26- “Quando?”

La mattina seguente, quando aprii gli occhi, capii che qualcosa era cambiato. Neppure io avrei potuto spiegare questa nuova sensazione. Era come se in qualche maniera mi fosse stato gettato un salvagente. Anche se in acque sconosciute e profonde, ora avevo qualcosa a sostenere il mio corpo stanco dell’attesa. Mi ero calamata.

Le altre dormivano ancora.

Euforica, mi vestii e scesi in cucina.

Lì trovai chi cercavo.

Il mio ritrovato sorriso fu la chiara espressione della mia felicità.

Le mie amiche capirono all’istante di aver guarito un cuore in tempesta.

Non avevo mai parlato del mio dolore, della mia attesa esasperante, del mio sentirmi presa in giro; eppure loro avevano compreso ciò che non avevo espresso.

Mi avevano ridato la fiducia, la certezza. La felicità.

“Grazie mille! Mi avete fatto il regalo più bello del mondo!”

“E tu lo hai appena fatto a noi. Il bel sorriso che ci hai rivolto questa mattina è lo spettacolo più bello che abbiamo mai visto. Ridi di più perché sei più bella quando sei felice!”.

Le abbracciai.

Peccato non aver incontrato prima queste due donne.

Il contatto con il loro corpo fu meraviglioso.

“Fai colazione insieme a noi?”

Inutile dire quale fu la risposta. Fu il banchetto più buono con il quale avessi mai iniziato la giornata. Il buon umore stimola l’appetito e il gusto per il mangiare. É stata la colazione più buona della mia vita. Le belle novità accentuarono il sapore squisito del primo pasto della mattinata.

Giorni. Giorni e giorni. Erano passati troppi giorni da quando avevo ricevuto le foto.

Il mio malumore era tornato. Ero così stanca di aspettarli.

Quelle immagini furono la mia salvezza.

Ogni qual volta mi sentivo giù, correvo in camera, prelevavo le foto da sotto il cuscino e le guardavo di nuovo tutte; dalla prima all’ultima. Questo rituale mi faceva sentire molto meglio. Era meravigliosamente rilassante; la prova che loro esistevano e che sarebbero venuti a prendermi. Prima o poi.

Un rituale che mi risollevava e mi toglieva in parte l’inquietudine che mi assillava.

Passarono altri giorni. Altra febbrile attesa.

Non avevo mai avuto il coraggio di fare domande. Mi fidavo.

Conoscevo i miei genitori, sapevo che esistevano, che mi volevano con loro…Questo mi tranquilizzava. A crearmi scompoglio era la domanda: “Perchè non arrivano?”.

Moltiplicate per mille l’attesa dei propri regali di compleanno, dell’arrivo del Natale e velatelo di inquietudine. Ecco che bambina ero in quei giorni.

Il passare sterile delle mie giornate, tuttavia, era logorante.

Sentii il bisogno una una prova ulteriore e concreta della mia adozione.

Dov’è erano mia madre e mio padre?

Perchè tanta attesa?

Misi da parte la mia timidezza; fu una bella battaglia interiore, mi forzai ad andare dalla direttrice dell’orfanotrofio. Quale male ci poteva essere nel fare qualche domanda? Non era forse un mio diritto?

Ero sempre stata al mio posto in silenziosa attesa, ora mi era difficile rimanere tacere.

Con il cuore impazzito nel petto, bussai sopra quella porta chiusa.

“Avanti”.

Rimasi ferma, immobile, senza fiato. Per un attimo totalmente persa. Coraggio. Agisci. Il momento decisivo era giunto, non dovevo farlo scappare per la mia stupida timidezza. Il problema era costituito dal fatto che fino ad allora non mi ero mai trovata nella condizione di fare richieste a chicchesia. Ne bambino, ne adulto. Basta, basta fare il coniglio! Agisci!

Aprii la porta.

Non pensai. Sputai fuori la mia richiesta:

“Quando arriveranno i miei genitori?”, chiesi a Dogna Marta con una certa preoccupazionenella mia voce tremolante.

La suora mi guardó stupita. Mi sorrise. Mi circondò del caldo sorriso rassicurante che una nonna ha verso un nipote teneramente confuso.

“Avvicinati Clara”.

