16- pagelle

Nella casa l’aria era così tesa che il nervosismo sembrava in grado di rallentare il respiro.

Troppa poca aria per il cuore di ognuna noi che galoppava furioso per il timore di quanto sarebbe potuto accadere.

Ognuna di noi si isolò dentro le proprie paure. Ciascuna di noi preferì guardare a terra piuttosto che dover incontrare gli occhi smarriti delle altre.

“Sono appena arrivate le pagelle”. Annunciò con gioia la voce di una suorina. Il nostro terrore la divertiva.

Impercettibili movimenti tesi di puro nervosimo accompagnarono la rivelazione. Dopo di chè regnò il silenzio assoluto. Ce ne stavamo immobili. Sedute nella sala tv.

Se avessimo potuto avremo smesso di respirare perché ci sembrava di essere troppo rumorose nell’espirare ed inspiare.

Io avrei voluto uscire dalla stanza per urlare e liberermi dalle brutte sensazioni che mi invadevano.

La giovane suora ci venne incontro veloce e decisa. Il silenzio non la stupì. La fece ridere.

“Senti che bel silenzio, come mai?…questo si che è un evento raro: niente chiacchere oggi…Senso di colpa?”.

Posò rumorosamente sul bancome il blocco di fogli che poco prima aveva posati sul seno. Saltammò tutte insieme. Qualcuna iniziò a piangere.

“Allora…Qualcuno vuole dire qualcosa prima che inizi la consegna? Nessuna?…Niente?…Allora inizio e spero per voi che non ci siano troppe brutte sorprese”.

Sapevamo bene che questo rituale sarebbe durato l’intera giornata.

Una alla volta saremmo state chiamate tutte.

Sarebbe stata letta a voce alta ciascuna pagella e a seguito di ciò sarebbero giunte o lodi o bastonate.

Era il momento dell’anno più idiato. Il momento più brutto.

Era una tortura stare lì sedute ad aspettare il proprio turno.

Il magone mi bloccò la salivazione. Avevo le mani sudate. Non c’era sensazione che che mi infastidisse di più. Non ho mai tollerato il sudore sulle mani. Sia sulle mie che su chiunque venisse a contatto non me. Infastidita mi passai più volte i palmi sui pantaloni per asciugarli.

Giunse l’ora del pranzo.

Una lunga pausa ci permise di respirare per un pochino.

Il timore dei brutti voti ci rese più mansuete e ubbidienti. Mangiammo nell’ordine assoluto e solo poche di noi ebbero il coraggio di chiaccherare. Solo chi era venuta a conoscenza dei propri voti ebbe l’ardire di chiaccherare sottovoce. Per loro il peggio era passato.

La mia paura invece si stava tramutando in terrore.

La mia bocciatura l’anno precedente era stata un grande peso da sopportare; se non avessi avuto buoni voti, per me le botte sarebbero state esemplari. Era stato un primato essere bocciata in prima elementare. Brutti voti avrebbero decretato brutte cose per me.

Mangiai senza alcun gusto e forzatamente.

Mi ero sforzata di non attirare l’attenzione delle nostre sorveglianti, sebbene ormai mi fossi marchiata ai loro occhi come una ragazzina problematica, con il tempo avevano capito che la mia indole era quella di una bambina tranquilla.

Il mio impegno a comportarmi bene però non le aveva disincantate; da me si aspettavano qualche guaio. Io mi sforzai di non soddisfare questa loro aspettativa.

Ora però, non ero del tutto certa di averlo fatto.

Impiegai il doppio del tempo rispetto il normale a finire il pranzo.

Un tacito e silenzioso accordo tra tutte noi ci permise di farlo.

Mangiammo seguando la tecnica delle “magnitas”: ingerimmo il nostro cibo a piccolissime boccate; tre chicchi di riso a volta. Le suore ci lasciarono fare; persino loro sentivano bisogno di una lunga pausa dal dover usare le mani.

Con rammarico fummo condotte nella stanza delle torture. Per quel giorno non ci sarebbe stato alcun riposo.

Mi sedetti con le mani in mano. Sentivo che il mio cuore, di nuovo, era sommerso dalla paura. Feci tre profondi respiri per tranquillizzarmi. L’arrivo di una suora stroncò l’uscita del mio ultimo profondo sospiro. La donna prese in mano la prima pagella a portata di mano. Il mio cuore corse via come un selvaggio cavallo impazzito.

“Clara”.

Il mio muscolo cardiaco sembrò accelerare la sua frenetica corsa per fermarsi completamente del tutto un attimo dopo..

Apriii la bocca per riempire i polmoni di aria pura ma l’aria mi sembrò priva di ossigeno. Iniziò a girarmi la testa. Appoggiai entrambe le mani sulla panca sulla quale sedevo per sorreggermi. Fui sommersa da cattive sensazioni.

Con occhi disperati fissai la suora. Lei lesse in silenzio quanto era compilato su qul foglio. Alzò gli occhi per incontrare il mio sguardo.

“Vieni qui”.

Quel comando freddo mi scombussolò maggiormente. Ecco arrivare le botte. Ormai sarei entrata a far parte della lista nera.

Feci quanto mi era stato detto facendomi coraggio da sola. Ricordai a me stessa che il dolore fisico solitamente impiegava poco a passare. Il segreto era lasciare la testa morbida e lascarle la totale libertà di movimento nel farle sfogare l’impatto con la mano della suora. Rilassai i muscoli del collo e mi preparai all’impatto.

“Girati verso le tue compagne”.

Stupita a quelle parole, obbedii. Non avevo visto alcuna scopa nelle vicinanze. Perché mai dovevo darle le spalle? Come aveva intenzione di picchirmi?

Le sue parole bloccarono i miei pensieri.

“Questa è la pagella che ognuna di voi dovrebbe portare a casa. Questi sono i voti che noi pretendiamo. Solitamente la maggioranza di voi ci presenta il contrario. Fatele un bell’applauso perché questa è la più bella pagella che io abbia mai visto”.

A bocca aperta fissai quel foglio. Tutti ottimi e un buono in educazione fisica.

Nella stanza esplose l’ovazine per me. Incredibile.

La suora mi battè due pacche sulla schiena e mi sorrise. Ancora più incredibile. La tensione si sciolse tutta insieme. Mi appoggiai le mani sul pube e scappai via prima di dover farmela addosso. Le risate arrivarono fino al bagno. Sorrisi soddisfatta e stupita mentre con gioia svuotai la mia vescica. Il giubilo durò molto poco perché il pianto di una bambina mi rivelò che non era stata brava quanto me. Rientrai nella stanza del tutto tranquillizzata e desiderosa che la notte si sbigasse a calare.

I miei buoni risultati mi fecero guadagnare molti punti agli occhi degli adulti. Si sentirono di perdonarmi i guai combinati in passato e si abituarono alle mie belle pagelle. I miei voti furono sempre all’altezza delle loro aspettative. A un anno dalla mi a bocciautura ripresi tutti i punti che avevo perso.

Per premiarmi dei miei buoni risultati mi fu concesso di scegliere l’abito da indossare la sera della vigilia di Natale. In istituto arrivavano, probabilmente regalati da privati, bellisssimi vestiti da cerimonia. Non c’erano per tutte. Solitamente erano le bambine più belle e buone dell’orfanotrofio a indossarli e a sedere sulle prima panche della chiesa. Per me fu un vero onore poterlo fare. Sapevo bene di non essere bella, perciò accolsi il mio premio con grande allegria. Mi fu concesso di scegliere per prima. Saltellando per la felicità scelsi un vestitino sui toni del bianco e del celeste. Presi in cercchietto a tono e delle meravigliose scarpette di vernice bianca. Quando mi vidi riflessa non mi riconobbi nella principessa che vidi davanti a me. Sorrisi soddisfatta di quanto vedevo. Non ero mai stata vestita con abiti tanto belli. Mi sentii privilegiata, importante, mentre ero fatta sedere nella prima panchina della chiesa del quartiere. Notai i primi sguardi di invidia tra le mie compagne. Decisi di ignorare quei occhi gelosi e mi immersi nell’osservazione dell’altare. La voce autoriataria del prete portò l’attenzione su di lui. Seguii le sue parole dapprima con attenzione, poi iniziai ad annoiarmi. Decisi che la messa rimaneva sempre noiosissima da qualunque posizione la si seguisse. Scoprii che era meglio sedere dietro: non avevi gli occhi delle suore puntati su di te e potevi permetterti di distrarti quante volte desiderassi. Quando io iniziai a stirare il velo del mio vestito per evitare che mi si chiudessero gli occhi, gli occhi di fuoco della direttrice dell’orfanotrofio mi ordinarono di smetterla subito. Aprofittando dei rituali della celebrazione cercai di osservare le bambine che mi sedevano accanto. Volevo scoprire come facessero a rimanere concentrate e soddisfare le pretese delle suore della nostra casa. Effettivamente la loro attenzione era minima. La loro finalità era una soltanto: farsi vedere e farsi notare da tutti i fedeli. Si atteggiavano tutte a piccole donne. Marcavano ogni gesto per accentuare una femminilità tutta acerba in loro. Erano le più belle dell’orfanotrofio. Ne erano consapevoli. Quella era la loro serata: fanatiche di natura, quella era l’occasione per far risplendere la loro bellezza. Erano come tanti pavoni, orgogliosi, resi potenti dalla loro superba coda di piume. Erano così concetrate nell’elogiare il loro essere belle che a sguardi disattenti apparivano come angeli che pendevano dalle labbra del parroco.

