Per anni il mio punto di forza era stato uno: non avere nulla che mia madre potesse usare contro di me. Avevo raggiunto un buon traguardo; una sorta di neutralità che mi garantiva di non essere ferita causa terzi.
La mamma, perciò, poteva servirsi dell’unica cosa a me rimasta: me stessa e diavolo se sapeva colpirmi proprio laddove la sua lingua avrebbe fatto più male.
Del tutto paradossalmente si sarebbe potuto credere che mi conoscesse come nessun’altro ma la realtà era il suo opposto: era la sua fortuna balorda: quando apriva bocca toccava tasti di cui lei stessa era inconsapevole o voleva ignorare.
Stranamente accettavo che lei maltrattasse ciò che ero ma non sopportavo che se la prendesse con altri; la mia Valentina, mio fratello ed ora Fabrizio. Quello era un veleno che proprio non sopportavo e a cui ero sensibile il doppio. Questo era un’ulteriore aspetto per cui preferivo la solitudine, benché non mi fosse una compagna gradita.
Ora però c’era Fabrizio nella mia vita e non aveva intenzione di uscirne come io non ne avevo di allontanarmi da lui.
La mia mamma aveva una vittima su cui sfogare i suoi artigli.
Una debolezza da usare contro di me.
Senza ombra di dubbio lei sapeva essere lo psicologo del paradosso: invece di ricostruire una personalità in frantumi, mia madre era abilissima nel frantumare i mille pezzetti che già ero.
Fabrizio era una sorta di vaccino per me: era il mio rifugio, era la mia forza. Ero determinata a tenerlo lontano dal mio personale inverno. A proteggerlo da esso; eppure una volta entrata tra le mura di casa mia, l’effetto benigno del mio legame con lui sembrava svanire. Gli attacchi verbali di mia madre annullavano quella che credevo fosse una protezione: aveva una forza virale che abbatteva ogni mia strategia di difesa.
Era come se smettessi di ragionare costruttivamente.
Avevo una nuova forma di disagio. Avevo necessità che avevo messo da parte.
Il bisogno della “normalità” era diventato forte.
Avrei voluto regalare e condividere piccole cose della quotidianità con Fabrizio; vedere un film, cucinare qualcosa per lui, vederlo dentro la mia cameretta, presentarlo ai miei genitori.
La verità è che non avevo nulla da condividere con lui e questa carenza mi bruciava dentro.
Del tutto irrazionalmente io continuavo a sognare ed agognare una situazione famigliare normale. Non pensavo a tenere quanto avevo di sano e bello lontano da una situazione malata. Al contrario continuavo a desiderare ciò che era in mio diritto.
Non riuscivo a concentrarmi sul futuro da costruire ma restavo bloccata dalle migliaia di ancore che erano le mie carenze.
Mi rodeva.
Non accettavo che fantasie ed errori avessero condotto la mia famiglia in binari tanto contorti.
Ero convinta che la situazione potesse ancora essere risolvibile, che si potesse tornare alla normalità. Una normalità che io avevo bisogno di condividere con Fabrizio.
Del tutto inconsapevolmente ero caduta nell’amo che mia madre mi aveva destinato nel momento in cui aveva voluto conoscere la fidanzata di mio fratello in casa.
Del tutto normale quando a far battaglia sono una donna e una ragazza di vent’anni.
Ero un burattino dentro quella casa. Potevo credermi forte e tanto intelligente da vedere sopra le situazioni ma in realtà ero Davide contro Golia. Un Davide sfornito di fionda e sassi.
Una giovane in lotta con un’adulta.
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160- nuovi e vecchi amori
Grandi novità a casa: mio fratello aveva la ragazza.
La notizia era stata accolta con entusiasmo.
Mille le domande: “chi e?”
“Come l’hai conosciuta?”
“Dove abita?”
“Che fanno i genitori?”
Poi l’ultima :”Quando potremo conoscerla?”.
Poi il grande colpo di scena: “Ma perché sabato non facciamo la pizza e la invitiamo a casa?”.
Detto con inusuale felicità dalla voce della mia mamma.
Ascoltavo il loro discorso dalla mia camera, mentre i miei genitori cenavano con mio fratello.
Lei aveva persino alzato la voce per farsi sentire meglio.
Poteva star tranquilla: avevo ben sentito e le sue parole avevano centrato il bersaglio.
Una gelosia cieca, mista a rabbia mi esplose nel petto.
Sarei stata bugiarda se avessi detto che non mi aveva ferita.
Erano mesi e mesi che Fabrizio faceva parte della mia vita e non aveva neppure il diritto di chiamare al telefono fisso di casa mia ed una “appena arrivata” aveva già meritato quanto negato a lui.
Paradossale. Completamente folle.
Ero pienamente consapevole che lei facesse tutto questo solo per ferire me.
Era andata persino contro il suo primo comandamento: nessuno poteva entrare in casa sua: nel suo regno; men che meno i conoscenti miei e di mio fratello.
A quanto pare la legge era cambiata: a stare lontani da casa sua e da lei dovevano essere soprattutto quelli che sceglievano me (legge in vigore ancora oggi a quanto pare).
Avrei voluto avere la forza ed il potere di non reagire alle sue parole, ed invece mi rodeva tanto il culo che mi sarei mangiata il fegato.
