Lei era il mio nemico.
Solo chi odia può scommettere sulla tua sconfitta.
Solo un nemico gode del dolore del suo avversario.
Solo un nemico può far tanto male.
Il k.o. è stato istantaneo.
Sono rimasta seduta sul letto immobile.
Nessun pianto.
Solo rabbia nera.
Avrei preso a pugni il muro fino a tingerlo di rosso.
Poi è arrivata la disperazione.
Lì mi sarei persa se non si fosse riaccesa la mia lucidità.
Ritornata a ribollire di rabbia mi sono detta che non meritavo tutta quella merda.
L’incoraggiamento di Valentina non mi aveva aiutato ad intraprendere un tentativo reale. Aveva rallentato la mia fuga da Fabrizio ma non l’aveva esclusa.
La profezia di mia madre, la rabbia, la disperazione, la mia dignità calpestata, la voglia di mandare al diavolo la maledizione che sembrava perseguitarmi mi sono come esplose dentro.
Con quelle parole mia madre aveva saputo gettarmi dentro ad un buco nero.
Là dentro ho preso la decisione della mia vita.
Là dentro mi sono armata di spada ed ho deciso di combattere contro i miei mostri.
La voglia di riscattarmi mi ha impedito di affogare.
In quel momento ho deciso di abbandonare il mio castello solitario.
Le avrei dimostrato che si era sbagliata.
Le avrei dimostrato di quanto lei si era sbagliata.
Mi sarei lasciata andare, avrei dato tutta me stessa, avrei amato, sarei stata amata e avrei legato per sempre a me Fabrizio.
Il nemico mi aveva resa forte.
Dal suo attacco avevo tratto una forza che non immaginavo di possedere.
Finalmente avevo trovato la determinazione.
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151- vendetta
Si stavano comprando una casa in montagna. Non sapevo neppure dove.
Il fine settimana li vedevo partire la mattina e tornare la sera.
Le loro tecniche erano due: o uscivano senza neppure salutare con me e mio fratello in casa o ci ordinavano di stare fuori per quel giorno.
Il silenzio è stato delle prime volte: nella loro testa io non sapevo dove andassero e quando tornassero perciò non avevo alcun criterio per organizzare mega feste od orge in casa.
Il “Devi uscire” arrivò quando si è venuto a sapere della nuova casetta in montagna.
“Ma sono le nove del mattino!”
“Vai a trovare qualche amichetto. Di tanti conoscenti nessuno che ti ospita? Noi dobbiamo stare tutto il giorno fuori”.
Inutile ricordarle che fosse dicembre.
A lei non importava. Semplice.
Passavo allora le giornate fuori casa perché in casa mia non potevo stare. Perché così i miei genitori si sentivano più tranquilli. Capitava che ritornassero quando era già calato il buio.
Io e mio fratello ce ne stavamo rannicchiati dentro i giubbotti invernali davanti al cancellato aspettandoli.
Una sera ci passò davanti Diana, una nostra coetanea che abitava poco distante da noi.
“Che fate qua fuori al freddo?”
“Ci siamo dimenticati le chiavi e non c’è nessuno in casa”. Bugia riparatrice. Meglio sembrare deficiente che dover ammettere che a vent’anni non avevo il privilegio di avere le chiavi per aprire.
“Venite con me allora! Almeno state al caldo e da lì potete vedere quando ritornano i vostri genitori”.
Diverse volte Diana vide che ci eravamo dimenticati le chiavi e senza che lo ripetesse due volte casa sua diventò il nostro rifugio.
Fu una di quelle sere che mia madre ritornò che si era fatta male alla caviglia.
Si decise di portarla all’ospedale.
Avevano stabilito il ricovero per lei.
Le ho preparato la borsa e sono andata a trovarla.
Aveva il gesso dal ginocchio in giù.
L’ho aiutata tanto in bagno quanto con la doccia dell’ospedale.
Ho lavato la sua biancheria sporca.
Dimostrazione che le potevo essere di aiuto.
Non mi era pesato. Era stato naturale.
Lei sembrava ammorbidita nei miei confronti.
Era quasi irreale vederla trattarmi come avrebbe dovuto fare ogni giorno, nulla di pretenzioso: la banale normalità.
Non ero tanto sciocca da pensare che questo avrebbe cambiato il nostro burrascoso rapporto: la storia insegnava.
Entrambe avevamo superato un punto di rottura che nulla avrebbe potuto riparare.
Almeno così pensavo allora.
Nella tranquillità, tra di noi regnava un solo freddo sentimento: la diffidenza.
Chi avrebbe fatto il passo falso?
Sapevo che era solo la sua momentanea debolezza fisica, un piccolo handicap, a renderla positivamente recettiva alla mia presenza. Poi stavamo in ospedali. Lì c’erano occhi e orecchie ad esaminarla.
In casa regnava tutt’altro clima con lei costretta lontano.
La sua assenza aveva portato un po’ di tranquillità. Era tornato l’ossigeno.
Era sempre così.
Quando lei non c’era regnava la pace assoluta.
