Godere il monento

Hai delle notizie straordinarie, incredibili e fantastiche. Qual è la prima cosa che fai?

La Clara di una volta sarebbe corsa a condividere la notizia con chi è essenziale per me (e non sono molti, perciò preziosi), ora invece mi sarei presa il tempo per godere il momento da sola. Per vivere le sensazioni e le emozioni solo con me stessa. Per riflettere su come mi sento e sulle conseguenze dell’evento.

Si, mi sarei regalata la possibilità di vivere e godere da sola la straordinarietà e il fantastico di quelle notizie; un tempo breve, ma un momento esclusivo per potermi vivere e capire, per concedermi il momento; poi, si, sarei corsa a condividere con i miei amori e assaporare la novità insieme a loro.

179- Sette anni ancora

Il mio intento era quello di trovare i miei genitori biologici.

Come iniziare una tale ricerca?

A mia concreta disposizione avevo solo carta e penna. Strumenti troppo arretrati rispetto ai tempi.

Avevo tuttavia due problematiche nel immediato: non avevo un computer e ancor di più non sapevo come usarne uno.

I miei intenti non corrispondevano alle mie qualità: avevo poco più di vent’anni e mi vergogno ad ammetterlo, ma le mie capacità davanti ad un computer erano misere. Ero in grado appena di accenderlo e spegnerlo.

Internet? Per me era solo un nome.

In quella che era stata casa mia era visto come lo strumento del demonio. Qualcosa da cui io dovevo stare lontana perché pericoloso, tanto io per lui che io per me stessa. Ne ho perciò mantenuto le distanze  non perché la pensassi come i miei ma banalmente perché fin allora non me ne era servito l’utilizzo. Potevo viverci senza perché non mi era mai effettivamente servito. Combattere per un computer e internet in casa? Battaglia persa perché  non ne avevo alcun interesse. Mio fratello ne aveva un maggior ma sempre molto limitato utilizzo . Io me ne ero servita per delle ricerche a livello scolastico ma la mia inettitudine mi aveva procurato più problematiche da risolvere che vantaggi veri e propri, perciò era uno strumento al quale preferivo non avvicinarmi. Capitolo chiuso.

Le cose, negli anni, sono, tuttavia, cambiate.

È ciò che succede quando si ha la sensazione di libertà: tutto diventa come fluido: concreto e meno problematico; avrei potuto scrivere con Word e abbandonare foglio e penna, avrei potuto vederci qualche film, videochiamare e chattare con Fabrizio, scrivermi a quel tanto famoso Facebook, di cui ero venuta da poco a conoscenza e di cui tutti parlavano; insomma finalmente avrei potuto usufruire di un computer e di internet come un qualunque altro essere umano: perché finalmente mi era utile.

Era patetico, devo ammetterlo, che io non sapessi usare un computer. Mi vergognavo di quella carenza, ma la determinazione è un buono stimolo per chiunque, perciò ho abbandonato  la mia titubanza per buttarmi cocciutamente nella nuova avventura.

Un computer era esattamente ciò che mi avrebbe fornito il supporto adatto a fare qualunque tipo di ricerca io avessi in mente di fare: niente chiamate con lunghi minuti di attesa o file in qualche ufficio: una semplice mail e via.

Internet accorcia tempi e distanza. Offre milioni di possibilità.

Avrei solo dovuto imparare a fare tutto.

Partire da zero non è mai un problema per chi ha in mente i propri intenti e vuole ostinatamente realizzarli: fu così e per questo che comprai un portatile.

Mio supporto tecnico e morale, come al solito, fu Fabrizio.

Con mia sorpresa imparai quanto necessario in pochissimo tempo: erano più grandi i miei timori che le capacità effettive necessarie per impararlo ad usare: tutto era piuttosto spontaneo: quasi veniva da sé.

Si fatto usavo quotidianamente il mio nuovo strumento con una facilità sorprendente.

Fu emozionante  scrivere quella mia prima mail. Con il mio più formale italiano scrissi al consolato colombiano e quando usai il tasto invio ebbi una fitta al cuore. Quanta speranza in quel significativo gregge di parole virtuali. Impossibili e non chiudere il portatile con un sorriso sulle labbra.

