Non scrivevo più nulla riguardo a Luca, il mio modo di accettare che non faceva pipì parte delle mie giornate; ciò non voleva dire che non mi mancasse. Pensavo continuamente ed a seguito di ogni ricordo mi sforzavo di soffocare i miei sentimenti.
Il mio rimpianto più grande era la persona che ero quando mi trovavo insieme a lui. Sapeva stimolarmi. Era stato la molla che aveva attivato un meccanismo che era pronto a funzionare ma a cui mancava una motivazione per rendersi attivo.
Era divenuto la mia motivazione. Per ogni atto, pensiero e volontà.
Tutto questo ora era terribilmente lontano da me.
Era stato un soffice e delizioso raggio di sole in mezzo all’oscurità che mi circondava perenne.
Addio dolce amaro ricordo del più adorabile demonio del paradiso.
Pagavo così lo sbaglio di essere nata e soprattutto pagavo così lo sbaglio di essere cresciuta nell’errore.
Ero il frutto marcio di un albero corrotto.
La mia vita era un continuo viaggio da un errore ad un altro.
Come mi riusciva ancora di sorridere?
Come tutto era iniziato dal nulla tutto era tornato al nulla.
Ora che non avevo altro che semplici e banali ricordi mi chiedevo se era valsa la pena di mettermi contro i miei per e attenzioni di Luca.
Avevo perso lui e ora anche loro avevano capito che era tutto finito.
Stavo troppo a terra perché venisse ignorato.
Peccato la strega usasse il mio dolore per abbattermi ancora di più.
Oramai la chiamavo così. Non madre ma strega.
“Ha avuto quello che voleva e ora è scappato, vero? Non ti cerca più perché ha capito che sei una puttana”.
Un brutto misto di tristezza, dolore, rabbia e solo Dio sapeva cos’altro mi sommergeva. Tentavo di non risponderle. Di non farle capire quanto le sue parole andassero a segno.
L’insistenza del suo crudele modo di stuzzicare era troppo doloroso da ignorare. Rispondevo.
Così iniziava l’ennesima battaglia verbale che ci martorizzava entrambe.
Un gioco dannatamente crudele.
“Sei così lurida che dai il culo a tutti”
“Non è colpa mia se è così bello da passare inosservato”
“Hai proprio la faccia come il culo, non ti vergogni?”
“Vuol dire che ho un viso altrettanto bello..ecco perché mi fanno tanta corte…”
“Finiscono subito visto che ti fai scopare da tutti. Anche questo Luca non si fa vedere più…come mai?..”.
Colpita e affondata.
Brava mamma.
Mi stavo stancando di vivere.
Lei usava i miei stessi dolori per lacerarmi sempre più in profondità.
Ero così stanca di vedermela addosso.
Era uno strazio.
Correvo in camera mia per evitare di strapparle quella linguaccia velenosa. Quanto sarei potuta ancora resistere là dentro?
Usavo il mio solito pianto silenzioso per sfogarmi un pochino. Era dannatamente importante non farle sentire che era riuscita a farmi piangere. Una soddisfazione che non volevo darle: perché farle capire che la sua battaglia era vinta?
Quanto avrei voluto che le sue terribili parole, le accuse fossero state vere! Avrei sofferto la metà!
Essere vista da quella che doveva essere mia madre come la peggio puttana ed essere allontanata dai ragazzi perché mi ritenevano una fragile verginella era un bel paradosso…non era possibile! Surreale!
Basta.
Basta.
Mi sarei cercata un lavoro fisso e avrei cercato di prendere in affitto una stanza.
Non avevo alternative. Ne andava della mia sanità mentale.
Là dentro o diventata pazza quanto e come lei, o sarei finita per togliermi la vita.
Non li sopportavo più.
Quell’ameba di mio padre, una madre che era una vipera velenosa e mio fratello lontano da me anni luce e che si faceva semplicemente i cavoli suoi…Perché sarei dovuta restare qui dentro?
Perché dovevo continuare a soffrire a questo modo?
Basta. Basta. Basta.
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131-Paradosso
Il mio coraggio la leone vigliacco è uscito troppo tardi.
Mi rimaneva solo una porta chiusa davanti.
Ho provato a rincorrerlo.
Mi ero innamorata di lui abbastanza da voler salutarlo con un chiarimento.
Il mio stupido coraggio era venuto fuori nel momento in cui lui aveva deciso di non cercarmi più.
Paradosso. La mia vita era solo paradosso.
Io lo cercavo con una finalità.
Carica di una determinazione che non avevo mai avuto.
