8- Ted

Il risveglio la mattina del giorno dopo fu dolce.

Ciascuno con i muscoli indolenziti per la scomoda posizione avuta durante il sonno ma troppo entusiasti alla prospettiva delle prossime novità per pensarci.

Dopo colazione fummo preparati per un lungo viaggio.

Giunsero due grosse fuoristrada. Le guardammo come un uomo può guardare un alieno, dal momento che quella era la prima volta che vedevamo da vicino macchine grandi come quelle.

“Due? Perché due?”, si chiese Ted in un sussurro.

“Salite. Clara e Maurizio sulla jeep davanti con me. Carlos su quella dietro”, stabilì la voce femminile della donna che scese da uno dei veicoli.

Mi disorientò sapere che ci avrebbero fatti viaggiare lontani l’uno dall’altro.

“Perché Ted deve viaggiare solo? Così si annoia e diventa triste”, dissi alla donna.

“Piccola, puoi stare tranqulla che tuo fratello non viaggerà solo. Lui è grande, perciò viaggerà con due adulti. Carlos è un uomo ormai”, ribatte lei,

“É grande perché è il maggiore tra noi ma è ancora piccolo. Ted non è una persona grande come voi. Senza di noi si sentirà solo”.

Javier annuì sicuro con la testa per dare maggiore enfasi alle sue parole, anche lui convinto, come me, che le sue qualità oratorie e il suoi occhioni grandi ed espressivi fossero irresistibili.

Dopo un lungo sospiro lei si abbassò alla nostra altezza e disse:

“Carlos non sarà solo, quindi non si annoierà. Possiamo fare così: a metà del viaggio faremo una sosta. Potrete aprofittare di quel momento per stare ancora un po’ insieme e salutarlo come meglio credete..”.

“Stai parlando un po’ troppo”, la interruppe improvvisamente un uomo,

“Fatti uscire dalla bocca qualche parola di più rispetto al dovuto e il viaggio diventerà un incubo. Già sarà lungo, figurati se inizieranno a lagnarsi prima che la traversata abbia inizio. Meglio non sappiano. Su, muoviamoci e lasciamo perdere questo fare cerimonioso. I bambini dovranno ubbidirci senza troppe storie. Ora partiamo”.

“Si capo”, ribattè la donna con un lungo sospiro.

Il fare netto e autaritario dell’uomo spense il brio delle nostre pretese. Mi zittii e mi nascosi dietro a Javier.

Non diedi alcun peso alle parole dello sconosciuto talmente mi aveva spaventata la sua aria severa. Solo Ted le notò e gli diede peso. Soffermò gli occhi sull’uomo. Per un attimo si fissarono. In quell’attimo ciascuno fù consapevole che l’altro avesse capito tutto. Poi, con noncuranza, l’adulto si accostò a mio fratello. Si girò e gli diede le spalle.

“In macchina. Tutti.”, ordinò a voce alta. Scattammo ai suoi ordini. Solo Ted restò immobile.

“Ora basta con le tragedie greche. Non vorremo mica far soffrire i fratellini, vero Carlos?…Meglio che non sappiano…Soffrirebbero così tanto…”, sussurrò sottovoce l’uomo in direzione di Ted.

Rigido, mio fratello annuì. Gli sembrò che nelle vene gli scorresse, non sangue, ma giacchio. Il gelo gli invase il corpo. Tutte le sue speranze morirono in quel momento. Con la stessa velocità con cui il mare insensibile mangia le dolci scritte che gli inammorati sprovveduti scrivono sul bagnasciuga, così Ted comprese che la sua vita non era affatto migliorata.

Disilluso, come uno zombie, salì in macchina senza rivolgerci il minimo sguardo.

Il viaggio iniziò.

Più chilometri le macchine percorrevano più io mi sentivo inquieta.

In principio fui affascinata, e perciò distratta, dalla velocità del veicolo. Fui sbalordita dal variare dei paesaggi che vedevo attraverso il finestrino. Un meraviglioso susseguirsi di boschi e pianure di un rigoglioso verde smeraldo. Le strade tortuose, il loro inclinarsi a ridosso delle montane, il rombante suono delle acque delle immense cascate che incontrammo lungo il cammino. La bellezza delle preziose case coloniali, la maestosità dei primi palazzi moderni. Osservai ammirata realtà che non avevo vista prima.

Poi iniziai a pensare al mio fratello.

Perché prima del viaggio Ted non ci aveva salutati? Perché non aveva insistito affinchè viaggiassimo al suo fianco? Lui era il coraggioso; perchè non aveva puntato i piedi? Ne ero rimasta offesa. Mi voltai. Fissai il veicolo su cui viaggiava tutto solo. Non staccai più gli occhi dal parabrezza della macchina che ci seguiva benchè non riuscissi a vederlo.

Se fossi stata a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco mi sarei fatta strappare il cuore pur di fare quel viaggio insieme a lui. Avrei voluto condividere ogni istante di quei momenti con lui. Tutti, fino all’ultimo; fino a quando fosse stato possibile.

Se io ero ignara, Ted sapeva.

Già allora lui conosceva il nostro amaro destino. Soffrì in silenzio, interiorizzando un dolore profondisimo. Si fece forza per amor nostro.

Avrebbe voluto urlare di rabbia, eppure tacque. Si sforzò di farlo. Avrebbe voluto scappare, lì, subito; eppure rimase immobile. Per il bene, non suo, ma nostro. Il tempo avrebbe portato con sé il momento giusto per farlo. Il mio campione preferì concentrarsi nella memoria il nostro viso. Pensò al nostro carattere, ai mille pregi e difetti, a ciò che amavamo e odiavamo, alle nostre abitudini. Si dannò a memorizzare questi particolari perché consapevole che avrebbe finito per dimenticare i nostri volti. Conscio che l’amore che ci legava non sarebbe mai stato dimenticato.

Si maledì di non essere abbastanza grande da poter prendersi cura di noi. Ne carne ne pesce. Ecco cos’era. Né bambino né adulto. Non avrebbe condiviso il nostro destino. Questo gli era stato detto e imposto. Era servito a questo l’averci allontanati da nostro padre? Meglio la fame, le botte, la miseria, purchè ci avessero fatti rimanere insieme. Lui non fù d’accordo con le decisioni che erano state prese per noi. Soprattutto per lui. Non volle un destino stabilito da altri. Non lo avrebbe permesso. Avrebbe scelto da sé il suo fato. Poi ci avrebbe cercati. Promise che avrebbe fatto di tutto pur di riaverci. Eravamo tutto per lui.

Ted, né bambino né adulto, ma che per noi era più di un padre. Ci aveva protetto e vegliato per quando era stato possibile senza il minimo tentennamento. Ed ecco arrivare dei totali estranei a separarci, a legiferare sul nostro destino. Maledetti adulti; quelli che avevano deciso per noi, giudici incapaci di vite umane. Vite distrutte per scelte leggere e sbagliate.

A testa china, braccia conserte, Ted si alienò del tutto dai suoi compagni di viaggio. A mascelle serrate si fissò sui suoi piedi e nonstante i gli sforzi non potè fare a meno di piangere. In silenzio, per non farsi udire dagli altri. Si maledì per quelle lacrime e con tutta la sua forza d’animo si impose di ricacciarle indietro. Si asciugò con il dorso di una mano, deciso a concentrarsi su qualcos’altro. Trovò immediatamente la risposta. L’odio. Si sarebbe concentrato sull’odio che provava per tutti gli adulti che aveva incontrato nella sua giovane vita. Scoprì che così era più facile controllare le lacrime e ricacciare indietro la sua disperazione.

“Piccolo uomo”, lo richiamò il meno disgraziato dei due assistenti sociali, “Tra un po’ ci fermeremo. Sii forte, salutali ma ti prego: non rendere le cose più difficili. Lo avrai capito da solo: tu sei troppo grande per avere la speranza di essere adottato insieme a loro. Separandovi diamo più chanse a Javier e Clara di una nuova vita. Loro due cresceranno insieme in una nuova e buona famiglia. Se riusciamo, anche per te sarà lo stesso…Solo come figlio unico…Ho capito che sei un ragazzo forte. Salutali con la consapevolezza che è l’ultima volta che li vedi”.

Il suo collega, mentre guidava, si limitò a guardarlo dallo specchietto retrovisore e destinagli uno sguardo gelido.

Mio fratello acconsentì con la testa. Avrebbe fatto il bravo. Per ora, poi, al momento giusto, avrebbe fatto la sua mossa e ci avrebbe ricercati. Non importava quanti anni sarebbero stati necessari: noi saremo tornati insieme. Noi tre saremo stati la nostra famiglia. Questo pensava il mio fratellone mentre le macchine cominciavano a decellerare.