Per fortuna la messa finì e fui libera di potermi muovere. Salutai con un grande sorriso mio fratello che sedeva nelle panchine affianco alle mie. Lui era vestito da sposo: giacca e cravatta. Javier era un bellissimo bambino, figurarsi vederlo così curato. Era una piccola delizia per gli occhi.

In gruppo compatto facemmo ritorno a casa. Camminavamo tutti con una certa fretta: ci aspettava la cena più bella dell’anno e soprattutto i regali di natale.

La natività per molti di noi era una festività che aveva una duplice valenza: ognuno di noi festeggiava la nascita del bambin Gesù ma anche la propria. I

l Natale per me era il giorno del mio compleanno.

Non sapevo con certezza quanti anni io avessi ma soprattutto non sapevo in quale giorno fossi nata.

Giunta a casa corsi a liberarmi del mio bellissimo abito senza alcuna esitazione. Mi coprii dei miei soliti vestiti e mi affrettai a correre nella sala da pranzo. Gran parte delle mie compagne erano già sedute a tavola. Il profumo delle squisitezze che mi attendevano invasero le mie narici. L’appetito mi esplose tutto insieme. Mi sedetti al primo buco che trovai senza mai abbandonare con lo sguardo l’oggetto che regava al centro della stanza. Su un grosso tavolo era disteso un intero maiale pronto a essere servito. L’esterno dell’animale si presentava intatto. Il ventre era stato ricucito dopo essere stato farcito con riso, piselli, salsiccie rosse e nere, pezzi di carne e una miriade di spezie infinite. Aspettavo un anno intero per poter gustare quel piatto.

La felicità di noi tutte era palese, quella serata era troppo bella per poterla guastare con un litigio. Ogni contesa era abbandonata per il giorno seguente. Tutte eravamo troppo concentrate a goderci la serata. Mi fu servita la mia pietanza preferita. Gustai con tutta me stessa quanto avevo dentro al piatto. La cotenna croccante in contrasto con la morbidezza della farcitura. Uno spettacolo. Fu un dispiacere quando finì. La delusione però finì istantaneamente. Arrivò Papà Noel.

L’estraneo che ricoprì i panni di Babbo Natale ci fece mille feste nel frattempo che aspettava che tutte avessimo finito di cenare. La sua attesa non fu certo lunga. Le suore di casa gli passavano delle buste sulle quali c’edra scritto il nome di ognuna di noi. Una alla volta, sentito il proprio nome, si avvicinava alla favolosa figura per ricevere il dono natalizio.

Con curiosità ed impaziensa aprii la mia busta, mentre a voce bassa dedicavo a me stessa le globali parole della canzone con le quali si festeggia ogni compleanno.

Caramelle, dolci tradizionali colombiani e una barby. Il mio pacco conteneva tutto questo.

Quanto era commestibile impiegò poco a finire, poi mi dedicai alla mia bambolina. Era una bionda donnina perfetta e fornita di ogni accessorio. Un regalo davvero bellissimo. La strinsi al petto con felicità.

Il rumore, la baldoria di casa erano incalcolabili. Oguna di noi era così felice che sentiva il bisogno di esprimere verbalmente quanto aveva nel cuore. Per quella serata fummo libere di esprimerci liberamente.

Andammo al letto stanche e soddisfatte. Strinsi al petto la mia minidonnina. La misi a dormire al mio fianco. Felice caddi nel sonno.

La magia del natale, come ogni anno, impiegò poco a finire. Già prima del risveglio sentii il preannucio delle liti. Cercai di continuare a dormire ma le urla delle altre mi costrinsero ad abbandonare il sonno.

A gruppi di due o più le contendenti si litigavano barby o accessori di essa. Anche questo era finito per diventare un rituale natalizio: il 25 dicembre era caratterizzato da furiose contese.

Sospirai e presi la mia donnina di gomma. Le mancava la bossetta e un tacco. Alzai le coperte nella speranza di trovarse. Lo ammetto, senza molto impegno. Sapevo benissimo che già quella stessa sera la mia barby sarebbe stata completamente nuda, derubata completamente di tutto da qualche compagna cleptomane. Ritrovai la borsetta ma non la scarpetta. Pazienza.

Le più grandi erano più furbe. Anche loro, come tutte le altre, ricevevano gli stessi giocattoli e in più un reggiseno. I loro giochi, però, avevano un particolare: rimanevano sigillati dentro la scatola. Le piú grandi erano solite agire in questo modo. Preferivano che le loro bambole rimanessero intatte perché ciò avrebbe garantito la loro perfetta conservazione nel tempo. Nessuna di noi si sarebbe mai sognata di sfiorare quelle scatole custodite sopra i letti. Erano gli unici giocattoli a non subire alcun tipo di furto. Io ci provai, negli anni, a non togliere i miei doni dal loro involucro. Non ne fui mai capace. Mi sembrava davvero un peccato non utilizzarli per niente. Preferii perderli ma godere di loro finchè sarebbe stato possibile.

Non appena fummo tutte lavate e vestite, dopo un abbondante colazione con cioccolata calda e soffici dolci caserecci, fummo condotte presso la casa dei maschi. Ci avrebbero permesso di ballare tutto il giorno e di mangiare insieme ai maschi.

Adoravo quella giornata speciale. Non sapevo ballare ma la musica mi ha sempre incantata. Mi accontentavo di ammirare le piroette delle ballerine più brave. Erano uno spettacolo stupendo. Sentivo dentro qualcosa che mi spingeva a buttarmi in mezzo alla pista e buttarmi. Solo non avevo mai ballato in vita mia. Mi vergognavo. Sedevo su una sedia e mi limitavo a far dondolare i piedi a ritmo di musica. Apparivo come un cobra ipnotizzato dalla melodia. Peccato non sapessi muovermi.

La mia incompetenza, quella volta, mi fece rabbia. Decisi che era tempo di fare qualcosa. Abbondonai la contemplazione passiva e osservai con attenzione critica i movimenti di chi giudicai abile nel ballo. Mi fissai mentalmente i passi giusti. Mi feci coraggio e mi alzai. Mi sforzai di ripetere i passi delle altre. Fu impegnativo. I primi tentativi furono goffi e nettamente ridicoli e nonostante ciò non mi lasciai scoraggiare. Di fatto imparai a ballare molto bene senza la presenza di alcun maestro. Autodidatta. Il risultato mi rese davvero fiera di me stessa. Da allora in poi mi sentii pienamente libera di reagire come la gente del mio stesso sangue: come si sente la musica si deve necessariamente ballare e per noi colombiani qualunque piccolo lieto evento si deve celebrare con la musica e di conseguenza con il ballo.

15- patas de perro

I mesi seguenti furono il periodo peggiore che trascorsi dentro l’orfanotrofio.

Ero stata privata di ogni piccolo bel particolare di quella vita: niente visite allo zoo, niente teatro, niente parco la domenica, niente merenda, niente regali di natale, niente televisione o giochi nella quotidianità.

Non furono privazioni che mi addolorarono in maniera particolare.

Più di ogni altra cosa fu pesante diventare il capro espiatorio di tutte le altre. Passai qualche mese non nella totale solitudine ma nel disprezzo generale. Qualcuno cominciò a cercarmi. Se prima del furto ero ignorata dalle altre, ora ero odiata.

La campagna contro di me fu condotta con entusiamo da due personaggi: Suly, un atteggiamento del tutto giustificabile e un’altra bambina. Una nera che da sempre nutriva rancore nei miei cofronti. Non ne ricordo la ragione, suppongo di esserle stata fortemente antipatica.

Le due mi presero di mira per un innumerevile numero di dispetti quotiani. Pizzichi, tirate di capelli, spinte improvvise.

Le altre ridevano con gusto nel vedermi subire questi giochetti.

Tutte presero a chiamarmi “patas de perro”. Zampe di cane.

Seppero bene dove colpirmi per farmi male. Mi ferirono nell’orgoglio e con grande piacere scoprirono che le mie ustioni erano particolarmente sensibili. I pizzichi, su di esse furono terribilmente dolorosi. Era stata la nera a scoprire casualmente il mio punto debole.

Sedevo al bordo del mio mio letto, quando improvvisamente lei per montare sul letto sopra al mio mi salì sulle cosce. Non fu un contatto fugace, con intenzione mosse i piedi quasi volesse spegnere una sigaretta sulle mie gambe. Il dolore fu indescrivibile. Le mie urla di dolore e le lacrime le diedero molta soddisfazione. Da quel momento in poi cercò sempre di mettere le mani esclusivamente sulle mie cicatrici.

Di notte, gli scherzi di cattivo gusto delle mie compagne raggiungevano l’apice. Amavano colpirmi mentre ero immersa nel sonno.

Le mie lacrime non le intenerirono affatto. Le caricarono maggiormente.

Mi stancai di essere vittima. Dovevo difendermi.

Per noi esistevano solo due armi di difesa: le unghie e la forza delle braccia.

Mi misi di impegno per far crescere la lunghezza della punta delle mie dita.

Girava voce che se avessi mangiato i gusci delle uova le unghie mi sarebbero cresciute più in fretta e più forti. Li mangiai ogni volta che fu possibile. Un buon risultato non tardò ad arrivare. Affilavo i miei artigli e nel frattempo facevo attenzione che le suore non si accorgessero di essi. Se fosse accaduto mi sarebbero state tagliate all’istante.

Era pomeriggio.

Dormivo profondamente con la testa appoggiata al tavolo quando sentii una morsa stringermi una coscia. Il dolore fu simultaneo. Cercai di vincerlo e mi concentrai sull’attacco.

Vidi la mano nera allontanarsi veloce e furtiva dietro di me.

La rabbia mi esplose fulminea.