Consapevole che questo passo sarebbe stato significativo per me stessa.
Non sarei mai più stata la curiosa tartaruga vigliacca che si ritrae davanti alle circostanze della vita.
Il mio stesso sentimento per Luca, il rispetto che gli portavo finalmente mi avevano arricchito della determinazione che mi occorreva. Avrei accettato qualunque conseguenza, ben sapendo che da questa decisione la mia autostima da bambina sarebbe diventata un adolescente.
Un passo che per me avrebbe significato crescita.
Ora era lui a impedirmi di spiegare.
Era troppo tardi.
Alla mia autostima toccava rimanere bambina?
Continuavo a cercarlo perché non accettavo questo paradosso.
Lo chiamavo al cellulare per chiedergli un ultimo appuntamento.
Un ultimo appuntamento che sarebbe stata la chiacchierata più significativa della mia vita.
Solo il suo cellulare non rispondeva mai.
La segreteria o estranei mi dicevano che lavorava, che era impegnato, che avrebbe richiamato lui.
Probabilmente lui si sarà sentito perseguitato dalla cottarella di turno che non vuole essere scaricata.
“Ti prego Luca, dammi un ultima possibilità adesso che c’è questa determinazione! Aiutami a crescere!”, pregavo dentro me stessa, stringendo tra le mani il mio cellulare.
Lui non mi ha mai richiamata.
130-la codarda coraggiosa
I tuoi baci erano diventati vuoti.
Le tue attenzioni erano più dovute che volute.
Lo sentivo.
Lui si stava allontanando.
Non ci trasmettevamo più niente.
Senza che lui parlasse io sapevo cosa pensasse.
Io non ero ciò di cui lui aveva bisogno.
Come dargli torto…I miei continui: “No”, “Non posso”, non erano di incoraggiamento per nessuno.
Io vivevo senza respirare a causa del peso delle mie problematiche irrisolte eppure avrei voluto aiutare lui.
Avrei voluto perdermi dentro di lui e non ritrovarmi mai più. Essere parte di lui e vivergli dentro. Essere il suo angelo custode. Avrei voluto poter proteggere il suo corpo, il suo cuore, la sua mente e la sua anima. Avrei voluto esaudire ogni suo desiderio, allontanare ogni dubbio e paura. Si. gli avrei offerto la mia vita. A patto che mi fosse stato possibile proteggerlo dopo la morte. A patto che fossi diventata la tua pelle, la tua difesa, la tua armatura contro ogni attacco…in fondo cosa vivevo a fare io?…ero arrivata ad un punto per cui persino la morte appariva come un guadagno per me.
Perché mi atterriva il fatto che presto lui sarebbe uscito dalle mie giornate?
Perché senza di lui sarebbe tornato quel vuoto nero. Quella solitudine. Quel nulla tetro ed in quella oscurità avrei dovuto continuare a lottare contro me stessa, contro gli attacchi di mia madre.
Io e Luca ormai ci scambiavamo poco l’uno dell’altro eppure quel poco per me era un’ancora di salvataggio. Un’ancora moritura.
Per fortuna sarei stata troppo occupata per pensare.
Avevo trovato un lavoretto in un ristorante. Si. Ero stufa. Mi vergognavo terribilmente di non avere due euro in tasca. Mai mi ero aspettata soldi dai miei: io la famigerata paghetta non me la meritavo. Pazienza: la avrei guadagnato attraverso la mia fatica. Ecco perché avevo voluto trovare un’occupazione.
Poi c’era lo studio.
Per fortuna c’era lo studio a concedermi la libertà di tenere occupato il cervello…Solo la voce della mia testa era più forte della volontà di concentrarmi sui libri.
Non volevo arrivare a maledire il giorno che avevo incontrato Luca. Mi sarebbero rimasti tanti bei ricordi e il coraggio che mi hai dato nel cercare la mia strada. Vederlo lavorare mi aveva contagiata della sua determinazione.
Quanto era difficile mollare.
Era così duro sentirlo allontanare progressivamente da me.
Lui ci aveva provato.
I miei continui no ti avevano stancato. Lo capivo. Come me, anche lui aveva cercato in me un piccolo pezzettino di paradiso nel quale trovare rifugio.
Si era scontrato nel mio muro di no. No ad andare al mare, no al concerto, no alle uscite durante la settimana, no alla giornata in barca. Tutti rifiuti senza alcuna spiegazione.
Io ho perseverato a non aprire la bocca.
Troppo vigliacca per ammettere la verità.
Ora subivo dolorosamente l’effetto della mia codardia.