Ci fermammo in una piazzola di sosta. Nemmeno eravamo fermi che io e Javier saltammo fuori dal veicolo per venire incontro a nostro fratello.

“Ted, eccomi Ted!”, urlai.

Solo io lo chiamavo con quel nomignolo. Ancora oggi non so da che derivasse.

Lui fece fatica a restare padrone di se stesso. Fece per scendere.

“Aspetta”, gli disse il boss bloccandolo, “Tu non mi piaci. Smonti dopo di me e stai al mio fianco. Non una mossa azzardata”.

Ted, con il cuore infranto, fece come gli era stato imposto, nonostante il mio viso fosse una forte tentazione, uno stimolo forte alla disubbidienza. Stette fermo, si limitò a sorridermi.

Fu il sorriso più brutto della sua vita.

Fui allarmata da quello che mi parve un ghigno. Ero carica di nervosismo. Quella visione mi cece scoppiare. Mai mi era capitato di vedere il viso di mio fratello così tirato. Che era successo?

Neanche le botte più violente che aveva ricevuto avevano avuto un effetto cosí distruttivo su di lui. Mi sembrò che avesse pianto.

Disorientata feci un passo indietro e presi la mano di Javier come per trarre coraggio da quel contatto.

Le lacrime che mi esplosero fuori dagli occhi furono così copiose da non riuscire a mettere a fuoco il viso del mio amato fratello. Ciò mi disorientò maggiormente.

Ebbi la netta sensazione che ci fosse una lastra di giaccio a separarci; una parete molto più spessa della distanza fisica che ci separava e delle lamine della jeep; una parete il cui gravoso e gelido peso irreale mi straziò l’anima.

Persi il controllo. Ted non potè resistere un attimo di più. Noncurante dell’ordine imposto spalancò la portiera e si gettò su di me serrandomi con un abbraccio che stupì persino se stesso.

Piangemmo insieme, freneticamente. Entrambi stranamente consapevoli che quello sarebbe stato il nostro ultimo disperato contatto.

Javier assisteva pietrificato, incapace di capire cosa stesse succedendo.

“Mi dispiace tanto! Verrò a prenderti! Non ti preoccupare, io verrò a cercarti!”, mi singhiozzò.

Sentire queste parole non servì a calmarmi. Mi sembrò che qualcosa mi si spezzasse dentro. Mi aggrappai ancora di più a lui, decisa a non permettere a nessuno di separarci.

Neanche il tempo di pensarlo che ecco intervenire mani estranee. Con forza si impegnarono a districare il nodo che avevamo composto con le braccia.

Quell’intrusione fu una violenza per me. Mi dimenai per evitare quell’odiato tocco che non conoscevo.

Incapace di resistere a quella forza adulta, per quanto mi dibbattessi, fui costretta ad allontanarmi da Ted. Urlai con tutta la disperazione che poteva uscire dal corpo della piccola Clara che allora ero.

Tesi ancora una volta disperatamente le braccia verso Ted: l’ultima e vana richiesta che mi fosse ridato indietro.

Come un sacco di patate fui riportata in macchina.

Quel dolore di un lontano passato vive ancora in me. Ero troppo piccola per poter accettare quella sofferenza. Non un dolore fisico ma dell’anima. Pensai mi avessero tolto l’aria. Fu come se mi avessero scorticata viva e fossi rimasta con tutti i nervi del corpo scoperti. Soffrivo come mai mi era capitato. Del tutto incapace di manifestare un dolore indescrivibile.

Esausta, esaurita, smisi di piangere. Avevo la testa dolorante, gli occhi arrossati e gonfi, la gola in fiamme. Trovai rifugio tra le braccia di Javier, che mi fece poggiare la testa sulle sue ginocchia. Mi pose le piccole mani sulla testa e cercò di confortarmi con soffici carezze. Anche lui era distrutto. Riprese il suo silenzioso pianto; un fiume lacrime pesanti come piombo che durava già da tempo.

7- speranza

Il giorno dopo pensai di vivere in un sogno.

Per la prima volta dormii su un materasso morbido, intatto e tutto per me.

Dopo una cena abbondante, quando fummo riuniti e lasciati finalmente in pace, io e i miei fratelli stemmo vicini vicini come un allegra cucciolata che si era ritrovata. Stavamo dritti di profilo. Ognuno di noi ostentava una orgogliosa pancia gonfia sotto il soffice pigiama mentre cercavamo di giudicare quale fosse quella più rotonda e bella. Eravamo entusiasti, sorridenti, pieni di meravigliose aspettative e con le gote rosse dovute allo sforzo di far lievitare maggiormente il ventre già dilatato.

Eravamo decisamente contenti di essere stati allontanati definitivamente dal nostro vecchio padre incompetente.

“Mi hanno fatto mille domande. Su papà, su mamma, su quanto mangiamo di solito, su cosa faccio solitamente di giorno..su tutto insomma!”, ammise uno sconcertato Ted.

“Pure a me!” aggiunse Javier,

“Soprattutto di mamma mi hanno chiesto..”, mi guardò protettivo il mio fratellone,

“Clara, tu te la ricordi? Forse vogliono mandarci da lei”.

Io lo guardai, impressionata che sapesse così tante cose.

“No, io non la ricordo. Papà dice sempre che è una puttana. Io l’ho detto alla polizia”, dichiarai con una certa confusione.

Ted si fece due risate,

“Lo capirai da grande perché il vecchio ha detto così. Meglio dire che lei è una zoccola pittosto che dire che lui è un cornuto manesco”.

Lo guardai senza capire nulla di quanto avesse detto.

“Non credo che andremo a vivere con lei, per il momento. Mi hanno detto che prima devono fare delle ricerche. Mi hanno fatto sapere che probabilmente andremo a vivere in una casa piena di altri bambini come noi.” Aggiunse.

“Come pinocchio nella casa dei balocchi!”, esclamò felice Javier.

E chi era adessto questo pinocchio!?…Poco importava. Mi feci contagiare dal suo entusiasmo. Battei le mani con vigore.

“Lì c’è cibo, giochi, acqua calda per lavarsi!…Tutto!”.

Accolsi con gioia sempre maggiore le notizie appena dette da Javier e applaudii ancor più forte e più velocemente.

“Che ne dite di dormire tutti insieme!?”

“Siii!”, fù l’urlo comune.

Dopo aver dato quell’ottimo suggerimento, Ted mi prese in braccio, mi sdraiò sul letto, mi abbracciò stretta e mi baciò con forza sulla guancia. Sopraggiunse Javier che si gettò con vigore su di noi ridendo sornione. Ci stringemmo ognuno all’altro, e, tutti e tre quella notte, noncuranti di quei due bei letti liberi preparati esclusivamente per noi, preferimmo dormire avvinghiati l’uno all’altro.

Senza alcuna esitazione, preferimmo quella scomoda ma dolcissima vicinanza.

5- il fuoco

La casa era immersa nel silenzio.

Dormivano tutti.

Solo io non riuscivo a chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno. Decisi di dedicarmi all’esplorazione della baracca.

C’era una parte di essa in cui il nostro vecchio padre ci ha sempre impedito di andare. Era un grosso capanno attaccato alla nostra casetta di legno e lamiere. Girava voce che questo fosse il luogo dove nostro padre era solito custodire gli oggetti che vendeva quando non trovava un qualche lavoro da fare. Da questo traffico nacque la storia che, una volta, la nostra famiglia fosse stata ricca e che vivesse nel lusso prima di finire in miseria. I miei fratelli dicevano di avere un qualche vago ricordo di quel tempo, in particolare il maggiore, Ted, aveva ancora fissi nella memoria i tempi in cui la mia famiglia biologica stava bene, benché il declino fosse già piú che avanzato. Pare che mio padre lentamente vendesse quanto gli fosse rimasto della sua passata agiatezza.

“Clara la nostra era una casa immensa, avevamo cameriere e maggiodomo. Un giadino che era enorme: avevamo persino cavalli per ognuno di noi. Tutto era semplicemente splendido. Ognuno di noi aveva una camera sua con bagno. Ogni pasto era un banchetto da re. Tu sei troppo piccola per poterlo ricordare. Eri un incanto da vedere, sempre vestita come una principessina. Quelli che oggi ci prendono in giro per la nostra miseria non si immaginano quanta fosse la ricchezza della nostra famiglia. Il poco che ci è rimasto è custodito nel magazzino alle spalle di casa”.

Amavo sentire mio fratello mentre mi raccontava quelle vecchie storie.