Di nuovo senza cena nello stomaco, perché senza alcun appetito, mi buttai le coperte addosso, testa compresa e mi rifugiai dentro al mio letto, quasi volessi tenere fuori tutto quello che mi circondava. In maniera di tutto infantile speravo di non ascoltare più le loro voci da lá sotto.
“Ma sai che ti dico: perché non la invitiamo in montagna? Può dormire in camera di Clara!”.
Quante novità per una serata sola. Purtroppo le loro voci continuavano a raggiungermi. A ferirmi.
Non le avrei dato la soddisfazione di piangere. Non quella sera. Meglio restare razionale e quanto più controllata.
Mi chiedevo come preferissero la presenza di una totale estranea; come per loro fosse del tutto normale che lei entrasse in una casa che io non avevo mai visto, dove io non avevo mai messo piede. Lei avrebbe dormito in un letto mio, dove io non lo avevo mai posato neppure gli occhi.
Una totale estranea aveva più diritto di me…ma, purtroppo, con loro, era da aspettarselo.
A farmi rabbia era il fatto che lei potesse ciò che a Fabrizio era stato negato.
A farmi rabbia era il fatto che il nuovo e recente amore di mio fratello passasse avanti a quanto legasse me e Fabrizio.
Davvero brava la mia mamma. Nomino solo lei, perché come al solito, la voce di mio padre era assente, silenziosa come sempre e chi tace acconsente.
La mia matriarca avrebbe meritato l’oscar per la capacità di far soffrire la gente. Lei si che sapeva come attaccare il nemico, soprattutto il nemico Clara.
Quanta amarezza.
Ero quasi addormentata quando Javier entrò in camera mia.
“Clara, sabato viene Viola a cena…”
“Si,ho sentito. Sai perché mamma sta facendo tutto questo, vero?”
“Si, lo so…Mi dispiace… Devo solo chiederti un favore: puoi unirti a tavola anche tu quando verrà Viola…sai, almeno far finta di essere una famiglia normale… Almeno per la prima volta che entrerà qui?”
“Assolutamente no: mi stai chiedendo troppo”
“Ok. Lo capisco… Buona notte”.
E chi poteva più dormire?
Arrivò il sabato.
Per amor di mio fratello mi sedetti di nuovo, dopo tanto tempo, a tavola con la famiglia al completo: mio padre presente come un quadro appeso al muro, educato e sempre al suo posto; lei, mia madre, contenta, con un sorriso sornione sulla bocca, quasi ricaricata da quella vittoria; io, costretta in quella situazione, umiliata e taciturna; mio fratello felice per quel miracolo avvenuto ed infine Viola, del tutto inconsapevole della battaglia psicologica che stava avvenendo intorno a lei in quel momento.
Ero a tavola, presente e testimone della gioia di mio fratello e di Viola.
Il mio silenzio era il mio atto di protesta.
Mi sembrava surreale quanto stava accadendo. Una marionetta consapevole di appartenere ad un teatrino misero. Un’esibizione pietosa.
Mangiai la pizza più disgustosa di tutta la mia vita.
159-tempus fugit
Lavorare per me significò avere due percezioni del tempo.
Una l’antitesi dell’altra.
Nel negozio dove lavoravo mi ero imposta un divieto: mai guardare l’orologio più di tre volte; lo scorrere delle lancette era esasperante: le ore sembravano giornate e i minuti ore.
Una volta uscita, lontana da quei milioni di scarpe, il tempo sembrava volare via come accelerato. I mesi volavano via senza che io me ne rendessi conto. Quella velocità mi lasciava sbalordita.
Da un punto di vista fisico l’essere diventata commessa era stato pesante: la sera avevo i piedi doloranti e gonfi per le lunghe ore passate obbligatoriamente in piedi. Sembrava non esistessero in commercio delle scarpe comode che venissero incontro alle mie necessità. Fortuna il corpo si abituò presto e poi lo stipendio e il guadagnarmi le mie giornate mi incoraggiavano a sopportare quel fastidio.
La mia vita sembrava essere migliorata di molto.
Inaspettatamente in casa l’aria sembrava più distesa.
I litigi erano sporadici perché rarissimi erano i contatti. In pratica i miei genitori si limitavano ad aprirmi la parta di casa.
Percorrevo quotidianamente il tragitto porta d’ingresso fino alla mia camera e viceversa. Incrociavo solo i mobili. Null’altro. Era raro persino vederli in viso:sembrava non volessero neppure aver a che fare con la mia presenza.
Quella situazione paradossale mi stava pure bene: io avevo Fabrizio. Finalmente e per fortuna.
La loro totale apatia nei miei confronti non mi procurava più dolore: ero come anestetizzata nei loro confronti.
Solo una cosa mi infastidiva: l’essere costretta a percorrere una lunga, buia, deserta stradina di paese per arrivare a casa nel totale disinteresse della mia famiglia. Camminavo guardandomi intorno con una certa preoccupazione, pronta a qualunque eventualità.
Pensare che a loro non importasse nulla di ciò che poteva capitarmi, che non valutassero le eventualità in cui potevo inciampare, bè, quello mi caricava di rabbia ed amarezza…Era, purtroppo, la mia unica alternativa per arrivare a casa, perciò, volente o nolente, ero costretta a farla.
Una passeggiata di una decina di minuti che mi accelerava il battito e che si quietava solo al comparire delle prime luci del paese.