Eppure una novità c’era: l’ennesima prospettiva di abbandono mi aveva finalmente dato un po’ di coraggio.
Non avevo nulla da perdere: prima che fosse sparito dalla mia vita Luca doveva sapere perché Clara gli aveva detto sempre di no.
Doveva sapere tutto di me per essere finalmente compresa.
Ero decisa a farlo.
Era un passo, che al di la di come fosse andato, mi avrebbe fatta crescere.
129- tormento e pioggia di frecce
“Luca se devi fare qualche passo indietro, ti prego, fallo ora. Non aspettare che io mi innamori di te. Il mio desiderio di mettere radici nel cuore di qualcuno ha una forza maggiore rispetto ai miei tormenti. Io amo doppiamente. Più di qualsiasi altro essere umano. Le mie carenze mi danno il diritto di poterlo dire e di pretenderlo. Non voglio l’ennesima sconfitta. L’ennesimo rifiuto. Se dovrà accadere giuro che sarà l’ultima. Ti prego resta con me Luca. A te chiedo di non rifiutarmi. Non voglio dover fare a meno di te…Non ti ho ancora stretto più di tre volte che già temo di perderti”.
Scrivevo questo.
Impavida sui miei fogli con la penna in mano e coniglio nella vita.
Avevo un brutto presentimento.
Era come se lui fosse un uomo con le ali e io una donna incatenata ad un masso. A differenza di Prometeo, la mia aquila personale mi consumava dall’interno. Stavamo bene insieme. Così come non lo ero stata con chiunque.
Il mio paradiso. Un Eden dal quale la forza dei miei fantasmi mi metteva in guardia.
Quanto era davvero qualificabile la nostra compatibilità?
Lui avrebbe volato; perché amava volare e poteva volare.
Io avrei voluto poterlo fare. Avevo il terrore folle di farlo.
Inutile farsi illusioni mi conoscevo troppo bene: io ero destinata a rimanere relegata a terra.
Mi costava sangue fare queste ammissioni.
Erano frustate alla mia anima.
Razionalizzavo per difendermi da un abbandono che sapevo sarebbe arrivato.
Non davo alcuna attenzione per scontata, per gratuita.
la mia giovane storia mi aveva impartito una grande lezione: non credere ciecamente nelle attenzioni altrui.
L’amore è un’arma troppo pericolosa per poter essere sottovalutata.
Non ero disposta a ripetere gli stessi errori.
La sofferenza mi aveva donato occhi più acuti.
Avrei fatto il possibile per tutelarmi; per evitare l’ennesimo tradimento di cui avevo trascurato i segnali. Non volevo illusioni. Godevo di ogni momento con Luca sapendo che non si sarebbe mai più ripetuto. Erano, per me, piccoli assaggi di un banchetto a cui non sarei mai stata invitata.
Davo il giusto valore al mio rapporto con Luca, imponendo a me stessa di non concedere una magia che non era destinata a me.
Non possedevo la freddezza che poteva trasparire dalle mie parole.
Dover dire addio a Luca sarebbe dolorosissimo.
Brutta cosa la disillusione.
Era come se il mondo avesse perso la sua bellezza genuina.
Come lo scoprire che i colori non siano altro che fantasia e che le uniche tinte esistenti siano il nero e il grigio.
Mi godevo il mio grigio.
Amandolo come se fosse bianco, pur essendo consapevole della sua vera natura.
Paradosso questa mia effimera felicità dava fastidio dentro casa.
Era tornata la tensione.
L’abitudine di mia madre a spiare il prossimo aveva prodotto i suoi frutti.
Aveva visto Luca mentre mi riaccompagnava a casa.
Ha avuto da ridire su di lui.
Chissà perché non era una sorpresa.
Mio padre ha reagito con il suo solito totale disinteresse.
Mio fratello mi ha guardata stupito, incredulo.
È entrato nella mia camera. Senza bussare.
Un’abitudine che gli hanno trasmesso i massimi insensibili giudici della mia vita.
“Hanno detto la verità? Davvero stai uscendo con lui?”
“Si, Javier”
“Dopo averti messa in guardia?”
“È la mia vita. Sono i miei errori”
“Fai come ti pare. Ti avviso: non venire a piangere da me”.
È uscito dalla mia camera. Pieno di delusione. Mi aveva fatto rabbia questo suo intervento. Gli ero grata del fatto che non l’avesse detto davanti ai miei, a tavola. Un vantaggio che era derivato dalla mia decisione di non cenare mai più insieme a loro.
Dalla mia camera sentivo il sarcasmo di lei.
