Tieni duro

Che consiglio daresti a te da adolescente?

Mi darei un abbraccio lungo abbastanza da far indolenzite le braccia.

Poi inizierei a parlare.

“Tieni duro perché uscirai dal buio che ti circonda.

Tieni duro perché la tua luce brillerà e tutto ciò che oggi ti manca lo otterrai in altra forma: dieci, cento, mille volte più bello di quanto tu abbia mai sperato o immaginato.

Mangia, il tuo digiuno non ha ragione di esistere: non lo vede nessuno che non stai mangiando: così stai facendo  male solo a te stessa.

Non smettere mai di amarti e curarti.  Non tormentarti davanti allo specchio: imparerei ad amare il tuo corpo: guarderai persino con affetto ciò che oggi trovi ripugnante di te stessa.

Scrivi.

Continua a scrivere senza fermarti mai perché per te sarà catartico. Continua a scrivere di getto, come fai da sempre perché sarai il miglior psicologo di te stessa.

Scrivi perché ciò ti renderà più grande e forte. Profondamente consapevole.

La solitudine di oggi sarà solo un ricordo.

Non turbarti troppo delle ferite che ti porti dentro: le ferite: quelle importanti, le hanno i sopravvissuti e credimi, come loro nessun altro sa apprezzare la vita.

Oggi sei seria e con questa perenne tristezza ad accompagnarti. Ti riscatterai anche in questo. Un domani indosserai un sorriso che non passerà inosservato: sará il tuo miglior vestito e non raramente un buon numero di persone vedendoti dirà: ‘è arrivata Clara: è arrivato il sole!'”.

il mondo è piccolo

Sei un patriota? Cosa significa essere patriota per te?

Ho avuto diverse patrie, ciascuna mi dato molto come tolto altrettanto.

Oggi patria è fatta di persone. Per i miei  primi vent’anni ho forse incontrato quelle sbagliate. Le rare, quelle buone, hanno segnato e cambiato il mio destino.

Colombia significa vita. Lì sono nata. Lì ho trascorso i miei primi anni. Anarchia e burrasca. Disordine assoluto. Due genitori alle prese coi loro problemi, così immersi nei loro difetti e nella loro caoticitá da non accorgersi di noi.  Poco importava alla piccola Clara di mamma e papà: io avevo i miei fratelli: quella è stata la mia vera patria, il mio mondo significativo di affetti, quelle fondamentali figure di riferimento che mi hanno dato il significato di famiglia. Peccato fossimo solo bambini.

Poi Italia. La patria delle speranze. Il paese che ha definito un carattere che aveva già le sue fondamenta. Il paese che ha definito la mia cultura e la mia educazione. Una patria che ho capito di più perché finalmente ero in grado di farlo. Poi chi mi doveva dare di più mi ha tolto tutto. Ho cercato con esitazione aiuto e non ne ho trovato. Ho così capito che l’Italia per me non era il mio personale rinascimento ma il mio personale medioevo.

Infine Germania. Il paese del riscatto. Qui mi sono rifugiata con appresso solo ciò che era a me caro. Qui ho creato il nido per la mia famiglia e come i bambini sono stati in grado di camminare da soli mi sono attivata: ho voluto e cercato la piena integrazione in questa nuova casa. Perché bisogna dirlo: se hai volontà, qui riesci a fare tutto. Non nego le difficoltà ma mi è stata concessa la possibilità di riuscire nei miei intenti. Soni grata a questa mia nuova patria e qui rimango per la semplice ragione che ora è casa mia.

Ecco spiegata la ragione per cui, a mio avviso, il mondo è veramente piccolo, tanto minuto che una persona può ritrovarsi ad avere più patrie nella sua storia e cosa significa allora essere patrioti?

Significa semplicemente vivere e dare significato alle proprie giornate. Essere con orgoglio e consapevolezza quel tassello del mosaico in cui viviamo e a cui apparteniamo.

Le mie persone

Chi sono le persone con cui preferisci stare?

Sono cambiate nel tempo.

Perché a cambiare sono stata io.

Noi.

A Roma vivevo in un appartamento molto piccino ma molto carino.