Mi alzai di scatto e mi girai ad affrontarla. Artigliai le dita e le affondai le unghie sulla guancia.

La mia avversaria si immobilizzò dallo stupore di vedermi reagire.

Vidi sgorgare piccole gocce cremidi dal viso di lei. Vedere quel rosso mi infervorò, perché presi tra le mani i suoi corti capelli simili a lana e tirai forte con tutta l’intenzione di strappare quanto più mi sarebbe stato possibile.

La mia risposta la colse del tutto impreparata perché lei non reagì affatto. Si lasciò torcere violentamente la testa dai miei scossoni rigorosi.

“Non azzardarti più a toccarmi!”, le sussurrai all’orecchio mentre continuavo a scuoterla.

Mollai la presa all’improvviso e mi allontanai da lei velocemente.

I nostri incontri dovevano neccessariamente avvenire a quel modo: concentrati, violenti ma di breve durata: le nostre sorveglianti non dovevano avere il tempo di intervenire o sarebbero stati guai.

Mi girai a guardare la mia aguzzina una volta che mi trovai a debita distanza.

Lei si portò la mano alla guancia e si sentì bruciare al contatto delle dita con le ferite della guancia.

Mossi le mani come a togliermi della polvere. Per farle intendere che erano i suoi ricci quelli di cui mi stavo sprezzantemente liberando.

Le sue lacrime assetarono la mia vendetta.

Mi calmai e le diedi le spalle.

Suly assistette alla scena senza intervenire. Mi aspettavo che reagisse. Almeno verbalmente. Non lo fece. Ammirò la mia reazione al bullismo delle altre e decise di allacciare con me un rapporto pacifico. Lo venni a sapere in seguito e la cosa mi diede fastidio.

Pensavo di essermi liberata per sempre della sua compagnia. Non avevo pensato alla furbizia di Suly. Lei mi cercò con l’intenzione di perdonarmi per averla messa in mezzo ingiustamente. Io ero stata troppo in torto per poter rifiutare il suo invito alla pace.

14- la ladra

“Nignito Jesus nasido en Belèn, benedise la mesa y  nosotros tambien”.

Quel giorno vinse la mia preghiera preferita. Breve. Chiara. Concisa ed efficace. Dio non avrebbe certo fatto caso alla durata delle nostre preghiere: importante era l’intenzione. Il Signore sarebbe stato felicissimo di un semplice “Grazie”, detto di cuore. Iniziai a mangiare senza alcun gusto.

A me Dio mi avrebbe sbattuta all’inferno senza alcun ripensamento.

Mi ero pentita dell’azione che avevo commesso quella stessa mattina a scuola.

Consapevole delle terribili conseguenze che avrebbe comportato il mio gesto decisi che il giorno dopo avrei cercato di rimediare per rimettere tutto a posto. Il cuore mi batteva in petto come impazzito.

Come mi era venuto in mente di rubare un paio di forbici in classe? Erano di una mia compagna! Lei aveva pianto per riaverle. Io le desideravo troppo per confessarle che erano nascoste dentro la mia cartella. Me le ero portate a casa. Ora desideravo non averlo mai fatto. Il mio turbamento non faceva che aumentare. Odiavo questo stato d’animo. Non era tollerabile. Presi la decisione più giusta: il giorno dopo avrei restituito quel piccolo arnese alla legittima proprietaria. Quanto ero pentita della mia azione! Pregai perché Dio mi perdonasse. Sarei riuscita a scampare le fiamme infernali che avrebbero corrotto la mia anima? Quale terribile castigo avrei subito in eterno?

Troppo in colpa per poter dormire beatamente, posai la testa sulle braccia che avevo posato sul tavolo e finsi di fare una serena siesta pomeridiana. Nel silenzio della stanza mi sembrava che dalla mia cartella giungesse un leggero cigolio. Erano le forbici, divenute incandescenti, stavano facendo bruciareil tessuto della borsa scolastica. Presto tutti avrebbero visto il fumo. Ordinai a me stessa di smetterla con la mia stupida immaginazione. Le avevo desiderate così tanto. Erano di un bel rosa. Le avevo volute e le avevo prese. Le avevo rubate. Che cretina ero stata. Il giorno seguente avrei risistemato le cose. Smisi di pensare. Fissai il vuoto nella speranza di riuscire ad assopirmi. Il sonno non arrivò.

Accolsi con una nervosa gratitudine il risveglio di tutte le mie compagne. Dopo aver fatto un grosso sbadiglio e finto di stirarmi, corsi a prendere la mia cartella. A gli occhi degli altri l’avrei presa per iniziare a fare i compiti; io volevo sincerarmi che l’aggetto stesse ancora lì e fosse ben nascosto. Tirai fuori con attenzione i miei due quaderni.

Il silenzio assoluto accolse il rumore di un paio di forbici che cadevano a terra. C’ero solo io nella stanza perché le altre erano corse via a prendere ciascuna il prorio zaino. Mi si fermò il cuore quando vidi che nella stanza con me c’era una suora. Uno sguardo perplesso era fisso sulle forbici. La donna guardò l’oggetto come se fosse stata un arma da fuoco. Non avevo scampo.

“Da dove le hai prese queste?”, mi urlò contro, mentre si avvicinava a me pericolosa come un serpente che ha individuato la preda. Deglutii. Il panico mi rallentò il flusso sanguigno. Pallida e immobile sentii la ferrea presa con la quale la giovane suora mi torse l’orecchio. Pensai solo una cosa: “Sono nella cacca”.

“Ti ho chiesto dove le hai prese? Devi fare male a qualcuno con queste? Lo sai che qui non devono entrare oggetti che vengono dall’esterno e men che mai oggetti pericolosi con i quali potete farvi male! Ti ho chiesto: chi te le ha date queste?”, mi urlo a voce sempre più alta. Scosse ferocemente il mio corpo usando il mio povero orecchio come perno. Il terrore aveva bloccato persino le lacrime.

“Me le ha date Suly”, sputai fuori senza pensare.

La poveretta, per la prima volta in vita sua innocente, si sentì morire quando feci il suo nome. Chi se ne frega! Mi stava troppo antipatica, e poi meglio che la suora si sfogasse su di lei che su di me! Mi avrebbe certamente creduta, Suly era famosa per il suo carattere difficile e disubbidiente. Io non avevo mai dato problemi. Ora non c’era posto per il senso di colpa e gli esami di coscienza. Dovevo solo togliermi da questa imbarazzante e pericolosa situazione.

Inaspettatamente la donna non mi mollò. Si limitò a prendere anche l’altra per l’orecchio.

“Allora da dove saltano fuori queste?”, chiese con finta calma,

“Non lo so. Io non le ho mai viste”.

Abituata al comportamento ribelle e strafottente della mia compagna, non le credette nemmeno per un istante. Con uno strattone la allontanò da sé e le stampò due sonori schiaffoni sulle guance. Tutto procedeva come avevo programmato, tuttavia, il rumore secco di quelle mani sul viso dell’altra mi turbò.

“Che diavolo stai facendo?”, pensai.

“Io non le ho mai viste quelle forbici! Non so di chi sono! Non le ho mai date a nessuno!”, urlò rabbiosamente.

Mi guardò con rabbia. “Dì la verità e non mettermi in mezzo! Non è giusto!”, disse rivolta a me.

Proprio quando pensai di essermela cavata, a lei, per la prima volta, fu creduto.

Negli occhi della suora vidi riflesse le fiamme dell’inferno.

Ricevetti tutti gli schiaffi che mi ero meritata.

Fui sbattuta addosso al muro e mentre mi veniva strofinata la testa sulla stessa parete sulla quale ero stata spinta, mentre una mano mi schiacciava il viso e mi impedivala la respirazione, sentii una voce fredda urlarmi nell’orecchio.

“Dove hai preso queste forbici? Dimmi la verità sennò ti spezzo addosso la scopa a suon di bastonate!”.

Con le lacrime che uscivano quattro a quattro. Terrorizzata. Ancora senza riflettere, sentii una voce che non riconobbi come mia:

“Me le ha regalate mio fratello”.

La suora scoppiò a ridere divertita. Mi trascinò fuori dalla mensa per un orecchio. Per un attimo pensai che me lo avrebbe strappato. Lo sentivo pulsare sotto la sua presa, mi sembrava che fosse diventato bollente. Prese il telefono.

“Carmen, dovresti farmi un favore. Chiedi a Maurizio Barrera se ha regalato alla sorella un paio di forbici. Gli devi cacciare fuori la verità”.

Mi sentii morire. Il caimano avrebbe interrogato Javier. Iniziai a singhiozzare, consapevole che per colpa della mia codardia mio fratello sarebbe stato picchiato selvaggiamente. Fui condotta nella casa dei maschi.

Tutte le altre bambine mi fissarono sbalorbite come se stessero assistendo alla visione di un triller avvincente. Yoisaira mi guardò con una faccia incredula. Del tutto incapace di venire in mio soccorso. Il ghigno che mi dedicò Suly fu una premonizione di ciò che avrei subito. Mi si gelò il sangue e mi si rizzarono i peli su tutto il corpo.

Un piccolo corteo di suore mi accompagnava. A occhi estranei sarei apparsa come una strega alla quale era stato decretato il rogo.

Il mio pubblico diventò tutto di sesso maschile. Provai una grande vergogna. Mi spinsero davanti a mio fratello. Lo guardai cercando di chiedergli perdono in silenzio. Lui nemmeno volle guardarmi negli occhi. Il rossore indotto sulle sue guance disse tutto. Mi maledissi per la mia stupidità. Quanto avevo dannatamente peggiorato la mia situazione!