Dopo poche settimane mi arrivò la risposta.

La mia prima mail di risposta. Certamente significativa.

Aprirla mi ha procurato grande emozione: avrei saputo finalmente come affrontare la ricerca dei miei genitori biologici. Di Ted. Il cuore non batteva. Era impazzito dentro al mio petto.

Uno stentato italiano mi informava che dovevano passare vent’anni dalla data effettiva della mia adozione per poter avviare un qualunque tipo di ricerca.

Avevo aperto quella mail con molte speranze…Invece mi toccava accontentarmi dell’attesa…Un attesa che nel mio caso sarebbe stata lunga sette anni.

Un bel po’ di tempo per chi vuole le proprie radici.

178-alberi

Siamo alberi con un cuore che batte.

Non abbiamo corteccia ma una pelle che è mille volte più sensibile e fragile.

Parte essenziale di noi sono le radici. Tutti gli alberi hanno le proprie.

Chi più o chi meno, tutti hanno quel intrecciato fiume che li tiene saldi al terreno e qualunque sia la potenza del vento che ci investe sono esse a renderci forti, a tenerci in piedi e darci stabilità. Più sono profonde e possenti più lo siamo noi stessi. È la parte intima e nascosta. Quella più importante.

Io non trovavo le mie.

Mi sentivo traballante e priva di una parte essenziale di me.

Non accettavo di esserne priva.

Era un’ingiustizia che non volevo accettare.

Quanto avvenuto a Pasqua mi aveva reso chiaro che di me proprio non ne volevano sapere. Tempo e distanza non erano miei alleati e mi avevano dimostrato che non potevano aiutarmi.

Ero stata orfana.

Non volevo tornare ad esserlo per il semplice dato di fatto che io due genitori li avevo.

Per il semplice fatto che per me erano mio padre e mia madre.

Era tuttavia il mio esclusivo punto di vista.

Mi volevano fuori dalla loro vita.

I miei genitori non sentivano la necessità di aver una qualunque forma di legame con me; persino un saluto si era dimostrato essere un fastidio.

Difficile da accettare per chi, nonostante tutto continua ad amare.

Difficile accettare di essere trattata come il peggior essere umano al mondo.

Il rifiuto non piace a nessuno.

Dai propri genitori è inaccettabile.

Dovevo, tuttavia assimilare e digerire una scelta che loro avevano a tutti gli effetti già preso.

Ci sono guerre che a volte è meglio chiudere. Soprattutto quando qualunque strategia sembra portare solo alla sconfitta.

Io comunque le mie radici le volevo. A tutti i costi e nonostante tutto perché sono essenziali per qualunque albero al mondo.

Chiodo schiaccia chiodo, dicono e l’unica maniera in cui io potevo praticare questo principio era riempire i vuoti che avevo con quelle che erano le mie reali origini.

Presi i documenti in mio possesso.

Lessi e riflessi nomi e date scritte sul mio certificato di nascita.

Annotai tutto.

La scelta era stata presa: avrei cercato i miei genitori biologici.

177-Pasqua

Quell’anno abbiamo festeggiato la Pasqua a Colonna, stesso paese dove risiedono i miei.

È stata una pura casualità; Ruben, quasi un fratello, tanto era forte la nostra amicizia, ci ha sorpreso con una novità: “Mi ha invitato a pranzo mia madre, ma dato che ci eravamo già organizzati di stare insieme a voi, facciamo una cosa: venite anche voi con me”.

Felice dell’invito, avevo preparato un dolce.

Cucinare mi era sempre riuscito bene, perché mi piaceva e perché mi riusciva facile. Preparare il dessert era ed è tutt’ora, a mio avviso, un bel gesto di gratitudine: significa attenzione, dedizione e affetto.

Come previsto la giornata di festa procedeva molto bene; la compagnia era perfetta, come ritrovarsi tra anime che si conoscevano da una vita, cibo squisito, buon vino e liquori fatti in casa.