La noia delle mie lunghe giornate di prigionia e la mia curiosità di bambina mi spinsero a voler vedere con i miei occhi i tesori custoditi in quel luogo a me ignoto.

Il suolo in terra battuta coprì il rumore dei miei piedi curiosi.

Presi una lampada per illuminare il mio cammino.

Era un oggetto artigianale, fatto in casa, di cui non immaginai la pericolosità; d’altronde, se mi avessero detto che reggevo tra le mani una potenziale bomba non l’avrei toccata. Almeno così mi piace supporre. Ero troppo piccola ed inesperta per poter sapere che tra le mani reggevo una molotov vera e propria.

Quella notte disgraziata strinsi tra i palmi con presa decisa un grande barattolo riempito per metà di benzina, il cui tappo era era stato forato per permettere il passaggio, attraverso di esso, di una pezza che era, ad un’estremità, immersa nel liquido, nell’altra da accendere. Non ho alcun ricordo di come l’avessi accesa, credo di averlo fatto tramite l’ausilio di un fiammifero.

Troppo affascinata alla prospettiva delle scoperte che avrei fatto di lì a poco, non mi accorsi che mi ero avvicinata eccessivamente il barattolo al corpo, ma soprattutto, non mi accorsi di averlo inclinato troppo.

La benzina lentamente mi colò addosso.

Il liquido si infiltrò nella lunga camicia da notte, che essendo larga, non rimaneva a contatto con la pelle. Camminamdo, però, le gambe, dal ginocchio in sú, mi erano entrate in contatto con il tessuto imbevuto del pigiama.

Non ci è voluto molto perchè prendessi fuoco.

Come imbambolata vidi la mia camicia da notte volatilizzarsi. Era rimasto integro solo il tessuto che mi copriva le spalle. Stupita vidi che il rosa di quanto era rimasto del mio completino da notte era diventato di tutt’altro colore.

Poi vidi il fuoco sulle mie cosce.

Ipnotizzata dallo spettacolo rimasi imbambolata a guardare la mia pelle prendere fuoco.. Poi arrivó il dolore, l’odore della mia carne che bruciava.

Urlai dall’orrore.

Un fatto inspiegabile impedì di far saltare in aria l’infausto barattolo che scaraventai a terra. Mi ranicchai in un angolo della casa ma la sofferenza era troppa: insopportabile. Con le mani tentai di spegnere il fuoco dalle mie cosce, ma il fuoco aumentava e con esso una sofferenza indescrivibile. Come avere un ferro da stiro posato sulla pelle. Urlai impazzita con tutta la forza della mia disperazione mentre continuavo ad ardere.

Irrazionalmente iniziai a correre per casa impazzita per il tormento infernale che stavo subendo.

Piansi, urlai terrorizzata. Non c’era via di fuga da quella tortura: ovunque mi rifugiassi le fiamme, implacabili ed insensibili, mi inseguivano per consumarmi.

Finii a terra, artigliai la terra del pavimento con le unghie e mi rifigiai sotto il lettone di mio padre. Mi misi in posizione fetale mentre il fuoco mi divorava, offrendo anche la pancia alle fiamme. Il mio cervello in tilt mi risparmió un po’ di sofferenza. Benché giovanissima, ne ero consapevole: sarei morta cosí. Non esisteva altro: solo io e il fuoco che mi consumava.

Un ultimo pensiero: “Basta, che finisca presto”.

Con uno strattone improvviso e violento mio padre mi tirò fuori dal mio inutile rifugio e mi avvolse in una coperta.

Di quello che accadde subito dopo non ricordo nulla. Fu quasi una fortuna cadere nel morbido mondo dell’incoscienza. Finalmente persi i sensi.

Mi risvegliai su di un letto di ospedale assistita da un’infermiera di cui ho impresse indelebilmente nella memoria le lunghe unghie scarlatte con le quali si aiutò a portar via i lembi di pelle carbonizzato dalle mie cosce. Non faceva alcuna pressione, la carne veniva via da sola. Perché non sentivo dolore?

Stordita caddi di nuovo in un indotto sonno profondo.

Uscii dall’ospedale con ustioni di quarto grado su entrambe le cosce, di secondo sulla pancia, di primo su addome, mani e mento.

Ecco come mi sono procurata le cicatrici che porto su di me a perenne ricordo di un grave duplice errore: mio e del mio disattento genitore.

L’incidente non cambiò radicalmente il mio modus vivendi. Tutt’altro: convinse mio padre che ero pericolosa persino per me stessa.

Di nuovo, il vecchio decise che la cosa migliore per me era quella di restare legata al letto.

Le lacrime che versai in quei giorni tornarono ad essere incalcolabili ma qualcuno le sentì e gli fecero molta rabbia viste le conseguenze che ne seguirono.

Mio padre prese a mettermi in catena di giorno e di notte. Dovevo rimanere ferma il più possibile affinchè le mie ferite rimaginassero senza incorrere in infezioni o senza sforzare i muscoli devastati.

Ho ricordi molto vaghi di questo periodo. Mi vengono in mente solo il dolore indescrivibile che deriva dall’ avere la carne devastata e senza la protezione dell’epidermide. I nervi delle cosce mi scattavano da soli, impazziti, ogni piccolo movimento delle gambe era un tormento, piangevo dalla sofferenza continua. Le fasciature e il lenzuolo sulle cosce mi sembravano pesare una tonnellata.

Mesi e mesi immobilizzata sopra il letto. La guarigione graduale delle mie le terribili ferite non portó sollievo. Al dolore fisico si sostituí un terribile prurito. Tremavo dal fastidio. Mi sarei grattata a sangue se il ricordo delle ferite fresche non fosse stato cosí recente. Niente riusciva a darmi sollievo.

Le mie giornate erano scandite da sonno, pianto, lozioni disinfettanti e idratanti. Più passava il tempo più mi era difficile tenere le mie unghie lontane dalle mie cicatrici. Per proteggermi da me stessa mio padre abbondava nelle fasciature.

“Sei una stupida! Quanto vuoi rovinarti ancora? In quale altro disastro vuoi finire? Non te le devi toccare!”, mi ordinava rabbioso mentre mi scuoteva per la disperazione.

Di giorno riuscivo ad ubbidirgli. La notte no. Non mi accorgevo neppure di essermi tolta le garze dalle ustioni. Lo facevo, senza che me ne rendessi conto. I risultati erano fin troppo chiari la mattina: trovavo le lenzuola letteralmente attaccate alle ferite ancora non del tutto asciutte. Toglierle era una vera tortura.

I medici suggerirono a mio padre di togliermi la biancheria appiccicata facendola ammorbidire attraverso bagni di erbe; era l’unico modo per non danneggiare la pelle già devastata che tentava di guarire. Ed, è questo, infatti, il ricordo più vivo di questa fase della mia vita: io immersa nell’acqua profumata di erbe e fiori con il mio lenzuolo, ammollo per ore prima di essere di nuovo libera di essere legata.

6- pietà, rabbia e umiliazione

“Non lo ripeto: c’è qualcuno in casa? Se non avrò ancora risposta sarò costretta a far intervenire gli agenti”, gridò una voce autoritaria di donna.

Il mio pianto continuo e disperato fù l’unico suono che giunse in risposta dall’interno della nostra baracca.

“Intervenite. Io ho fatto il mio dovere, abbiamo aspettato abbastanza”.

Due robusti ragazzotti in uniforme si fecero avanti e superarono gli assistenti sociali. Tolsero le pistole dalle fondine, si avvicinarono cautamente alla fragile porta e con uno sguardo di intesa uno dei due si gettò su di essa. Non fu affatto difficile abbatterla. Il collega gli coprì le spalle e insieme entrarono.

Il silenzio per un attimo fu assoluto; persino il mio pianto si bloccò quando vidi i due sconosciuti entrare in casa.

Le facce del gruppo di curiosi che si era formata davanti alla nostra abitazione si caricò di preoccupazione e turbamento. Non li vedevo ma sentivo chiaramente le loro voci.

“Finalmente intervenite, era ora!”

“Povere creature!”

“Glieli porterete via tutti e tre voglio sperare!”

“Non passa giorno che non si senta piangere”

“Io testimonieró”

“Io la sera lo incontro sempre ubriaco, é un padre che non merita figli!”

La proprietaria del piccolo chiosco, la Signora Buona, piangeva in silenzio scuotendo la testa per la disapprovazione di quanto era accaduto dentro la nostra baracca pezzente.

La vista improvvisa di quei due uomini mi spaventò in maniera incontrollata. Ripresi a piangere con maggiore disperazione.

Tutti, fuori, trattennero il fiato.

Gli agenti, in un primo momento mi ignorarono e perlustrarono l’ abitazione.