Rimase seduta. I suoi occhi si trovarono all’altezza dei miei. Mi posò una mano sopra la testa e scese ad accarezzarmi le guance.

“Tesoro, non lo so. Di certo arriveranno; anche se non sappiamo esattamente quando. Tu non devi perdere la speranza. Ti prometto che se vengo a sapere qualcosa ti avviserò”.

Le sue parole mi furono di conforto? No.

Mi aveva semplicemente detto ció che già sapevo.

Nessuno sapeva niente.

Mogia mogia tornai in camera ad abbracciare il mio unico tesoro. Quelle foto che mi davano la falsa illusione di poterli abbracciare. Meglio del non avere nulla.

Passò altro tempo. E di loro ancora nessuna notizia.

“Clara, vieni con me! Sbrigati!”

Era Andreas. Mi portò vicina alla camera da pranzo.

Dentro di essa qualcuno stava parlando al telefono.

Era Dogna Marta, non la mia amica ma la sua omonima. La direttrice dell’orfanotrofio.

Parlava una lingua che non conoscevo. Non capivo nulla di quanto veniva detto. Suoni e suoni che non mi dicevano nulla. Guardai Andreas con aria interrogativa. Lei si mise un dito sopra la bocca per ordinarmi di stare zitta. Cosa mai significava quello che stava succedendo?

La chiamata terminò. La ragazza mi strascinò via di soppiatto prima che l’autorità più importante della casa scoprisse di essere stata spiata.

“Hai capito qualcosa?”,

“Nemmeno una parola. Perchè, dovevo?”,

“Italiano! Dogna Marta stava parlando con i tuoi genitori!”.

Mi si fermò il cuore in petto. “O mamma mia!”; Un esclamazione di stupore che avevo appreso dalle mie compagne. Erano i miei genitori quelli che stavano parlando al telefono!

“Quando vengono a prendermi? Stanno venendo qui!? Quando arrivano!?”,

“Non lo hanno detto. Non parlo molto bene l’italiano , però ho capito che hanno avuto qualche problema. È per questo che non sono potuti venire prima, come era stato programmato precedentemente. Ora andiamo in cucina e facciamo finta di essere impegnate a fare qualcosa. Ho come l’impressione che tra un po’ la madre verrà a cercarti. Su, corriamo! Dobbiamo fare in fretta!”.

Eravamo impegnate nel pelare patate quando sopraggiunse la donna che avevamo spiato.

“Clara ti va di accompagnarmi a fare qualche giretto?”.

Accolsi l’invito con gioia.

Era già successo che chiedesse la mia compagnia per andare in posti meravigliosi. Anche lei mi piaceva. Era una suora minuta ma con un cuore troppo grande per poter essere contenuto nel suo piccolo petto. Quella donna era una santa amata da chiunque la incontrasse. Da quando aveva capito quanto fossi triste, aveva preso a portarmi con lei nello svolgere alcuni suoi servizi. Avevo preso ad amare lei, i posti in cui mi portava, e lo svago che ció mi procurava.

“E’ un posto che già conosco?”, le chiesi con entusiasmo. Mi sorrise.

“Da quello che so, è il posto che preferisci tra tutti quelli in cui mi hai accompagnata”.

Saltai dalla contentezza. Avevo capito dove mi avrebbe condotta.

Era un albergo nel centro della città. Era immenso, talmente grande da apparire come una piccola cittadina. Un insieme di palazzine concentriche con un grosso giardino piatrellato al suo interno; al centro del quale si trovava una piccola cappella. Adoravo quell’albergo.

“Ti faccio una promessa: farò in modo che i tuoi genitori vengano a soggiornare proprio lí; in questo modo passerai i primi tempi con loro proprio nel posto di cui ti sei innamorata”

“Allora stanno per arrivare?”

“Dovrai pazientare ancora un poco”.

Ecco come una bella notizia veniva rovinata da un’altra.

Mi sentivo come un’anima in pena.

Una bambina che è costretta a rivivere in eterno la vigilia del natale: vivere lo scorrere delle ore con una frenesia sempre maggiore, sentir crescere in me la gioia e le aspettative dei doni, giungere quasi alla mezzanotte, chiudere per un secondo gli occhi e scoprire che la giornata é semplicemente ricomoinciata senza aver goduto di ció che desideravamo ardentemente. Un eterno tantalico tormento.