“Il fratello non le ha dato nulla. Lo conosco abbastanza bene da capire che è stato sincero”.

Le parole del caimano decretarono la mia condanna.

Pizzicata in ogni parte del corpo, schiaffeggiata, spinta a terra, fui battuta per la mia azione. Le botte e le punizioni furono esemplari: le conseguenze del mio gesto dovevano fare da monito a tutti affinchè nessuno ripetesse quanto io avevo fatto.

Quella notte, supina a pancia sotto, perché il dolore sui glutei e la schiena era insopportabile, piansi tutta la mia vergogna. Mi sentivo le guance in fiamme e il padiglione auricolare come dotato di un cuore interno tutto suo. Pulsava dolorosamente. Prima di cadere in un sonno profondo, ebbi il coraggio di ammettere la dura verità. “Te lo sei meritato tutto; sei solo una grande stupida”, dissi a me stessa. Mi odiai da sola. Il dolore fisico che mi sembrava scorrere nel corpo insieme al sangue era giusto. Accettai le conseguenze del mio reato consapevole della mia colpa e quella stessa sofferenza sembrò purificarmi.

Presi una decisione: promisi che mai sarei diventata una ragazzina cattiva e che avrei rigato dritto per non diventare come Suly. Non avrei mai più trasgredito alle regole che Leidy si era sforzata di insegarmi. Mi sarei comportata bene e non avrei mai più attirato l’attenzione su di me.

La mattina seguente una sorvegliante mi accompagnò a scuola. La donna avrebbe dovuto accertarsi che restituissi le forbici alla legittima proprietaria.

Il direttore fu informato della presenza della religiosa e, di consegenza, di tutto l’accaduto. Mi aspettavo un richiamo davanti a tutti i bambini della scuola e alle maestre. Non lo fece. Si presentò in classe proprio subito dopo che ebbi ceduto l’oggetto rubato.

“Barrera, devi abbandonare immediatamente questo istituto. Questa scuola non perdona determinati atteggiamenti. Avrai un po’ di tempo per riflettere sulle tue azioni. Potrai tornare l’anno prossimo per ripetere l’anno”. Detto questo si girò per tornare nel suo ufficio.

Mi stupii di avere ancora lacrime da versare. Pensavo di averle terminate tutte il giorno prima. Ero stata umiliata anche a scuola. Quella bocciatuta aveva compromesso maggiormente la mia situazione. Ero divenuta la vergogna dell’orfanotrofio. Fui letteralmente trascinata a casa.

“Vattene dai bambini della prescolare. Togliti da davanti alla mia vista prima che ti ammazzi di botte”. Ubbidii immediatamente all’ordine che mi fu urlato contro. Scappai da lei quando in realtà sarei voluta scappare dal mondo intero.

13- comunismo e mecenatismo

Essere destinata all’orfanotrofio significa trovarsi a vivere sotto un regime di tipo comunista: non esiste il minimo concetto di proprietà privata: non si era padroni di nulla. Tutto era di tutti, dalle mutande che indossavi alla tazzina di plastica con cui stavi giocando.

Gli adulti ritenevano che questa fosse la scelta più giusta per noi.

Noi bambine non la pensavamo affatto così. Qualunque fosse l’attività in cui eravamo impegnate, il gioco, la doccia, la scelta dei vestiti; solo un fattore regnava: la competizione continua.

Una lotta che durava da quando aprivamo gli occhi a quando li chiudevamo.

In quest’ambiente coatto, di conseguenza, non era possibile che nascesse un rapporto di amicizia propriamente detto. Si formava, soltanto, un rapporto clientelare tipico dell’antica civiltà romana: la tua importanza rispetto alle altre era data dal potere delle tue protettrici; avevi più o meno voce in capitolo a seconda dell’autorità di chi ti copriva le spalle. I primi anni per me furono i più facili perché il mio mecenate era Leidy. Per molto tempo nessuno osò toccarmi o intralciare la mia strada perché tutte sapevano che ero la protetta della ragazza dal volto deforme. Aveva un temperamento buono ma la vita le aveva insegnato a diventate molto cattiva quando era necessario. Se Leidy si arrabbiava diventava una furia inarrestabile.

La mia fortuna, tuttavia, non potè durare troppo lungo: il mio rapporto di protezione con ques’ultima terminò quando Leidy compì la maggiore età. L’arrivo della maturità per lei significò soltanto una cosa: avrebbe dovuto abbandonare l’orfanotrofio, non adottata, ma con le proprie gambe. Da quel momento lei avrebbe dovuto pensare da sola a se stessa come qualunque altra donna adulta. In questo modo diventò donna e responsabile di sé da un giorno all’altro. Fece il suo bagaglio, mi diede un rapido saluto con gesti sereni e sicuri e uscì di casa per l’ultima volta. Rimasi davanti alla porta d’ingresso con gli occhi lucidi finchè non la vidi scomparire.

La incontrai di nuovo molti anni dopo quando ritornò a trovarci. Era felice. Aveva un bel pancione rotondo e un bravo ragazzo che l’accompagnava. Era diventata adulta. Vederla così differente dalla ragazza che conoscevo mi rese timida nei suoi confronti. Quando mi abbracciò non seppi rispondere con l’entusiasmo che avrei desiderato. Non la rividi mai più.

Leidy aveva una sorella di qualche anno più piccola di lei ma comunque più grande rispetto a me. Yoisaira. A quest’ultima la sorella lasciò l’onere di proteggermi. Una ragazza dalla corporatura fragile, talmente corretta con tutti che la sua bontà la metteva sopra tutte le altre. Nessuna osava infastidirla o contraddirla.

Questo era il tipo di relazione che intercorreva tra noi orfane dentro la nostra casa comune.

Il fatto che non si potesse instaurare un legame di amicizia e di genuina fiducia tra di noi marchiò definitivamente il mio carattere. Benchè qualcuna potesse vantarsi di essere partecipe della strana forma di mecenatismo descritta, ci legavamo alle nostra protettrici per una mera questione di vantaggio personale. Nella quotidiana lotta che ci occupava le une contro le altre era meglio avere un alleato; di fatto, non c’era nessun tipo di legame sentimentale autentico.Era come se preferissimo avere un cuore frigido piuttosto che essere ferite da qualcuno che avevamo imparato ad amare. Da ciò, per me (e suppongo per la maggior parte delle mie compagne) ne scaturì una totale chiusura verso il mondo esterno. Non mi affezionai a nessuna e a niente. Vigeva solo una legge: pensare esclusivamente a se stessi. Proteggersi dalle rivalità e le ostilità delle altre. Molti anni dopo scoprii che questa mia chiusura, inserita nell’ambiente famigliare, si sarebbe trasformata in una profonda timidezza. Tutt’oggi ne soffro. Con la conseguenza che, come il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupèry, arrossisco e abbasso gli occhi quando mi trovo al centro dell’attenzione, qualunque sia il luogo o l’argomento di discussione. Un’altra eredità di questo stile di vita è dato dal fatto che pretendo di fare tutto da sola, anche quando è dannnatamente chiaro che dovrei chiedere aiuto. Non ho mai imparato a chiedere il sostegno di qualcuno. Per farlo devo fare forza contro me stessa.

Tra la solitudine e la compagnia gradisco di piú la prima. La solitudine non crea aspettative facili da tradire. Questo mi ha insegnato la mia infansia.

12- integrazione, scuola, amori

“In piedi! Sveglia! E’ ora!”

In breve tempo mi ero omologata alla perfezione a tutte le altre.

Sotto la guida attenta di Leydi avevo impararto a diventare una bambina sempre attenta alla conseguenzialità causa-effetto. Misuravo attenta le mie azioni. Mi facevo valere con le mie compagne e passavo inosservata agli occhi degli adulti. La mia integrazione in orfanotrofio era pressoché perfetta.

Avevo iniziato la scuola.

Per alcuni anni questa fu la mia vita. Ero pienamente inserita nell’orfanotrofio nel quale sarei rimasta per lungo tempo.

Quel risveglio era identico a quello di ogni altro giorno. Sempre lo stesso disco.

Mi riscossi dal sonno alla svelta immediatamente e corsi verso il grosso armadio.

Tra coppie di braccia frenetiche acchiappai quella che mi sembrava essere la mia uniforme scolastica. Avevo cercato di metterla per prima davanti a tutte le altre, avendo cura di essere stata l’ultima a mettere a posto la divisa.

Trassi un sospiro disperato e in parte arrabbiato quando le iniziali tracciate con il seme di un mango mi rivelarono che non era affatto la mia. Mi liberai di quanto avevo tra le mani buttandolo a terra dietro di me e presi la seconda divisa appesa tra le altre. Per fortuna era quella giusta.

Indossai di fretta la camicia bianca; la gonna stile scozzese sulle tonalità del blu, del grigio e del bianco; il gilet dello stesso intenso color blu notte dei calzini. Acchiappai a caso un paio di scarpe del mio numero e corsi giù per le preghiere del mattino lasciandomi alle spalle la furia delle voci di chi urlava.

“Quella divisa è la mia, dammela!”

“Scordatelo, dammi qua!”

“Lasciala!”

“Chi ha preso la mia divisaaaaa!”

Arrivai con largo anticipo nella sala della tv. Fuori era ancora buio. Mi sedetti nel posto che predileggevo da sempre: vicino alla finestra.

Nella veranda esterna, all’umido del mattino, si stavano lavando le bambine che avevano fatto la pipì al letto. Mi arrivò alle orecchie il loro pianto quando l’acqua fredda fu loro gettata addosso.