In mezzo a tutte quelle belle sensazioni un pensiero ha bussato e mi ronzava intorno come una mosca fastidiosa.

Sapere che i miei genitori fossero a poche centinaia di metri da me mi imponeva di passare per un saluto. Ma avrei fatto bene? Non sarebbe stata un’imposizione? Avrei rovinato la loro giornata o l’avrebbero presa bene? Gli ospiti più graditi non sono quelli che avvisano della loro visita?

Coi miei non esisteva una giusta strategia: tutto sembrava sbagliato.

Confusa ho chiesto consiglio al mio simposio.

È risaputo: l’aria di festa impone positività e tutti mi hanno spinta a fare un saluto. Che male ci può essere in un ciao?

Era avanzato un bel pezzo del mio dolce. Perché non portarne un pezzo? Armata di coraggio, buone aspettative e con in mano un po’ di dolcezza mi sono diretta a casa.

Anche Fabrizio, che camminava insieme a me, ha iniziato ad innervosirsi.

Ogni passo che ci avvicinava a destinazione diventava come più pesante. Mi sudavano le mani. Il cuore era un tamburo che mi arrivava alle orecchie.

Ho suonato il citofono in parte sperando che non fossero in casa.

Il disagio era in parte diventato paura.

Cercavo di razionalizzare quella sorta di terrore che mi aveva invasa. Sarei corsa via. Si può avere paura di mamma e papà?

No. Non era paura di loro. A rompermi il respiro erano le sensazioni e i sentimenti che erano in grado di farmi provare. Come sapere di dover andare in apnea più a lungo delle proprie possibilità.

Il passato non è più in nostro potere ma il futuro si. Questa speranza mi aveva portato avanti a quel cancello.

Lo scatto improvviso del cancello è stato come uno sparo alle mie orecchie.

Io e Fabrizio ci siamo guardati stupiti.

Erano in casa ma ancora più incredibile: mi avevano aperto.

Il perché si è svelato pochi passi dopo.

Avevano ospiti.

Erano stati costretti ad aprire dalla situazione.

I loro ospiti, amici di famiglia di vecchia data, mi hanno salutato con calore.

Il saluto di mio padre è stato tiepido e si è lasciato baciare su una guancia. Ho dato il dolce in mano e mia madre e mi sono avvicinata per baciare anche lei.

Si è tirata indietro. Scioccata e arrabbiata dal tentativo.

Non ha voluto essere toccata, anzi, si è allontanata in cucina da dove abbiamo sentito sbattere due o tre pensili.

Sapevo che aveva appena buttato al secchio il pezzo di dolce che avevo portato.

È rimasta lì, sbattendo legno e pentole, manifestando con quei rumori tutto il suo disappunto per una presenza del tutto sgradita che le era stata imposta.

Il mio disagio e quello di Fabrizio era chiaramente visibile.

Papà e gli ospiti non sembravano poi fare tanto caso alle proteste che venivano dalla cucina. Come del tutto abituati a quei capricci.

Sono stati loro a dimostrare interesse verso di me ma ancora di più nel voler conoscere Fabrizio perché lo hanno tempestato di domande. Non trovavo l’interrogatorio fuori luogo: era sinonimo di attenzione: avrebbero dovuto farlo i miei: cercar di conoscere la persona che avevo scelto e che aveva scelto me.

Dato il forte interesse manifestato dai miei padrini, anche mio padre ha fatto un paio di timide domande. Vedevo Fabrizio rispondere con spontaneità ma con un lieve accenno di ansia.

Povero, analizzato da totali sconosciuti.

Quando si è ospiti non graditi uno solo è il desiderio: andare via il prima possibile. Mettersi le ali ai piedi e scomparire. Scappare, direi.

Salutati tutti siamo usciti di casa.

Io e Fabrizio non parlavamo.

Stavamo in silenzio e quasi correvamo nell’intento di allontanarci il prima possibile da quel posto.

“Non so come hai fatto per tutto quel tempo. Come hai fatto a resistere per tutti questi anni? Dieci minuti di puro disagio dentro quella casa e io mi sento svuotato, sfiancato, impaurito persino! Non mi sono mai sentito così! Per favore non chiedermi mai più di entrare là dentro!”.