Io e Fabrizio ci eravamo potuti permettere lunghe chiacchierate al telefono senza che le nostre parole fossero intercettate da orecchie indiscrete. Finalmente.
Il suo ritorno ma riportò il solito inferno.
Era stato un limbo di breve durata.
Peggio di prima.
Ora la strega pretendeva che Fabrizio non mi chiamasse più sul fisso. Rispondeva sempre lei al telefono, se era lui, lo staccava proprio.
Il fatto che lui mi cercasse sembrava infastidirla.
Per i suoi canoni era troppo tempo che sto Fabrizio si faceva sentire.
A me stupiva lui, alle pazzie di lei ero abituata, la novità era che il mio Panda continuava a cercarmi come prima. Dal fisso mi chiamava sul cellulare. Lo sgridavo perché sapevo che il suo gesto gravava sulla bolletta dei suoi.
“Io devo accertarmi che tu stia bene”
“Sto bene: attacca!”
“No, lo decido io e per farlo devo sentire la tua voce”.
Perché questo ragazzo faceva questo per me?
Avrei dovuto esserne felice invece ero raggelata da improvvisi brividi freddi.
Lei sembrava spiazzata dalla mia felicità (apparente felicità, dato che non conosceva i terrori che mi provocavano le attenzioni di Fabrizio).
Buttava benzina sulla mia confusione mentale senza che ne fosse consapevole.
La sua abituale aggressività e cattiveria non facevano che affondare su cicatrici aperte.
La sua ultima sfuriata fui io a provocarla.
Si cercava un posto dove festeggiare il Capodanno insieme ai compagni di liceo di mio fratello. Tra le varie opzioni avevamo messo in tavola anche casa nostra: un piccolo, minuscolo tentativo perché in cuor mio conoscevo già la risposta.
La risposta. Non la reazione e le sue conseguenze.
Ho svegliato la più furiosa delle sue bestie.
“Devo chiederti un favore”
“Sarebbe?”
“Io e mio fratello possiamo festeggiare il Capodanno qui a casa?”
Silenzio glaciale.
Ho smesso di insaponarle la schiena perchè sapevo che avrebbe sbraitato.
I suoi occhi furiosi hanno fatto capolino. Ha tirato indietro le labbra. Lo faceva sempre quando si incazzava.
Sapevo che avrei rischiato molto a fare quella domanda.
Potevo vantarmi di avere la noncuranza di chi non aveva nulla da perdere.
“Vattene! Esci subito da questo bagno!”, mi ha urlato contro, “E’ pensando a questo che mi hai aiutata per tutto questo tempo? Lo hai fatto solo perché avevi qualcosa da chiedere!? Mi hai schifo! Tieniti alla larga da me! Non voglio più averti davanti agli occhi!”.
L’assuefazione alle sue false condanne mi aveva resa indifferenti a questo tipo di frasi.
“Che ti sei comprata a fare questa super villa? Che ti sei comprata a fare un tavolo da dodici persone se non viene mai nessuno qua dentro!? Perchè prenderlo se non creerai mai la possibilità di usarlo!? Avresti potuto spendere i tuoi soldi in altri modi! Sei contraddittoria persino nell’arredare casa tua!”
“Appunto: è la mia casa! Ci faccio quello che mi pare! Ci metto quello che mi pare! Ma ricordati bene una cosa: i tuoi amici di merda non metteranno mai piede qui dentro!”
“E chi ti dice che non l’abbiano già fatto?”.
Le ho dato le spalle per non farle vedere il sorriso che mi era nato sulle guance. Non prima di aver goduto dell’espressione di puro stupore che mi regalò il suo viso.
Uno a zero per Clara.
Chissà quanto mi sarebbe costata questa falsa ammissione.
Sapevo che me l’avrebbe pagare molto cara.
Che si godesse in solitudine la sua grande villa insieme a quell’ameba che si era scelta come compagno di vita. Quella casa era solo l’ultima fra le tanti azioni sterili dei miei speudogenitori. Apparenza. Era solo apparenza. Un bellissimo abito sopra biancheria sporca.
La vendetta va servita fredda?
Lei non le ha dato nemmeno il tempo di intiepidirsi perchè la scottatura è arrivata subito.
Vestita del solo asciugamano ha spalancato con violenza la porta della mia camera.
“Facciamo una scommessa: io dico che quest’ultimo disgraziato ti lascerà prima che io mi tolgo il gesso! Sparirà non appena ottenuto quello che voleva da te! Ti mollerà come tutti gli altri perchè sei solo una puttana!”.
Colpita e affondata.
Di nuovo porta sbattuta.
Era incredibile quanto nella sua ignoranza avesse una cattiveria in grado di corrodermi dentro come acido.
Vittoria a lei.
Troppo brava, benché cieca sapeva dove colpire.
150- mi dispiace
Non potevo comportarmi così!
Un giorno mi dicevo: “Si”, il seguente: “No”.
Un giorno mi dicevo: “Apriti! Che aspetti!?”, il seguente: “Chiuditi! Scappa! Sei impazzita!?”