Al solito, e questa era la grande ed importante novità della mia vita, mi venne incontro Fabrizio che diede vita ad un vero e proprio rituale:stavamo al telefono quel tanto che serviva a non farmi fare la strada da sola ed accertarsi che fossi in camera mia al sicuro.
Queste furono molte delle giornate della ventenne che sono stata. Tutto sommato giornate di sole.
Il totale disinteresse dei miei genitori, tuttavia, era fasullo; senza che me ne rendessi conto ero continuamente monitorata. Senza che me ne accorgessi, nuvole nere e cariche di pioggia stavano per cadermi addosso.
158- rabbia e vita
Sapete cosa ha smosso il mio cuore vigliacco?
La rabbia e la vita stessa.
La rabbia perché sapevo di meritare l’amore, perché sapevo di aver tanto da condividere. Da vivere.
Ogni giorno Fabrizio non faceva che confermare la sincerità e la profondità dei suoi sentimenti. Decisi pertanto di soffocare la paura di un ulteriore abbandono con un sentimento altrettanto forte. Dannazione! Io meritavo di lasciarmi andare a questo amore! Meritavo la gioia, il calore, il mondo pieno di mille colori, la mia personale primavera!
Meritavo di vivere l’amore nella sua pienezza come qualunque altro essere umano.
Io meritavo di vivere l’amore.
Era mio pieno diritto.
Mi ero fossilizzata nella solitudine, nel silenzio, nel sentirmi inadatta, brutta, sporca, sfregiata nel corpo e nell’anima…e quando è una madre a farti sentire un tale rottame umano, allora questi sentimenti raggiungono radici talmente profonde da trovare difficile credere tanto in se stessi quanto in qualunque altro essere umano.
Dovevo uscire da questo bozzolo infame e bugiardo; lasciarmi amare perché tutto in Fabrizio gridava sincerità.
Quei bellissimi occhi verdi, la dolcezza con la quale esprimevano il suo legame a me erano un’oasi troppo allettante, il mio piccolo immenso paradiso…e allora con rabbia, per la prima volta, mi gettai nel calore dolce che ricevevo dal mio fidanzato ventenne.
Non che fosse facile. Era come affrontare il proprio It personale. Mi trovavo a combattere contro le mie fobie, i miei terrori…camminavo su vetro tagliente, però sapevo che era una battaglia che avrei potuto vincere, perché combattuto e vinto il mio It avrei potuto vivere ed amare. Pienamente e completamente.
La vita stessa, poi, ha voluto come aiutarmi,mi ha concesso una distrazione concreta con la quale non dovessi rimuginare troppo sui miei complessi e le mie paure.
Quel gennaio del 2006 significò la fine della mia carriera universitaria.
Su ordine dei miei genitori quel semestre invernale avrei dovuto dare sei esami. Saltarne uno avrebbe significato che loro non avrebbero più pagato le tasse universitarie e che io avrei dovuto iniziare a lavorare.
Sostenni solo cinque esami: chissà per quale assurdo motivo avevo deciso di seguire il corso di informatica, io, la scema del villaggio globale! Neppure mi sono presentata davanti al professore.
Era nei patti, perciò mi sono cercata il primo lavoro a portata di mano; non prima, tuttavia, di aver fatto un ultimo disperato tentativo: io volevo continuare a studiare.
Ho chiesto un colloquio ad uno dei miei docenti preferiti al quale ho esposto la mia situazione famigliare.
“Con dispiacere mi trovo costretto nella posizione di semplice ascoltatore e confidente: nè io come persona, nè l’università come istituto può fare nulla per lei”,
“Mi scusi, ma in tutto questo dove va a finire il diritto allo studio?”,
“Mi ricordo di lei, è una studentessa brillante, ma il suo diritto allo studio finisce dal momento che lei è residente a Roma: non può avere accesso alla casa dello studente, perché destinata ai fiori sede, ed inoltre, la sua famiglia, qualunque sia la sua situazione in essa, ha un ceto troppo alto perché lei possa ricevere qualunque tipo di aiuto”
“Quindi devo smettere di studiare?”
“Purtroppo è così. Congeli gli studi, si renda autonoma e poi riprenda la sua carriera universitaria; questo è l’unico consiglio che posso darle”.
Salutata la facoltà di lettere e filosofia mi recai nel centro commerciale più vicino dove fui assunta come commessa in un negozio di scarpe.
Arbeit macht frei.
Il lavoro rende liberi, di non pensare troppo e per me il non pensare troppo ha significato iniziare a vivere.
157- la bambina impaurita
Era accaduto.
Cosa avrebbe fatto seguito a quanto avvenuto?
Aveva ragione mia madre e sarebbe fuggito da me prima che il suo gesso fosse stato tolto?
Non avevo le farfalle nello stomaco. Non mi sentivo “finalmente donna”.
Non ero felice.
Tornata in casa, corsi a rifugiarmi in camera mia. Lí il calore delle coperte mi aiutò a dissipare un poco del gelo che mi portavo dentro.
Javier aprí la porta della mia camera.
Bussare prima di entrare non era abitudine in casa.
Ogni apparizione doveva essere un’introduzione illegittima. Nessun chiedere. Nessun permesso. Semplicemente obbligare un altro essere umano alla propria presenza. Il continuo ricordo che in quella casa non esistevano spazi privati o personali. Mamma lo aveva così spesso ribadito con il suo comportamento che ormai faceva anche parte di noi: persino io non bussavo mai nell’entrare in camera di mio fratello.