Mi sono sentita in colpa di averlo messo in una situazione tanto misera. Ottimismo? Speranza? Era davvero possibile? Mi sentivo persino stupida per aver fatto quel tentativo.

La Pasqua. Simbolo della vittoria della vita sulla morte. Del perdono.

Non era quello il mio caso: ciò che tra me e i miei genitori era morto rimaneva tale.

176-cuore romantico

Ho sempre avuto un cuore romantico. Questa realtà esisteva silenziosa, nascosta e radicata nelle profondità del mio essere.

Per questo non ho mai ceduto alla disperazione dei momenti più bui, ed è per questo che non ho mai ceduto alla voglia di farla finita.

Credevo nei sentimenti di Fabrizio: che lui mi amasse senza ombra di dubbio era fin troppo chiaro.

Faticavo a credere come potesse essere così: ancora non mi accettavo: ancora vedevo solo un brutto riflesso davanti allo specchio.

Come poteva trovarmi bella? Come poteva adorare quel corpo verso cui io stessa provavo disgusto e disagio?

A quel punto il mio romanticismo si è sentito in diritto di dire la sua.

Ero critica verso me stessa come non lo ero verso gli altri.

Fabrizio mi vedeva bella semplicemente perché lo ero. Solo i miei occhi erano ostinatamente miopi.

Era la pura realtà, ma l’accettazione di se stessi è un lungo processo. Dovevo imparare ad amare quel mio corpo, esattamente come faceva Fabrizio.

Ero ancora legata a forti catene: la bruttezza nella quale mi vedevo e anni di ferite psicologiche inferte dai mie ancora mi frenavano. Avevo, tuttavia, e finalmente le chiavi. Toccava a ma aprire quei lucchetti che mi frenavano. Dovevo liberarmi e volare.

Meritavo l’amore e tutto ciò che da esso deriva, amore fisico compreso.

Solo imparando ad amarmi avrei accettato l’amore.

Credetemi, mi ci sono voluti anni.

E come è bello quando si ama se stessi: è un sentirsi completi. Liberi.

È amore puro.

Solo allora la mia testa, il cuore ed il mio stesso corpo si sono schiusi come il più prezioso dei fiori ed è stato da quel momento che ho capito cosa fosse realmente l’amore in ogni sua sfumatura.

Perciò, si, ha vinto alla grande il mio cuore romantico. Un cuore il mio che credeva anche negli altri.

Distanza e tempo avrebbero senz’altro aiutato.

Avrei dimostrato di non venire dal nulla: avrei riavuto un rapporto, seppur solo diplomatico, coi miei genitori adottivi. Lo volevo e avrei lottato per averlo.

Continuavo a chiamarli per le festività e quella Pasqua mi ero decisa a passare a trovarli.

175- Nove Dicembre

Il mio primo compleanno fuori casa.

Lo avevo immaginato straordinario: piena libertà, una discreta autonomia economica e il mio fidanzato.

Nella mia fantasia lo avevo immaginato come un giorno speciale.

Ho aperto gli occhi con gioia e aspettativa.

Ero davvero curiosa di vedere cosa mi avrebbe regalato la giornata.

Ero euforica e carica di aspettative.

Erano gli anni degli squilli; quando un bib telefonico corrispondeva a “ti penso” o “sono qui per te”, così ho cercato Fabrizio per avvisare che il mio giorno era iniziato. La risposta è stata immediata: lui era già in piedi, aspettava solo il mio risveglio, perché, si, voleva essere il primo a farmi gli auguri ma solo un attimo dopo che io avessi aperto gli occhi. La sua sensibilità non mancava mai di sorprendermi: voleva essere il primo ma rispettando sempre i miei tempi. Piccoli gesti dal valore inestimabile. Mi ha ricoperta di auguri, mille parole dolci e un invito a cena per quella sera: anche i suoi genitori volevano festeggiarmi.

Come previsto quel nove dicembre si preannunciava speciale.