Di nuovo una frenesia, una tensione esplosiva che non avrebbero trovato mai sfogo. Prima o poi sarei diventata pazza.

Tutti non sapevano dirmi altro che essere paziente. Per quanto tempo ancora avrei dovuto esserlo? Perché nessuno capiva che mi stava diventando impossibile aspettare qualcosa che non sembrava giungere mai? Mi sentivo come una molla prossima alla rottura.

Non sarei resistita per molto. A me già sembrava di star impazzendo. Le giornate passate senza far niente erano state troppo per poterle tollerare. Sospirai. Che altro avrei potuto fare? Niente. Solo aspettare. Aspettare e aspettare.

Già: aspettare.

Presi la mano della donna e le feci da pagetto per il resto della giornata.

Per lo meno ebbi la possibilità di distrarmi per qualche ora.

Sebbene non sapessi quando sarebbero arrivati, decisi di fare un dono speciale ai miei genitori. Avevo giornate intere per pensare a qualcosa di bello.

Giravo per casa in cerca di ispirazione.

Un giorno trovai un’immagine che mi sembrò semplicemente perfetta: un orsetto seduto a cavalcioni su un secchio di fiori rovesciato a terra. Quel disegno mi piacque immediatamente. Sarei stata in grado di riprodurlo? Non ne avevo idea.

Non avevo mai disegnato in vita mia. Non avevo mai disegnato per il gusto di disegnare, figurarsi per farne un dono. Decisi di fare un tentativo.

“Andreas ho deciso di fare un biglietto per i miei genitori. Voglio farlo tutto da sola. Mi piace un disegno che ho visto, solo non ho i materiali per poterlo fare…”

“La tua idea è davvero bella: proprio come questa meravigliosa immagine che hai scelto. Ti aiuterò io a trovare tutto ciò che ti occorrerà per realizzarla. Dimmi solo una cosa: di che colore vuoi la carta?”

“Celeste”.

Perché proprio quello? Non ne ho mai avuto la piú pallida idea.

Mi procurò tutto il necessario.

Impiegai vari giorni per realizzare il mio biglietto.

Il mio primo tentativo sbalordí persino me stessa: il risultato fu straordinario.

Fui davvero fiera dei miei sforzi e scoprii di essere portata per il disegno.

Terminata la parte grafica mi dedicai alla parte ortografica.

Che scrivere a quei totali sconosciuti che già amavo?

Volevo ringraziarli per aver deciso di prendere proprio me.

Volevo ringraziarli per aver realizzato un sogno che avevo deciso di ignorare per il terrore di non vederlo mai realizzarsi.

Volevo ringraziarli per aver deciso di diventare mio padre e mia madre…Altro che biglietto! Mi ci sarebbe voluto un libro! Come potevo esprimere a parole tutto questo nel migliore dei modi? Quali sarebbero state le parole giuste? Le migliori.

Entrai nel pallone. Decisi di chiedere aiuto a Dogna Marta e Andreas.

Avevo stabilito che nella mia vita avevo finalmente incontrato degli adulti che avevano meritato la mia fiducia. Sapevo che la loro collaborazione mi avrebbe portata esattamente là dove sarei voluta arrivare. Di fatto il risultato finale mi sembrò perfetto.

25- Foto

Erano foto.

Un meraviglioso pacchetto di foto.

La sequenza di immagini più belle della mia vita.

Mi venne la tachicardia quando capii chi ritraevano.

Mi bastó aver visto il primo ritratto per comprendere il contenuto del pacchetto.

Guardai le due donne di grigio vestite con occhi commossi.

Non avrei saputo descrivere la gratitudine che provavo nei loro confronti.

Sorrisi incapace di proferire a parole un ringraziamento degno del loro gesto e scappai in camera mia.

Sapevo che mi avrebbero compresa.

Non volevo condividere quel momento con nessuno.

Desideravo la solitudine nel momento in cui avrei visto i miei genitori adottivi per la prima volta.

Fu come godere del sole dopo un’infinità di giornate di fitta e fredda pioggia.

Un calore mai provato mi riscaldó la pelle, mi penetrò nel cuore e nell’anima.