Io e Fabrizio siamo stati i primi in molte cose nella nostra cerchia: andare a vivere insieme, sposarci e avere figli.

Abbiamo sempre amato la presenza dei nostri amici e nessun cambiamento ci ha limitato in questo. Si preferiva organizzare le serate in casa piuttosto che in locali, per il semplice fatto che sentivamo addosso meno limiti e imposizioni. Fatto sta che la nostra casetta, al fine settimana, aveva sempre ospiti. In numero variabile tra i 5 fino ai 13. Perché di stare stretti non ci importava, anzi: meglio! E che serate! Ricordi memorabili! Risate, buon cibo, vino e birra a volontà. Una compagnia favolosa, fatta di tanti nomi, anche se sempre gli stessi.

Il trasferimento a Berlino ha stravolto il nostro mondo.

Per anni siamo stati solo noi: io, Fabrizio e i bambini. Le motivazioni tante: la barriera linguistica (non sapevo una parola in tedesco, a dirla tutta), la diffidenza verso di noi in quanto stranieri, l’ impegno che richiedevano due bambine estremamente piccole.

Ci sono state di conforto due cose in quel periodo: le visite degli amici più cari e le nuove conoscenze.

In principio cercavamo la presenza di altre famiglie italiane. Un lasso di tempo carino ma breve in cui ogni occasione era buona per organizzare feste e sentirci meno lontani da casa. Il grande gruppo, tuttavia, è andato progressivamente diminuendo: chi tornava in Italia, chi volava altrove in Europa o in Germania. Ci siamo semplicemente allontanati l’uno dall’altro.

Ci sono rimasti una o due coppie di amici. Bene così: non importa la quantità ma la qualità.

Poi il Corona.

La pandemia è stata una clausura. Un’isolazione forzata che diavolo se ci ha fatti sentire soli ed isolati. Un periodo buio che però ha segnato la svolta.

Abbiamo sempre cercato la piena integrazione nella nostra nuova città. Un integrazione attiva: fatta di lavoro e ricerca di contatto positivo con gli altri.

Ammetto: ci è voluto tempo e sforzo ma oggi ho una buona cerchia di conoscenti, colleghi ed amici.

Con chi preferisco stare?

Lo so io e lo sanno loro.

Non c’è bisogno di nomi: mi piace piuttosto sottolineare quanto sia bella la loro presenza nelle mie giornate e il sapore dolce che danno alla mia vita.

Involontariamente

Hai mai infranto involontariamente la legge?

Chi è andato via di casa relativamente presto impara rapidamente ad anticipare le proprie azioni. Si tende a prevenire le conseguenze. Si cammina col corpo ma il cervello è tre passi avanti. Perché sei responsabile di te stesso e così è giusto che sia. Ne deriva che ogni qual volta che ho infranto la legge l’ho fatto volontariamente, essendo ben consapevole dell’effetto della mia scelta. Piccole stronzate, per lo più alla guida di un’auto.

Tutto ciò che di involontario ho fatto nella mia vita è attribuibile alla mia stupidità e di certo non ha a che fare con la legge.

“cogito ergo sum”

Condividi uno dei migliori regali che tu abbia mai ricevuto.

Avrei potuto dire l’amore, i figli o semplicemente la mia vita.

La mia risposta invece è un’altra.

Il mio regalo più bello è: essere ciò che sono.

La mia intelligenza. La mia  consapevolezza e la mia autocritica.

La capacità di riconoscere e dare un ruolo a ciò che ruota intorno a me, come anche ciò intorno a cui ruoto io.

Saper riconoscere e riconoscersi.

Ritengo di avere una buona capacità di giudizio e di saper riconoscere tanto le mie doti che i miei difetti. Ciò è alla base di una buona conoscenza di me stessa e chi ha una buona analisi di sé stesso è facilitato nel dare un significato a tutto il resto.

Attraverso il mio “cogito ergo sum” sono perfettamente in grado di riconoscere i regali più belli che la vita mi ha concesso e riconoscere vuol dire godere a pieno. Sono perciò grata di avere questo meraviglioso metro di giudizio ed a questo mio meraviglioso regalo voglio regalare il primo posto.