Con il cuore pieno di gratitudine per quelle attenzioni mi sono preparata per andare al lavoro con la gioia che solo una ventenne può avere nel suo giorno speciale.

Persino al lavoro mi sembrava di camminare senza toccare il pavimento.

Ero felice.

Era impossibile non corrispondere al mio sorriso beato.

La sera, mentre sedevo in una tavola dedicata a me, con la mia famiglia acquisita attorno a me, tutto è cambiato.

Ho iniziato a piangere.

Era strano. Un attimo prima ero euforica e poi all’improvviso mi sono sentita invadere da una tristezza che mi ha come spenta, che ha prevalso su ogni mia volontà o stato d’animo.

Nel pieno di quel festeggiarmi, un tarlo silenzioso ma determinato strisciava tra i miei pensieri.

Se non avessi avuto Fabrizio quella festa non la avrei mai avuta. Se non ci fosse stato lui, nessuno mi avrebbe chiamato per auguri o inviti. Le attenzioni di Giuliana, Sergio, Lisa e Marco derivavano da quelle del mio ragazzo. Senza di lui, io, quel giorno, sarei stata sola ed ignorata.

Ero immersa in un mondo bellissimo ma al quale non appartenevo, un mondo che mi era stato donato e del quale ero grata, ma in fondo al cuore sapevo che il giorno del mio compleanno non era quella la mia tavola.

La realtà è che l’assenza dei miei genitori si era fatta così concreta che quel dolore mi era calato sulla testa come un masso piovuto giú dal cielo.

Sarei voluta stare a casa mia, con i miei genitori. Avrei voluto le loro attenzioni.

Invece non avevo nulla.

Come uscita dal nulla.

Un nulla che avrebbe colmato il giorno del mio compleanno se io non avessi avuto Fabrizio.

E chi mai è riuscito a saziarsi col nulla?

Chi mai è stato felice della totale solitudine il giorno in cui si festeggia la propria nascosta?

Ero circondata di amore puro, sincero, eppure era l’assenza di un legame atavico e lungo anni a fare piangere i miei occhi.

Un abbraccio di otto braccia mi ha circondata e riscaldata. Cullata in quel caro intreccio multiplo non riuscivo poi tanto a calmare il mio pianto, che di fatto è diventato più forte e disperato: non erano quelle le braccia che tanto mi mancavano.

174-perchè io no?

Sconcertava anche me la consapevolezza di quanto soffrissi l’assenza dei miei genitori.

Non mi era chiara la ragione.

Quel perché mi frullava in testa continuamente.

Mi toglieva la breve serenità che avevo ottenuto.

Come avere costantemente fame e perciò uno stomaco eternamente brontolante.

Solo che a brontolare era il cuore.

Non accettavo di essere un frutto senza ramo.

Non accettavo il rifiuto.

Non accettavo di apparire come uscita dal nulla.

Non accettavo di essere senza famiglia. Senza la mia famiglia.

Quanto è importante per ciascuno di noi il senso di appartenenza?

È un cuscino, una coperta psicologica che si porta sempre con sé. È un rifugio che conforta e riscalda qualunque sia la distanza. Una testimonianza di ciò che si è e si è stati.

Una famiglia è un biglietto da visita.

È un invisibile dolce gigante che ti cammina avanti per proteggerti dal mondo intero.

La domanda perenne era una: “Perché io no?”.

Ho iniziato a portare rancore verso qualunque altro essere umano perché mi sembrava che tutti avessero qualcosa che io aspettavo anche per me stessa.

Vedere padri o madri con figli adulti era quasi doloroso.

Provavo una gelosia acida.

Se prima adoravo osservare con occhi adoranti Fabrizio insieme alla sua famiglia, ora provavo un cieco risentimento.

Era un brutto tarlo difficile da accettare, che mi rendeva lunatica e distaccata. Sentimenti che non mi piacevano, che nascondevo dietro parole e sorrisi.

C’è una differenza sostanziale tra il subire la mancanza di qualcosa che si è avuto e qualcosa che non si è avuto.

Da bambina avevo desiderato due genitori semplicemente perché non li avevo.

