertile per le mie bugie estive.
Lo facevo perchè anche io avevo voglia di avere qualcosa da raccontare.
Per qualche momento era bello non sentirsi la sfigata di turno.
Sebbene meglio della mia situazione in spiaggia, anche a scuola non avevo potevo avere grande stima di me: ero costantemente tra le più brutte.
La mia autostima perciò era sempre rasoterra, ovunque mi trovassi; quelle bugie mi servivano a farmi sentire un pochino meglio. Di certo preferivo passare inosservata. Era meglio essere totalmente anonima che avere l’attenzione che al mare le mie cicatrici attiravano su di me. Già, si giravano a guardarmi non certo per la mia bellezza ma per le mie brutte gambe.
Pensavo spesso a quale nome mi fosse stato attribuito.
“La bambina con le gambe ustionate”?
“La sfortunata”?
Di sicuro era meglio pensare alle parle degli adulti , perchè se per puro caso mi soffermavo ad immaginare le frase dei miei coetanei mi veniva la nausea, benchè tentassi di frenare la mia mente me li immaginavo a domandarsi:
“Ma secondo te ha la patata bruciata o no?”.
Si. Molto meglio a Roma dove ero un’anonima ragazza bruttina

59-sguardi e pietà

Facevo di tutto per fare finta di niente. Per ignorare.
Le occhiate che mi lanciava la gente erano pugnalate. Mi toglievano energia.
Dentro di me perchè testardamente, cocciutamente, per disperazione, facevo finta di nulla.
Tutti si fissavano sulle mie gambe.
Perdonavo la curiosità dei bambini.
Giravo la testa per non vedere il disgusto degli adolescenti superficiali.
Non tolleravo gli adulti.
Si fissavano sulle mie cicatrici senza essere in grado di distogliere lo sguardo.
I miei falsi occhi neutrali catturavano il loro sguardo imbarazzato se scoperti a fissarmi.
Dietro la mia tranquillità c’era dolore e rabbia.
Dietro il loro imbarazzo faceva seguito un sentimento che odiavo: la pietà.
Odio la pietà.
Bandirei questo sentimento.
Ero fatta così. Le mie gambe erano quello che erano! Che potevo farci!?
Perchè la gente non riusciva ad ignorarle come mi sforzavo di fare io?
Prima indossavo pantaloncini stile ciclista che mi arrivavano al ginocchio e mi coprivano le ustioni. Le avevo di mille colori, intonati ai miei costumi interi.
Poi mi sono stufata di essere costretta ad indossarli.
Volevo la normalità.
Volevo stare al mare con un due pezzi e basta.
Come tutti gli altri.
Ho dovuto iniziare una guerra su due fronti: la mia battaglia interiore e gli odiati sguardi della gente. Era uno sforzo doppio il mio: far finta di non avere quelle brutte cicatrici sulle gambe ed ignorare gli sguardi di chi provava pietà per me.
Avrei voluto poter imprigionare per un tempo limitato dentro il mio corpo disagiato chiunque avesse provato pietà per me. Avrei voluto insegnare loro, sulla propria pelle, cosa vuol dire ricevere di continuo quegli odiosi sguardi.

58-sciopero

Periodo di sciopero.
Mia madre ha deciso di astenersi da qualunque compito domestico le aspetti.
Da casalinga i suoi doveri erano molti.
Non curante della cosa, si alzava, si vestiva per andare in spiaggia o prendeva la macchina per andare ad Olbia.
Diceva che eravamo tutti contro di lei.
Noi non eravamo come lei pretendeva che fossimo e nostro padre non reagiva come lei avrebbe dovuto al nostro non rispondere alle sue richieste.
Io ero fermamente convinta del contrario: era lei ad essere contro tutti.
Era talmente pressante, sempre col dito puntato, sempre a sparare sentenze…Aveva stufato tutti.
Ne avevamo tutti le scatole piene.
Ci siamo coalizzati e cooperato per portare avanti la casa.
Le pulizie non erano un problema: io e mio fratello ne facevamo già una buona parte, fare qualcosa in più non avrebbe costituito un problema. Io, o in alternativa papà, cucino e faccio le lavatrici.
In definitiva abbiamo reso nullo il tentativo di mia madre. Il suo tentativo di sciopero non ha creato alcun disagio.
Tutto sembrava svolgersi con più tranquillità, la vita quotidiana scorreva più fluida.
Basterebbe che lei abbandonasse il suo ruolo da giudice eterno, da boss, per far andare meglio la vita di tutti.
Un briciolo di elasticità renderebbe la quotidianità più facile.
Speravamo lo capisse.