Che il mio destino fosse la solitudine?
Che fosse quello di rimanere un’estranea per tutti e lasciarmi soltanto sfiorare?
Questa speranza di nome Fabrizio era un tormento.
Era una gara che mi vedeva davanti al traguardo ma alla quale non volevo partecipare. Avevo il terrore di toccare la meta. Sarebbe potuta essere la svolta della mia vita o il mio nuovo dolore.
La prospettiva di soffrire di nuovo soffocava la mia fiducia.
La verità era che non volevo sentire di appartenere a qualcuno.
Legame era sinonimo di abbandono per me.
Amore significava tradimento.
Non volevo intrusi nella profondità del castello sicuro che mi ero costruita.
In mezzo a questa nuova confusione, in maniera del tutto folle, la solitudine mi sembrava la soluzione migliore.
Che brutta persona ero diventata?
Cosa ero divenuta?
Ma non era tutta colpa mia!
Il colpo più grande lo avevano inferto i miei, il colpo di grazia me lo aveva dato Luca.
Dopo di lui ero diventata la tartaruga che non vuole cacciare fuori la testa dal guscio.
Non credevo esistesse una persona degna di fiducia.
Sentivo che volevo scappare da Fabrizio per la necessità di tutelarmi.
Io, invece, quanto male stavo facendo a lui?
Questi passi avanti e dietro quanto facevano male a lui?
Ero prigioniera del mio cervello: lui non voleva amare più nessuno. Era un divieto categorico.
Il cuore mi diceva altro. Mi sussurrava di crescere. Di uscire dalla caverna.
Non potevo promettere niente. Neppure io ero in grado di prevedere come mi sarei comportata il giorno successivo.
Vicino a me ogni giorno trascorreva nell’incertezza che sarei potuta scappare da un momento all’altro. Come faceva a sopportarlo il mio panda?
Mi ubriacavo di pensieri: se pure ci fosse stata la possibilità di riuscire ad aprirmi quanto avresti impiegato a stancarti di tutto questo?
Quando ti saresti stancato di questa nonvolontà?
Quando ti saresti stancato di parlare solo tu?
Lo avevo notato.
Sapevo bene che quando stavamo insieme parlavi solo tu.
Sentire la tua voce mi confortava perché se eri tu a farlo sapevo che non avrei dovuto farlo io.
La sua voce faceva tacere i miei pazzi, vorticosi pensieri.
Quanto spesso mi facevi delle domande e io rimanevo nel totale silenzio?
Come se avessi smarrito da qualche parte la lingua.
Non mi sforzavo nemmeno di aprire bocca.
Era una capacità che sapevo di aver perso.
Era paura Fabrizio mio.
Era terrore.
Ti guardavo spaventata e mi tranquillizzavo di nuovo solo quando sentivo che era la tua voce a rompere il silenzio.
Svelarmi. Accettarmi. Aprirmi.
Altro che le fatiche di Ercole.
Mi chiedevo anche: insistevo a comportarmi così nella speranza fossi tu il primo a stancarsi?
Davvero potevi essere diverso da tutti gli altri abitanti di questo pianeta?
Che fare della Clara che ero diventata?
Avrei voluto poter far compiere un bel viaggio dentro alla mia testa ai miei cari genitori in modo da far capire loro con quanta profondità mi avevano fatto perdere la fiducia in me stessa e nel prossimo.
Avrei voluto poter farli perdere nella stessa caotica confusione che mi avevano regalato.
Avrei voluto che capissero quali danni hanno causato al mio cuore e alla mia anima.
Luca era stato solo l’ultima goccia.
L’ultima porta che avevo lasciato aperta.
Il mia ultima fetta della torta chiamata fiducia.
“Dimmi cosa posso fare per te. Dimmelo e io lo farò”, ti avevo in pratica offerto la mia vita stessa.
“Continua a ridere” mi ha risposto lui.
Parole di un altruista egocentrico.
Luca stesso mi aveva reso impossibile ciò che lui stesso mi aveva chiesto.
Si era allontanato senza guardare indietro.
La mia poca fiducia rimasta, buttata via con noncuranza.
Non mi erano rimaste che minuscole briciole. Troppo piccole per il mio freddo comandante: la razionalità.
Dopo quella ennesima rottura, dopo che il mio primo difficile tentativo di aprirmi era caduto senza che il destinatario se ne curasse, era morta ogni mia illusione di poter amare profondamente.
Quel maledetto tentativo fallito non aveva fatto che rinforzare e moltiplicare le catene che mi ero posta.
“Mi dispiace Fabrizio…Ho mentito. Non sto meglio. Non mi ha fatto sentire affatto meglio…La tua voce non mi ha fatto sentire meglio…Mi dispiace…Mi dispiace davvero…Mi sono semplicemente fidata della persona sbagliata ma d’altronde cosa mi può garantire che tu sia diverso da lui?”