“Come stai? Tutto a posto?”
“Cosa darei per saperlo…comunque l’ho fatto:ho fatto l’amore con Fabrizio…”.
Il mio silenzio prolungato gli fece capire che consideravo l’argomento chiuso.
“Ok. Se vuoi sai dove trovarmi”.
Si, era così, non volevo proprio parlarne. Non con un ragazzo. Avrei voluto il conforto femminile. Il massimo sarebbe stato poter correre da mia madre per avere il conforto, la sicurezza, la fiducia che solo una mamma era in grado di trasmettere…non era il mio caso… perché continuavo ad essere così disperatamente infelice? Cosa mi impediva di lasciarmi andare? Cosa doveva succedere per tranquillizzare la tempesta di sentimenti che mi pesava sul cuore? Perché non godere dei ricordi belli di quella giornata? Perché non sorridere beata dopo le parole di Fabrizio?
Nessun: “allora ci vediamo. Ci sentiamo. Dai, mi faccio vivo io…”…Nessuna parola o atteggiamento che lasciasse trapelare la voglia di allontanarsi da me.
Lui aveva detto altro. Quel qualcos’altro che non allude ad una separazione ma al suo contrario. Due parole che mi hanno fatto tremare.
“Ti amo”.
Mi venga voluto legare ancora maggiormente a lui con questa dichiarazione…Solo io non riuscivo a credergli…Quando sarebbe accaduto? Quando mi avrebbe abbandonata anche lui?
In uno dei giorni più significativi della mia vita non mi sentivo affatto donna ma una bambina piena di paura.
156- la prima volta
Vivere un incubo.
Avere il terrore incollato sulla pelle come se fosse sudore. Entusiasmo?
In quel momento non sapevo neppure se esistesse.
“È un’esperienza che prima o poi dovrai avrontare”.
Mi ripetevo le parole di Javier come l’Avemaria ma non trovavo alcun coraggio in esse, semmai mi riempivano di tristezza.
Avevo fatto del mio meglio per proteggermi. Per sentirmi un briciolo più sicura.
Indossavo la mia biancheria intima migliore. Reggiseno e perizoma nero.
Il mio scudo,
La mia armatura fisica e psicologica, tuttavia,era altro.
Le mie benedette autoreggenti.Quella leggera copertura mi permetteva di respirare più facilmente…Solo a me sembrava non ci fosse ossigeno nella stanza…Fabrizio era dolce come sempre.
Protettivo.
Peccato io volessi solo scappare. Quasi mi sembrava che il mio cuore fosse un tamburo dentro al petto. Forte tanto da coprire le parole che mi erano rivolte.
Mi feci guidare sul letto quasi fossi un automa.
Mi sembrava ora di respirare meglio, un respiro caldo come lava. Difficile da controllare. Da sopportare.
Fabrizio era bello come sempre.
Lui era perfetto.
Gli occhi lucidi di piacere.
Carico di aspettativa.
Un bambino che scarta il suo dolce preferito…Solo più lui toglieva strati dal mio corpo, più io mi facevo piccola piccola.
Quanta paura mi faceva la nudità ed io gli stavo correndo addosso come un’automobile a duecento l’ora.
Avrei voluto perdere i sensi e risvegliarmi il giorno seguente.
Sapere che era accaduto ma non essere consapevole di nulla.
Avrei voluto essere ubriaca a morte, invece ero penosamente e pienamente consapevole.
Mi ritrovai senza vestiti,in biancheria intima.
Ero sul patibolo.
Perché non morivo di crepacuore in quell’istante?
Almeno sarei morta felice sapendo che un essere umano sulla terra mi aveva amato…Almeno per un po’…lnvece la tortura andava avanti.
Sapete cosa mi ha tolto a quel punto?
Le mie autoreggenti.
Quelle che io avevo programmato rimanessero incollate a me come se fossero la mia stessa pelle.
Non poteva andare peggio.
Più vedevo scivolare quella lieve stoffa più mi sentivo colpevole del peggiore dei reati.
Avrei voluto fermare quelle mani. Frenare lo scendere delle mie calze. Solo il mio corpo non mi rispondeva. Le mie mani non si sono mosse a fermare le sue.
Ho lasciato che la sua azione continuasse. Con la morte sul cuore.
Ero nuda. Nuda per davvero. Nuda come mai avrei voluto essere.
Tutto si è fermato.
Fabrizio si è fermato.
Mi guardava interdetto.
Incredulo.
Schifato?
Guardava le mie gambe per poi guardare il mio viso.
Il mio incubo era diventato realtà.
Stavo vivendo il terrore.
Una paura talmente grande da sembrare quasi dolore fisico.
“Perché non me lo hai detto?”.
Era deluso.
Che dirgli?
Le lacrime hanno risposto per me.
Non sentivo il mio cuore.
Il tamburo sembrava essersi fermato. Non batteva più. Non batteva affatto.
Guardavo il ragazzo davanti a me senza poter aprire bocca.
Aspettando di vedere le sue spalle che si allontanavano da me.
Quel silenzio era il rumore più brutto di tutta la mia vita.
Non lo sopportavo.
Che finisse la scena.
Desideravo finisse tutto lí.