Erano venuti a trovarci zio Pasquale e zia Anna.
Eravamo scesi in spiaggia con loro mentre mamma aveva preferito restare a casa.
Tutte le mie amiche quella mattina sarebbero andate in piscina.
“Che fai Clara, vieni con noi?”, mi chiede Michela.
Guardo speranzosa mio zio.
“Tua madre ti avrebbe dato il permesso?”.
Incapace di far uscire la voce dico di si con la testa.
Avevo mentito.
Mia madre le piscine non le poteva vedere. Non concepiva come la gente si buttesse in quelle che lei riteneva pozze di funghi e pericoli; e poi perchè andarci quando si aveva a disposizione un mare paradisiaco?
Io desideravo andare in piscina. Perchè non ci ero mai stata. Perché là sarebbero state le mie amiche.
“Va bene, vai con le tue amiche ma torna per l’una”.
Mi sono talmente divertita che non mi sono accorta del passare del tempo.
Erano le due passate.
Mi sono vergognata come una ladra. Con zio talmente offeso e arrabbiato che non mi guardava. Camminava dieci metri avanti a noi, camminando di fretta come se gli servisse a sfogare la sua ira.
“Non è più abituato Clara, ora ha due figlie grandi…Si è preoccupato molto. Abbiamo deciso di non dire niente a tua madre perchè la conosciamo troppo bene. Teniamola per noi ma che non succeda mai più”.
“Come mai così tardi? Si stava bene al mare?”.
Il senso di colpa. Il sorriso genuino di mia madre e non so quale altra cosa mi ha spinto a rivelare la verità.
Neanche ho finito di chiudere la bocca che lei mi ha dato due ceffoni ben assestati.
Non sapevo che avesse tutta quella forza e che fosse così abile.
Era la prima volta che succedeva.
Ho visto le famose stelline.
Ho accettato il dolore perchè meritato.
Il peggio, tuttavia, doveva arrivare.
Di li a pochi giorni ho iniziato a stare davvero male.
Siamo dovuti andare di corsa dalla guardia medica.
“Signora, sua figlia si è presa la mononucleosi”.
Che?
Perplesse abbiamo chiesto delucidazioni.
“E’ notoriamente chiamata la malattia del bacio. Faremo qualche ulteriore analisi una volta passata la fase acuta, che purtroppo è di qualche settimana…”.
Non ascoltavo più. Come se qualcuno avesse tolto il sonoro nella stanza nella quale mi trovavo. Vedevo la bocca del medico ma non sentivo nulla.
Guardavo il dottore come se avesse emmesso una condanna a morte.
Io la malattia del bacio?
Ma da quando?
Mo chi avrebbe fatto ragionare mia madre!?
Io non avevo proprio baciato nessuno. Neppure per sbaglio.
Come sentir dire che ci si è scottati al sole di notte.
Era sfortunatamente famosa per essere la cozza della spiaggia.
Nemmeno per punizione o scommessa un ragazzo si sarebbe avvicinato a me!
Ben sapendo questo mi sono vergognata.
Il ritorno a casa è stato penoso. Mi sentivo uno straccio, stavo veramente di merda e non mi era di aiuto vedere mia madre rossa e gonfia in viso che mi urlava contro.
“Sei la vergogna della famiglia!Come hai potuto! Ho sempre saputo che sei una tipa svelta! Gattamorta! Non ti vergogni? Che cazzo hai combinato!?”.
Era inutile farle notare che ero la brutta di turno. Quella che i ragazzi prendono in giro. Non certo che baciano. Sembrava aver dimenticato che il medico avesse detto che si contrae dal contatto con saliva infetta. Semplicemente bevendo dal bicchiere sbagliato.
Mia madre riteneva avessi pomiciato non con uno ma con tre, quattro persone. Se lei pensava allora diventava verità assoluta. Inutile negare. Lei era già convinta.
Oltre il danno la beffa.