Guardai ogni foto con attenzione morbosa.

Mi impressi nella memoria ogni loro immagine.

Li amai al primo sguardo.

Erano stupendi.

Piansi dalla gioia.

Mi volevano ancora. Sarebbero venuti a prendermi.

Ora conoscevo il volto della mia famiglia.

Ecco lei ritratta da sola. Capelli marroni rossastri a caschetto. Viso pulito e labbra accentuate da un rossetto color mattone. Vestiva pantaloni principe di galles, camicia e impermeabile all’inglese. Una borsa blu arricchita da un foulard in fantasia di seta. Mia madre. Stavo ammirando la mia bellissima mamma.

Ecco mio padre con la sua fitta barba nera e qualche minuscolo e leggero accenno al bianco. Vestiva in giacca e cravatta.

Non giovanissimi. Una coppia matura.

Bellissimi.

I loro sorrisi erano appena accennati ma dolci. Quasi timidi e con un velo di rigidità di fronte a chi li aveva ritratti.

Vederli abbracciati mi portò ad immaginarmi im mezzo a loro. La perfezione. Loro, io e mio fratello.

Non sapevo se ridere o piangere.

Non riuscivo a togliere le mani da quelle foto; come finivo la serie, la iniziavo di nuovo.

Un ciclo continuo che non volevo finisse mai.

C’era, anche, qualche foto di quella che sarebbe divenuta la mia casa.

Tutto era perfertto. Stupendo. Meglio di qualunque mia fantasia.

Fissai e fissai quelle immagini per ore.

Mi sembrò persino di somigliare a mio papà. Suggestione. Probabilmente, ma non aveva importanza.

Mio padre e mia madre: meraviglia. Eccoli, finalmente.

Solo foto, e nonostante ció, tutto per me.

Un miracolo per un credente, uno scudetto per un tifoso, un oscar per un attore, un nobel per un ricercatore. Ecco per me cosa rappresentava quel pacchetto.

Un dono che dissipava tutti i miei timori.

La dimostrazione che i miei genitori esistevano, che avevano un volto e che ancora mi volevano.

Un dono che era rassicurazione.

La più dolce delle rassicurazioni per una piccola orfana che aveva perso le speranze.

Sistemai le pellicole dentro la busta, la baciai e la misi sotto il mio cuscino.

Per la prima volta nella mia vita avevo qualcosa di esclusivamente mio; il mio primo tesoro personale. La mia prima proprietà.

24- due mesi

Triste.

Ero terribilmente triste.

Era accaduto qualcosa.

Non erano venuti a prenderci.

Ci avevano ripensato.

Non ci volevano più.

Il mio morale era a terra. La quotidiana attesa mi aveva logorato.

Avevo di nuovo perso le speranze.

Perchè ero stata presa in giro?

Chi si era divertito a mie spese?

Sedevo guardando con occhi invidiosi le bambine vestite di uniforme scolastica.

Le osservai con lo stesso sguardo di un gatto che si appresta a preparare un agguato ad un ingenuo passerotto distratto.

Loro ridevano, chiaccheravano leggere mentre uscivano di casa.

Mai avrei immaginato che mi sarebbe mancata la scuola. Eppure era così.

Come era cambiato il mio temperamento dal giorno in cui ero arrivato in questo nuovo orfanotrofio… Ero gelosa della vita ordinaria delle altre orfane come me.

Mi mancavano le mie giornate piene.

Mi ero stancata di non fare nulla per tutto il giorno.

Avevo la testa troppo libera di pensare.

Mi stavo convincendo che dopo avermi vista i miei genitori adottivi avessero rinunciato perchè ero brutta. Non gli ero piaciuta. Erano andati via senza di me. Erano tornati a casa senza di me.

Ero triste. Era triste.

Sarei stata costretta a tornare nel mio vecchio orfanotrofio?

Sarei stata costretta a fuggire per davvero?

Dopo essere stata sfiorata da un sogno sarei stata costretta a tornare al pessimismo, alla rinuncia?

Il mio destino era quello di avere le strade di Bogotà come padre e madre?

Ero confusa. Ero stanca. Ero delusa. Mi sarei strappata il cervello per evitare di pensare.

Il procedere tranquillo dell’auto e la serenità del nostro cuore ci fece addormentare.