Non avrebbe dovuto essere contenta del fatto che mi stavo frequentando con qualcuno? Mannaggia la pazzia! Lei temeva che lo studio fosse compromesso.
Mi sembrava di vivere nel Medioevo.
Loro la Sacra Rota e io l’eretica da processare e condannare.
Per il mio bene mi hanno vietato di uscire durante la settimana.
Dopo avermi fatto un male indescrivibile, avermi detto quanto di più brutto potessero dirmi, avermi fatto crollare il mondo addosso, ora pretendevano di rovinarmi il mio piccolo angolo di breve felicità?
Mamma e papà.
Bello vedere con quale perfezione sapessero farmi cadere colpendo i miei punti deboli.
Solo l’amore sa essere un boia che uccide pur lasciando in vita.
Estenuante dover combattere contro i propri complessi e contro due genitori: uno, lei, che mi odiava e l’altro, lui, che mi ignorava del tutto.
Volevano la guerra e guerra fosse.
Primo passo: se non potevo uscire con Luca lo avrei chiamato al cellulare. Con il telefono di casa. Ormai sapevano di lui. Inutile nasconderlo.
Mi costringevano loro a comportarmi a questa maniera.
Non sarebbe stato meglio e naturale darmi il mio giusto spazio?
La giusta libertà di movimento per la mia età?
La decisione era presa: avevo smesso di perdere le mie battaglie.
I litigi sono ritornati ad essere furiosi come una volta.
Le cattiverie volavano da una parte all’altra come una pioggia di frecce.
Ci ferivamo attraverso ogni singola parola.
Pugnalate continue per entrambe.
Aprivo la bocca traboccando una rabbia furiosa dentro. Mi sentivo fremere, pronta a scoppiare come un vulcano sotto eccessiva pressione.
Mi sono uscite le parole quasi senza che me ne rendessi conto:
“Perché i brutti mali accadono a chi meno li merita!? Il giorno che creperai altro che lacrime: farò tre giorni di festa continua!”.
L’avevo lasciata di sasso. Talmente stupita che non aveva avuto il coraggio di ribattere.
Mi aveva fatto terribilmente piacere vedere la sua espressione ferita.
Aveva provato sulla sua stessa pelle come riusciva a farmi sentire lei.
Ben le stava.
Non mi ero sentita in colpa per averlo detto.
Non mi sentivo cattiva per averle augurato la morte.
Lei aveva il potere di tirare fuori la parte più brutta di me.
Se l’avevo fatto era in gran parte colpa sua.
Non passava giorno senza che lei non cercasse di stuzzicarmi.
Doveva accettare le conseguenze delle sue azioni.
Belle o brutte che fossero.
Non ero più disposta a subire passiva: ai suoi attacchi io avrei risposto.
La mia dignità meritava di essere tutelata.
128- Adulti saggi e limiti
Erano pochi e rari momenti.
Riflettevo se i miei tormenti interni avrebbero trovato conforto in una figura materna positiva.
Mi domandavo se una madre empatica nei miei confronti mi sarebbe stata di aiuto.
Avevo del tutto perso quella pace fatta di artificio.
In pochi mesi era ritornata l’ordinaria follia.
In casa sembrava che si aspettassero da un momento all’altro l’ennesimo grossolano errore.
Stavo di nuovo affogando nelle sabbie mobili e non trovavo nessun appiglio…Avevo Valentina ma lei non mi bastava.
Sentivo il bisogno di braccia, esperienza e parole di una persona indurita dagli anni, indurita dalle quotidiane battaglie della vita.
I famosi adulti saggi.
Solo non ne avevo nessuno nelle mie vicinanze.
Mia madre e mio padre erano esclusi.
Ero circondata da adulti ma con nessuno avevo un rapporto tale da porte essere libera di dire:
“sono in difficoltà. Ho bisogno di aiuto. Di un consiglio. Di essere ascoltata”.
Ero sola.
Totalmente impossibilitata a confidarmi con chi che sia.
Avevo disperato bisogno di parlare ma anche di cibarmi di parole giuste.
Cercavo un rifugio ma non sapevo dove sbattere la testa.
Cercavo un incoraggiamento.
Cercavo chi poteva insegnarmi a vivere. A vivere bene.
Sarei dovuta essere felice. Almeno un pochino…invece i miei tormenti sembravano moltiplicati.
Stavo uscendo con Luca e ogni nostro incontro significava felicità. Spensieratezza.
Lui era la mia oasi nel deserto.
Un’oasi che tuttavia mi terrorizzava.