Da grande subivo di nuovo la loro assenza, con un nuova variante: loro li avevo vissuti e amati tanto profondamente da non poter se non continuare a farlo.

Da parte mia c’era stata una così forte e profonda accettazione della loro figura che mi risultava difficile non pensarli dentro ai miei giorni.

Erano stati il mio dono. Il regalo più grande.

Come potevo rinunciare ad esso?

Io non riuscivo.

Era troppo importante per me ricucire il brutto strappo che ci divideva.

Lo credevo possibile.

173-tentativi

La mia routine quotidiana si era fatta piena e serena.

Lavoravo molto e la sera il corpo era sempre più stanco dei pensieri, ma la totale assenza di preoccupazioni conciliava il sonno.

Avevo agognato alla serenità così intensamente che quasi non mi sembrava vero.

Una chiamata di Fabrizio era la mia dolce buona notte.

Addormentarmi era facile e quasi automatico.

Non è stato così per molto.

Mi mancava qualcosa.

Ho iniziato a pensare a quell’estranea che mi aveva partorita. Non a mio padre. Del vecchio non sentivo affatto l’assenza. Di lei, invece, ero piena di domande. Quale era la sua storia? Chi era lei? Da quale storia d’amore ero nata io?

Rileggevo ancora e ancora l’unico documento in mio possesso: la fotocopia del mio certificato di nascita.

Fissavo le informazioni in essa contenute cercando di trovare una qualche forma di rivelazione. Nomi e date non chiarivano molto. Creavano solo più domande, perciò più confusione.

Da quel foglio mi arrivava una sorta di brezza fredda. Quanto lí contenuto era estraneo. Troppo lontano da me.

La piccola Clara aveva amato solo due persone durante la sua infanzia: Javier e Ted; i miei fratelli, le uniche persone da cui avevo ricevuto un legame forte e sincero. Era questa la mia assenza malinconica?

No.

Dovevo ammettere che a mancarmi era altro.

Come si può smettere di amare un sogno fatto realtà?

Come si può smettere di amare chi ha lasciato radici profonde dentro di te?

Quelle profonde e robuste radici non erano affatto secche.

Odiavo l’inferno degli ultimi anni passati insieme, eppure loro no; era impossibile odiarli, al contrario mi mancavano.

Mi mancavano prima di averli avuti.

Li avevo accettati prima del nostro primo sguardo.

Li avevo amati prima di averli abbracciati.

Nel momento in cui mi avevano adottata loro erano diventati mia madre e mio padre.

Lo sarebbero stati per sempre.

Una madre e un padre possono essere solo amati.

È un amore viscerale che solo da bambini può nascere.

Non esiste schiaffo, percossa o dolore che poteva cambiare quel sentimento.

La delusione poteva solo annebbiare questa realtà: li avevo amati e continuavo ad amarli, per questo mi mancavano.

Ho cominciato a pensare che la distanza poteva essere la giusta soluzione: vivere insieme era stato tossico per noi; probabilmente solo adesso sarebbe potuto nascere un dialogo positivo.

Ciascuno al suo posto ma legati da qualcosa.

Persino i nostri contatti si erano ridotti ad essere indiretti: mandavano tramite Javier la bustarella contenente i soldi per pagare il mio affitto.

Nulla di più.

Presi una decisione ferma: il primo passo lo avrei fatto io.

Avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse di essere discreta ed educata, che mi desse la giusta distanza: un tentativo leggero che potesse essere accettato senza che lo interpretassero come un’intromissione.

Una chiamata breve. Un saluto: ad ogni festività, al loro compleanno li avrei chiamati per fargli gli auguri.

Tendevo loro a mano.

Io ci avrei provato.

172- famiglia

Ho presto accettato l’appartamento di Maria come casa. Non mi piaceva, ma era relativamente vicina a quella di Fabrizio e nulla mi vietava di cercare qualcosa di nuovo, ancora meglio se nello stesso quartiere del mio ragazzo. In fin dei conti era il posto dove avrei dormito e fatto colazione: il resto del mio quotidiano si sarebbe svolto altrove, perciò perché dargli tanto peso?