Prima fosse capitato, prima sarei stata libera di vivere da sola l’ennesimo abbandono.
“Non sapevo come dirtelo…Non avevo il coraggio. Sapevo saresti scappato”.
Parlavo con la folle certezza di chi si crede capace di vedere nel futuro.
Leggere la delusione nei suoi occhi era una punizione terribile ma che mi sembrava di meritare.
Solo la interpretavo male.
La mia delusione non era la sua.
“Mi conosci così poco?”.
Si. Lo conoscevo poco.
Perché lui riprese a spogliarmi.
La cosa non sapeva rassicurarmi. Vedere Fabrizio prendersi cura del mio corpo mi faceva sentire morta.
“Sei come mi aspettavo: sei bellissima”.
Avrei voluto urlare dalla disperazione.
Non gli credevo.
Era tutta una grande bugia.
La verità era che gli facevo pena.
Le mie gambe erano terribili.
Ero la sola.
L’aspettativa delusa.
Lui continuava a baciare ed accarezzare il mio corpo solo perché era un ragazzo con un cuore grande.
Mi avrebbe accontentata.
Solo quella volta.
Solo in quel momento per non frantumare il mio povero ego già a pezzi; poi avrebbe fatto in modo di non farsi più trovare.
Di non farsi più sentire.
Mi faceva tenerezza.
Per me provavo solo pena.
Cosa mi diceva il mio corpo?
Cosa mi trasmetteva?
Nulla.
Solo brutte sensazioni.
Non sentivo assolutamente nulla. Come se ogni muscolo del mio corpo non funzionasse.
Come se il mio cervello fosse altrove.
Come se fossi del tutto insensibile.
Ok.
La mia prima, vera, consapevole volta e grande scoperta: ero frigida.
Sarei scoppiata a ridere se solo avessi potuto ed invece non provavo altro che maggior pena per me stessa.
L’odio ed il ribbrezzo per le mie cicatrici mi avevano talmente influenzato a non accettare ciò che ero, che ritenevo impossibile potessi piacere ad un altro essere umano.
Non avrei mai potuto e saputo condividere con Fabrizio quei sentimenti.
Fermarlo per avere comprensione, sicurezza, conferme, non sarebbe servito a nulla, perché io avevo deciso di non credergli.
Fu quasi un sollievo quando tutto terminò. Corsi a coprirmi con i miei vestiti. Come se con addosso quegli strati di stoffa potessi sentirmi meglio. Come se potessi rifugiarmi in essi.
Fabrizio con la solita dolcezza.
Contento avrei detto.
Mi godevo le sue attenzioni sapendo che non ne avrei usufruito mai più perché mai più lo avrei incontrato.
la ragazza che ha imparato ad amarsi
Riprendo a scrivere dopo una lunga pausa.
Un’interruzione dovuta a molteplici motivazioni. Tutte un po’ collegate alle altre.
La prima e più importante:la gelosia.
Spiego meglio: ho scoperto che mi è difficile condividere più le mie disavventure che non le mie gioie. Trovo difficoltà a svelare la parte bella della mia vita. Come se fossi poco disposta a dividere il mio tesoro più grande. Quasi il mio amore fosse da custodire. Da tenere tutto per me. Ma spiegare la mia uscita dall’abbandono senza motivare ciò che mi ha salvata è pressappoco che inutile. Ecco il perché di queste nuove righe.
Seconda motivazione: ho saputo che i miei genitori adottivi leggono il mio blog.
Al mio scrivere seguiva il loro leggere.
Hanno messo da parte il loro isolamento e sono partiti alla ricerca dei parenti e dei conoscenti con l’intento di screditarmi.
Di darmi della bugiarda. Della malata di mente.
Ai vari era richiesto lo schieramento: o con loro con me.
Per avvalorare la loro verità hanno dichiarato che mio marito non era il padre dei miei figli, che lo stato tedesco stava per togliere le bambine dalla mia tutela perché madre indegna, che vivo in una catapecchia.
La falsità delle loro affermazioni è stata palese per coloro che mi conoscono bene.
Un’inutile strategia con la quale si sono fatti scacco matto da soli. Messi all’angolo dalle loro stesse parole, si sono giustificati dicendo che si erano limitati a riportare quanto gli era stato riferito da altri.
Una guerriglia verbale che mi ha fatto venire la nausea. Affermazioni che neppure duemila chilometri di distanza hanno saputo alleggerire. Una situazione paradossale dalla quale ho voluto prendere le distanze. Unico modo per poterlo fare era quello di prendermi una pausa dallo scrivere.
Terza motivazione: mi infastidiva inoltre, l’essere diventata un’abitudine per loro. Immaginarli a leggere una storia che già conoscono mi irritava.
Riempire una piccola parte delle loro giornate era irritante.
Ora questi sentimenti sono sopiti. Addormentati e mi sento pronta a riprendere.
Non so se potrò farlo quotidianamente come in precedenza. L’arrivo inaspettato di un terzo figlio mi obbliga a centellinare il tempo che posso dedicare al mio blog. Farò ciò che è nelle mie possibilità. Intanto buona lettura.
155 -la ragazza impossibile da amare
Quella notte non ho chiuso occhio.
Avevo una paura fottuta.
Sapevo che Fabrizio non mi avrebbe mai potuta trovare bella dopo aver visto le mie ustioni.