Tutto così semplicemente perfetto finché lui non mi ha invitato a passare tutto un giorno insieme.
Io e lui da soli.
In barca.
In costume da bagno.
Avevo le vertigini.
Dall’euforia alla tristezza più nera.
Come avrei potuto affrontare la cosa?
Mi sono sentita invadere dal terrore.
Perché non gli bastava quello avevamo già?
Lui doveva aver capito che ci fosse qualcosa che non andasse nella mia reazione al suo invito.
“E’vergine”.
Suppongo che abbia pensato questo…e magari fosse stato così semplicemente semplice.
Chiusa in camera mia, seduta vicino alla scrivania, con la testa tra le braccia mi dannavo a trovare una soluzione alle mie angosce.
Di rinunciare a lui non me la sentivo.
Avevo perso la testa, mi piaceva da matti.
Mi piaceva la Clara che lui mi aveva fatto scoprire….ma avevo raggiunto il limite oltre al quale non avevo il coraggio di andare.
127-il potere delle risate
Come poteva una persona starti antipatica, urtarti il sistema nervoso e poi trovarti a contare le ore che passavano senza vederla?
Desiderio di riempire un povero cuore vuoto?
Mi aveva fatto ridere.
Come nessuno mai prima di allora.
Ridere per davvero. Con tutta me stessa.
Il ritorno del sorriso mi aveva resa sensibile. Debole.
La recente relativa tranquillità della mia vita mi aveva fatto abbassare le difese strategicamente erette.
Con lui stavo bene.
Troppo bene.
La sua compagnia era dannatamente piacevole.
Mi stava facendo venire la voglia di normalità.
Mi stava diventando impossibile non pensarci.
Ho iniziato ad aspettare ogni nostro incontro perché con Luca mi sembrava di ritornare a vivere.
Vivere per davvero.
Adoravo il mio stato d’animo nello stare con lui.
Io. Lui.
Quel piccolo spazio e nient’altro.
Ci dedicavamo alla nostra lezione ma all’ultimo quarto d’ora ci lasciavamo andare ai nostri rispettivi sentimenti.
Parlavamo, ciascuno confidente dell’altro e ridevamo, ridevamo tanto.
“Clara attenta a Luca. È uno che vuole divertirsi”.
Ero stata avvisata.
Al primo sguardo mi era apparso insignificante.
Per nulla affascinante.
“Che avrà mai da divertirsi questo coso qua!?”, ho pensato la prima volta che l’ho visto.
Mi ero chiesta che cosa potessero aver mai trovato in lui quelle povere disgraziate che erano cadute ai suoi piedi.
Provare antipatia per lui in principio era stato immediato.
Ora l’avevo capito. L’avevo provato.
E avevo paura.
Si.
Avevo una paura folle di soffrire per l’ennesima volta.
Mi sentivo come un pesce abboccato all’amo.
“Non ti permetterò di prenderti gioco di me. Ti impedirò di offendermi. Come sono stupida! Mi sto facendo l’ennesimo film! Non so neppure che effetto faccio su di te e eccomi qui, a cuocere dentro un brodo di troppo caldo per me. Ti sono simpatica, ti piace il mio spirito, la mia lingua tagliente, la mia intelligenza, ti stupisce la mia poca attitudine alla guida e poi?…Hai fatto rivivere la parte bella di me. È la prima volta che succede con una persona che mi piace. Solitamente la mia timidezza rende insipide le mie qualità e mi banalizza. Forse è meglio starti alla larga. Non incontrarti mai più. Fuggire da te prima che faccia il terribile tentativo di lasciarmi amare. Mi piaci, per questo ti temo. Ho terrore di ciò che provo. Ti stai impadronendo della mia mente. Ti sto pensando troppo. Tutto questo senza nessuna garanzia. Non ho bisogno di una nuova stupida infatuazione. Un nuovo Gianni. Ho faticato tanto per togliermelo dalla testa. Il costo è stato alto. L’ennesima profonda ferita. Desidero l’amore tanto quanto lo temo. Ho una fifa folle”.
Allora scrivevo questo.
A volte mi dicevo che dovevo far di tutto per conquistarlo.
Poi pensavo: “Per offrirgli cosa?”.
“Ti basterà l’amore di una ragazza che si vede deforme con queste sue gambe martoriate? Sarai abbastanza preso da me per combattere la mia pietosa situazione famigliare e tutto ciò che ne deriva? Mi amerai tanto da vincere i miei complessi, quelli che conosco e quelli che sono destinata a scoprire?”.
Chiedevo tanto.