149-tentativo di vera fiducia
“Non è il mio tipo ma ha dei bellissimi occhi. Non fraintendere: non mi riferisco all’aspetto meramente estetico…il suo sguardo mi suscita rassicurazione. Ha gli occhi buoni. Il mio consiglio è uno: buttati Clara. Questa volta potresti sbagliare a non dare fiducia a quel ragazzo”.
Quello stesso sguardo non mi era apparso della stessa limpidezza percepita da Valentina.
Era arrabbiato per un duplice motivo: si sentiva sotto il giudizio di una totale estranea ed era offeso con me dato che era palesemente chiaro quanto lo stessi evitando.
Mi sono sentita in colpa.
Una stupida bambinetta inesperta ed impaurita.
Gli occhi offesi di Fabrizio erano titubanti, pieni di interrogativi.
Per la prima volta da quando l’avevo conosciuto aveva lo sguardo velato da brutte sensazioni.
Lo capivo.
Io avevo le risposte a tutti i suoi interrogativi.
Avevo paura di affrontarli.
Mi odiavo per queste esitazioni. Blocchi. Massi legati ai piedi che rendevano i miei passi uno sforzo immane.
Chiedere a me di dare fiducia al prossimo era come chiedere ad un musulmano o ad un ebreo di mangiare carne di maiale.
Un rifiuto categorico che non avrebbe certo reso migliore la mia vita.
Avevo chiesto aiuto alla mia amica speciale.
Ora restava da vedere se avrei accolto ed accettato il suo consiglio.
Che voleva fare Clara?
Quanto ero disposta a rischiare?
Se avessi rinunciato a questo ragazzo avrei dovuto essere coerente con me stessa e non lamentarmi mai più della mia condizione di solitudine e di non appartenenza.
Maturare voleva dire anche combattere contro i propri fantasmi, combattere contro la paura del buio. Oscurità che significava paura del prossimo. Di un legame significativo.
“Non vuoi crescere Clara? Vorrei ma la paura è la sensazione vincente. Forza!Forza Clara!
Non puoi accontentarti della solita e desolante sconfitta.
Nella fuga non c’è niente di lodevole”.
Ok.
Va Bene.
Mi sarei fidata di Valentina.
Un tentativo di vera fiducia.
Coraggio.
Avrei urlato a pieni polmoni se solo avessi avuto la libertà di farlo. Mi bloccava solo la consapevolezza che non volevo veder aggiungere la voce: “pazza” alla lunga voce delle virtù che la mia famiglia aveva stilato per me.
148- Piccola piccola
Avrei voluto poter avere la spensieratezza tipica dei miei vent’anni.
Avrei voluto che i miei problemi fossero stati consoni alla mia età.
La pressione del peso delle difficoltà che gravavano su di me mi sembravano vincere le mie possibilità di resistenza.
Se Fabrizio prima era il mio unico sostegno, ora mi appariva come una trappola ulteriore.
Mi sono resa conto solo allora di quanto la mia totale diffidenza nei confronti del prossimo mi avesse condizionata.
L’unico mio desiderio ora era quello di fuggire dalla persona che sembrava realmente interessata a me.
Mi aspettavo l’ennesimo tradimento, mi aspettavo che si esasperasse o che la vista del mio corpo potesse disgustarlo.
A mio avviso si prospettavano solo negatività dal un futuro insieme a Fabrizio.
Non mi ero mai trovata così vicina all’orlo del burrone chiamato follia.
Qualcuno mi amava.
Ero terrorizzata.
Una soffocante paura mi dava il tormento: che Fabrizio mi facesse perdere la ragione nel buttarmi a capofitto in questo legame e poi mi voltasse le spalle.
Come potevo credere in lui e nei suoi sentimenti quando avevo finito per non avere fiducia in nessuno.
Io credevo ciecamente nell’amore.
Non credevo nelle persone.
Era un labirinto senza uscita nel quale ero stata chiusa e nel quale avevo fatto modo di perdermi.
Mi sentivo come paralizzata.
Avevo una paura fottuta di amare.
Si sarebbe meritato la fiducia che facevo così tanta fatica a concedergli?
Mi avrebbe voluta abbastanza da voler affrontare la mia disastrosa situazione famigliare?
Sapeva tutto.
Quello che non sapeva riguardava me.
Non conosceva i miei complessi, non conosceva le mie più profonde paure.
Mi sentivo in mezzo ad una tempesta nella quale non avevo alcun potere.
La tempesta era fuori e dentro di me.
Ora si che potevo interpretare le mie cotte: Giannni, dieci anni più grande di me; Luca, un libertino don Giovanni e Gianluca, fidanzato.
Mi ero volutamente innamorata di tipi dai quali mi sarei potuta aspettare relazioni a tempo determinato. Legami brevi. Piccole sorsate di amore dalle quali io o loro ci saremo tirati indietro e stancati. Quella determinatezza mi aveva dato sicurezza.
Mi ero fissata ancora di più con Gianluca perché sapevo che essendo fidanzato non si sarebbe avvicinato troppo. Avevo goduto della sua corte, delle sue attenzioni, dei suoi messaggini dolci. Mi era bastato quello a farmi sentire viva e non un cadavere ambulante.