Non ebbi la minima idea di quanto avessimo viaggiato.

La macchina si fermò dopo una non abile fermata da parte dell’autista.

Sebbene fossimo appisolati, il risveglio fu simultaneo. Eravamo fuori dalla città?

Il meccanismo automatico di un grosso cancello entrò in azione.

Davanti ai nostri occhi apparve una villa da sogno.

Emozionata pensai che quella fosse la casa dei miei nuovi genitori.

Un occhiata più attenta mi fece ricredere. Benchè l’imponente abitazione sembrasse una casa privata era solo un altro orfanotrofio. Si, più bello di altri, ma pur sempre un orfanotrofio.

Un gregge di bambine di tutte le età giocava lungo tutto il giardino della villa. Confusa, non seppi che cosa pensare.

“Clara, tu devi scendere qui”.

“Solo io?”, chiesi spaventata alla donna che mi aveva parlato.

“Si. Vedi, in questo bellissimo posto c’è posto solo per te. Qui possono starci solo bambine. Tuo fratello starà da un altra parte non lontano da qui. Vi ricongiungerete non appena arriveranno i vostri genitori”.

Quella frase fu la chiave per calmare tutte le mie paure. Diedi un bacio sulla guancia a Javier, salutai Viviana e seguii la donna all’interno della casa.

Erano passati due mesi. Due mesi da quando avevo salutato la piccola Maria.

Due mesi da quel lungo viaggio in macchina.

Due mesi che il mio cuore piano piano aveva preso a battere con meno vigore.

Del mio entusiasmo non avevo che piccole briciole. Una fiammela di speranza era rimasta accesa. Aspettavo solo l’evento che l’avrebbe alimentata o soffocata.

Qualcuno capí il mio stato d’animo. Un qualcuno a cui non avrei mai attribuito alcuna sensibilità.

Le suore che incontrai nella mia nuova casa furono una vera sorpresa. La loro tranquillità, la loro gentilezza, la loro sensibilità, il loro altruismo mi avevano spiazzata.

Incredibilmente scoprii che esistevano delle donne degne di essere le spose di Cristo.

Imparai ad umare il corpo rotondo e morbido di Dogna Marta, la cuoca; il fantastico carattere della giovane Andreas che avrebbe preso i voti. Diventai la loro protetta.

Passai le mie giornate in loro compagnia.

Il rapporto con loro mi fu utile per tutta la vita. Mi insegnarono a rigovernare la cucina, a pelare qualsiasi tipo di ortaggio o frutto, a preparare dolci essenziali, ma, soprattutto, cercavano di confortare il mio animo ferito.

Una volta a settimana veniva una macchina che mi accompagnava a trovare mio fratello.

Le mie due nuove amiche speciali mi regalavano un pensierino, solitamente commestibile, da portare in dono a mio fratello.

Non esultavo al comparire del veicolo, neanche la compagnia di Javier era un conforto che sapeva darmi sollievo. La mia era una tristezza senza fondo.

Ero ancora intenta osservare le altre attraverso la grossa finestra, quando la morbida mano di Dogna Marta si posò su di me.

Mi massaggiò dolcemente schiena ma vide che le sue carezze non modificavano la postura flemme delle mie spalle.

“Mi vieni ad aiutare in cucina? Puliamo a cuociamo le fragole. Vedrai che un po’ di questa brutta tristezza se ne andrà. Su, vieni con me”.

La seguí senza troppo entusuasmo ma consapevole che la sua compagnia mi avrebbe fatto sentire un poco meglio. Collaborai con la preparazione del pranzo ed effettivamente l’essere impegnata in qualche attività migliorò il mio stato d’animo.

“Bè, oggi non hai niente da raccontarmi? Che é questo silenzio? ”

“No Marta. Oggi Clara ha mille pensieri per la testa per poter badare a noi”, aggiunse Andreas.

Si scambiarono un sorriso complice. La piú giovane fece l’occhitto alla piú ansiana. Non mi accorsi di nulla.

“Si. È vero. Devo ammettere che hai ragione, però oggi ci ha aiutate davvero tanto in cucina”

“Stai dicendo che andrebbe premiata per la sua collaborazione?”

“ Mi hai letta nel pensiero!”