“Almeno poteva lasciarle entrare un poco di luce”, disse uno dei due scostando dalla finestra il blocco di legno che mio padre ci aveva appoggiato davanti.

Terminata la loro attenta ispezione, uno dei due mi si accostò, mi prese la mano prigioniera della catena e mi guardò dritta negli occhi.

“Non preoccuparti. Ora ti tireremo fuori di qui. Tra poco verrà una donna a prenderti. Non temere, siamo qui per aiutarti, non per farti del male. Resterò qui vicino a te finché la signora non arriverà, tu, però, smetti di piangere, mi hai capito?”, disse a voce alta per sovrastare il mio lamento. Mi accarezzò la testa con la mano guantata. Quel contatto non gli bastò. Nessun estraneo si era mai rivolto a me con tanta dolcezza. Mi accarezzó il viso, mi asciugò le lacrime e mi abbracció. Riuscí a tranquillizzarmi.

Avvenne quanto aveva promesso.

Ci volle del tempo perché fu necessario tagliare la robusta catena che mi teneva segregata dentro casa. Appena fu recisa, una donna mi si avvicinò con una coperta e mi portò fuori dalla mia prigione.

Il piccolo gruppo di spettatori commossi si impietosì a vedermi uscire in braccio ai servizi sociali . A gruppi, in molti si mossero in direzioni diverse; chi a prendere dei vestitini, chi un po’ di cibo, chi per offrirsi come testimone in caso di bisogno. Si sparpagliarono come uno sciame di api operaie, ciascuno sentendo il bisogno di rendersi utile in qualunque modo.

Mio padre arrivò alcune ore dopo insieme ai miei fratelli. Io ero già stata portata via.

Il vecchio rischiò il linciaggio. A malincuore gli agenti furono costretti a proteggerlo, anche se non si sforzarono di parare tutti i calci e i pugni che quel giorno vollero colpirlo.

“Ho dovuto farlo, la bambina ha già rischiato la vita una volta e io devo allontanarmi per lavorare! Che potevo fare se non questo? La madre mi ha abbandonato con tre figli da tirare su!”, cercò di giustificarsi mio padre; ma la gente si arrabbiò ancora di più a queste parole.

“Bastardo!”,

“Le nutriamo noi le tue creature quando le vediamo vagabondare vicino alle nostre case mentre tu bevi e ti ubriachi! Figlio di una cagna, dillo che con i pochi soldi che fai ti ci compri l’alcol!”,

“Crepa in prigione pidocchio! Finalmente giustizia sarà fatta!”.

Tutto questo e molto altro gridarono al mio vecchio padre quando la volante degli agenti lo portò via. A testa china ascoltava tutti gli insulti che gli furono urlati contro. Pugnalate roventi in pieno petto per lui. Una scena che fu il simbolo di quello che era diventata la sua vita, un’ esistenza misera e penosa.

Pianse di nuovo, dopo tanti anni. Furono lacrime amare, tipiche di un uomo che odia se stesso e il relitto che è diventato.

Al culmine della sua disperazione rimpianse di non essere ubriaco in quel terribile momento.

4- denti e catene

Giravo per il paese in compagnia di Javier. Ci si avvicinò una suora.

“Bambini, volete delle caramelle? Su, venite con me”.

Un invito a nozze. La seguimmo con la salivazione già in fermento per le semplici parole.

Ci condusse in una stanza presso un edificio adiacente alla chiesa. Dentro di essa c’erano due uomini con una bizzarra divisa azzurra. distribuivano caramelle ai bambini che entravano.

“Se volete le caramelle dovrete far vedere i denti al medico che sta nell’altra stanza”.

Niente di piú facile. Presi i dolciumi rimanemmo in attesa del dottore. Una suora ci prelevava due alla volta. Nel raggiungere il percorso incrociammo un bambino che piangeva come un forsennato e si reggeva la guancia. Perplessi e un poco spaventati seguimmo la suora con minor entusiasmo.

Giunti davanti la porta sentimmo un urlo disumano.

“Noi preferiamo andare via”

“Non fate gli sciocchi, su entrate e andate dai dentisti che vi stanno aspettando”

Dentisti? E cosa mai erano i dentisti? Due uomini vestiti di azzurro come gli altri ci vennero incontro.

“Venite bambini, fateci vedere i dentini”.

Malvolentieri ci sedemmo su una sedia molto comoda ma stranamente inquietante.

“Si, a lui sono da togliere due…E a lei…Anche!”, disse il proprietario delle estranee mani guantate che mi esplorarono la bocca.

Togliere!?

“Noi adesso andiamo a casa. Nostro padre ci aspetta”, dichiarò mio fratello.

“Non volete togliere i denti malati?”

Le urla del bambino che lo stava facendo in quel momento ci sollecitarono a rispondere.

“No”,

“E se vi diamo un premio, tipo altre caramelle?”

“Perché non ci date dei soldi? Noi preferiamo i soldi”

“Va bene”.

Prima Javier. Indicarono i denti da estirpare e lo presero per i polsi.

Le urla di dolore di mio fratello arrivarono non appena il dentista inizió a tirare con uno strano attrezzo il suo primo dente. Mi venne la pelle d’oca. Javier inizió a dimenarsi come un folle. Piú il medico tirava piú lui strillava. A fatica gli altri due riuscirono a tenerlo.

Finalmente il dente venne fuori. Piangendo disperatamente mio fratello sputó una grande quantità di sangue. Il mio unico desiderio fu quello di scappare via prima che uccidessero anche me. Braccia forti mi impedirono la fuga. Iniziai a piangere come un animale destinato al macello.

“Togliamo il secondo”

“Non mi toccate! Basta, non mi toccate!”,urló invano il mio sfortunato fratello.

La tortura ricominció.

“Non farti spaventare da un pó di dolore, passerà subito!”.

I lamenti animaleschi di mio fratello dicevano tutto l’opposto.

Quando lo rimisero a terra aveva il viso fradicio di lacrime, la bocca completamente piena di sangue. Non finiva di sputare quel fiume scarlatto. Con le mani sulle guance gonfie piangeva disperatamente.

Arrivò il mio turno. Il dolore rischió di farmi svenire. Mi sembró che mi stessero tirando via la vita stessa. Senza alcuna anestesia mi tolsero anche a me, a forza e senza alcuna anestesia un dente fisso. Mi lamentai con tutta la forza della mia disperazione. Finalmente il dente cedette, ma il tormento non terminó. Fu come accorgersi all’improvviso di aver il piú terribile mal di denti. La gengiva mi sembrava pulsare. Capii perché mio fratello si reggesse la guancia.

“Prendete queste pasticche quando il dolore sarà insopportabile”.

Ci diedero due pasticche per uno.

Doloranti, umiliati, ce ne andammo mano nella mano. Il fastidio duro per qualche giorno.

Perché ci avevano fatto soffrire a quel modo?

Ted ci prese in giro,

“Stupidi! Non dovete fidarvi di nessuno; non c’è divisa, colore o estraneo che vi vuole fare bel bene per il gusto di farlo! E’ sempre così! Chi si avvicina a miserabili come noi lo fa perché gli serve qualcosa. Al mondo siamo solo noi tre. Si vede che a quelli servivano i vostri denti!”

“Ted, di chi posso fidarmi?”

“Di me e di Maurizio. Nessun altro”.

Non so se a casa giunse mai una qualche voce dei giochi tra me e i mie mariti. Di certo, tuttavia, da un giorno ad una altro, mio padre inizió a chiudermi dentro casa per impedirmi di uscire da sola.

Mi legava alle sbarre de nostro lettino serrandomi il polso con una catena.

Obbligata a stare ogni giorno sul solito materasso non potei far null’altro se non dormire.

Dopo un po’ persino il sonno mi stancò. Nemmeno il giungere dei miei fratelli riusciva a risollevarmi.

Solo mio padre aveva le chiavi della catena che mi impediva di muovermi liberamente. Abituata alla totale libertà, questa clausura imposta mi risultò intollerabile. Iniziai a piangere tutti i giorni e a chiedere aiuto a squarcia gola affinchè qualcuno mi liberasse. Ted e Javier si sforzarono di farmi compagnia, però la noia e le mie lacrime continue la vincevano sul loro amore fraterno e quando non riuscivano più a tollerare i miei lamenti uscivano per andare a giocare. Con vergogna uscivano da casa, allontanandosi in fretta per non dover sentire il mio pianto. Una volta superato il loro senso di colpa sfogavano la loro vitalità in attività ludiche tipiche dei maschietti. Si sentirono liberi di lasciar andare tutta la loro irruenza mascolina dato che non dovevano badare a me o giocare insieme ad una femminuccia. Li vedevo tornare sorridenti e sudati. Li invidiavo e mi arrabbiavo con loro per la loro felicità. Per amor mio capirono che dovevano tornare a casa mogi mogi anche nel caso in cui le loro scorribande fossero state davvero memorabili.