Avevo totalmente sottovalutato Fabrizio.
Pensavo che da me volesse solo amicizia.
Non avevo capito che aveva iniziato ad unirci qualcosa di molto più profondo.
Lui non aveva mai combattuto contro i suoi sentimenti.
Semplicemente aveva mantenuto il suo posto; persino quando gli raccontavo di Gianluca.
Non avevo voluto vedere i suoi occhi frustrati, quasi arrabbiati nel dover sentire della mia stupida infatuazione. Perché non mi aveva mandata a cagare? Perché continuava solo a dirmi: “Io sono qui”?.
Il problema era che non volevo proprio dover arrivare a rinunciare al mio Panda. Contemporaneamente non potevo più ignorare la nuova situazione.
Gli dovevo il massimo rispetto.
Avrei dovuto sforzarmi di essere corretta.
Si può piangere di dolore nello scoprire che c’è una persona innamorata di te!?
La decisione era presa: dovevo evitare Fabrizio.
Non volevo ricadere nell’errore di routine.
Reggevo le cadute, temevo, però, di non avere la forza e la volontà di alzarmi per l’ennesima una volta.
La vigliaccheria di questa fuga non mi rendeva fiera.
Una piccola parte di me avrebbe voluto crescere ed affrontare la nuova situazione, la maggior parte di me era troppo terrorizzata al pensiero di fare un passo verso Fabrizio.
Il clima famigliare non faceva che alimentare il mio disagio.
Mi sembrava di camminare sulle uova.
Aspettavano un mio errore per saltarmi alla gola.
Mi sentivo come una preda centrata dal mirino di un cacciatore instancabile.
Una sensazione di asfissia continua.
Si, ecco, questa era la troia che avevate in casa: una ragazza che aveva il terrore di innamorarsi. Questo mio rifiuto di lasciarmi andare ad una cosa così bella era colpa vostra.
Pur con i miei complessi, se avessi avuto una madre nella quale trovare conforto, rifugio, coraggio e ascolto, non avrei avuto tutto questo terrore dentro di me.
Sareste dovuti essere la chiave di volta che legava e armonizzava la mia personalità. Tirandovi indietro avete fatto crollare tutto ed io mi ritrovo perduta.
Tu cara mamma saresti stata la speranza. La fiducia. Tu, papà la sicurezza; il sapere che le tue braccia forti mi avrebbero sempre difesa da tutto. Allora si che mi sarei sentita forte, e se così non fosse stato mi sarei comunque appoggiata a voi.
Ero così diversa dalla Clara che vedevate.
I libri arricchiscono ma non insegnano a vivere. Ad affrontare la vita.
Mi sentivo sola.
Impreparata. Senza alcuna arma di difesa.
Piccola piccola di fronte a tutto che a differenza di me appariva gigantesco.
147- il bacio
L’avevo baciato.
Per rabbia.
Per ferirlo.
Avrebbe dovuto portare i libri per la lezione di spagnolo.
Li aveva dimenticati.
Con la pelle di un verde significativo, e gli occhi vacui mi aveva chiesto scusa.
Lo avrei preso a schiaffi!
Sapeva quanto odiassi che fumasse.
Ho cercato di allontanarmi da lui per non litigarci.
Non volevo proprio averlo sotto gli occhi.
Senza libri non aveva senso rimanere in classe.
Il problema era uno: lui mi seguiva come un cagnolino.
La cosa mi ha disturbato ancora di più.
Ero fumante di rabbia.
Furiosa, mi sono girata e l’ho baciato.
Un contatto semplice. Le mie labbra sulle sue.
Breve. Leggero.
Voleva essere una punizione destinata a lui.
La legge del contrappasso mi ha colpito come una fucilata in pieno petto.
La sua dolcezza mi ha disarmato.
Quello che doveva essere il suo castigo è diventata la mia pena.
Vederlo sorridere come se gli avessi donato la mia vita con quel bacio mi ha fatto sciogliere come la cera di una candela.
L’ho guardato incredula e quasi fuori di me e non più padrona del mio corpo l’ho riavvicinato.
Ci siamo scambiati un secondo bacio, del tutto differente dal primo.
E’ stato allora che ho capito che ero già innamorata di lui.
Non ho potuto gioire della scoperta, piuttosto ne avrei voluto piangere.
Mi ha abbracciata.
“Andiamo dagli altri?”.
Era affettuoso, sicuro di aver finalmente vinto.
Mi sono lasciata trascinare.
Ero ancora confusa.
Panda aveva la mia mano nella sua.
Non sembrava disposto a lasciarla andare.
Ho guardato quel intreccio di dita con un certo disagio.
Mi è mancata l’aria.
L’ho costretto a lasciare la presa e sono scappata.
Ero terrorizzata.
Mi sono rifugiata nell’unico posto che mi sembrava sicuro: la biblioteca.
lì nel totale silenzio ho potuto calmare il panico del mio cuore.
