Panta rei

Qual è il tuo piano per la carriera?

In realtà non ho piani.

Tutto sembra scorrere in un flusso spontaneo e fluido, quasi non fossi io a cercare ma io ad essere cercata dagli eventi. Una sorta di puzzle di situazioni che combaciano perfettamente l’una con l’altra. Quasi tutto dovesse semplicemente succedere.

Mi lascio trascinare dagli eventi che si creano, felicemente passiva perché tutto sembra essere a mio favore. Abbraccio questo panta rei, curiosa di vedere dove mi porteranno i miei passi. Si, mi lascio trascinare come una foglia al vento ma ciò non significa superficialità: vivo come ho imparato a fare: con passione e determinazione.

186- Accettazione

Il mio stato d’animo era altalenante. Felicità. Euforia. Tranquillità. Inquitudine. Rabbia. Rassegnazione. Disinteresse. Avevo un bel disordine interno.

Non si nasce solo una volta nella vita; certo la prima nascita è quella più significativa, ma durante il corso della vita succede di nuovo. Uno sviluppo continuo che porta ad un livello successivo. Uno sviluppo embrionale che vede il mondo come grembo. Un grembo che spesso è più matrigno che materno. Senza cordone ombelicale perché qualunque tua necessità devi procurarmela da solo. Io allora, in questo processo mi sentivo confusa. Avrei voluto più determinazione, la verità era che ero timida, affatto intrepida. Vedevo disordine intorno a me e dentro di me. Cercavo un punto di partenza ma non mi sembrava trovare quello giusto.

Primo passaggio: camminare sempre avanti. Inutile voltarsi indietro se non può aiutare e non serve nell’immediato. Inutile restare immersi nel passato. Ciò che ero stata era assodato. Avrei dovuto lasciare ciò che era stato alle spalle e concentrarmi solo sul presente. Trovare il mio posto e la giusta posizione.

Mi sembrava di essere partita col piede giusto da un po’ di tempo: procedevo dritta davanti a me. Adempiere i doveri quotidiani e godere del mio tempo libero…Certo… lenta e timida; così mi sentivo. Ero dannatamente insicura. Avrei voluto avere più forza e determinazione.

Fabrizio era diventato una realtà certa nei miei giorni. Ogni dubbio nei suoi confronti era semplicemente volatilizzato. Aveva abbattuto il primo solido muro. La mia filofobia era stata abbattuta e avevo ridimensionato la mia paura dell’abbandono. La stupida domanda, tuttavia, come un vecchio fantasma intrappolato in casa, rimaneva sospesa silenziosa tra i miei pensieri: “Come potevo piacergli? Come poteva amarmi?”. Avevo accettato Fabrizio e il suo legame con me. Non accettavo me stessa. Ero incapace di vedere il valore che mi portavo dentro. Mi sembrava di non aver nulla da condividere o da donare a quel ragazzo che mi dichiarava amore ogni giorno.

Il nodo era chiaro: la poca sicurezza in me stessa. La mia bassa autostima. Il vedermi brutta e mediocre in tutto. Questo era il labirinto di mura nel quale ero rinchiusa. Ciò che non aveva permesso alla mia personalità di manifestarsi.

Non mi conoscevo perché non mi ero data il diritto a vivere. Ora era tempo di aprire le ali. Certo, imparate a volare non è facile. I tentativi dovevano essere tanti per timidezza e indecisione ma ci sarei riuscita. Col tempo anche io avrei volato alto e preso a mozzichi la vita. Come era mio diritto.

Il mio tentennare, quell’indecisione profonda era il prodotto di anni e anni di critica quotidiana. Di stimolo negativo. Dove tutto poteva essere fatto meglio. Più  veloce.  Perché: “O sei la numero uno o non vali niente”. Dove essere il numero due era una sconfitta e delusione. Un mondo dove solo un numero  e gli ottimi giudizi contavano più della persona.

Non ero mai stata la migliore in niente a mio avviso. L’assenza di una laurea mi faceva sentire una mezza persona. Il mio lavoro come commessa era quasi un castigo, la conferma che solo  la mediocrità mi si addiceva. Non mi ritenevo particolarmente intelligente, la natura non mi aveva donato bellezza…dove risiedeva ciò che mi distingueva dal resto del mondo? Cosa vedeva in me Fabrizio che io non riuscivo a vedere?

Insicura. Timida e cieca. Non mi muoveva la determinazione ma la rabbia. La frustrazione di non trovare la mia specificità.