Quando finalmente mio padre faceva rientro e mi liberava Ted e Javier mi dedicavano tutte le loro attenzioni coccolandomi e permettendomi di scegliere sempre a quale gioco dedicarci. Fu un lungo periodo in cui i miei fratelli spesso e volentieri furono costretti a giocare con le mie finte bambole fatte di stracci o a far finta di essere loro stessi i miei figli.

La sera non dormivo quasi più data la monotonia delle mie giornate. Il mio ritmo biologico era sfalsato. Di giorno cercavo di dormire per fuggire la noia e la tristezza. Il sonno mi distraeva dal piangere. Ciò mi evitava il mal di testa, gli occhi gonfi e la gola arrossata.

Anche la notte diventò lunga da far passare, se non altro ero libera di muovermi dentro casa a mio piacimento. Fù per questo motivo che una sera rischiai di perdere la vita.

3- la bambola

Il vecchio tentò di tenermi a casa minacciando che mi avrebbe picchiata se mi fossi azzardata ad uscire di casa da sola.

“Resta a casa o diventerai come tua madre!”,mi urlava prima di andarsene al lavoro.

Cosa era mia madre? Non ricordavo nemmeno il suo viso.

Era vietato pronunciare il suo nome, fare il minimo cenno alla sua persona. Non sapevo nemmeno come si chiamasse.

“Cosa è mia madre?”, gli chiesi un giorno,

“Tua madre é una puttana”,

“Che cos’é una puttana?”,

“Una che va al letto con tutti”.

Queste sue parole cementarono uno dei pochi chiari ricordi della donna che mi aveva messa al mondo: lei che faceva sesso con un uomo che non era mio padre del tutto indifferente al fatto che io mi trovassi nella stessa stanza. Molto vicina a loro. L’unico suo gesto nei miei confronti fu l’atto di girarmi la testa dall’altra parte affinché fosssero celati ai miei occhi. I loro rumori mi incuriosivano troppo perché io me ne stessi buona a guardare da un altra parte.

Questo fu il ricordo che mi convinse del fatto che mia madre fosse realmente una puttana. Era il suo amante? Un cliente? Ero troppo piccola per pormi la questione. I bambini vivono di semplicità: papà diceva che era una puttana perciò era una puttana. Era stato un sogno o un fatto realmente accaduto?…Non posso saperlo…

Avevo un’altro ricordo di mia madre. Una donna una volta era venuta a casa nostra pretendendo di portarmi via con sè. Io neppure sapevo fosse la mia mamma. Mio padre le diede un’inusuale risposta: prese un bastone e iniziò a perquoterla con quello.

La donna, però, in quell’occasione, rispose con altrettanta determinazioneve e non si sottomise: a sua volta prese un bastone e iniziò a difendersi e contrattaccare. Non si erano accorti che dal legno che brandivano spuntavano dei chiodi.

Si fermarono e si allontanarono l’uno dall’altra solo perché entrabi avevano iniziato a sanguinare.

Quella fù l’ultima volta che mia madre venne a reclamarmi.

Dal canto suo mio padre le urlò che preferiva morire piuttosto che cedermi a lei.

“Perché la vuoi? Per farla diventare una puttana come te? Te lo puoi scordare! Se vuoi puoi prenderti il tuo bastardo. Mi faresti solo un grosso favore!”.

Non mi preoccupai di non aver capito lo scambio di parole, a chi si riferiva? Inutile cercare di capirlo, era consuetudine l’incomprensione delle loro ciclopiche battaglie verbali.

I semplici rimproveri verbali mai sarebbero bastati per fermare il piccolo terremoto che ero.

Aspettavo che mio padre uscisse, poi lo spiavo per essere certa che si fosse allontanato. Sparito all’orizzonte io scappavo via di casa.

Gironzolavo ovunque in totale solitudine, ignara di qualunque pericolo.

Fù durante quel vagabondare che feci nuove conoscenze.

Bambini che la mattina marinavano la scuola e giravano per la boscaglia per evitare di essere visti dai genitori. Bambini che il pomeriggio erano liberi di andare a spasso come e quanto me. Vedendomi sempre a spasso mi invitarono a giocare con loro. Mi cercavano soprattutto i maschi. Non ci trovai nulla di strano ero abituata a stare con i miei due fratelli.

Accettai felice i loro inviti. Trovai divertente la compagnia di questi nuovi amici. Conoscevano una miriade di modi divertenti per far passare il tempo.

Adoravo quelle giornate: giocare con gli amici, o divertirmi con i miei fratelli quando non lavoravano.

Non capivo per quale motivo Ted e Javier non cercassero la compagnia degli altri bambini del paese.

“Non ci piacciono perché sono gelosi di noi. Gli da fastidio che noi possiamo fare quello che vogliamo”.

Mi celò sempre la verità. Era arrivato alle mani più volte con gli altri bambini del paese perchè alla sua affermazione di titale libertà gli altri bambini gli avevano risposto: “Meglio avere meno libertà ma non le botte e la pancia vuota come te”.

Da allora non aveva mai cercato la loro compagnia. Javier lo appoggiava in pieno.

Una mattina come tante altre un amico mi chiese:

“Ma tu sai giocare a marito e moglie?” Scossi la testa.

Il bambino mi spiegò come funzionasse. Scoprii che era un gioco che già conoscevo.

“L’ho visto fare ai miei genitori quando mamma era ancora a casa. Giocavano sempre sul loro letto”, ribadii.

“E tu Clara ci hai mai giocato a marito e moglie?”

“No, non so come si fa”,

“Non è un gioco difficile: al contrario è molto picevole. Tu scegli il marito che più ti piace tra di noi e poi iniziamo. Ti mostriamo noi come si fa”.

L’ingenuità della mia tenera età mi fece pensare che fosse un passatempo come un altro e che non ci fosse niente di male nel farlo se era un gioco che facevano i nostri stessi genitori.

Per un po’ di tempo ebbi più di qualche marito tra i bambini de mio paese.

Senza la protezione dei miei fratelli fui in balia dei miei amici. Mi cercavano perché sapevano che potevano fare di me quanto volevano. Ero sola, lontana da qualsiasi occhio adulto o fraterno. Una bambolina in carne ed ossa tutta da sfruttare.

È stata la troppa precoce indipendenza e la mancanza delle giuste attenzioni genitoriali che mi portò a farmi usare in quel modo disgustoso. Troppo piccola e indifesa per proteggermi, mi ritrovai a essere diventata il giocattolino di quei miei terribili compagni di gioco. Non parlai mai con i miei fratelli di quanto avveniva durante le mie giornate perché quegli stessi amici non mi cercarono mai quando sapevano che fossi con Ted e Javier, ma ancora di più perché ero stata convinta che quello era un gioco da non fare con i propri fratelli, un gioco segreto di cui era meglio non parlare.