Ciò che davvero contava era tutt’altro: mi sono lasciata contagiare dalle novità, piccole cose normali che per me erano una conquista: il peso e il rumore delle chiavi del mio appartamento, il poter uscire e rientrare senza dover guardare l’orologio, il non dover chiedere il permesso per fare qualunque cosa, il non sentirmi seguita, osservata, spiata e giudicata.

Era come se tutto fosse diventato improvvisamente più leggero: dopo anni e anni cominciavo a vivere serena. Questo era il cambiamento più significativo: la tranquillità con la quale trascorrevano le giornate.

In quel periodo avevo un solo timore: quale idea si fossero fatti di me i genitori di Fabrizio. Quale poteva essere il giudizio nei miei confronti?

Erano stati testimoni di situazioni sgradevoli: quando mi sono presentata alla loro porta nel pieno della notte quando, avendo fatto tardi, i mei genitori avevano deciso di non aprirmi il cancello di casa e ora la nuova novità: pagata purché lontana da casa.

Cosa potevano mai pensare di me?

Chiaramente non mi conoscevano, avevamo avuto solo qualche chiacchierata e qualche pranzo, ed io avevo una gran vergogna di ciò che potevano pensare di me.

Temevo il pregiudizio, perché contro di lui avevo dovuto lottare per lungo tempo e perché contro di lui avevo perso.

Faticavo a credere che si potesse avere un buon giudizio di me a causa della mia storia.

Temevo soprattutto il pregiudizio gratuito, quello che nasce senza alcun fondamento. Quello che deriva da un’occhiata superficiale.

Secondo grande cambiamento della mia vita: nessun pregiudizio ma osservazione attenta, attiva e diretta: i genitori di Fabrizio mi hanno vissuta e così conosciuta. Come? Mi hanno invitata a trascorrere i fine settimana con loro e la conoscenza è stata reciproca.

Io ero semplicemente ciò che ero: totalmente libera perché non avevo nulla di cui avere paura o da nascondere e grata della possibilità offerta.

In aggiunta a ciò ho potuto essere testimone della magia che si racchiude dentro alla parola “famiglia”: il dialogo reciproco, i baci, gli abbracci ed amarli è stato del tutto normale. Se Fabrizio si era dimostrato speciale, è perché dietro e con lui ci sono due genitori straordinari. Osservavo e analizzavo quelle tre persone perché erano ciò che avevo sognato per me stessa. Loro conoscevano me ed io conoscevo loro.

Condividevo le mie osservazioni con Fabrizio, e da subito gli ho detto che era bellissimo vederli coccolarsi. Adoravo vedere i loro baci e abbracci. Tenerezze tra adulti ma dolci come quelle tra bambini. Me ne riempivo gli occhi e sorridevo felice. Erano il mio spettacolo personale. Del tutto normale, spontaneo per loro eppure così prezioso davanti al mio sguardo. Una vita che si amavano quei tre, una cosa così normale che capitava senza che cogliessero la bellezza nascosta dietro quella tenerezza.

“Clara mi hai insegnato ad amare consapevolmente la mia famiglia: davo molto per scontato perché non mi rendevo conto di quanto fortunato io sia; invece tu mi hai aperto gli occhi: se prima me ne allontanavo, con te ho riscoperto il piacere dello stare con i miei genitori”.

171- quando un addio è un nuovo inizio

“Ti troveranno una camera in un appartamento normale”, mi rivelò mio fratello la mattina seguente.

Neppure una settimana e mi sono preparata le valigie perché il mio nuovo posto era stato trovato.

Ci trovavamo a ridosso della fine del mese perciò la ricerca era stata piuttosto frettolosa: o si trovava qualcosa subito o ci sarebbe voluto un altro mese.

Chi avrebbe potuto sopportarmi così a lungo?

Bisognava trovare qualsiasi posto il prima possibile.

Portavo con me solo vestiti e scarpe. Dentro due valigie tutto il mio mondo.

Non occorreva altro perché la camera era già arredata.