Davvero volevo così poco? Davvero non avevo nulla che mi potesse dare rilievo sociale?

No. Non ero sbagliata io. Sbagliato era l’ambiente in cui avevo vissuto. Ero un albero cresciuto storto.

Mi sarei raddrizzata.

Avevo un valore. Avevo una voce. Ero qualcuno. Una persona. Avevo dei pregi. Sapevo ben lavorare. Ero caparbia e cocciuta. Se non parlare, sapevo ben ascoltare gli altri ed ero una grande osservatrice. Non ero stupida.

Come puoi scoprire chi sei a vent’anni suonati?

“Scoprilo lasciandoti vivere. Vivi libera ogni tua giornata. Ogni tua esperienza”, mi sono detta. “Ciò che sei uscirà fuori in automatico. Potrà  essere un processo lento ma porterà i suoi frutti nel tempo”.

“Che cosa hai oggi?”.

Avevo un amore di nome Fabrizio. Mi guadagnavo ogni mia giornata attraverso il mio lavoro e avevo una buona cerchia di amici.

Non male.

“Meriti tutto ciò che hai Clara perché  dentro di te hai così tanto che niente può attribuire ad esso un valore. Accettalo”.

185-Evento chiave

Ci sono eventi chiave nella vita. Rivoluzioni che da una distruzione portano ad una rinascita. A nuove scoperte e crescite sbalorditive.

La fine del mio amore verso i Roselli è stato uno di essi.

Mi sentivo libera da un peso. Non mi mancavano. Non li pensavo.

Quella totale assenza di sentimenti mi stupiva. Come potevo aver amato fino al giorno prima e poi il nulla assoluto?

Come poteva un legame così profondo semplicemente sparire?…Avevo peccato di superficialità nell’attribuire radici così profonde al legame coi miei genitori adottivi?

No. Nulla di tutto questo.

Li avevo amati profondamente, come solo un sogno può essere amato: completamente, senza obiezioni, timidezza o esitazione. Semplicemente come solo un genitore può essere amato: visceralmente.

Un legame durato anche dopo il loro rifiuto. Un amare a senso unico. Da quanto era stato così?…Forse da sempre? O anche per loro aveva avuto un’inizio e una fine?…Semplice curiosità: poco importava per come erano andate a finire le cose.

Ora ero io il centro del mio mondo e ciò che desiderava distanza da me l’aveva finalmente ottenuta perché io mi ero arresa per davvero questa volta e avevo finalmente accettato la realtà.

Era una fine che in definitiva mi faceva bene. Basta con il dolore, l’attesa, la delusione. Basta a quel dannato rubinetto emozionale che perdeva. Uno spreco di amore che si disperdeva senza arrivare ad alcuna meta.  Avevo finito di essere un innamorato non corrisposto che soffriva. Basta al tormento e alla perdita.

Avevo trovato attraverso il loro ennesimo errore e torto nei miei confronti la chiave per aggiustarmi. Si, perché ero rotta. Avevo un cuore che perdeva. I segni della frattura sarebbero rimasti per sempre ma una guarigione è solo positiva.

È stato l’inizio della mia vita perché mi sono finalmente decisa a concentrarmi su quanto avevo, lasciandomi dietro le spalle quanto non avrei mai potuto avere. Mi sono liberata dalla catena che mi impediva di volare via.

Potevo volare. Di strada davanti ne avevo. Chi ero in realtà? Cosa volevo? Avevo chiare le dinamiche malate nelle quali avevamo convissuto per anni. Fatto di limiti e distanza. Unica libertà: lo studio ma se puoi fare solo una cosa alla lunga finisci per odiarla. Mi avevano confinata. Limitata mentalmente, così tanto che non avrei saputo dire chi fossi. Come fossi. Ero estranea a me stessa, come altrettanto estranei erano rimasti i Roselli per me. Ero uscita dalla gabbia andando via da casa loro ma la gabbia l’avevo ancora dentro la testa.

Era il momento di una rivoluzione. Ero nata con le ali. Le avevo sempre avute ma mai aperte. Era ora di spiccare il volo. Lasciare la gabbia e scoprire la vera Clara.

stagioni a Berlino

È uno degli aspetti che amo di Berlino: la possibilità di godere della bellezza di ogni stagione.

Non è tutto rose e fiori: l’inverno è fin troppo lungo e soprattutto grigio; troppo grigio. Una neutralità che alla lunga stanca, che sembra avvolgere tutto. Arrivi alla fine dell’inverno che ti senti una batteria quasi scarica. Vorresti quasi poter spostare quel grigio con le dita per poter godere di nuovo dell’azzurro del cielo.