Troppo per il misero potere di scambio della la moneta che offrivo.
Ne ero consapevole, eppure non riuscivo a fermare i palpiti del mio cuore.
Non riuscivo a scacciare il mio buon umore quando pensavo a lui.
Sentivo di non essere pronta a lasciarmi andare.
Non avevo sicurezze.
Mai ne avevo avute.
Non sapevo se mai le avrei avute.
Affrontare le mie paure per lui.
Lasciarmi andare.
Con uno come Luca ne sarebbe valsa la pena?
La mia sensazione era che collezionasse ragazze.
Non avrei ceduto.
Mi sarei distinta dalla massa di pecore che aveva abboccato.
Se mi avesse voluta per davvero sarebbe stato lui a doverlo dimostrare.
“Ho così tanta voglia di una amore vero, genuino, puro, completo.
A vent’anni ho scoperto di non aver avuto un simile legame con qualunque altro essere umano. Farò bene ad aspettarmi così tanto da lui?”.
126-il cuore molle
Non l’avevo cercata.
Mi era capitata.
Del tutto inaspettatamente.
Ci avevo provato.
Non avevo voglia di un ennesimo nodo che poi non avrei avuto il coraggio di sciogliere.
Per mesi e mesi avevo evitato “distrazioni”.
Il resto del genere umano le chiama “attrazioni”.
Per un pochino era stata forte.
Il mio stile di vita poi mi aiutava: la mia minimale vita sociale mi bastava: Valentina e i miei “compagni di tempo”.
Valentina era una delle pietre miliari della mia vita.
La mia amica.
Per gli altri era differente.
Non li giudicavo amici.
Mi trovavo bene in loro compagnia, la simpatia era reciproca ma il legame era molto leggero. Ecco perché non amici ma compagni di tempo.
Era un gruppetto di meno di una decina di persone. Con sole due ragazze. Io e la fidanzata di uno di loro. Con loro avevo trovato una piccola oasi di pace.
Mi sembrava di non avere bisogno di altro.
Credevo che al mio cuore questo potesse bastare.
Qualcosa più grande di me mi ha dimostrato che sbagliavo.
Mi sono trovata davanti ad un nuovo stupido rifugio del quale non riuscivo proprio a privarmi.
Ero recidiva.
Stavo diventando dipendente dal dolore?
Se mi sembrava di stare bene perché cercare una ennesima complicanza?
Ero una sciocca.
“Congelatemi il cuore! Meglio non sentire nulla che dover affrontare nuova sofferenza”, supplicavo ad una divinità ignota.
Non riuscivo farne a meno.
Dovevo amare un altro essere umano.
Volevo vivere delle sensazioni della cotta, dell’innamoramento..Ed era esattamente ciò che era avvenuto.
ora che erano arrivate non sapevo che farmene.
Ero così stufa di non poter avere la tanto agognata normalità.
Avere la semplice normalità: lei avrebbe significato avere tutto.
Avrei potuto avere le forza di affrontare qualunque situazione.
I miei timori, le mie paure, i miei terrori sarebbero stati solo folate di vento freddo; non le aguzze impraticabili montagne ripide e scivolose che non avevo il coraggio di affrontare.
Avrei potuto offrire tutta me stessa e poter amare completamente senza la paura di far ribrezzo.
Mille volte avrei preferito soffrire per aver scelto la persona meno adatta me piuttosto che vivere nella bolla di paura nella quale mi ero rinchiusa.
Avevo poca fiducia in me e ancora meno nel prossimo.
Razionalmente avevo provato a restare lontano da situazioni che erano soltanto strade chiuse.
Il mio anarchico cuore ribelle aveva fatto una scelta differente.
Lui voleva molto di più di ciò di cui si accontentava la mia razionalità.
Quel poco in più che lui poteva avere lo pretendeva.
Ora c’era un’altra persona.
Un altro nome.
Di nuovo confusione.
Di nuovo una persona.
Non sembrava fatta per l’amore. Per il vero amore.
Di certo io non lo ero. Non ero pronta. Mi sarei fermata molto prima di arrivare a quella meta.
Lui non mi dava alcuna certezza.
Il problema era il mio stupido cuore che galoppava felice in direzioni che non riuscivo a controllare.
Questa nuova persona aveva fatto solo una cosa per farmi impazzire: aveva tirato fuori la parte più bella di me.
Con lui diventavo la Clara che avrei voluto essere quotidianamente: scattante, graffiante, sarcastica ma soprattutto sorridente.
Già. Le risate con lui avevano un sapore tutto nuovo.