Mi venne la pelle d’oca. Mi dispiaceva per loro, ma non potevo fare nulla per quelle piccole sennò provare pietà. Un’empatia che aveva la durata di qualche battito di ciglia. Ogni mattina i miei pensieri erano necessariamente altri: acchiappare le mie cose e scendere in tempo a pregare per non fare tardi e dover saltare la colazione.

Era un impegno continuo il dover pensare ai miei esclusivi interessi per poter avere il tempo di pensare alle altre.

La legge era da sempre la stessa: chi non pregava non mangiava. Lo stesso era sempre valso per chi arrivava tardi alle letture del mattino. Qualunque fosse il motivo non esistevano scusanti. Per nessuna.

Terminate le noiose ed interminabili preghiere del mattino, ingurgitai con passione la colazione. Aspettai che le altre finissero di mangiare e, presa la tracolla con i miei quaderni, corsi fuori casa per recarmi a scuola pochi istanti prima di tutte le altre.

“Clara aspettami!”, mi gridò dietro Suly, una che io non sopportavo ma che a mio fratello piaceva da morire per i suoi modi mascolini.

“Maurizio, ieri, prima di uscire dalla classe, mi ha detto dove dobbiamo aspettarlo”,

“Ah, davvero? Dove?”,

“Se mi aspetti te lo mostro”, mi fegò.

Fui costretta a rallentare per aspettarla. Fosse stato per me non mi sarei certo fermata; mi era davvero troppo antipatica. In gruppo la sopportavo; da sola la soffrivo. Perché mio fratello la trovava così interessante? Forse per la stessa ragione per cui a me piaceva Jose. L’adorabile biondo Josè.

“Come mai tanta fretta?”, mi chiese lei,

“Uno della classe vicina alla mia mi vuole parlare prima che iniziano le lezioni”. Lei scoppiò a ridere.

“Quel riccetto che ti segue sempre fuori dalla scuola? Ti viene sempre dietro come un cagnolino! L’ho visto, sai? Devo dirlo a tuo fratello?”

“A me non mi segue nessuno”, dissi, stupita di quell’informazione. Io non mi ero mai accorta di nulla.

Per andare a scuola ci muovevamo a piccoli gruppi. Andavamo soli senza occhi adulti a curarsi di noi.

Imbarazzata di queste novità cambiai discorso, “Avete compiti in classe oggi?”

“Non lo so e sinceramente non mi interessa!”

“Ah…ma non hai paura di andare male a scuola? Chi ha una brutta pagella viene punito!”

“Non mi interessa”.

Non capivo il suo disinteresse per la questione, anzi, mi dava un po’ fastidio la sua noncuranza. Coraggio o stupidità? Possibile che a mio fratello piacesse proprio perché era tanto coraggiosa da non curarsi dei suoi voti a scuola?

“Che hai fatto?”, mi domandò Javier, dopo essere sbucato all’improvviso da dietro un angolo della strada. Io sobbalzai per essermelo trovato davanti da un attimo all’altro.

“Niente ho fatto! Stupido, mi hai spaventata!”, mi uscì dalla gola e gli diedi un sonoro schiaffo.

Lui scoppiò a ridere divertito della mia reazione. Dietro di lui sbucò Josè. Divenni rossa come un peperone alla vista del bambino che tanto mi piaceva. Mi ammutolii dalla timidezza. Diede una pacca sulla schiena a mio fratello.

“Suly, dovevi vederci ieri sera! Maurizio e io siamo stati troppo forti! Per un pelo siamo scappati al caimano!”, mio fratello rise quando l’altro ammise le loro biricchinate,

“Siamo stati fortunati perché eravamo vicini al nostro letto. Infatti tutti e due abbiamo potuto far finta di dormire. Hai visto che tutti gli altri sono stati beccati?”, si affrettò ad aggiungere. Josè annuì.

“Ancora non vi siete stufati di andare in giro per casa di notte? Non è meglio dormire in pace? Tanto poi avete tutto il giorno per poter fare quello che volete. Siete poco furbi. Che è successo a quelli che sono stati scoperti?”, domandò loro la mia compagna. Ma come gli altri dovevano pensare alle regole quando lei era la prima a ignorarle!? Niente da fare, mi stava davvero troppo antipatica!

“In piedi tutta la notte con le braccia alzate sopra la testa. A quelli che stavano per addormentersi e per sbaglio abbasssavano le braccia il caimano batteva addosso il bastone della scopa”, rispose mio fratello.

“Non hai paura di essere scoperto?”, gli chiesi.

“No,sono troppo furbo e veloce! Sai che ti dico poi, se mi dovesse beccare pazienza: mi picchierà pure ma per farlo anche lei passerà la notte in bianco!”.

Quei tre risero di quest’uscita divertente. Contenti loro. Io contunuavo a non capire il loro stupido coraggio.

“Clara, dietro di noi c’è Rodrigo! Quanto è bello!”, mi sussurrò Suly.

Nemmeno mi girai. Robrigo era uno dei ragazzi più grandi dell’orfanotrofio. Tutte le bambine erano innamorate di lui. Le più grandi tra di noi gli facevano una corte spietata per ricevere le sue attenzioni. Il gallo del pollaio. Tutte impazzite per lui. Eccolo apparire ed ecco che le mie compagne tiravano fuori il seno appena accenato, dentro le pance, via ad accorciare la gonna…volevavo fare le piccole donne ma a me apparivano solo delle galline per le loro risate stridule, le pose tanto marcate da risultare ridicole. Nella mia giovane testolina ritenevo che Rodrigo fosse troppo vecchio perché potessi sposarlo una volta diventata adulta.. Molto meglio Josè che stava in classe con Javier.

Arrivammo a scuola.

Era un immenso edificio pubblico fornito di un bellissimo e vasto giardino. Giunti dinnanzi al grande cancello principale, trovai il famoso riccetto ad aspettarmi. Mi sorrise quando mi vide. Risposi con un cenno della testa.

“Noi andiamo avanti”, mi informò Suly che precedendomi mi fece l’occhietto e allontanò da me Javier. Josè mi lanció uno sguardo piú lungo del solito prima di allontanarsi. Ne rimasi felicemente turbata.

“Che c’è? Che volevi dirmi?”, chiesi al bambino che mi si parò davanti.

“Volevo chiederti di essere la mia ragazza, così da grandi ci sposiamo e facciamo un bambino”

Il cuore mi si fermò nel petto. Suly aveva avuto ragione. O cavoli! Orfani si ma il tempo per l’amore lo avevamo come ogni altro bambino normale. Cotte, fidanzamenti, rotture erano all’ordine del giorno.

“Ok. In cambio di una cosa: mi devi portare tutti i giorni un regalo”.

Questo bambino non mi piaceva così tanto ma era un’opportunità per avere qualcosa che la mia quotidianità non mi avrebbe offerto.

Ogni rapporto durante questi anni era determinato da un semplice fattore: l’interesse. I sentimenti avevano poca importanza. Eravamo profondamente materialisti. Il rapporto con gli altri era importante solo se ci procurava un vantaggio materiale.

“Cosa ti porto?”,

“…Non lo so…Dovrai pensarci tu: merendine, qualche giocattolo…Pensierini…”, perchè limitarlo ad un solo ambito? Lui era una bambino con famiglia: ai miei occhi le sue possibilità erano sconfinate.

Lui rimase interdetto, ma talmente era preso da me che si affrettò ad accettare.

Concordato il nostro fidanzamento ci facemmo promessa di matrimonio e ci prendemmo per mano. La mia cotta per Josè svanì come fumo al vento. Lui era un orfano come me…Non aveva poi così tanto da offrirmi.

Il mio nuovo amore mi accompagnò nella fila della mia classe, mi stampò un frettoloso bacio sulla bocca e si allontanò per raggiungere i suoi compagni. Un bacio? Davanti a tutti? Gonfiai il petto senza seno e diventai gallina anche io.

Da lontano mio fratello mi lancio uno sguardo incredulo che impiegò poco a diventate rabbioso.

Abbandonai istantaneamente la mia posa da gran donna.

Era geloso? O semplicemente arrabbiato di tanta confidenza con un maschio? Un maschio con madre e padre. Frequentavamo la scuola pubblica ma tendevamo a stare tra di noi. Orfani con orfani. Tendenzialmente gli altri si tenevano alla larga da noi. Solo le gnocche orfane erano escluse da questo muro invisibile. Non sto dicendo che ero bella. Questo poveretto mi trovava interessante…Il perchè non l’ho mai saputo. Un caso più unico che raro.

Suly rise di quanto aveva visto accadere, gli posò una mano sulla spalla e gli sussurrò qualcosa. Le sue parole, qualunque fossero, ebbero un immediato effetto calmante su di mio fratello, giacchè si rilassò immediatamente. La mia compagna mi sorrise con un ghigno al quale non fui in grado di essere grata perché mi apparve la tacita dimostrazione che le dovevo un favore che prima o poi avrei dovuto ricambiare. Rivolsi la mia attenzione altrove quando sentii la voce del direttore che ci richiamava all’ordine.

“Il calendario degli impegni del nostro istituto stabilisce che oggi saranno le classi della seconda e della terza a dedicarsi alla pulizia del parco della scuola. Detto questo; solita raccomandazione per tutti: attenzione e costanza negli studi. Tenetelo sempre a mente”, disse la massima autorità circondata dal gruppo delle docenti al completo.

Quelle frasi mi resero doppiamente felice, dato che ciò signifacava che avrei saltato qualche ora di lezione e che mi sarei dedicata ad una grande scorpacciata di merende e dolci.