“Ora che ci penso ho proprio un bel regalo da darle…Secondo te le piacerà?”

“Secondo me impazzirà di gioia e non ci filerà per tutto il resto della giornata!”

“Secondo me metterà da parte quell’espressione seria dal viso e ritornerà a essere la bambina sorridente che ho conosciuto due mesi fa!”.

Scoppiarono a ridere in contemporanea.

Ebbi il timore che fossero impazzite. Di cosa stavano parlando?

Ero stata a trovare mio fratello il giorno prima, quindi non si riferivano a Javier.

Cosa le era preso a entrambe?

Immaginai che mi volessero offrire un primo assaggio del cibo che avevamo preparato.

Una cosa era certa: da quando le avevo conosciute ero ingrassata di qualche chiletto.

Non andó come mi aspettavo.

Interdetta vidi Andreas uscire dalla cucina e fare ritorno con una busta da lettere. La pose tra le mie mani. Era bianca. Voluminosa. Pesante.

“Non la apri? Non sei curiosa?”.

Mi guardarono con gli occhi lucidi e le mani intrecciate posate sul petto.

Non me lo feci ripetere. Che avevano queste due? Meglio fare in fretta e accontentarle.

23- l’invasata, parte seconda

Mi aspettavo di trovare i miei genitori appena dopo il cancello.

Abbracciati tra di loro. In piedi in attesa di me. Con in dono un sorriso tenero ed emozionato destinato esclusivamente a me.

Vidi solo una macchina ad aspettarmi.

Dov’erano?

Mi attraversò una fitta di delusione.

Seduto sul sedile c’era solo mio fratello. Era letteralmente in estasi. Il suo sorriso era troppo contagioso per non ricambiarlo. Mi invitò a sedermi vicino a lui con un gesto della mano. Accettai volentieri il suo invito e gli corsi incontro. Gli gettai le braccia al collo e restammo appiccicati per tutta la durata del viaggio.

“Come saranno i nostri genitori?”

“Giovani e molto molto belli”

“No, sciocchina, non intendo questo. Mi riferisco ai particolari. A ogni piccolo particolare”.

Mi concentrai sulla sua domanda. Li avevo sognati per anni.

In passato amavo immedesimarli all’immagine di un attore o di un’attrice della tv.

Se mi fermavo a cercare di vederli con la fantasia, i loro connotati mutavano con il passare dei secondi. Non riuscivo a dargli delle caratteristiche fisiche che mi soddisfacessero.

Lei era meglio bionda o mora? Perché non rossa? Occhi chiari e occhi scuri? E questo era solo l’inizio.

Il resto era da impazzire. Impossibile cercare di indovinare il loro aspetto. Era come cercare di risolvere un puzzle completamente bianco.

“Non riesco proprio a immaginare come sono. E poi chi se ne importa! Non è importante! So solo che già li amo. Non li conosco però io già li amo!”.

Mio fratello mi guardò contento. Mi scompigliò i capelli corti e mi appoggiò la testa tra collo e spalle.

“Hai detto proprio bene. Anche per me è lo stesso!”.

Viviana era seduta affianco a noi. Ascoltava il nostro discorso, mentre con gli occhi persi in direzione del finestrino anche lei fantasticava sulla donna e l’uomo che l’attendevano per fare di lei la loro bambina.

Un lampo mi attraversò il cervello. E il nostro progetto di fuga? Sorrisi a me stessa. Fuga? Quale fuga?

22- l’invasata

Fu uno shock.

Tutti i sentimenti che avevo congelato dentro me stessa esplosero insieme.

Fuochi d’artificio dentro il mio cuore.

Mi ubriacai di adrenalina.

Per un attimo rimasi immobile. Incredula.

Tutto aveva cessato di esistere.

Solo due parole mi rimbombavano nella testa: “genitori adottivi”.

Dai miei occhi uscirono silenziose le lacrime più dolci della mia vita.

Finalmente era accaduto. Inatteso. Il mio bisogno primario finalmente sarebbe stato soddisfatto.

Intontita godetti di quel vortice meraviglioso di sensazioni che mi circondò.