Per fortuna poi e finalmente ritornano il calore, l’azzurro del cielo e i raggi solari.

Ci si sente come fiori pronti a sbocciare e la primavera sembra scoppiarti dentro non solo intorno a te.

Il freddo non è mai stato un problema per me: le basse temperature non mi hanno mai infastidita. Condivido il pensiero tutto tedesco: “es gibt kein schlechtes Wetter nur schlechte Kleidung”: vale a dire: “non esiste il brutto tempo, solo i vestiti sbagliati”. Basta coprirsi bene e il gioco è fatto.

L’assenza del sole, quello è l’aspetto triste dell’inverno berlinese. Ciò che mi manca davvero.

Già alla fine di febbraio osservo gli alberi per vedere quando iniziano a farsi vedere i minuscoli germogli e quelle piccole foglie verdi che preannunciano la bella stagione. Mi inteneriscono sempre: sono una sorta di preannuncio, la silenziosa promessa che la primavera non tarderà ad arrivare e ciò mi fa sentire subito meglio perché vedo la fine del lungo e grigio inverno.

Amo l’allungarsi delle giornate. È un cambiamento repentino che mi regala la sensazione di avere più tempo.

Poi e soprattutto lui: il mio amato e bramato sole. È dall’assenza che comprendi la rilevanza di ció che non c’è e l’arrivo del sole è il più bell’abito per Berlino. Una città che si risveglia. Tutto diventa più colorato, attivo, caldo, i parchi si riempiono di nuovo. I prati diventano meravigliose tele colorate, gli alberi sembrano esplodere di vita e di un verde tutto nuovo. Tutto diventa animato e più rumoroso e al mattino il canto degli uccelli rendono migliore il risveglio.

Anche l’estate è degna di nota. Non afosa  nè umida. I giorni di gran caldo si contano sulle dita. È un’estate che definirei fresca ed è la stagione del principio: “godere la vita”. Se la primavera mi risveglia e ricarica è l’estate la stagione in cui vivo al 100%. Chi non si sente meglio in estate?  Quando la pelle si colora e dentro l’armadio ci sono i vestiti più belli? Chi non si sente più attraente d’estate? Anche Berlino lo è:  una meraviglia d’estate. La città che non dorme mai. Ha cosí tanto da offrire. Facile perdersi se non si hanno limiti.  Col giudizio e seguendo i propri gusti ed interessi si può incontrare di tutto.  Spesso mi dico che sarei dovuta arrivare molto prima in questa città.

L’autunno. Berlino diventa un quadro vivente. Uno degli aspetti di maggior successo della città è la gran quantità di spazi verdi: è la particolare tela della città: il verde che diventa giallo, rosso, arancione. Gli occhi che non sanno dove posarsi in mezzo a tanta esplosione di colori.

Macro e micro

Come miglioreresti la tua comunità?

È un macrosmo rispetto al quale mi sento troppo piccola: non saprei davvero come e cosa fare…Mi dedico volentieri al mio microcosmo: lí ho davvero molto da fare e le iniziative mi vengono quasi spontanee.

non nelle mie possibilità e nelle mie volontà

Quale lavoro faresti gratuitamente?

“il tempo è denaro” in ambito professionale: è sempre così e così deve essere: dal mio lavoro mi aspetto sempre un guadagno materiale. Alberi che fruttano denaro non esistono e la vita ha un costo, anche alto, oserei dire. Non lavorerei mai gratuitamente, perché  non posso permetterlo e perché non voglio. Pur provenendo da una famiglia borghese (settimana bianca, seconda casa al mare in Sardegna e villa erano abitudini e realtà), ho imparato presto quanto costi la vita: nessuno mi ha regalato niente: sono abituata a guadagnarmi quanto mi aspetta ed è giusto così: per me e per tutti.

Il  volontariato, invece, è tutt’altra storia. Mi sembra una scelta interessante e molto ragionevole.

Non migliori e non peggiori

Quali animali sono i migliori/peggiori animali domestici?

un animale non è mai sbagliato: non esistono, a parer mio, migliori o peggiori: solo le scelte sono sbagliate. Non giudico la scelta, non me la sento,  ma l’animale che ha fatto la scelta, quello, mi sento più libera di giudicarlo.