Per me allora il mondo era diviso in due categorie: quelli come noi e quelli che avevano una madre e un padre. Avevo notato che questa assenza ci rendeva molto differenti da loro. Più attenti a ciò che ci circondava e soprattutto a ciò che non avevamo. Per noi erano divenuti importanti i gesti quotidiani a cui gli altri non badavano semplicemente perché erano scontati. Noi li sognavamo, loro li ignoravano. Nella mia vita tutto si spiegava attraverso questa dicotomia: noi e loro.

I bambini che avevano una famiglia erano soliti buttare con disinvoltura dolciumi e merendine non appena glielo dettava il capriccio. Erano snack che non erano alla mia portata. Per me esistevano solo i soliti biscottini di pasta frolla che ci mettevano dentro lo zaino. Solo e sempre loro. Quel mondo immenso e fantastico di dolciumi che vedevo stringere con disinteresse avevano su di me un potere ipnotico. Se qualcuno avesse buttato uno di quei tesori, io l’avrei semplicemente raccolto.

La pulizia del parco era per me un’occasione per poter banchettare. In questo modo, per anni, ho soddisfatto i capricci del mio appetito di bambina. Non mi vergognai mai di raccogliere un lecca lecca sporco di terra, sciascquarlo nel rubinetto del bagno e poi metterlo in bocca. Non mi turbava essere diventata una sorta di animale spazzino. Provavo vergogna, questo si, nel caso qualcuno mi sorpendesse in quel misero atto di riciclo.

Riportai la mia attenzione alla figura del direttore e mi concentrai su quanto doveva essere fatto. Anche quella mattina, come qualunque altra, cantammo l’inno nazionale con le piccole mani posate sul cuore, recitammo il padre nostro e l’ave maria con i palmi rivolti al cielo. Erano i riti quotidiani con i quali iniziavamo le lezioni scolastiche in qualunque scuola pubblica.

Non avevo avuto difficoltà nell’iniziare le scuole elementari; le ore di lezione non furono mai gravose per me; per fare i compiti non dovevo fare alcuno sforzo, perciò mi recavo a scuola con disinvoltura. Le mie pagelle erano state sempre buone. Le mattinate a scuola mi sembravano volare.

All’ ora di pranzo, terminate le lezioni, le maestre ci salutavano e lasciavano noi alunni da soli a pulire la classe. Adoravo prendermi cura della mia aula; come è solito a tutti i bambini, avevamo trasformato quel momento in un gioco: facevamo a gara a chi fosse più veloce a pulire i banchi, o a chi spazzasse per terra il più velocemente possibile. Ci divertivamo a fingere di pattinare con gli stracci sotto i piedi mentre pulivamo il pavimento. Scene simili in Italia si possono vedere solo nelle seguenze dei manga giapponesi.

Non essendo abituata all’idea di avere un fidanzato, quel giorno, me ne tornai a casa senza degnarlo di un saluto. Mi ricordai di lui solo dopo la siesta pomeridiana.

La mattina seguente mi svegliai con un entusiasmo tutto nuovo: avevo un fidanzato.

Quale sarebbe stato il primo regalo?

Svolsi tutti i miei doveri quotidiani come impossessata da un nuovo vigore.

Ero così curiosa!

Scappai a scuola e feci tutto il tragitto di corsa.

Il mio lui ancora non era giunto.

Il tempo sembrò andare a rallentatore. Poi finalmente arrivò. Con un gran sorriso andai incontro al mio futuro marito. La curiosità mi assalì di nuovo. Vidi tra le sue mani un grosso pacco giallo. Mi avvicinai a lui carica di felicità e aspettative. Avrei ricevuto il mio primo vero dono.

“Ecco, questo è il tuo regalo”.

Il mio timido ragazzo mi stampò un bacio sulle labbra e scappò via senza neanche darmi il tempo di ringraziarlo.

Mi ritrovai tra le mani un grosso libro dalla copertina gialla. Lo sfogliai. Era una Bibbia stampata per bambini, lo capii dai bei disegni del volume.

“Che cos’è? Te lo ha portato il tuo amore?”, mi chiese Suly, che senza alcun rispetto mi strappò il mio dono tra le mani. Mi arrabbiai di quell’intrusione.

“Ma perché mi arrivi sempre alle spalle? Ridammelo subito!”

“Che brutto questo regalo! Fossi in te lo butterei all’istante! Questa è la bibbia dei testimoni di Geova. Se a casa ti trovano con questa nella cartella ti ammazzano di botte!”.

La guardai confusa. Testimoni di chi? Geova? Chi era mai? O cos’era? Forse un luogo? Basta domande. Non avevo la benchè minima idea di chi fossero ma la paura di essere picchiata e subire un brutto castigo mi mise le ali ai piedi e mi portò ad agire.

Acchiappai il mio ragazzetto dalla fila della sua classe.

“Da grande non potrò sposarti: il tuo regalo non mi piace per niente e in più stavi per farmi mettere in castigo! Ho rischiato il digiuno! Avrei preso pure le botte! Non siamo più fidanzati!”.

Mi allontanai da lui senza dargli il tempo di ribattere nulla.

Delusa da quanto era accaduto mi accodai ai miei compagni e aspettai l’arrivo del direttore. Il mio fidanzamento era durato solo un pomeriggio.

La mia cotta per José tornó da me come una rondine a primavera.

11- Prima lezione: mai attirare l’attenzione

“In piedi! Sveglia!”.

All’improvviso la camerata, prima al buoi, si riempì di luce.

Da ogni letto scesero coppie di piedi ubriachi di sonno.

Una condizione che durava un attimo, giacchè come una mandria impazzita, l’ampio gruppo delle mie compagne corse verso un armadio di volume notevole.

Leidi comparve vicina al mio letto; già vestita e con i miei abiti in mano.

“Vieni, indossa questi”. Mi aiutò a prepararmi.

“Dobiamo fare in fretta..Non dobbiamo fare tardi…Senti, sai leggere e scrivere?”. Scossi la testa,

“Va bene. Ascolta: tutte le mattine ci svegliano alla stessa ora; quando siamo pronte dobbiamo scendere nella sala dove sta la tv; lì si legge il Vangelo o la Bibbia, tutto dipende dal calendario liturgico; poi si prega. Finito di fare questo, si fa colazione e si va a scuola. Dato che tu non ci puoi andare fino all’inizio del prossimo anno scolastico, quotidianamente sarai accompagnata nella casa di fronte. É la casa dei maschi. All’ultimo piano c’è una stanza dove raduniamo i più piccoli e li prepariamo a iniziare le elementari. All’ora di pranzo sarai portata di nuovo qui. Dopo pranzo ci riposiamo un po’ e poi si studia. Se le suore sono di buon umore ci danno del tempo per giocare nel tardo pomeriggio. La sera, tv, doccia e letto”.

Mi condusse in un’ampia sala dove c’era un grosso ripiano sul quale era posta una grande tv. Di fronte ad esso c’erano file e file di lunghe panchine di legno sulle quali ci sedemmo.

Iniziarono le preghiere del mattino alle quali partecipai con la sola presenza dato che non ne conoscevo nessuna perché non avevo mai pregato prima e non avevo mai sentito parlare del concetto di Dio, di sacro o di dogmi cristiano cattolici.

Trovai questo momento della giornata davvero noioso, inoltre il gorgoglio del mio stomaco affamato non mi fu di alcun aiuto. Mi sembrò interminabile quel blabla continuo. Era una tortura cercare di rimanere svegli e non pensare all’appetito la cui frenesia cresceva ad ogni amen. Liberando un lungo sbadiglio mi concentrai ad osservare la stanza. Nel guardarmi attorno, la mia attenzione fu attratta da un immenso scafale posto alla mia sinistra. Su di esso erano riposti bambole, barby, minute stoviglie di ogni tipo, sia di metallo che di plastica; un immenso ripostiglio colmo di giocattoli in una quantità che non avevo mai visto. A bocca aperta ammirai quel grande tesoro. Mi formicolavano le mani dal desiderio di toccare quel tesoro di Alibabà.

Una stretta di Leidi sul braccio mi riportò alla realtà.

“Così attiri l’attenzione su di te; anche se per te qui è tutto nuovo, stai attenta: ascolta le letture e fai finta di muovere la bocca. Questo pomeriggio ti insegnerò tutte le preghiere che dovrai sapere a memoria”.

Finita la colazione fui condotta nella stanza adibita a materna. Benchè mi avessero fornita di colori e foglio non li toccai. Stetti molto tempo ad osservare quella mandria di bambini che coloravano, giocavano o litigavano tra di loro.

Sapevo di essere nella casa dove era stato lasciato mio fratello. Mi chiesi dove fosse in quel momento. Mi sedetti vicino alla finestra e osservai il mondo esterno. Le palazzine, i giardini e i passanti non mi sembrarono affatto interessanti. Ancora una volta decisi di dare inizio ad un’ennesima storia fantastica nella mia testa.

“Sono venuta a prendere le bambine”. Il tempo era volato.

La voce di Leidy mi tolse dalla mia ipnosi. Non mi ero accorta che la mattinata fosse trascorsa. Mi voltai per incontrare il suo sguardo. Mi sorrise con gli occhi e con la bocca. Contenta, mi alzai e mi avvicinai a lei per prenderle la mano.

La mia protettrice raggruppò tutte le altre, le mise in fila indiana e ci mettemmo in marcia per uscire, attraversare la strada e fare ritorno alla nostra casa.

Fissai lo sguardo davanti a me, facendomi coraggio a rivolgerle la domanda che desideravo porgerle. Rinunciaì. Di nuovo, cercai di combattere la mia timidezza; feci forza a me stessa, autoconvincendomi che lei fosse buona.