Che diavolo era successo?
Come avevo potuto rovinare tutto?
No. No. No!
Non volevo affrontare l’ennesimo abbandono.
Non volevo soffrire ancora.
Non volevo dover allontanarmi dall’ennesima persona che avevo imparato ad amare. Non volevo ulteriori rinunce.
Come avrei potuto riporre fiducia in un ventenne?
Si sa che la sede del cervello di un giovane di quell’età sta molto più in basso rispetto al cranio.
Il terrore cieco che aveva seguito quei due baci mi ha fatto capire che già da qualche tempo Fabrizio aveva mi conquistata.
Si. Ero innamorata di lui.
Niente farfalle nello stomaco. Avevo sassi. Macigni pesanti che le mie gambe non volevano sopportare.
Cercavo disperatamente di razionalizzare l’accaduto.
Difficile col un cuore codardo e spaventato.
Avevo talmente ben soffocato i miei sentimenti che era una totale sorpresa per me.
Mi trovavo ora di fronte alla diga crollata ed il sottostante paese devastato ero io.
Non ne potevo avere il minimo dubbio.
Quel bacio aveva scardinato le difese con le quali avevo celato a me stessa la verità.
Non ero affatto felice.
Mi sentivo come chi avesse perso tutto.
Niente più oasi di pace per me.
Dovevo difendermi: da me stessa e dal resto del mondo.
La mia prossima mossa era decisa: sarei scappata.
Non volevo più vedere Fabrizio.
Lui avrebbe trovato un nuovo amore.
Io non volevo rischi. Non volevo l’ennesima ferita. L’ennesima battaglia a mio sfavore.
146- Philofobia
Paura di amare. Di innamorarsi.
E’ una fobia che in psicologia è definita philofobia.
Cosa era Fabrizio per me?
Se qualcuno me lo avesse chiesto io avrei risposto senza alcuna esitazione che lui era l’amico che avevo desiderato.
Il fatto che lui fosse distante anni luce dalla tipologia di ragazzo verso la quale ero attratta di dava sicurezza.
Non mi ero mai soffermata su quanto potesse essere attraente o no semplicemente perché non avevo alcun bisogno di domandarlo.
Lui era il mio consulente emozionale, il mio sfogo, la mia isola di pace.
Per me lui era sicurezza.
Si, ero egoista.
Avevo deciso di ignorare.
Far finta di non accorgermi di nulla.
Mi buttavo su di lui con naturalezza, senza doppi fini; per il puro bisogno di sentire il suo calore e la tenerezza con cui mi stringeva tra le braccia.
Abbracci che per me erano il mio piccolo angolo di pace. Di Paradiso.
Piangere e tranquillizzarmi su di lui, attraverso di lui era quasi il mio rituale. Ciò era sintomatico di quanto mi fossi legata a quel burbero panda.
Gli sguardi che mi rivolgeva erano di una dolcezza disarmante, carichi di qualcosa che io negavo di vedere.
Era il mio legame sicuro.
Potevo affrontarlo senza paura.
Era il mio affetto senza ombre.
Io non volevo perdere il mio amico.
Lui ha voluto cambiare le cose.
“Clara mi sono innamorato”.
Mi si è fermato il cuore.
Sarei scappata.
Non poteva essere successo.
La sfortuna mi aveva risorteggiata.
Da codarda ho fatto finta di non sapere.
“Si? Chi è la fortunata, la conosco?”.
“Va fanculo”.
E siamo rimasti in silenzio.
Lui si era dichiarato. Si era dichiarato a me. Lo sapevamo entrambi.
Era mortificato della mia reazione. Era chiaro.
A me era tornato il terrore nel cuore.
Io non avrei mai risposto ai suoi sentimenti.
Ero stanca degli abbandoni.
Innamorarmi di lui mi avrebbe procurato l’ennesima bastonata.
Io non volevo.
A me bastava quello che avevamo.
Non volevo dover fare a meno di lui.
Non potevo, tuttavia, ignorare i suoi sentimenti.
Preferivo un amico a cui non avrei mai dovuto rinunciare che l’ennesimo salto nel vuoto.
Io non avrei aggiunto nulla di più: il colore rosa della nostra amicizia per me era il massimo cui potevo permettermi. Il rosso non era per me.
Di angoscia ne avevo anche troppa.
Si parlava di me.
Fabrizio lo avrebbe accettato? Sarebbe stato d’accordo con me?
.
145- Panda
Il solo vederlo mi faceva stare bene.
Meglio.
In principio lui non sapeva nulla delle mie problematiche famigliari.
Fino al giorno in cui sono scoppiata a piangere davanti a lui.
Ero silenziosa. Mogia mogia.
Poi è arrivato un pianto disperato.
Non volevo farlo.
Ho sempre odiato piangere davanti agli altri.
Mi sono seduta sulle sue gambe e mi sono rifugiata tra le sue braccia.
Come una bambina.
Non mi ha chiesto niente.
Mi ha coccolata per un tempo che non avrei saputo stabilire.