“vive ut vivas vivi”

Se potessi essere il personaggio di un libro o di un film, chi saresti? Perché?

vivo volentieri la mia vita, grazie: perché sono grata di essa e perché mi piace viverla. Ogni giorno mi porta qualcosa; sono curiosa e felice di quanto ho e posso avere.

il libro che leggerò per sempre

Quale libro potresti leggere più e più volte?

Dò questa possibilità a qualunque libro.

A questo mondo quasi tutto merita una prima, seconda o anche terza osservazione.

Ancora di più un libro.

Un libro va quasi mangiato, digerito e assimilato. Qualunque lettura lascia dentro qualcosa. Può essere un pensiero passeggero o anche riflessioni lunghe e tormentate. Emozioni, sempre e comunque.

Ne ho uno, però, a cui sono molto affezionata, che mi regala ogni volta una moltitudine di emozioni diverse e che rileggo volentieri con molto piacere. Lo potrei facilmente definire il mio libro preferito.

“Il piccolo principe”.

Scelta facile? Scontata?

Sia come sia a mio parere ha qualcosa di veramente speciale. Molto effettivamente.

È un “libro piccolo”, classificato per bambini, quindi per “piccoli”…Eppure per me è semplicemente un grande libro. Una vera e propria opera d’arte. Mi toccano il cuore persino i disegni. Immagino quante volte Antoine de Saint-Exupèri abbia provato a disegnare ogni immagine prima di ritenersi soddisfatto. Disegnare per bambini è una bella impresa. Avete mai disegnato per dei bambini? Più sono piccoli più apprezzeranno le vostre creazioni: qualunque scarabocchio è impressionante per loro, perché vedono lo sforzo tra quelle linee: vedono solo ciò che vogliono vedere e non le linee stesse.  Più crescono e più diventano critici ( per colpa nostra, di noi adulti, mi chiedo?) e avranno sempre da ridire su quello che ritengono davvero uno scabocchio. Ecco perché io mi immagino lo sforzo di Antoine; perché  un disegno o viene subito ed è immediato o diventa un tormento perché sembra essere sempre sbagliato e mai giusto; ecco perché ogni linea colorata nel suo libro mi è cara: come un bambino piccolo io vedo il suo sforzo e come un adulto le difficoltá che può avere incontrato.

Amo ogni pagina di quel libro. Da anni. La piccola Clara che lo ha letto una prima volta, lo ha sottovalutato e letto con leggerezza perché ritenuto un libro da bambini e lo ha messo da parte. Una seconda e più profonda lettura (già da allora capivo l’importanza delle seconde, terze possibilità), qualche mese più avanti, me ne ha fatto innamorare ed è stata la prima volta che ho chiesto scusa ad un libro per non averlo capito.

Non so dire quante volte l’abbia letto, un’ infinitá e continuerò a farlo per tutta la vita, anzi, vi consiglio di leggerlo con i vostri occhi e mente da adulti. Vi farà riflettere perché  è un libro multistrato e di una profondità incredibile: sono certa che vi regalerà qualcosa anche a voi.

L’estraneo

Qual è una cosa che la maggior parte delle persone non comprende?

La superficialità con cui le persone guardano gli altri spesso non ci permette di comprendere chi ci vive intorno.

Gli stereotipi, purtroppo, sono diventati il metro di misura nel giudicare gli altri.

Ciò che non comprendiamo diventa strano e non ci sforziamo di capire cosa si nasconde dietro gesti, parole o modi di fare. Ciò che reputiamo strano non merita il nostro tempo. Lo cataloghiamo semplicemente tra ciò da cui dobbiamo mantenere distanza. Abbiamo perso la curiosità verso gli altri.

Dare per scontato è un peccato.

Dietro ogni sguardo si nascondono storie straordinarie. Abbiamo l’abitudine a sottovalutare gli altri, soprattutto chi è diverso da noi. È più facile arrendersi e non comprendere culture, vite, esperienze.

Se solo ci dessimo la possibilità di ascoltare scopriremo storie degne di nota. Ho sempre amato gli anziani: hanno una vita intera da raccontare e quando incontro qualcuno disposto a parlare con me ascolto con gratitudine ogni parola. Ai miei figli dico sempre: “Fate domande. Interessatevi alle vite degli altri perché le persone sono i migliori libri di storia che incontrerete sul vostro cammino”.

Chissà quale storia incredibile si nasconde dietro la persona più vicina a voi. Non quella che conoscete, ma quel momentaneo estraneo che il caso ci fa incrociare durante l’arco della nostra giornata.