“Sai dove è mio fratello? È arrivato ieri sera con me”, mi scappò, finalmente, di bocca.

“Tuo fratello? Come si chiama?”

“Jav…no,scusa, Maurizio..io sola lo chiamo Javier”, aggiunsi con timidezza.

Fermò la fila all’interno dell’ingresso dell’edificio dei maschi.

“Tutte ferme qua. Guai a chi si muove.”, disse prima di allontanarsi.

“Si. Tuo fratello è qui. Questa mattina è andato a scuola. Tranquilla. Lo rivedrai di sicuro domenica”, mi informò quando fece ritorno pochi minuti dopo.

Domenica? Cos’era la domenica? Allora non conoscevo neppure i giorni della settimana. In quel momento non ci pensai troppo. L’importante era sapere che l’avrei rivisto.

La fila indiana riprese il suo cammino.

“Ora vi accompagnerò nella sala da pranzo. Siediti vicino alle tue compagne, loro sanno cosa devono fare. Tu limitati ad imitarle. Quando saranno arrivate tutte le altre, arriverà una donna con il carrello con il quale distribuirà il pranzo”, mi informò il mio Virgilio personale.

Feci quanto mi aveva raccomandato di fare e restai in attesa di quanto mi aveva predetto.

Il rumore del chiaccherio di noi piccole fu niente in confronto al babele di parole delle nuove arrivate. Le ragazze più grandi entrarono nella sala da pranzo chiaccherando a gran voce. Sembrava una gara a chi parlasse più forte.

Ci fu una vera e propria gara, o meglio dire lotta, all’accaparramento dei posti. Noi eravano già sedute intorno a tre piccoli tavoli bassi. Le altre pranzavano su tavoli più alti sistemati a ferro di cavallo.

Ci fu distribuito il pranzo. Nessuna toccò il cibo che le era posto davanti. Con l’acquolina in bocca aspettai che tutte le altre iniziassero a mangiare. Così non fu. Iniziarono a parlare tutte insieme. Vari cori partirono nello stesso identico momento; alcune rinunciarono alla loro preghiera preferita, altre alzarono ancora di più la voce cosicchè, alla fine, le sconfitte rinunciavano e finalmente tutte ripetevano la stessa litania. Leidy osservò il mio mutismo, mi sorrise per tranquillizzarmi.

Finita la preghiera iniziammo a mangiare.

Ricordo ancora quel primo pasto nel mio nuovo orfanotrofio. C’è una spiegazione a questo ricordo.

Ciascun piatto conteneva: l’immancabile riso in bianco, un uovo e peperoni.

Mentre mascaticavo, stupita, vidi che non appena allontanata la donna che distribuiva il mangiare, iniziò un fitto commercio di cibo. Di soppiatto, ci fu chi scambiò con la propria vicina i peperoni al posto dell’uovo e viceversa. Chi non aveva alcuna voglia di mercanteggiare con le altre si limitò a nascondere il disgustoso cibo sotto il piatto.

Io avevo subito troppo la fame e il suo ricordo era ancora troppo recente perchè avessi il coraggio di rifiutare qualcosa da mangiare, anche nel caso non mi piacesse, perciò, incredula, osservai come qualcuna si alzasse, prendesse il piatto vuoto con una mano e con altra raccogliesse quanto nascosto sotto di esso, posasse la stoviglia sul carrello e con fare disinvolto e veloce buttasse il suo rifiuto nell’unico secchio della spazzatura che c’era nella stanza.

La sfortuna volle che una di queste bambine fosse colta da una suora nell’atto di liberarsi del cibo.

La rabbia della sorvegliante esplose immediata. Si buttò sulla sventurata e la schiaffeggiò con violenza su una guancia. La poveretta rimase pietrificata dal terrore.

“Tu ora raccogli quello che hai buttato e te lo mangi!”, le urlò.

Con gli occhi lucidi prossimi alle lacrime e la guancia di un rosso vivo, la ragazzina si piegò sul secchio dentro al quale c’erano rifiuti di ogni genere. Tremante raccolse un po’ dei suoi peperoni e se li portò alla bocca. I conati di vomito non si fecero aspettare.

Vomitò guanto aveva appena ingurgiatato.

“Ora mangi anche quello”.

Scioccata da quell’ordine, la condannata guardò il suo torturatore con occhi che chiedevano perdono.

“Muoviti”. La risposta alla sua richiesta silenziosa.

Tremando più di prima la sfortunata prese in mano parte del suo stesso vomito. Scossa dai suoi stessi singhiozzi, con forzata lentezza, quasi il suo stesso corpo si rifiutasse a fare quanto gli era stato imposto, lo portò alla bocca. Di nuovo si contorse a causa dei più forti conati che l’afflissero. Rigettò ancora una volta con maggiore violenza. L’aria si riempì di un asfissiante odore acido.

“Che vi sia da esempio. A tutte. Che nessuna di voi si azzardi mai più a buttare del cibo. Fissate bene nella testa questa scena e pensateci bene la prossima volta che vi viene la tentazione di farlo”.

Detto questo, la suora uscì dalla stanza fiera del suo potere e della sua saggezza, quasi sculettando nel suo candido abito grigio perla.

Scioccata, con la bocca aperta, rimasi a guardare la poveretta che si disperava vicino al luogo nel quale era avvenuta la sua tortura. A mani nude raccoglieva i suoi stessi rifiuti e li versava nel secchio della spazzatura. Tutti gli occhi rimasero fissi su di lei, che, ferita nell’orgoglio ricambiò l’occhiata,

“Che vi guardate? Non solo io ho buttato il pranzo:ringraziate che non ho aperto bocca!Stupide galline!”.

Ci fu chi abbassò gli occhi per la vergogna, chi godette della sfortuna della malcapitata, chi non si curò affatto di lei e riprese a chiaccherare e a fare quanto stava facendo prima che arrivasse la suora.

Io fui incapace di distogliere lo sguardo da lei, e se non fosse arrivata Leidy sarei rimasta lì imbambolata a fissarla.

“Hai capito perché non devi mai attirare l’attenzione? Finisci di mangiare che poi ti riposi. Dormirai qui, seduta sul tavolo con la testa poggiata sulle braccia incrociate. Al risveglio ti verrò a cercare così ti insegno le preghiere”.

10- Leidi

“Preparati, hanno deciso che devi essere trasferita in un altro posto”.

Salii di nuovo sopra un fuoristrada, senza alcuna gioia.

Avevo imparato bene la lezione.

Smisi di credermi fortunata.

Mangiavo regolarmente, andavo a fare la cacca e la pipí in un vero bagno, mi potevo lavare con l’acqua calda, dormire tra coperte pulite; eppure avrei rinunciato a tutto questo pur di riavere i miei fratelli.

Sul veicolo c’erano già altri quattro bambini. Nemmeno li guardai in viso.

Concentrai il mio sguardo sul finestrino che avevo al mio fianco. La velocità della macchina mi provocò una lieve sensazione di nausea . Mi rifugiai, ancora una volta, nella mia fantasia per distrarmi dal malessere.

Non mi accorsi quando la macchina si fermò. Non vidi salire il bambino che entrò. Lui mi guardò stupito. Gli si riempirono gli occhi di lacrime e immediatamnete si protesse verso di me per abbracciarmi.

“Maurizio, seduto. La macchina deve ripartire!”.

Quel nome mi fermó il cuore e mi riportò alla realtà come un fulmine a ciel sereno. Guardai incredula il nuovo arrivato. Fu uno shock vedere mio fratello lì; seduto davanti a me che mi fissava. Le sue lacrime richiamarono le mie, che subito arrivarono generose.

Fuori di me dalla gioia, invasa da una sensazione indescrivibile di felicità e rassicurazione, gli tesi una mano che lui subito acciappò. Risi contenta per la prima volta dopo molto tempo. Stentavo a crederci: Javier mi era stato ridato. Potevo sperare che anche Ted sarebbe tornato da me?

Fummo gli ultimi a scendere dall’auto quando giungemmo al termine del viaggio.

La nostra tenerezza aveva commosso le assistenti sociali che ci accompagnavano.

“Adesso accompagno Maurizio a quelle che diventerà la sua casa”, disse la donna che ci aiutò a uscire dal fuoristrada e per rassicurare due piccoli visi spaventati, con un sorriso, aggiunse: “Non vi dovete preoccupare: sarete vicini. Clara, tu vivrai nella casa delle femminucce e tuo fratello di fronte, in quella dei maschietti; così va bene, no? Su, andiamo! ”. Si chinò, ci incoraggió entrambi con un’Qenergica scegherata ai capelli e ci condusse nelle rispettive abitazioni.

Fui condotta nell’orfanotrofio nel quale avrei trascorso gran parte della mia tenera età.

Vi giunsi una sera all’ora di cena, perché ricordo ancora l’odore di cucinato che impregnava l’aria della casa nonostante si fosse già mangiato e le donne fossero occupate nella pulizia dell’immensa cucina.

Mi accolse una donna riccia dal viso mascolino. Mi squadrò da testa a piedi.

“Hai cenato?”

“No”

“Ma perché vi consegnano così dannatamente tardi? Non gli basta un’intera giornata? Sarebbe troppo bello: meglio rompere le palle di sera! Va bene, va bene; lasciamo perdere! Prima di tutto tagliamo quel nido di pulci che hai in testa, poi ti diamo una bella lavata e per ultimo mangi. Leidi, lascia perdere la cucina, prendi le forbici e vieni con me”. Ordinò la donna.

Ci raggiunse una ragazza. I miei occhi si fissarono come pnotizzati sul suo viso.