Mai avevo riso così tanto.
Mai i miei sorrisi erano stati così belli.
Un bravo insegnante e un’alunna capocciona.
Bell’accoppiata.
Io una fra le tante che incontra ogni giorno.
Un piccolo lasso di tempo insieme e nonostante questo quant’era il tempo che passavo pensando a lui?
Ogni minuto durante il quale la mia mente non era impegnata in altro.
In quel piccolo spazio ristretto a ciascuno piaceva la compagnia dell’altro, questo era fin troppo chiaro…ma la nostra era una situazione artificiale.
Il mio stare con lui era dettato dal suo lavoro.
Avevo la sensazione di trovarmi sulle sabbie mobili.
Non volevo essere inghiottita.
L’unica soluzione era quella di allontanarmi da lui.
“Si. Stai alla larga. Ti prego: stammi lontano…Dico che voglio evitarti e prego te di mantenere la distanza…Che mi sta succedendo?”.
Era fin troppo chiaro che ero fuori di testa per lui.
125-Lenti passi avanti
Sotto la spinta dei miei genitori ha dato la teoria in motorizzazione.
Mi ero impegnata e la cosa andò a buon fine.
Altra storia per la pratica:ero una capra.
Portare la macchina mi terrorizzava; partivo in terza in signore salite, gli incroci mi bloccavano: una volta ho praticamente bloccato il traffico in uno degli incroci dei castelli, si era formata una piccola folla..Strano a dirsi nessuno era arrabbiato: mi incoraggiavano tutti, facevano il tifo per la mia buona riuscita ed io sudata come non mai che tentavo di ripartire con il mio corpo che sembrava rifiutare i miei comandi. Mio padre vicino a me che pieno di vergogna a crebbe voluto essere trasparente. Alla fine ho vinto io e sono riuscita a ripartire.
Non deve essere stato affatto facile affiancarmi ed aiutarmi ad imparare a portare la macchina, lo riconosco. A tutto questo era da aggiungere che la presenza di mio padre, io e lui da soli in quel veicolo mi metteva in un disagio senza limiti.
Paura di sbagliare, di rompere in qualche modo la macchina e disagio per la compagnia di mio padre mi rallentavano terribilmente.
A mio fratello bastarono le guide con nostro padre e due o tre guide in autoscuola per prendere la patente.
A me toccarono una serie infinita di guide con gli istruttori della scuolaguida più vicina a casa.
Personalmente non mi vedevo con la patente in tasca.
Ci provavo ma senza troppa convinzione.
Nel frattempo la strana tranquillità in casa continuava a persistere.
I litigi di questo periodo potevano essere classificati come i normali battibecchi di qualunque altro gruppo famigliare.
Quella relativa tranquillità mi diede il coraggio per esprimere il mio desiderio di lavorare.
Il destino sembrava voler essere dalla mia parte perché i miei vicini di casa cercavano una baby-sitter per le loro due bambine. Non mi sono fatta perdere l’occasione e mi sono offerta per quel ruolo.
Ai miei la cosa sembrò andare bene: era un impegno leggero a due minuti da casa. Accettarono la cosa chiedendomi di non perdere d’occhio il mio impegno primario: l’università.
Questo fu il mio primo impiego.
Guadagnarmi le mie prime paghe mi procurò una soddisfazione senza pari.
Avere il portafogli finalmente pieno di qualcosa mi regalò una piccola serenità interna che prima mi mancava.
Quella lontana estate gli amici che avevo in comune con mio fratello organizzarono una vacanza estiva in Campania.
Ero fiera di poter partecipare a quella settimana di mare senza dover chiedere nulla ai miei genitori. Ottenuto il loro permesso mi sarei pagata il dovuto da sola.
Soddisfazione.
Per mio fratello ci pensarono loro.
Gli pagarono tutto il viaggio e gli diedero qualche soldo per le spese sul posto.
Solo una cosa mi tormentava: i miei amici non sapevano delle cicatrici sulle mie gambe.
Ricordo le settimane e le giornate precedenti alla partenza cariche di nervosismo.
Come avrei dovuto affrontare la cosa?
Far finta di nulla?
Prepararli allo spettacolo prima delle vacanze?
Ero nel panico totale.
Stavo persino pensando di non partire affatto.
“Io non vedo affatto quale sia il problema”, mi disse mio fratello quando gli ho chiesto consiglio sul da farsi, “Pensi che per loro possa cambiare qualcosa? Conoscendoli nemmeno ci faranno caso”.