180-Foglia al vento

Avere tutto e avere la sensazione di non avere niente.

Essere obbligata ad aspettare, ad aspettare tanto, mi aveva come fiaccata.

Mi sentivo una foglia al vento. Una foglia che da verde che era stata si ritrovava ad essere diventata di un giallo smorto e sbiadito. Trasportata passivamente da forze esterne. Sempre in movimento, in un perenne volo imposto  e in attesa di essere deposta chissà quando e chissà dove.

Mi sentivo assolutamente non stimolata.

Sveglia. Sistemati. Vai al lavoro. Otto ore dentro un negozio a vendere abiti di lusso a totali estranei che mi sembravano avere di più e meglio di me. Sorridi. Nascondi quella strana sensazione dietro un bel viso. Rientra a casa quando fuori è già buio in una stanza che non hai mai sentito tua. Struccati. Lavati. Mangia. Rilassati, ma non troppo perchè l’indomani ti aspetta il dovere e poi al letto a dormire. Riposati per affrontare il giorno successivo.

Tutti i giorni. Sempre la stessa routine. Sempre con questa strana sensazione di vivere una vita che senti come estranea, senza colori, in un corpo che conosci da una vita eppure nel quale ti senti stretto.

Avevo perso il mio fuoco?

Dove era di finita la passione con cui affrontavo la mia quotidianità?

Avrei voluto essere un robot. Non avere un cuore. Non avere alcuna percezione nervosa perché la sensibilità della mia pelle mi infastidiva. Contemporaneamente, però, volevo essere così sensibile da poter bruciare per il tocco delle dita di Fabrizio.

Stranamente mi arrabbiavo perché mi sentivo come anestetizzata ma altrettanta rabbia mi dava l’ assenza della mia vecchia fame di vivere.

Avevo voglia di sentirmi affamata ma  il pensiero del cibo mi dava la  nausea. Avevo voglia di uscire con gli amici ma il pensiero di dovermi preparare mi fiaccava. Non avevo neppure voglia di scrivere…Non avevo di che scrivere…Mi sentivo vecchia dentro i miei vent’anni .

La vita di chiunque altro mi sembrava migliore della mia. Combatti per avere il tuo meglio allora! Potevo arrivare ovunque volessi!…Quale era il mio meglio? Dove volevo arrivare?…Mi ponevo domande alle quali non avevo alcun a voglia di rispondere. Mi sembrava non di vivere ma di sopravvivere ad ogni giornata.

Autobiografia

Se ci fosse una biografia su di te, quale sarebbe il titolo?

“Il nido del condor”.

Storia di un’adozione.

Nessun condizionale: nessun se.

La mia biografia già esiste con titolo più di qualche articolo condiviso.

Un progetto partito da molto lontano e sospeso, monentaneamente, per una scelta personale.

Aspetto ritorni la voglia di riprendere a scrivere. Non perché abbia ripensamenti, quanto piuttosto, per la necessità di pensare.

Condividere se stessi, senza tabù, è come mostrarsi nudi davanti a tutti. Non facile, per me e per la maggior parte di noi…Eppure non è tanto la mia “nudità” a pormi freni.

A rallentarmi, a farmi riflettere è il fatto di essere madre.

Ciò che scrivo può avere conseguenze sui miei figli. Non che io nasconda loro qualcosa: cerco da sempre con loro la piena comunicazione. Con la trasparenza più possibile in virtù della loro etá e delle loro capacità.

A farmi esitare è la probabile reazione di un chiunque, di un qualunque lettore nei loro confronti. La tematica è delicata e scavando nel mio passato lo è diventata sempre più. Argomenti fin troppo delicati, difficili da trattare…Che ricadendo su di me ricadono sui miei bambini.

Se mi fosse garantita l’intelligenza, ed una positiva interpretazione del mio scrivere, riprenderei a scrivere domani. Non mi aspetto di piacere a tutti, chiaro; ma una buona lettura di ciò che condivido, si, mi farebbe piacere.

Mi rendo, tuttavia, conto di aspettarmi l’impossibile.