Aveva la faccia completamente deformata e mangiata da una grave ustione. L’unico bel particolare in mezzo a quella devastazione era costituito da due grandi dolci occhi marroni. Mi lanciò uno sguardo sereno, ignorando pazientemente le mie occhiate moleste. Aveva fatto abitudine alle poco gradevoli attenzioni che le rivolgeva chiunque la guardasse. Mi comportavo come chiunque altro le fissasse il volto, ma si sa: chi di spada ferisce di spada perisce. Molti anni dopo avrei imparato a convivere con quelle stesse sensazioni che le stavo procurando.

Le due mi condussero alle docce. Si trovavano al primo piano della grande casa.

Iniziai a spogliarmi. La loro presenza e la loro attesa mi imbarazzò.

Data la mia lentezza, la giovane si chinò vicino a me per aiutarmi. Una volta tolti i pantaloni la ragazza si ritrovò di fronte alle mie cicatrici. Fu lei, a questo punto,<\ a rimanere a fissare me.

“Che hai fatto alle gambe?”

“Me le sono bruciate con il fuoco”, risposi timida.

Un lampo di profonda comprensione le attraversò il suo sguardo dolce. I suoi occhi si riempirono di un dolore condiviso. Mi sorrise e mi accarezzò una guancia.

“Quando avrete finito di amoreggiare tra sfortunate fatemelo sapere”, disse crudelmente la donna che ci guardava da un po’. Tutti la chiamavano “il caimano”. In seguito seppi il perché. Non certo per dolcezza e sensibilità.

Una volta che fui completamente nuda l’anfibio antropomorfo mi tagliò i capelli a maschietto, li frizionò con aceto e mi lasciò sola con Leidi.

Pulita e pronta per il letto, scesi di nuovo in cucina dove cenai supervisionata dalla giovane.

Dopo il pasto serale mi diede uno spazzolino e mi condusse a lavarmi i denti. Terminato con l’igene orale, mi portò a quello che sarebbe diventato il mio letto.

“Se ti serve qualcosa, chiedila a me. Se qualcuna ti disturba, vieni da me. Fai quello che ti viene detto, non farti notare troppo e qui dentro non avrai problemi”.

Leidi fu la prima estranea a mostrare un genuino affetto nei miei confronti.

Diventò il mio cicerone in quella nuova vita.

Fu sempre pronta a proteggermi dalle cattiverie e dai dispetti delle mie compagne e mi insegnò i trucchi per il buon vivere in una casa piena di bambine di tutte le età. I suoi occhi vegliarono sempre su di me.

Imparai ad amare quel viso deforme e quelle braccia sempre pronte ad accogliermi.

Al buio, nel tepore delle coperte, portai la mano sulla guancia dove lei aveva deposto quella morbida carezza, sorrisi al ricordo di quel gesto e così caddi nel sonno.

9- nuova vita

Giungemmo nella famosa casa dei bambini.

Perdere il mio protettore, il mioTed, mi aveva sconvolta.

Avrei potuto rinunciare a tutto, ma non a lui.

Persi la curiosità, la vivacità. Il desiderio di scoprire la nuova vita che mi era stata promessa.

Divenni incapace di intendere e volere; ebbi un vero e proprio blackout interno, regredii paurosamente.

Appena giunti, fui consegnata alle donne della struttura.

“Attenzione, ha subito un forte trauma”, dissero nel lasciarmi.

Informazione inutile. Al mio ostinato silenzio le sconosciute furono solo capaci di dire:

“A si? E sei diventata muta? Cerca di ritrovare le parole carina perché qui nessuno è disposto a offrirti un trattamento speciale. Se iniziamo a pensare ad ogni vostro singolo problema non finiremo mai! Voi siete in tanti, troppi per così poche mani adulte, perciò adeguati alla situazione. Limitati a fare quello che ti viene richiesto. Per noi puoi restare pure muta per sempre. Non è un nostro problema. Cerca solo di non darci fastidio”.

L’eccessiva e quotidiana vicinanza ad un innumerevole numero bambini sfortunati, con il tempo, aveva reso queste donne insensibili. Arrivarono a preferire una la fredda praticità che una dolorosa sensibilità. Se così non avessero fatto sarebbero arrivate molto presto alla pazzia.

Mi svegliai con una sensazione di bagnato. Il mio pigiama era zuppo di urina.

Non me ne preoccupai più di tanto. Paziensa. Sapevo che non era mia. Mi accorsi di aver puntati oddosso coppie di occhi curiosi e sfrontati. Ricambiai lo sguardo delle mie compagne di letto. Persi subito interesse per loro. Rimasi immobile sopra le lenzuola fradicie e mi guardai intorno per avere una visuale completa della stanza. Il piccolo gruppo delle mie spettatrici, però non perse il contatto visivo con me. Ciascuna di loro immaginò una cosa soltanto: dare a me la colpa dell’umido letto così da evitare la punizione che sarebbe di sicuro sopraggiunta. Paziensa. Non mi importava nulla. Per me non aveva nessuna importanza. Mettevo a fuoco e giravo la testa perchè era questo che il mio corpo doveva fare ma dentro ero vuota. Profondamente addormentata.

Vidi un gran numero di bambine scendere freneticamente dal letto e spogliarsi di fretta. Le mie sfortunate compagne. Mi apparvero come uno sciame di vespe impazzite, il caos fu straordinario. Tutte nude, si misero in fila e si fermarono in attesa di qualcuno o qualcosa.

Io ero ancora lì, sopra al letto, quando entrò nella stanza una rotonda donna adulta. Squadrò la fila ordinata e poi individuò me, ancora sul letto.

“Perché sei lì tu?” , mi chiese acida avvicinandosi a grandi passi mentre tutta la sua molle mole tremolava nel camminare. Mi tastò bruscamente. La rabbia le esplose improvvisa. “Adesso ti sveglio io! Grande e grossa e ancora la pipì al letto! Subito alle doccie, di corsa!”. Dopo avermi dato un sonoro schiaffone, senza controllare la sua forza, mi trascinò dietro le altre.

Il gregge di bambine scattò subito. Il piccolo fiume si diresse compatto verso un luogo ben preciso.

Le più forti si infilarono per prime nelle grandi docce, le più piccole e deboli entrarono dopo.

Io arrivai per ultima. Guardai passiva quel luogo del tutto nuovo per me.

Il donnone che mi aveva trascinato mi strappò letteralmente di dosso il pigiama bagnato e mi spinse di nuovo dietro le ultime. Fissai mogia mogia l’acqua scendere dal soffitto. Incredibile. Era calda. Come poteva uscire acqua calda da un tubo? Benchè il box della doccia fosse di dimensione notevole, noi eravamo in troppe per poter usufruire dei bocchettoni dell’acqua. Questo non fu mai un problema per le nostre sorveglianti che, per guadagnare tempo, munite di grosse bacinelle, ci gettavano addosso secchiate di acqua. Poco importava la temperatura. Solitamente era fredda. Molto fredda.

Quell’inattesa doccia gelata risvegliò tutta la mia sopita intelligenza.

Mi ripromisi che avrei dormito quasi sul bordo del letto per evitare di essere bagnata dalle altre. Era da molto tempo che non bagnavo il letto, mi sembrò strano che avessi ripreso a farlo.

Era stato il mio mutismo a determinare la scelta del mio letto. Mi era stato chiesto se avevo il controllo della vescica. Il mio silenzio non mi aveva aiutato. Le donne avevano preferito non correre rischi, perciò mi avevano relegato nel letto delle incontinenti.

Mi giurai che, dalla mattina del giorno successivo, avrei dovuto essere tra le prime ad entrare nelle doccia per evitare i getti di acqua gelida. Mi sforzai di far uscire la voce per evitare altre situazioni imbarazzanti.

Già dal quel primo giorno compresi che tutto era determinato dalla competizione. Essere tra le ultime significava essere deboli e essere deboli significava essere capri espiatori in qualunque circostanza. Dovevo farmi valere tra le altre con le mie sole forze.

Per la prima volta ero completamente sola.

Non so quanti giorni passai in questo orfanotrofio. Di certo il tempo lì trascorso non fu molto. Non ho ricordi delle giornate lì trascorse, delle compagne o di eventi che mi abbiano colpita.

Passavo le mie giornate a pensare ai miei fratelli. Ero convinta che me li avessero portati via entrambi. Ci avevano trattato come una cucciolata troppo scomoda da tenere tutta insieme. Ci avevano allontanati crudelmente senza dare importanza al dolore che ciò ci avrebbe provocato. Nessuno aveva pensato che non eravamo piccoli cani ma bambini.

Per isolarmi dal dolore della mia perdita trovai una via di fuga nel rifugiarmi nella mia stessa testa. Iniziai ad inventarmi storie fantastiche per fuggire da una realtà che non era affatto allettante. Lunghi e lunghi intrecci che occuparono la mia mente e allontanarono il fantasma della mia solitudine.

Come era cambiata la mia vita? Finalmente ero stata tolta ad un padre poco degno di questo nome. Di certo le mie condizioni igeniche erano molto migliorate. Mangiavo con regolarità e ordine. Avevo scoperto mille cose nuove ed incredibili: il televisore, le vere bambole, il gabinetto, lo spazzolino da denti…Si, era migliorata la mia situazione, ma tutto questo senza i miei fratelli. Come avrei potuto essere felice? La loro assenza mi pesava sul cuore. Dove erano finiti i miei fratelli? Perchè mi avevano tolto l’unica cosa bella della vita? Non riuscivo a gioire dei miglioramenti ricevuti. Mi erano costati troppo. Il prezzo pagato era stato troppo alto.