Le pensavo tutte per poter trovare una soluzione. Quella più logica era esclusa: non avrei mai ammesso di averle, non lo avrei avvisato prima.
Non avevo la forza di farlo. Non riuscivo proprio e lo sapevo bene.
Dire che avevo un vero e proprio giramento di testa non era esagerato.
Era una giostra che aveva preso a girare veloce dentro la mia testa ed ero stata io ad accenderla.
Avevo il cellulare in mano con un messaggio già scritto, ma non inviato, nel quale avvisavo Fabrizio di non poter andare da lui.
Come recintando un padrenostro mi dicevo di non inoltrare quell’sms.
L’unica illuminazione che mi portò quella veglia era indossare biancheria tutta nera con autoreggenti dello stesso colore. Erano un paio molto carino con dei fiori in rilievo. Le avrei portate addosso come se fossero state la mia pelle e avrei fatto in modo che non fossero tolte.
Questa soluzione mi diede un po’ di pace.
Un briciolo.
La mia giostra girava ancora troppo veloce.
Era il mio terrore a continuare a muoverla.
Una paura profonda che aveva mille sfumature di scuro. Molte delle quali erano allora nascoste alla mia coscienza.
Quel terrore si nutriva del disprezzo per il mio corpo, della impossibilità che senza vestiti potesse essere considerato bello.
La nudità mi atterriva.
Poi c’era il sesso.
Pensavo di desiderarlo.
A vent’anni era naturale.
La realtà era che io non lo volevo.
Convincevo me stessa che così fosse quando in realtà io senza sesso sarei vissuta tranquilla.
Più serena.
Credevo di desiderarlo perché per una ventenne era normale farlo.
Era la mia maniera di omologarmi alle altre perché ciò mi permetteva di rimuovere i nodi della mia personalità e di un passato pesante che mi faceva sentire sporca di macchie che non potevano essere lavate via.
Il sesso per me era stato precoce, sbagliato, sporco.
Nell’orfanotrofio era stato un tabù sussurrato solo tra noi bambine.
In famiglia il tabù era rimasto e si era consolidato.
La masturbazione per me non era concepita. Non era nemmeno un pensiero.
Non lo sapevo ma il sesso mi spaventava come e quanto le mie gambe bruciate.
Era collocato tra tutto ciò che aveva valenza negativa.
Amavo Fabrizio ed ora lui desiderava fare l’amore con me.
Credevo fosse anche il mio desiderio.
Ne ero certa. E’ stato poi il mio stesso corpo a rivelarmi che per la mia testa non era lo stesso e le mie illusioni sono cadute una ad una.
Ecco cosa muoveva la maledetta giostra che non mi faceva prendere sonno.
Nuotavo in quel mare conosciuto e sconosciuto per me, sentendomi impreparata ed inadatta a ciò che sarebbe accaduto il giorno seguente.
Per amore del mio ragazzo ho abbandonato il mio cellulare sul pavimento vicino al letto senza mandare alcun messaggio.
Avrei combattuto la mia battaglia.
Avrei voluto spegnere il mio cervello ma non avevo protezione contro me stessa.
Ho aspettato che arrivasse il giorno domandandomi perché nella mia vita tutto dovesse dimostrarsi così carico di difficoltà e preoccupazioni.
Ero davvero una ragazza impossibile da amare?
154-“domani vieni a casa da me?”
Tutto sembrava perfetto. Per i miei canoni.
Mi rendevo bene conto di quanto fosse stata difficile la scelta di amare me.
A passi lenti tentavo di smettere di rifugiarmi nel mia corazza come se fossi una tartaruga.
Ero euforica.
Ogni giorno in più passato insieme a lui rappresentava una vittoria personale.
Finalmente nuotavo anche io in quelle acque tanto desiderate.
Sentivo finalmente di avere valore. Di essere importante per la vita di qualcun altro. Ero finalmente un albero con radici.
Ero felice.
Dovevo tuttavia far i conti contro uno dei miei demoni peggiori.
Un terrore che avrebbe potuto rompere il mio idillio.
Mi faceva tremare il fatto che ci stavamo lentamente avvicinando al limite che non mi ero mai permessa di valicare.
Lo avrei voluto anche io, negarlo avrebbe voluto dire essere bugiarda, eppure il mio terrore e la mia codardia erano montagne invalicabili al suo confronto.
Fabrizio aveva abbattuto con saggezza i mille ostacoli di fronte ai quali chi era venuto prima di lui aveva rinunciato.
Questi muri avevano costituito il mio rifugio, la mia protezione, ma anche la mia prigione.
Coperta dai vestiti mi sentivo meno fragile. Avevo l’illusione di essere bella. Completa. Il più vicino possibile alla normalità.
Non osavo immaginare come lui avrebbe reagito di fronte alle mie cicatrici.
Come potevo apparire bella agli occhi di chiunque altro se neppure io sopportavo la mia immagine riflessa allo specchio?
Mille volte mi trovavo a dirmi: “Ti prego, diglielo, preparalo, dagli possibilità di scelta. E’ giusto che sappia cosa si troverà di fronte”.
Aprivo la bocca. Cercavo di parlare. Non emettevo suono.
Ero una codarda egoista.
Se lui avesse deciso di abbandonarmi a seguito delle mie cicatrici io avrei dovuto rinunciare a ciò che Fabrizio mi aveva finalmente donato.