Anni e anni di occhiate cariche di pietà, di curiosità altrui e la mia ostinazione a non accettare le mie cicatrici e a farne il mio grande cruccio mi toglievano il sonno.
Più per me stessa che per gli altri ho preso la decisione di avvisare i miei compagni di ciò che avrebbero visto sulle mie gambe.
Fu un gesto catartico per me.
Finalmente mi sentii libera di stare tranquilla.
124-serenità fittizia
La strana tranquillità che regnava in casa mi disorientava un poco.
Era come godere di una giornata serena quando le previsioni davano per certo il brutto tempo.
Non credevo in quella pace.
Non mi fidavo di quella tranquillità.
Pur sapendo che dietro quei modi cordiali e quei sorrisi si nascondevano chissà quali assurdi pensieri io volevo credere in quella serenità fittizia.
Era talmente forte il mio desiderio di voler appartenere a qualcosa, di avere dei legami significativi, essenziali, che bendavo gli occhi della mia razionalità e davo libero sfogo ai bisogni del mio cuore.
Facevo finta di far parte di una normale famiglia qualsiasi.
Ero io stessa più serena.
Affrontavo le mie giornate senza sentirmi Atlante.
Il peso delle mie problematiche era diventato meno gravoso. Camminavo eretta. Come se mi fosse stata concessa una pausa dai tormenti.
La mia poca fede in questa strana armonia era manifestata dalla mia scelta di continuare a non fare alcun pasto in loro compagnia.
Rifiutavo di sedermi a tavola con loro.
Era strano non sentirsi perpetuamente seguita da occhi critici, da battute o commenti orticanti come acido.
Era strano avere la possibilità di fare delle normali chiamate senza dover sentire il continuo respiro di mia madre come sottofondo al mio chiacchierare.
Mi era persino consentito uscire di sera durante la settimana.
Questi piccoli passi avanti erano dovuti solo ad una cosa: i miei successi universitari.
I miei buoni risultati avevano reso respirabile il mio ambiente famigliare.
Per i miei genitori erano quei 27, 28, 30 a rendermi degna di pace.
Non ero diventata rispettabile.
Rimanevo pur sempre un relitto umano ai loro occhi, ma una poco di buono a cui si poteva permettere un poco di tranquillità.
Perché?
Interpretavano quel buon inizio come la promessa che avrei finito l’università nei tempi previsti e che una volta trovato lavoro sarei finalmente potuta uscire dalla loro vita.
Ecco perché mi ero guadagnata quella strana quiete.
In fin dei conti loro “mi avevano tirato fuori dalla merda per garantirmi un futuro”.
Il mio futuro sarebbe stata garantito dalla mia laurea.
Una volta laureata loro potevano riempirsi il petto di orgoglio: mi avevano adottata per farmi mangiare, vestire, studiare e poi fuori dalle palle.
Questo stava avvenendo sotto i loro occhi.
Questo li rassicurava.
Questo aveva alleviato il peso delle mie giornate.
Mi stava bene.
A chiunque piace tornare a respirare con meno difficoltà.
Iniziavo a formulare in quel periodo un altro pensiero: il bisogno di un lavoro part-time.
Ero costantemente senza un euro.
Non ero meritevole di alcuna tipologia di paghetta data la mia tendenza a scegliere sempre il peggio e poi i soldi e tutto ciò che derivava dall’averli sarebbe stata una distrazione dallo studio.
Sapevo che i miei genitori non ne darebbero stati affatto felici.
I miei non avrebbero preso bene la mia scelta di iniziare a lavorare.
Avrei tolto tempo allo studio.
Sapevo che li avrei fatti arrabbiare perciò avevo scelto di posticipare la ricerca di un lavoretto.
Solo una cosa era più forte della prospettiva di dare inizio al caos: la vergogna.
Andare in giro col portamonete perennemente vuoto non era dignitoso.
Far compagnia alle mie amiche nel prendere un caffè, un panino al bar della facoltà mi faceva venire voglia di sotterrarmi. Ero perennemente quella del: “io non prendo nulla”.
I “dai che offro io!” dei miei compagni mi faceva stare ancor peggio.
Sentire i miei compagni di facoltà organizzare cene fuori, serate in qualche locale mi metteva il mal umore.
Potevo permettermi di passare il tempo in loro compagnia ma a patto che non si dovessero spendere soldi e che io fossi davanti al cancello di casa per la mezza notte.
Avevo necessità di un lavoro per garantirmi le mie piccole necessità.
Avrei lottato per quel mio diritto.
Rimandavo ma sapevo che il giorno di un nuovo scontro sarebbe presto arrivato.