Avrei condiviso l’appartamento con un’anziana signora di nome Maria. Sarei andata in una camera completamente estranea, che non avevo mai visto e valutato, con una persona con cui non avevo scambiato neppure due parole.

I miei genitori si erano accordati via telefonica con la mia futura coinquilina.

Il telefono gli è bastato per trovarmi un posto adatto a me.

Perché non un’appartamento da condividere con altre ragazze!?

Già, la risposta è semplice: dovevo essere sorvegliata. Troppo sciacquetta per potermi autogestire. Troppo poco intelligente, troppo troietta, per meritarmi la compagnia di mie coetanee. Una vecchia signora mi avrebbe posto i paletti a cui la mia mente bacata non poteva arrivare. E poi era la scelta migliore per chi voleva risparmiare: quale giovane sceglie di sua spontanea volontà come coinquilina una signora a ridosso degli ottant’anni? Di certo i miei genitori avevano travato una super offerta per le loro tasche.

Ogni loro scelta manifestava la poca stima e la frenesia di liberarsi di me.

Mi offendevano senza bisogno di usare parole.

Ingoiavo in silenzio perché presto sarei stata libera da tutto questo.

Al mio nuovo domicilio mi avrebbe accompagnato mio fratello.

Poi è arrivato il momento dei saluti, mentre Javier caricava le valigie in camera.

“Se ti chiedono di tua madre dì che è morta o che sta in Colombia. Io puttane in casa non ne voglio”. Questa è stata la frase che mi ha voluto regalare mia madre mentre scendevo le scale e uscivo per sempre da casa loro.

Mio padre è rimasto in silenzio. Ha alzato la mano e mi salutato distante mentre i nostri occhi si sono incrociati rapidamente.

Capita di non avere neppure la forza di piangere.

Sono salita in macchina in silenzio e sono andata via.

Solo durante il viaggio ho permesso alle mie lacrime di uscire. In silenzio, perché non avevo voglia di parlare.

Ad aspettarmi sotto il palazzone dove avrei vissuto c’era Fabrizio.

Mi sono gettata tra le sue braccia come se fossi scappata dall’inferno e lui fosse il mio angelo custode. Solo a quel punto il mio pianto è diventati disperato e libero.

Valigie scaricate ed anche mio fratello mi ha salutato: “Fabrizio prenditi cura di mia sorella perché io non posso farlo”.

Con due valigie e Fabrizio ad accompagnarmi mi sono diretta nella mia nuova casa.

Maria è stata dolce nell’accogliermi in un appartamento vecchio quanto lei. Anche l’odore sapeva di altri tempi. La mia cameretta era più datata di me in quanto a colore delle pareti ed arredamento. Sull’unica finestra non batteva mai il sole col risultato che regnava l’ombra perenne lungo l’arco di tutta la giornata. Sarei corsa via a gambe levate da quell’appartamento orribile. Non parlavo. Non riuscivo. Solo attraverso il pianto esprimevo tutto il dolore ed il disgusto. Più mi guardavo introno e pio cresceva in me la certezza che i miei avevano cercato di risparmiare il più possibile sull’affitto perché solo un disperato avrebbe accettato un posto come quello in cui io mi ritrovavo ad abitare.

“I tuoi genitori devono mancarti davvero molto”, ha osservato Maria intenerita dalle mie lacrime. Parole che mi hanno fatta piangere ancora di più. “Ho parlato con mia figlia e mi ha detto che Colonna non è neppure tanto lontano; di certo potrai andarli a trovare il fine settimata”. Di male in peggio. Uno schiaffo dietro l’altro. Fabrizio, però, capiva e sapeva. Chiese di poter aiutarmi a disfare le valigie. Permesso accodato.

Ci siamo chiusi in camera. Valigie in un angolo. Ci siamo sdraiati sul letto e lì siamo rimasti abbracciati per lungo tempo.

Finalmente potevo avere Fabrizio con me. Braccia vere e sincere ad accogliermi.

Finalmente potevo condividere il mio spazio con lui.

Finalmente ero libera.

Pensavo a questo per cancellare una delle giornate più brutte della mia esistenza.