Il silenzio mi dava il futile conforto di far durare le sue dolci attenzioni più a lungo…Quale ragazzo avrebbe deciso di restare con me una volta viste le mie cicatrici?
Mi ero immaginata mille e mille volte nell’atto di fare l’amore con qualcuno ma il risultato era sempre lo stesso: disgusto e totale calo del desiderio.
I miei incubi non facevano che farmi vivere questa atroce situazione.
Per quanto tu fosse maturo, culturalmente dotato, con una sensibilità fuori dal comune, come poteva Fabrizio discordarsi da questo dato di fatto?
Per quanto l’amore ci nobilitasse eravamo animali: maschio e femmina scelgono reciprocamente il partner che gli sembra migliore; con gli occhi, con la chimica degli ormoni.
In quanto donna avevo dalla mia due cose: make-up e vestiti giusti. La materia prima non era male…A parte un particolare…Qualcosa che non poteva essere nascosto in eterno…Non volevo denigrare i sentimenti che ci legavano, solo eravamo prima di tutto animali animali, giovani animali.
In principio hanno avuto la meglio gli occhi, lui mi aveva scelta non per la mia personalità ma per il mio corpo. Un corpo corrotto.
Pensava che Fabrizio fosse troppo giovane per accettarlo.
Neppure donne e uomini nella piena maturità riescono a ignorare le mie cicatrici.
I loro sguardi traboccanti pietà erano lame che mi avevano trafitto per anni. Solo i conoscenti più intimi mi avevano concesso il piacere di ignorarle e anche quando era così ero io a non dimenticare mai che loro c’erano. Che erano come bandiere incollate alle mie cosce.
Avevo la convinzione che per un giovane innamorato fosse diverso.
Ci si aspetta un fiore perfetto.
Io non lo ero.
Per la prima volta dopo tanto tempo ho davvero sentito quanto fosse pesante l’assenza di una madre. Avrei voluto le sue mani, le sue braccia, la sua bocca e trovare in lei la forza per combattere questo mio demone. Desideravo quell’amore materno che sapevo mi avrebbe senza dubbio resa più forte e non sola nella mia battaglia decisiva.
Avrei voluto consiglio. incoraggiamento. Rassicurazione.
Era paradossale.
Assurdo.
Se le capitava di vedermi mi lanciava occhiate cariche di pregiudizio, e se non erano i suoi occhi a colpevolizzarmi era la sua lingua a giudicarmi. Mi dava insensibilmente della troia.
Il mio esatto contrario.
Che pena.
La crudeltà con cui lanciava le sua accuse stordiva.
Dove trovava la convinzione per per sue certezze?
Quanto avrei voluto che avesse fatto un viaggio dentro la mia testa…Di nuovo mi illudevo…Non sarebbe servito a nulla: semplicemente sarebbe stata cieca rispetto a ciò che avrebbe avuto davanti.
Nel concreto la donna che aveva scelto di adottarmi era un continuo tsunami che si abbatteva contro di me. Aveva il potere di rendermi piccola rispetto ai miei terrori. Sbagliata. Inadatta. Sporca. Priva di coraggio.
Da codarda rimandavo continuamente quello che sarebbe dovuto essere il mio dovere. Ho cercato di attingere forza nei consigli di chi mi è più caro: mia cugina Stefania, Valentina, mio fratello. Tutti con diverse parole mi avevano detto lo stesso:
“Devi dirglielo. Non arrivare a fargli fare da sola la scoperta. Questo potrebbe non essere bello: non quello che nascondi ma l’aver taciuto su un particolare che per correttezza lui avrebbe dovuto conoscere”.
Condividevo ogni singolo particolare di ogni discorso fatto da loro. Il mio coraggio, tuttavia, non sembrava arrivare.
“Domani i miei non sono in casa. Vieni a trovarmi?”.
Infarto. Collasso. Encefalogramma piatto.
La vecchia Clara avrebbe semplicemente trovato una scusa per poter negarsi all’invito.
Ho ingoiato il mio terrore.
Era arrivato il momento delle rivelazioni.
“Ok”.
E’ uscito solo questo monosillabo. Null’altro. Odiando me stessa con tutto il cuore non ho aggiunto altro.
Tornata in casa me ne stavo seduta davanti alla mia scrivania a sbattere la testa su di essa. Avevo l cellulare davanti.
Dovevo chiamarlo e sputare fuori la verità rifugiando nella distanza creata dalla rete telefonica? Non ci riuscivo! Stavo impazzendo dal senso di colpa e e dal mio essere impreparata a ciò che stava per succedere. Una camomilla fu il mio placebo.
Avevo qualcosa di brutto da nascondere ma non sarei stata tanto verme da non andare da lui il giorno dopo.
Dovevo affrontare la mia fobia. Rivelarmi a chi amo. Far vedere tutto il mio corpo a chi lo aveva meritato.
Con la mia determinazione ai minimi storici sono andata al letto.
Avevo paura.
Mi sentivo come chi deve affrontare un’operazione difficile sapendo che le possibilità di sopravvivenza sono scarse.
Rivelare a Fabrizio delle mie ustioni non era solo un particolare.
Le mie ustioni avevano molti altri significati per me.
Dietro di esse si nascondevano discorsi lunghi. Più difficili da ammette che rivelare il semplice fatto che avevo le gambe ustionate.