57-incomprensione

Quante volte ho iniziato a scrivere un diario?
Ho perso il conto…Ho cominciato, la prima volta, con l’intenzione di ricordare le mie esperienze,le mie giornate, la mia vita. Come aveva fatto Anna Frank.
Peccato la mia vita non avesse nulla di tanto interessante da meritare di non passare inosservato.
Le pagine scritte finivano sempre per annoiarmi, persino quando l’inchiostro era ancora fresco.
Poi ho iniziato a sentire una nuova necessitá: sfogarmi su fogli bianchi.
E’ diventato il mio primario il bisogno di parlare, di tirare fuori tutto quello che mi portavo dentro. Non esperienze, ma stati d’animo.
Ok, la mia vita non aveva un briciolo di frizzantezza o particolari interessante, io non ne vedevo alcuno; eppure dentro percepivo uragani di sentimenti da esprimere.
Peccato non avere nessuno disposto ad ascoltarli o ad aiutarmi a risolverli.
Un’amica?
No.
Non mi era concesso di portare nessuno a casa ed era inimagginabile che io andassi a casa di qualche mia compagna di classe…Esisteva solo il tempo per lo studio…L’amicizia?
Una perdita di tempo.
A cosa può servire nella vita?
Ti aiuta a farti una carriera?
Ti aiuta a procurarti un tenore di vita facoltoso?
Garantisce un buono stipendio?
No.
Le compagne erano solo veicolo di distrazione, a detta di mia madre; perciò meglio non darmi possibilità di perdermi tra inutili bisogni adolescenziali.
Non era da trascurare il fatto che sembravo scegliere sempre il peggio. Ero attratta stranamente da chi a lei non piaceva. La fortunata di turno era Fabiana Lanzi. Mi sentivo affine a lei. Mi piaceva la sua compagnia e i giochi che facevamo insieme.
“Solo a vederla è chiaro che è una deficiente”.
Ci aveva preso mia madre. Nel suo mondo, però. Di fatto quella bambina oggi è una delle persone più profonde che io conosca.
Mia madre mi sembrava fuori dal mondo.
Non la pensavo come lei.
Non ero semplicemente un recipiente vuoto da riempire solo di nozioni scolastiche.
Non ero come le sue amate piantine.
A me non servivano solo acqua, fertilizzanti e potature.
Io avevo una voce, avevo un cuore, avevo dei bisogni che libri e scuola non potevano darmi.
Avrei dovuto vivere isolata, fare l’eremita e chiudermi sui libri?
Leopardi infatti ne è morto contento.
Urliamo come pazze senza arrivare mai a niente.
La nostra incapacità di comunicare ci ha allontanate l’una dall’altra, al punto di avitare il contatto fisico. Niente baci. Niente abbracci. Tra noi solo discussioni. Litigi.
Il problema era che le nostre battaglie verbali erano sterili: allora ero troppo giovane e maldestra per farle capire le mie ragioni, lei non è mai stata disposta ad ascoltarmi per davvero o a mettere in dubbio le sue opinioni.
Siamo sempre state due bambine incapaci di comunicare.