Non posso controllare la reazione di ogni ipotetico lettore; perciò aspetto. Resto ferma finché i miei bambini siano grandi abbastanza e pronti intelletualmente a rispondere con coscienza ed intelligenza a qualunque obiezione, attacco, critica o  affermazione di chiunque; perché non posso controllare il mondo ma di certo posso preparare i miei figli al mondo.

40 anni

Cosa facevano i tuoi genitori alla tua età?

Quando avevano la mia età non li avevo ancora conosciuti.

Li avrei incontrati otto anni dopo in Colombia, quando so o venuti a prendermi dopo aver scelto di adottarmi.

Non ho attualmente la possibilità di chiedere direttamente a loro ma li conosco abbastanza bene da sapere io stessa che persone fossero 40 anni.

Mia madre e mio padre erano immersi nel loro dovere di genitori, di marito e di moglie. Lui un gran lavoratore; nel senso che il lavoro impegnava gran tempo della sua quotidianità. Lei una mamma casalinga. Entrambi impegnati nei loro doveri.

Avessi potuto incontrarli e parlargli, avrei dato loro un consiglio: di godere della vita, perché non è solo dovere ma anche piacere.

Quando si è immersi troppo in qualcosa è facile soffocare. Una pausa. Una bolla di serenità e tempo per se stessi è d’obbligo. Le coccole non servono solo ai bambini: servono a tutti, solo cambiano nel tempo. Una cena fuori. Un corso di ballo…Qualunque interesse può essere stimolante per fare qualcosa di nuovo. Io ai miei genitori avrei consigliato di prendersi del tempo per se stessi. Solo per due soltanto. Tempo per non pensare ad altro se non a loro stessi.

Guerra persa

Se avessi il potere di cambiare una legge, quale sarebbe e perché?

Personalmente è una battaglia persa.

È una sorta di matrimonio fallito il mio con l’Italia: non si può cambiare ciò che non vuole essere cambiato.

Mi ha dato tanto ma non abbastanza. Non mi ha tutelato come mi sarei aspettata: richiede tanto, troppo alle generazioni più giovani, e non ricambia le attenzioni.

Uno stato che non tutela il proprio futuro (e con questo intendo i più giovani) è solo una cattiva matrigna. L’Italia è troppo impegnata nella cura dei più forti e dei più grandi. È uno stato vecchio che si cura di ciò che è vecchio.

Da cambiare c’è davvero fin troppo.

A cambiare sono stata io: vivo a Berlino e a malincuore devo purtroppo ammettere che è stata la scelta giusta.

Casa dei sogni

Casa è dove sei libero di essere te stesso

Dove? In mezzo al verde.

Poca importanza quale nazionalità abbia il terreno: si impara a vivere ovunque se hai l’intelligenza di adattarti ed integrarti.

Le dimensioni? Quanto grandi sono le tue necessità: solo ciascuno di noi può essere cosciente di ciò che è essenziale, necessario o che si definisce capriccio.

Io nella casa dei miei sogni non voglio perdermi nella materialitá, ma avere quanto realmente serve. Quando si ha troppo, si tende a dimenticare persino di averlo. In casa voglio solo ciò che serve: quando lo cercherò saprò esattamente dove cercarlo: non dimentichi l’utile ma il superfluo senz’altro.

Gli spazi personali: essenziali. Ognuno in casa deve avere una stanza che rifletta la sua personalità. Ciascuno deve avere il proprio nido: un bozzolo nel quale curarsi ed esprimersi.

Spazi comuni. Devono attirare come i fiori attirano gli insetti impollinatori. Bene garantire la privacy di ciascun membro della famiglia ma altrettanto importanti sono le stanze in condivisione: le stanze del “vivere insieme”. Ambienti nei quali il principio primo è la condivisione ed il fare insieme.

Numero di stanze. Villa. Appartamento. Rifiniture di lusso. Piscina. Sono tutte minuzie…nella casa dei sogni il principio primo è sentirsi liberi di essere se stessi e vivere la vita come si è scelto di farlo: sia nell’intimo della proprio stanza che insieme alla famiglia.