153- continua scoperta e voglia di crescere
La decisione di uscire dal mio guscio non aveva fatto diventare i miei mostri meno piccoli, semmai il contrario.
Mi sentivo come un bimbo terrorizzato dal buio al quale fosse stata spenta la sua unica lampadina.
Avrei acceso io la luce.
Era ora di vivere.
Avrei dovuto solo affrontare quel buio.
Avere il coraggio di guidare la mia mano in quell’oscurità e trovare l’interruttore.
Volevo farlo, eppure le mie mani non facevano cenno di alcun movimento.
Ero davvero troppo impaurita.
Sapendo di non avere dentro di me il coraggio che mi occorreva mi sono immersa dentro Fabrizio.
Ho tratto forza da lui.
Erano davvero toccanti i tentativi quotidiani che applicava per farmi capire che si sarebbe preso cura di me.
Era pienamente consapevole che ero un cerbiatto impaurito con i nervi pronti a scattare nell’atto della fuga.
Procedeva a piccoli e brevi passi, aspettando di vedere un cenno di consenso da parte mia prima di muoversi ulteriormente nella mia direzione, cementando così ogni piccolo progresso.
Aveva capito di non dover forzare la mano, ma procedere per calmi e ragionati tentativi.
Quanto faceva sembrava partire da un unico pensiero:
“Devo tranquillizzarla, darle sicurezza”.
La luce io l’ho accesa perché Fabrizio mi ha guidata.
Mi stava facendo venire voglia di sciogliermi come ghiaccio al sole.
Di buttarmi dalla scogliera sotto la quale avrei trovato solo morbidezza.
La voglia di farlo era incommensurabile, la paura di farlo altrettanto.
Per giorni e giorni fu lui quello a parlare.
Mi stupiva quanto fosse capace di capirmi.Era come se fosse fornito di un lente speciale attraverso la quale poteva vedere dentro di me.
Prima di lui io ero abituata più a scrivere che a parlare.Ero avvezza più ad ascoltare che ad essere ascoltata. Analizzavo bene ciò che mi circondava senza aver mai incontrato una forma di interesse simile a quella che Fabrizio manifestava per me.
Poi lui ha smesso di parlare. Non che si fosse stufato di farlo.
“E tu?Cosa mi racconti oggi di te? Cosa ti passa per la testa? ora è tempo di ascoltare la tua di voce”.
Un sorriso dolce mi ha incoraggiata.
Ho aperto la bocca. Le parole però non si sono fatte sentire. Non avevo proprio idea di cosa dire. Quel silenzio mi ha stordita. Infastidita. la mia incapacità di comunicazione mi ha fatta sentire una ebete. Confusa l’ho guardato con timore aspettandomi di vederlo andare via.
“Clara non posso sempre parlare solo io. Aspetto che sia tu a partire di tua iniziativa ma il momento non sembra arrivare mai. Non posso credere che tu non abbia nulla da dirmi…Forse non ti fidi ancora di me?”.
Non sarebbe scappato. Mi sono imposta la calma. Dovevo dargli delle spiegazioni.
Il bizzarro mutismo che mi era preso, era una novità anche per me. Vicino a lui sembravo regredire. In parte ciò era dovuto alla mia inconscia attitudine all’autoconservazione: il tradimento viene proprio da chi ami, perciò si, io mi difendevo da lui. Mi proteggevo chiudendomi nel silenzio proprio perché lo amavo e avevo paura di lui. Il silenzio era protezione. Sapevo di ferirlo nel fare quell’ammissione perciò ho preferito rivelargli un’altra motivazione.
“Io non parlo perché non so farlo. Nessuno mi ha insegnato a farlo ed io non ho mai avuto necessità di impararlo. Erroneamente mi sono affidata esclusivamente alla scrittura. La mia mano è più brava e veloce della mia bocca. Sono abituata al monologo. Nessuno fino ad ora ha dimostrato tanto interesse per quello che ho da dire. Non sono abituata…con te io sto scoprendo i miei limiti ma ho voglia di crescere”.
Proprio per fargli capire che stavamo facendo progressi gli ho proposto di vederci fuori dall’università. In principio ci vedevamo soltanto a Tor Vergata perché così io mi sentivo più al sicuro. Da lui e da me stessa.
Il centro di Roma è stato il testimone di quelle prime uscite.
Lui poi mi ha portata a conoscere il suo mondo. Amici. Gruppi coi quali suonava ed era una continua scoperta in positivo.
Ero felice ma la mia voce ancora non trovava la forza di uscire dalla bocca.
Guardavo ammirata con occhi lucidi e labbra tremanti i suoi dolci tentativi…E mi sentivo ingiusta: un baro che bleffa nonostante la miseria delle sue carte.
Gli aspettavano le giuste spiegazioni.
Si sei guadagnato le spiegazioni che gli avrebbero svelato il perchè del mio complicato e lunatico carattere.
I segreti più intimi. Le mie paure. I miei terrori. Le mie vergogne.
Mi capitava di piangere durante le prime uscite.
“Clara, che hai?”
“Niente, è che sono felice”
“E per questo piangi?”
“Si”.
Lo stringevo.
Lo abbracciavo con tutte le mie forze e gli regalavo baci bagnati pregandolo solo di una cosa:
“Ti prego non abbandonarmi”.