Essere la più brava della classe non mi avrebbe dato soddisfazioni. Perchè impegnarmi tanto in qualcosa che mi garantiva solo una breve lusinga da parte dei miei genitori?
Se pure facevo bene, mio fratello rimaneva comunque migliore di me.
La mia bravura aveva carattere fortuito; quella di moi fratello, invece, era sincera.
Perchè impegnarmi se la sentenza era volentieri questa?
Nemmeno i premi che promettevano erano allettanti.
Avevano finito per annoirmi.
Se la vita non ha sapori allettanti si finisce per vivere ogni giornata così come viene, senza perdere tempo a dimostrare niente a nessuno; perciò quando stava germogliando l’adolescente che sarei diventata mi sono sentita senza stimoli.
I nostri litigi diventavano quotidiani e sempre di maggior gravitá.
Erano diventati semplicemente insulti.
A tavola la scena diventò sempre la stessa: io e mia madre due galline starnazzanti.
Inutili isterici botta e risposta.
Ben presto abbiamo iniziato a non tenere a bada le parole.
La differenza era una: io cercavo di esprimere il mio bisogno di sfogrami mantenendomi nei limiti imposti nel mio ruolo di figlia, mia madre, al contrario, ha perso ogni inibizione verbale, qualunque insulto le è sembrato legittimo.
Ho faticato a credere che lei mi desse della gattamorta e della svergognata con tanta facilità.
Per anni, mio malgrado, avevo accettato i vari nomignoli che mi erano stati affibbiati: tartapiana, giro, bradipo. Mi irritavano, ma li accettavo: erano veritieri, ero lenta e mi piaceva esserlo: trovavo rassicurante fare tutto con calma.
Un altro mio aspetto che irritava terribilmente mia madre.
E mio padre e mio fratello?
Durante i nostri battibecchi continuavano a mangiare come se niente fosse, quasi non parlassimo. Una routine che è diventata la normalità in casa e che non ha mai allarmato i maschi della famiglia.
Come potevano sopportare i nostri litigi?
Perchè non sono mai intervenuti?
Me lo chiedo oggi, eppure, allora non me lo domandavo mai.
La ritenevo la semplice normalitá.

I miei genitori hanno ritenuto di aver centrato il nodo della questione.
I miei problemi esistenziali sono dovuti al fatto che sto nella classe peggiore della scuola.
Era normale che in quel concentrato di rifiuti io mi stessi smarrendo.
Io non vedevo davvero nulla di anomalo nei miei compagni. Era composta da qualche elemento difficile ma il resto della classe era come qualunque altro.
Impensabile che io restassi in un luogo di tale blasfema nomina! Non di certo io, figlia della signora Sparau! Una vergogna per la nostra famiglia!
La decisione dei miei genitori è arrivata come un fulmine al ciel sereno: sarei dovuta andare nella stessa classe di mio fratello.
La mia vita poteva solo peggiorare.
“Conosciamo i ragazzi e le insegnanti sono brave. É la sezione migliore dell’istituto”.
Queste le parole della mia saggia madre.
Ed ecco che mi sono sentita in purgatorio.
Vero. La classe era molto tranquilla.
Il grande problema era mio fratello.
Mi sentiivo in una prigione trasparente.
Costantemente con il suo fiato sul collo.
Una spia sempre presente pronta ad utilizzare qualunque cosa a suo vantaggio.
Mi sono sentita senza intimitá. A scuola. Senza la possibilitá di avere i miei piccoli e banali segreti da scolara.
Ho iniziato a sentirmi costantemente sotto esame.
A scuola.
A casa.
Giá, a casa ancora di più. A casa ancora peggio.
I paragoni tra me e mio fratello all’ordine del giorno.
Stare nella stessa sezione aveva reso la cosa ancora più pesante. Insopportabile.
Lui era il bravo, perciò io necessariamente la cattiva; lui il più capace, io quella somara o la casualmente billante.
Un vero e proprio strazio.
Faticavo a vedere il bello di avere un fratello.
Paradossalmente eravamo stati più uniti quando stavamo con il nostro vecchio padre o in orfanotrofio.
Da piccolo si prendeva le botte per me, mi proteggeva…La vita lo stava rendendo l’essere più egoista che conoscessi.