Quel giorno non mi importò di perdere lezioni.
Tra quelle braccia stavo bene e da lì non volevo muovermi.
Anche dopo aver trovato la calma siamo rimasti in silenzio. Sempre attaccati. Io immersa tra le sue braccia, quasi nascosta.
Poi ho scostato la mia testa dal suo petto e ho cercato i suoi occhi.
Un sorriso triste e poi ho iniziato a parlare.
Lui mi ha ascoltata. Solo i suoi occhi reagivano al mio racconto. Il resto del suo corpo intento ad accogliermi.
Poi anche le mie parole sono finite.
Ho riposato la testa là dove si trovava prima del mio monologo.
“Clara io sono qui. Sarò sempre qui per te”.
Parole attese. Desiderate. Cercate disperatamente.
Nuotavo nel mio mare nero, esausta, senza alcuna fede, prossima al lasciarmi affogare ed ecco finalmente qualcuno mi aveva gettato un salvagente.
Un significativo raggio di sole entrò nella mia vita.
Da compagno di tempo Fabrizio diventò mio Amico.
Di seguito a quel giorno lui diventò mio confidente.
Mi concessi la libertà di sfogarmi.
Parlavo e attraverso la lingua tiravo fuori il veleno che avevo dentro.
Parlavo della mia famiglia. Non tanto di me stessa.
Parlavamo tanto e meglio all’università perché sapevo che le nostre chiamate al telefono erano sempre ascoltate da mia madre.
Mi sembrava di sfruttarlo, però era l’unico essere di questa terra che riuscisse a darmi un po’ di conforto.
Di serenità.
Con lui non dimenticavo ma condividevo.
Si sa che portare un peso in due procura meno fatica ed era proprio questo che sentivo: finalmente sentivo meno peso sul mio cuore.
Fabrizio aveva attirato la mia attenzione al primo sguardo: lo avevo trovato genuinamente interessante. Un’impressione che voleva essere dimostrata. E quanto era giusta. Quanto si svelava stranamente vero. Una scoperta così piacevole…Era strano…Come se avessi incontrato qualcuno che sapevo di conoscere ma che avevo dimenticato.
Il mio compagno.
Quanto sei sempre stato in grado di farmi sentire meglio.
Si. Voi lo avete capito: era amore.
Solo io non lo vedevo.
Non lo vedevo perché non volevo vederlo.
L’amore allora mi terrorizzava.
144- la bolgia infernale
Avevo preso una decisione.
Non avrei mai più riportato sui miei fogli le sue accuse. Le sue volgarità.
Sentire quella merda uscire dalla bocca di una donna era sgradevole, sentirlo dalla propria madre era intollerabile, sapere che erano parole destinate a te era come olio bollente versato sulla pelle.
Poi, tutto sommato, il discorso era sempre lo stesso.
Scriverlo poi avrebbe significato che negli anni lo avrei riletto.
Rileggerlo avrebbe significato riviverlo.
Non dimenticarlo mai.
Non volevo concederle questa eternità.
Tra il suo repertorio si presentava una novità: mi accusava di essere una drogata.
Avevo provato ad ignorare le sue accuse, le sue provocazioni.
Inutile.
Piangevo.
Non riuscivo proprio a stare sui libri. Se ne stavano davanti a me. Sfocati dalle mie lacrime e pieni di parole che non mi erano di alcun sollievo.
Il resto del mondo così lontano da me e il buio pesto dentro al cuore.
Di nuovo la tentazione a farla finita.
Mi sentivo maledetta.
Presa in giro dalla vita.
Rispetto.
Rispetto! Rispetto!
Quanto ne davo e quanto mi veniva negato!
Mi sentivo un insetto calpestato.
Cosa ci stavo a fare dentro quella casa?
Che senso aveva vivere quando non si ero davvero libera di farlo?
Eppure…Eppure in quei dannati momenti di disperazione assoluta, perché non ho avuto la forza di recidere questi miseri polsi che non erano cari a nessuno!?Cosa mi bloccava?
La promessa fatta a Cristian?
Per quanto importante c’era qualcos’altro.
Ero così stanca di essere forte.
Ero stanca di essere madre e padre di me stessa.
Ero stanca di essere sola.
Era orribile non avere un posto in cui scappare.
Un rifugio. Un posto sicuro. Tranquillo.
Questo non era un mondo adatto a me.
Qui non ero pronta a vivere e, a quanto pare, neanche a morire.
Mi ritrovavo in mezzo a queste due strade. Né viva. Né morta.
Che senso poteva esserci in questa condizione di merda!?
Andatevene tutti a fanculo!
Si, voi che avete il diritto di vivere e ignorate me!
Mi rimaneva solo la rabbia, la delusione.
Ero così stanca di essere la perpetua compagna di questo dolore.
Solo Gianluca sembrava vedermi. Solo lui sembrava non voler stancarsi di me. Quanto era dannatamente ingiusto subire tutto questo!
Non avevo chiesto io di essere mandata in questa porzione di mondo!