2- coraggio e cambiamento

Tornammo a casa che era buio. Il rientro non fu memorabile o divertente perché fu allora che percepii i brutti presentimenti degli altri due. L’essere circondata dal buio mi intimorì e moltiplicó la mia paura. Nemmeno la presenza dei miei fratelli mi fu di conforto. Eravamo tutti e tre terrorizzati.
Mi sforzai a tenere il loro passo camminando mano nella mano con Ted, giacchè era solito dire che da me traeva tutto il suo coraggio.
Quanto più ci avvicinammo a casa maggiore divenne la nostra agitazione. Mi lasciai invadere dal nervosimo e dalla paura che permeava l’aria. Spaventata cercai di guardarmi intorno e vedere attraverso l’ oscurità del bosco.
Non riuscii a fermare le lacrime e mi lasciai andare ad un pianto silenzioso. Ted mi strinse la mano con più vigore ma non ebbe coraggio di proferire alcuna parola.
Odiavo il buio perché con esso tutto mi sembrava divenire brutto e maligno. Gli alberi tornarono ad essere mostri, le loro sagome alte e deformi mi apparivano orribili; persino gli uccelli e il loro canto mi innervosivano al chiaro di luna. Gli occhi degli animali diventavano quelli di diavoli famelici e feroci.
Giunti davanti casa Ted si abbassò alla mia altezza, mi pose le mani sulle piccole spalle e mi depose un bacio sulla guancia umida.
“Adesso io e Javier entriamo per primi. Tu devi essere veloce a nasconderti nel tuo solito posto. Qualunque cosa succeda tu devi rimanere lì e non muoverti. Cerca di non fare alcun rumore! Anzi, ti chiedio una cosa: conta tutte le stelle cadenti che volano nel giardino, poi mi dici quante ne hai viste!”, mi disse il mio fratellone.
“Ted io non so contare”, gli risposi mentre le mie lacrime si fecero copiose,
“Tu guardale lo stesso e poi mi racconti quello che hai visto, ok?”.
Risposi con un cenno della testa e mi lasciai asciugare gli occhi da lui. Javier mi rivolse un tirato sorriso di incoraggiamento e si pose al fianco di Ted.
Il nostro ritardo fu una chiara ammissione di colpa; nostro padre lo sapeva bene.
La luce di una tremolante fiammela di lampada domestica ci annunció che eravamo attesi. Una candela accesa di notte. Un lusso indice di quanto nostro padre fosse arrabbiato. Quella debole luce avrebbe garantito che ogni percossa sarebbe andata a segno. Nessun errore. Nessuna pietà. Neppure un incendio avrebbe potuto paragonarsi al furore negli occhi del vecchio. Io lo vidi dal
mio rifugio. Ai miei fratello toccò affrontarlo. mio rifugio. Ai miei fratello toccò affrontarlo.
Per anni avevo rimosso il gran numero di botte che presero da lui i miei fratelli.
Quella sera fù la peggiore di tutte.
Le urla di dolore arrivarono lontano produssero effetti che di lì a poco avrebbero cambiato la nostra vita.
Io non vidi niente perché mi sforzavo di contare le lucciole che riuscivo a vedere dal mio nascondiglio.
“Uno, quattro,cento, dieci, tre, uno, ventisette,nove, uno, quaranta, due, uno..”, ripetevo a bassa voce, mentre ammiravo incantata quelli che non sapevo essere insetti, chiedendomi perché le stelle di notte scendessero sulla terra quando si stava molto meglio in cielo, dato che lì non sarebbe potuto arrivare il rumore crudele del cuoio che colpiva la pelle; come pure non sarebbero giunte le urla di sofferenza dei miei fratelli.
Mi rifugiai in dolci fantasie da bambina incoraggiata dalla meravigliosa vista delle lucciole.
In questo modo si cementò un’abitudine che dura da una vita: l’alienazione dalla realtà attraverso la fantasia. Il rifugiarmi nel mondo fantasioso della mia immaginazione diventò il mio efficace meccanismo di difesa contro la crudeltà del mondo esterno.

Da quella terribile serata cambiarono molte cose.
Mio padre ritenne che fosse più dignitoso essere poveri che non ladri.
Avrebbe accettato tutto ma non figli ceptomani. Per questo, con le peggiori minacce, ci obbligò ad andare a scuola.
Neanche una settimana dopo io fui rispedita a casa giacchè le esasperate maestre ritennero che fossi incapace di apprendere il ben che minimo concetto. Tabula rasa ero e tabula rasa sarei rimasta.
I miei fratelli si dimostrarono inadatti quanto me all’ambiente scolastico.
Rifiutarono categoricamente di seguire le regole da rispettare in classe.
Le maestre ebbero paura ad opporsi alla loro aggressività da furfanti.
Il preside dell’istituto si stancò presto della loro giovane ma profonda anarchia e di vederli girare per i corridoi imperturbabili.
Li rispedì a casa dove il vecchio li accolse con cinta e bastone.
“Non volete andare a scuola!? Bene! Da domani lavorate insieme a me bastardi figli di puttana!”.
Puttana. La sua parola preferita. La pronunciava con odio profondo, quasi sperando che il suo rancore cieco raggiungesse nostra madre nel pronunciarla. La odiava. La odiava con tutto se stesso. Odiava lei attraverso noi. Noi errori di un amore sbagliato. Noi, prodotti del suo errore più grande.

1- l’inizio

Quella mattina, all’alba, il vecchio si presentò già ubriaco.

Non era rincasato quella notte. Un fatto inusuale nella nostra famiglia.

Era talmente ebbro che a malapena riuscì ad aprire la misera porta della nostra baracca. Ciondolando vistosamente, imprecando, perso nel suo delirio alcolico, quasi per puro caso trovò il suo letto.

Non si curò di noi.

Sapeva bene che solo la paura del buio ci aveva sempre impedito di stare fuori casa di notte.

Ci nascondemmo per evitare che potesse sfogare la sua rabbia su di noi.

Lo temevamo molto quando era alterato dall’alcool.

Avevamo i nostri rifugi per evitare qualsiasi pretesto lo avesse incoraggiato a togliersi la cintura e sferzarla contro i miei fratelli.

Stranamente evitava di toccare me.

Le botte trovavano sfogo solo sulla pelle dei maschi della mia famiglia. O meglio su quanto era rimasto della mia famiglia. Vaghi ricordi mi dicono che mia madre non era affatto esente da schaffi, cinture e persino bastoni. C’era una differenza, tuttavia: le percosse subite dalla madre che mi aveva abbandonato non mi toccavano. Le urla di dolore dei miei fratelli, al contrario, mi facevano torcere le budella.

Trascorsero solo pochi minuti, poi, dal nostro rifugio, sentimmo il giungere di una sonora russata.

“Vado a vedere quanti soldi ha in tasca”, sussurrò Ted.

“Lascia perdere! Se si sveglia ci riempe di botte!”, ribadì uno spaventato Javier.

“No! É troppo sbronzo. Abbiamo tutta la giornata per goderci i soldi che gli prendiamo! Quando ci ricapita? Pensaci! Lo sai: ora beve solo la sera perché così va a dormire ubriaco ma si sveglia bene. La mattina deve andare a lavorare, non beve più di giorno!”, bisbigliò di nuovo il mio impavido ed ingenuo fratello maggiore.

Lo ascoltai attenta, orgogliosa di quel ragazzotto coraggioso. Era il mio odierno e personale Sansone. Era la mia guardia del corpo. Nulla poteva capitarmi se era con me.

Come di consueto bastarono solo poche parole del maggiore di noi affinché Javier fosse convinto a correre pericoli che il suo malleabile e giovane buon senso gli consigliava di evitare.

Si fece coraggio controllando il suo respiro e aspettò il via per dare inizio a quella che sapeva essere una missione suicida.

“Clara, tu aspettaci fuori, non devi avere paura, tra poco verrà la luce. Esci senza far rumore e stai lontana di casa perché così se ci scopre, almeno tu sarai al sicuro!”, mi ordinó il mio fratellone.

“Io ho paura di uscire sola!”,

“Saremo veloci più del vento! E poi già si comincia a vedere il sole! Su, guarda fuori!”

Vero. Le demoniache sagome scure e informi della notte si stavano lentamente trasformando in verdi placidi alberi dalle mille dimensioni.

Dopo aver declutito i miei timori, ubbidii senza alcuna riserva, attenta a non far risuonare i miei movimenti. Mi mossi silenziosa, guidata dalla poca luce filtrata dall’unica lurida finestra.

Ero avvezza a muovermi al buio dentro casa. La totale assenza di elettricità mi aveva abituato i miei occhi all’oscurità.

Mi allontanai quanto sarebbe bastato per non incorrere nella furia di nostro padre nel caso si fosse svegliato.

Nascosta nell’erba alta, ranicchiata al sicuro, guardai quella piccola casa fatta di toppe legno e pezze di latta addossate alle pareti.

Era una struttura minuta sfornita di qualunque servizio: luce, gas, acqua e servizi igenici erano un lusso che noi bambini nemmeno conoscevamo.

Avevamo un’unica piccola finestra nel cucinino spartano e un ampia stanza, che, da una parte costituiva la camera da letto di mio padre, lo si sarebbe capito dal grosso letto matrimoniale: unica mobilia di quell’angolo della pietosa abitazione.

La parte dove dormivamo noi era ugualmente misera: un unico lettino per noi tre.

Un giaciglio che non amavamo e che volentieri lasciavamo a Ted perché a me e Javier piaceva da morire dormire sulla carriola di nostro padre. Meno morbida ma di certo povera di pidocchi. Dovevamo solo fare attenzione a stare ben distribuiti su di essa, giacchè se ci fossimo trovati dalla stessa parte saremmo caduti a terra. Posso assicurare che la notte, durante il sonno capitava spesso. Per noi non era affatto fastidioso: anche se svegliati dalla caduta, ridevamo di cuore nel rialzare il nostro ferroso giaciglio.

Un piccolo tavolo pieno di tarme e quattro sedie regnavano al centro della casa.

C’era, inoltre, un’altra grande camera dalla quale si accedeva attraveso una porta perennemente chiusa a chiave.

Non vidi mai cosa ci fosse dentro; nostro padre ci aveva sempre proibito di avvicinarci a quel misterioso camerone. In famiglia la chiamavamo “la stanza magazzino”.

Mi grattai la testa infestata dai pidocchi e pensai che quel giorno avrei fatto bene a regalarmi un bel bagno al fiume dato che non emanavo un buon odore.

Quella sera, infatti, per sbaglio avevo urtato il secchio dove espletavamo i nostri bisogni.

Mi si era versato sui piedi il suo contenuto. Ignorando l’olezzo, cominciai a sentirmi un po’ impaurita. Perché i miei fratelli non arrivavano? Mi guardai attorno con apprensione. Mi sentii sola in un mondo ancora addormentato. I rumori della natura mi sembrarono ad un tratto sinistri.

La mia paura del buio iniziò a prendere il sopravvento, era come un freddo serpente che mi scivolava sulla pelle. I miei battiti sovrastarono qualunque altro suono. Volevo più luce e soprattutto volevo i miei fratelli.

Prossima alle lacrime guardai verso casa. Solo Ted avrebbe potuto convincermi ad uscire così presto di casa. Non mi aspettavo ci avrebbero messo tanto. Perchè ci stavano imiegando tanto? Dalla baracca non arrivava alcun suono…Che stava succedendo?

Acovacciata a terra iniziai a dondolarmi avanti e indietro per autoconsolarmi.

Vidi due piccole ombre uscire di soppiatto.

Finalmente Ted e Javier mi raggiunsero.

“Sei stata molto coraggiosa, brava!”,

“Il mio cuore è tanto spaventato! Lo sentivo rimbombare più forte di tutto. Stavo per iniziare a piangere!”,

“Quanto la fai lunga! E noi che dovremmo dire?…”,

“Javier falla finita! É spaventata quanto te! Non ignorare la sua paura! È più piccola di te e non ci ha pensato un attimo a fare quello che doveva fare. Tu, là dentro, stavi per fartela addosso,perciò stai zitto!”,

“Sì, però dopo ho fatto anche io quello che mi hai detto di fare! Il vecchio mica pensa alla mia paura mentre mi picchia! Ci avrebbe preso a bastonate allo stesso identico modo a tutti e due!”,

“Non è capitato. Ora abbiamo un bel po’ di grana!”.

“Scusa Clara”.

Un bacio per dare più enfasi alle sue parole e mi prese per mano. Javier era fatto così. Una caramella ripiena. Duro, cocciuto, eppure dolcissimo e morbido all’interno.

“Ted mi fai vedere i soldi di carta? Io non li ho mai visti!”,

“Tieni. Attenta a non farli cadere”.

“Quante cose ci si possono comprare con questi?”.

I miei fratelli si guardarono e scoppiarono a ridere.

“Tante!”, risposero in coro.

Non avevo alcuna idea del valore dei soldi in generale, perciò non seppi mai il valore del denaro che avevamo rubato a nostro padre. Soltanto di una cosa fui certa: con quelli avremmo potuto comprare montagne dolci e caramelle .

Ci allontanammo di corsa.

Ted apriva la strada, io in mezzo e Javier per ultimo. Era sempre questo il nostro assetto quando stavamo fuori casa.

Non avevo alcuna cognizione del concetto di età; sapevo che Carlos era il maggiore di tutti e che io ero la più piccola. Javier era di poco più grande di me. Sin dalla più tenera età ci avevano sempre scambiati per gemelli talmente evidente era la nostra somiglianza.

All’altro fratello ci accomunavano i capelli color pece, due grandi occhi a mandorla di un marrone delicato e il viso colmo di efelidi.

Ad una prima occhiata apparivamo più minuti della nostra effettiva età perché il cibo che nostro padre ci forniva non era affatto abbondante.

Con quei soldi in mano ci sentivamo ricchi, padroni del mondo, furbi, pronti per una giornata straordinaria.

La novità era grande: avevamo denaro da spendere! E quando mai era capitato! Ridevamo a squarcia gola, spingendoci tra di noi, tirandoci i capelli per dispetto. Facevamo le linguacce a tutti i bambini in uniforme scolastica che incrociavano il nostro cammino e li prendevamo in giro. Ci sentivamo liberi e felici mentre raggiungevamo il nostro regno: il bosco.

La forte dipendenza di nostro padre per l’alcol ebbe due effetti principali su di noi: le botte per i miei fratelli e la nostra continua e totale libertà.

Quella giornata si svolse simile alle altre: giravamo il bosco in continua esplorazione.

Giunti alle piccole pozze giocavamo con le migliaia di girini che nuotavano dentro di esse.

Era nostra consuetudine gareggiare a chi riuscisse a prendere quello più grosso di tutti, o chi riuscisse a catturarne di più con le mani.

Rincorrevamo le farfalle, sia quelle piccole che quelle grosse quanto le nostre mani, ci facevamo il bagno dentro le basse acque di un fiumiciattolo. Ridevamo contenti, con i piedi solleticati dalla scivolosa ghiaia subacquea. Io rimanevo nell’acqua bassa, mentre i miei fratelli si addentravano nell’acqua più alta. Nessuno dei tre sapeva nuotare. Io avevo troppa paura di morire affogata per andare oltre l’acqua alle ginocchia, però mi divertivo a vederli giocare come due pesciolini.

Ci asciugavamo al sole sopra grandi sassi, per poi sporcarci di nuovo rotolando giù dai pendii delle nostre collinette preferite.

Stanchi e affamati, a metà giornata, quel giorno ci dirigemmo verso il chiosco della “Signora Buona”. La donna si era guadagnata quest’apellativo perché ci regalava caramelle o merendine e quando poteva persino un bel panino. Appena vide i soldi in mano a Ted se ne stupì.

“E questi da dove arrivano? Non avrete combinato qualche guaio, vero?”. Chiese con apprensione.

Tutti in paese sapevano quanto fossimo poveri. Il quantitativo di denaro nelle nostre mani strideva con il nostro aspetto da vagabondi e la nomea che si aveva della mia famiglia.

“No, non abbiamo fatto niente di male. Li ho trovati per terra, almeno per oggi potremo mangiare come si deve. Dio sa quanto i miei fratellini ne abbiano bisogno”.

Parole dure non pronunciate a caso da un furbetto che sapeva di avere di fronte un cuore sensibile.

Il discorso breve ed efficace colpí dritto al cuore della pia donna.

“Mi stai dicendo la verità Carlos? Tutti conosciamo tuo padre, le sue abitudini e il suo modo di sfogarsi su di voi. Mezzo paese sente le vostre urla…”,

“È la verità. Li proteggo io i miei fratelli”,

“Il modo migliore per proteggerli è stare lontano dai guai. Sei maturo da saperlo, lo so, parlo solo perché mi preoccupo per voi. Per quanto tu voglia fare, non puoi difenderli dalla violenza di tuo padre. Sedetevi. Vi porto io da mangiare. Suppongo che questo sia il primo pasto sano e completo della vostra vita”.

Non fu un pranzo, fu un banchetto. La bontà del cibo quasi mi ubriacò.

Finito l’abbondante pasto ci sdraiammo al sole per godere di quella nuova e strana sensazione che derivò dalla sazietà. Considerammo meravigliosa la sensazione di avere la pancia così gonfia. Ci addormentammo paciosi e rilassati.

Ci svegliò l’abbaiare di due cani, uno dei quali insisteva a leccarmi la guancia.

Era una coppia di cani randagi come noi che avevamo adottato dividendo con loro lo scarso cibo che di solito avevamo e un rifuglio a casa quando pioveva. Quel giorno anche loro mangiarono in abbondanza.

“Guarda Ted, ha la pancia gonfia!” dissi, osservando il ventre rotondo della mia cagnolina bianca.

“Si, è incinta, tra un po’ farà i cuccioli”, mi rispose.

Risi contenta della notizia. Presto avrei avuto tanti piccoli cuccioli tutti miei. Amavo quella vagabonda a quattro zampe. La consideravo una mia proprietà, di conseguenza a ciò anche la sua cucciolata sarebbe stata mia. Mi vantavo di essere l’unica a cui l’animale permettesse di avvicinarsi alle sue creaturine.

“Dobbiamo farla partorire lontano da casa. Le faremo un piccolo rifugio vicino al bosco. Solo così il vecchio non ammazzerà la cucciolata”,

“Perché nostro padre ammazza sempre i cuccioli?”

Perché ci sono troppi cani a spasso intorno a casa nostra. Abbiamo troppo poco cibo per troppe bocche e tanti tanti, troppi pidocchi, vero Ted?”.