Portavo persino rispetto ad una totale estranea e mi tenevo alla giusta distanza dal fidanzato corteggiatore.
Per cosa poi?
Per essere trattata come una ribelle testarda, una folle, una maleducata, una svergognata, una mignotta, una drogata, una bugiarda?
“Non ho la forza di resistere ulteriormente. Che qualcuno mi aiuti a prendere una delle due strade. Una o l’altra. Non importa quale, l’essenziale è lasciare questo crocevia perché questa situazione è peggiore di qualunque bolgia infernale”.
Qualcuno, del tutto inaspettatamente, ha risposto alla mia preghiera.
143- la Banda Tor Vergata
Tutti lo chiamano Panda.
In realtà Fabrizio.
In realtà io lo avrei soprannominato orso bruno. chi lo conosce sa perfettamente cosa dico.
Da quel primissimo incontro non passava giorno senza che non si passasse del tempo insieme.
Mi trovavo benissimo con lui.
Come trovarmi di fronte ad un’altra me stessa.
Mi dava fiducia. Una fiducia che significava:”in sua compagnia io posso stare bene”.
Mi sentivo protetta.
Poi c’era Stefano.
Stare con lui era come subire una iniezione di felicità allo stato puro.
Portava sempre con se un vento caldo di simpatia.
Aveva la capacità di farti dimenticare qualunque problema.
Era un ciclone dentro al quale era piacevole farsi strapazzare.
Mi faceva morire dalle risate la facilità con cui perdeva la testa per le ragazze: ogni giorno era innamorato di una diversa ed ognuna di loro a suo dire poteva essere la donna della sua vita e la madre dei suoi figli. Poco importava che avesse per la testa tre o quattro donne diverse.
Dopo aver incontrato loro ho iniziato a sentirmi di nuovo viva.
Abbiamo fondato la Banda Tor Vergata.
Noi tre.
Ad ogni pausa di studio noi tre.
Hanno dato sapore alla mia vita insipida.
Poi si è aggiunto Pepette e il mio cuore finalmente ha ritrovato calore.
Noi quattro insieme: la mia oasi di pace.
Poi è arrivata una nuova cotta per un tizio di nome Gianluca.
Panda diceva che ero pazza ad essermi accorta di un tipo tanto mediocre.
Banale o no, e me faceva battere il cuore ogni volta che lo incontravo tra i corridoi dell’università.
C’era un ma.
Era fidanzato.
Io io ne ne sono accorta quando già le nostre occhiate erano più che esplicite e ci eravamo persino scambiati i numeri di cellulare.
Era una sensazione stupenda essere corteggiati…Peccato che una persona che ha taciuto su un particolare così significativo non poteva portare a niente di positivo.
Ogni suo messaggio mi riempiva di gioia e di rabbia.
Come poteva avere il coraggio di scrivere frasi tanto belle destinate a me quando si era preso l’impegno di amare d’altra?
Il mio entusiasmo per lui aveva lo stesso vigore di un fiammifero. Di una scatola di fiammiferi. Uno acceso alla volta.
Per fortuna avevo una coscienza di nome Panda a riportarmi sempre sulla retta via.
Con Gianluca infatti non c’è mai stato nulla se non l’essere stati seduti in macchina a parlare e dirci addio. Senza il minimo contatto.
In casa stavo portando avanti il consiglio di zia Teresa.
Ritornavo solo per dormire.
Evitavo qualunque contatto con loro.
Stare in casa da quando mio padre era andato in pensione mi dava un senso di claustrofobia.
Ero più contenta di dover ritornare tra le mura domestiche solo quand’era buio. Preferibilmente quando li trovavo seduti in salotto a vedersi i quattro telegiornali della sera e il mio rientro passava praticamente inosservato.
Neppure il saluto ci scambiavamo più.
Qualche volta, tuttavia, pur non volendolo, ci si incontrava per i corridoi o per le scale. Se lei non aveva parole da destinare a me, lo avevano i suoi occhi. Sguardi che non erano per nulla retorici. Carichi di puro disprezzo.
Mio padre invece mi ignorava completamente.
Il fine settimana non lo dedicavo come avevo sempre fatto alla pulizia di casa.
“Finché non mi porterete il giusto rispetto: il rispetto che merito, io non pulirò nemmeno un bicchiere qua dentro”.
Le mie parole hanno avuto solo il potere di farla ridere crudelmente. Quella risata finta e disprezzante, come unghiate sulle guance. Di quelle che fanno male sul momento e poi continuano a pizzicare per un tempo che sembra eterno.
Sono corsa in camera mia ribollente di rabbia e ferita per l’ennesima volta.
Fischiettava contenta per casa.
Quando si comportava così e diventava un uccellino, stava a significare che non sapeva proprio cosa dire e che allo stesso tempo era molto infastidita.
La risata mi aveva ferita.
Quel cinguettare mi era del tutto indifferente.
Lui ha avuto la sua solita abitudinaria reazione: il nulla.
Poi loro sono spariti dalla mia testa: io avevo la mia Banda Tor Vergata.