Mio fratello annuì mestamente.

“Javier mi prude tanto la testa…mi ammazzi un poco di pidocchi?”

“Solo se Ted spulcia me mentre spulcio te!”

“Quanto sei stronzo! Dopo, peró, dovrai ricambiare il favore!”

“Ted, te lo faccio io: sono più brava di Javier a toglierli!”.

Ci ammazzavamo un po’ di pidocchi a vicenda. Era un modo per passare il tempo e per darci reciproco sollievo.

La nostra tecnica? La potete ammirare vedendo un qualunque documentario sulle scimmie, con una solo differenza: noi non li mangiavamo: li schiacciavamo pazientemente tra le unghie dei pollici dopo averli rimossi dal cuoio capelluto, ci piaceva troppo lo scrocchiolio che producevano nell’ammazzarli. Una piccola vendetta in confronto al costante fastidio che ci procuravano. Era una nostra abitudine. Non ci vedevo nulla di strano od umilante.

Erano in particolare tre le compagnie che odiavo a quei tempi: la fame costante, gli implacabili e terribili pidocchi, e i vermi che cacciavo via dal corpo nel defecare, mi faceva senso vederli uscire dal mio sedere e muoversi tra la mia cacca.

Era pomeriggio inoltrato. Il tempo era volato. Presto avremmo dovuto far ritorno a casa. Avremo potuto ritardare il rientro, ma all’ora di cena, con il buio, si sarebbe reso necessario. Non più rimandabile.

“Che facciamo?”, chiese Javier in un sospiro.

Ora si che si pentiva di aver sottratto quei soldi ad un padre che non lo riteneva degno nemmeno di un nome. Non Javier o Maurizio, bensí: “Bastardo”.

Gli sembrò di non aver digerito affatto il bel pranzo che aveva consumato. Gli venne la pelle d’oca e gli sembró che l’aria fosse diventata gelida. Aveva sempre temuto la violenza di nostro padre. La sua paura era centuplicata dalla consapevolezza di non importare nulla per il vecchio. Perché lo odiava tanto? Perché mamma non lo aveva portato via con sé quando aveva deciso di andarsene? Perché si era lasciato convincere a rubarare quei soldi al vecchio?

Questo ed altro ancora si domandava il mio terrorizzato fratello.

Persino Ted aveva abbandonato tutta la sua baldanza. Rimase seduto a terra con la testa china al suolo. Si strofinò nervosamente le mani e cercò di pulire le unghie solitamente nere per distrarsi dai suoi stessi brutti pensieri. L’avevamo combinata troppo grossa. Niente li avrebbe salvati dalla cinta del vecchio. Io ero ignara del loro terrore, continuavo a giocare felice con la mia cagnolina.

“Possiamo dirgli che li ha persi lui perché era ubriaco, o che qualcuno glieli ha rubati..”, si incoraggiò Javier.

“Di sicuro un’ idea migliore rispetto a quando gli hai detto che non eravamo stati noi a mangiarci il cocco ma che era lui che era fuggito via volando dalla finestra! Qualunque balla ci inventiamo il risultato sarà sempre lo stesso: ci picchierà a sangue comunque perché o sarà convinto che siamo stati noi o per sfogarsi di esserli fatti rubare. Te lo ripeto di nuovo un’altra volta e te lo ripeterò sempre: qualunque dolore, anche quello che ti sembra il più terribile passa sempre. Ci sembra terribile perché dobbiamo subirlo. Già mentre sentirai il dolore sulla tua pelle vorrà dire che il brutto sta passando”.

Come tutti gli sfortunati Ted a volte sapeva essere più maturo della sua età effettiva. Aveva sviluppato una certa saggezza dopo anni e anni di sofferenze e ora incoraggiava il fratello minore a farsi forza e ad accettare le conseguenze delle sue azioni. Era pronto ad affrontare l’ira del vecchio, rimpiangeva solo di averci guidato verso un grosso guaio. Ora si che comprendeva le parole della Signora Buona. Si sentí in colpa, terribilmente stupido, ancora incapace di arginare i suoi istinti bambineschi per prendersi cura dei suoi fratelli minori.

Non sarebbe accaduto di nuovo. Andavamo protetti non aiutati a cadere. Si sarebbe preso a pugni per la sua poca lungimiranza, eppure sapeva che ai nostri occhi doveva sempre mostrarsi forte, mai debole, mai confuso. Era il nostro eroe. Si fece forza. Si alzó per primo e ci aprí il cammino per il ritorno.

“il nido del condor” storia della mia adozione

La conoscenza di me stessa arriva dove possono arrivare i miei ricordi.

I primi anni della mia vita, di fatto, mi sono del tutto ignoti.

Mi paragono ad una albero senza radici: so chi sono oggi, chi sono stata ieri, ma non so da chi e come sia nata.

Ad oggi sono in possesso di poche misere fotocopie che non rispondono alle mie domande , semmai le moltiplica. Mille e mille quesiti a cui non posso avere risposta.

Ho solo queste date, orari e nomi sterili, che non possono svelarmi un gran che. Il risultato é che non so nulla della mia prima infanzia.

I miei ricordi partono in un vortice ordinato e coerente solo a partire da quelli che suppongo siano i miei cinque-sei anni.

Prima di quest’età tutto rimane molto vago, se non ignoto.

I ricordi più remoti mi appaiono della stessa consistenza dei sogni. Fatico a capire se siano fenomeni onirici o eventi realmente accaduti.

Posso però dire con certezza che venni al mondo con il nome di Clara Alicia Barrera Perez.

Sono nata a Zipaquirà, piccolo paese colombiano del dipartimento di Chundinamarca, regione che gli Indios chiamavano “il nido del condor”.

il perché del mio scrivere

Scrivo affinchè io stessa non lasci all’oblio queste giornate del mio passato.

Per far rivivere i sentimenti di un tempo.

Per non dimenticare quanto e come sono stata bambina, ragazza e infine donna.

Per rivivermi e testimoniare ai miei figli e a chiunque voglia conoscermi quella che ero e sono.

Svelo le mie esperienze, i miei sogni, le mie aspettative, le mie paure e i miei terrori per non smettere mai di migliorarmi a partire dal mio passato.

Questa mia piccola creatura ha un’importante finalità.

Non pensiate che scriva per presunzione, per narcicismo, o per ricevere l’altrui compassione, bensì nella speranza che parte importante della mia vita possa insegnare non tanto quello che deve essere fatto, quanto, piuttosto, quello che non deve essere fatto.

Presento parte della mia vita. Un decalogo di errori facili da evitare se presi in tempo o se ben interpretati, dal momento che, le incomprensioni, se sottovalutate, possono rovinare più di un’esistenza.

Gli equivoci sono peggiori della più devastante delle valanghe.

Io rappresento il risultato di un disastro nato dall’assenza di comunicazione.

La mia è una testimonianza che vuole consapevolizzare riguardo un argomento di cui molti sottovalutano gli aspetti più delicati.

Sottolineo gli aspetti negativi per far capire, nel profondo, quale sia la vera bellezza del prendersi cura di un orfano.

Quando si parla di adozione, in genere, si accoglie quel pensiero nell’anima come la sensazione che deriva dal vedere uno splendido paesaggio, come la gioia che deriva da una bella notizia, come la visione di un cucciolo. Il cuore palpita e il primo pensiero di chiunque é:

“Che meraviglia! Che bella cosa! Alla fine sei stata fortunata”.

Quando si ammirano le limpide rive del più meraviglioso dei laghi rimaniamo estasiati dalla sua bellezza. Ci riempiamo gli occhi della danza sinuosa delle sue acque tranquille.

Ignoriamo la forza delle correnti che regnano sotto la superficie di quelle che ci appaiono celesti acque danzanti.

Ignoriamo il vento sotterraneo che sconvolge quelle stesse acque. Ignoriamo le forze che sollevano il fondo di quello stesso fiume tanto da renderlo inaccessibile ai raggi solari.

È in quel caos che gli esseri acquatici nascosti ai nostri occhi si danno battaglia per continuare a vivere.

Il mio intento è quello di mostrare al mondo quale sia l’immagine che ha un minuscolo pesciolino di quello stesso fiume che ai nostri occhi appare meraviglioso. Focalizzo il punto di vista di un piccolo essere acquatico perché é quasi sempre ignorato.

É facile, quasi comodo, concentrarsi sulla placida superficialità.

La vera bellezza si cela là dove gli occhi volentieri non arrivano. Là dove si annida il brutto.

Là dove sorgono le reali difficoltà si puó scoprire la vera natura dell’avvenenza della vita.

Il fiume nel quale voglio farvi immergere si chiama adozione.