Scattai in piedi all’improvviso. Tutto era diventato nebbia. Silenzioso. Non sentii neppure il fragore della sedia che feci cadere a terra. Che cosa dovevo fare? Il mio corpo si mosse di volontà propria. Corsi fuori dalla stanza. Iniziai a spogliarmi già lungo il tragitto per arrivare alle docce. Arrivai davanti ad esse che ero completamente nuda. Perchè ero corsa in bagno? Qualcuno mi aveva detto di farmi la doccia? Non fu importante. Aprii il getto dell’acqua e alzai il viso verso di essa. L’abbraccio dell’acqua mi caricò. Urlai dalla felicità. Le mie lacrime si confusero felici con le mille gocce che ballando mi accarezzavano.

Un’esaltata voce estranea si unì alla mia. Mi girai verso la sua sorgente. Viviana era lì vicino a me. Sfogava, come me, quell’ingorgo di emozioni strillando a sguarcia gola. Ci fissammo e scoppiammo a ridere fragorosamente. Iniaziammo a schizzarci l’acqua, a saltare.

Non ci eravamo mai filate, eppure ora eravamo divenute anime gemelle. Ci tirammo fuori dalle docce; invasate, pazze di una follia dolce come non mai. Mi sciugai con energia. Mi vestii più rapidamente di quanto mi fossi spogliata e tornai di corsa al piano di sotto.

Il mondo mi parve brillare di colori nuovi, più vivi. Finalmente mi parve bello. Degno di essere amato e ammirato.

Si era realizzato. Il sogno che avevo abbandonato si era realizzato.

Ripresi a piangere di gioia.

Saltavo scuotendo tutto ciò che il mio corpo mi permetteva di dimenare perchè incapace di esprimere con voce, con il sorriso o con le lacrime ciò che provavo.

Non diedi peso agli sguardi invidiosi delle mie compagne. Non le biasimai. Avevo provato in prima persona per anni quel sentimento. Ebbero la mia totale comprensione. Una compagna, più di ogni altra mi stupì.

La piccola Maria mi venne incontro e mi abbracciò. La mia piccolina rideva di gioia. Era contenta per me. Mi chinai e me la portai al petto. Era lo spettacolo più bello che avessi mai visto. Maria era felice che io avessi ottenuto una madre e un padre. Il suo altruismo mi disarmò. Gioiva della mia gioia. Vedendo lei mi fu chiaro quanto avessi sbagliato nel passato. La mia piccolina, in quel momento, mi mostrò e mi insegnò come avrei dovuto comportarmi con chi era stato più fortunato di me. Baciai la mia piccola maestra. Lasciai uscire con quel gesto tutto l’amore che nutrivo per lei.

“Maria, arriverà anche per te questo momento! Aspetta e non fare il mio stesso errore: non stancarti mai di aspettare!”.

Mi fece un cenno di comprensione con la testa. Aveva gli occhi brillanti. Dolore? Gioia? Un piccolo spettacolo per gli occhi. Sarebbe stato piú giusto che lei fosse al posto mio…Già, non dovevo dispiacermi, lei, proprio perché piccolina avrebbe avuto maggiori possibilità di essere adottata rispetto a bambine piú grandi. Stava per iniziare a piangere. Quel visetto era una mappa che conoscevo troppo bene per non capire in anticipo cosa le stesse passando per la testa. Le sarei mancata. Stava iniziando a piangere per la mia partenza. Mi si strinse il cuore. Alla fine capii che avevo amato qualcuno tra quel gruppo di orfani. Se avessi potuto l’avrei portata via con me. Non mi ero mai accorta di quanto Maria fosse diventata importante per me. Il mio umore nero era stato capace di soffocare il mio affetto per lei.

“Addio mamma”. Mi chiamava così. La sua mamma supplente. Perchè come me anche lei cercava la titolare. La persona realmente degna di quel titolo.

Io piansi, di felicità e di una punta di dolore. Lei mi sorrise e mi pose la sua piccola mano sulla guancia per depositare su di me la sua ultima carezza. La strinsi, di nuovo, fortemente e la depositai a terra.

“Addio mia dolce Maria”.

Quasi fosse il mio angelo custode mi accompagnò all’uscita.

Passai attraverso l’ingresso che avevo varcato per anni sentendomi un console durante la celebrazione del suo trionfo personale.

Entrata orfana, uscii da quella porta come figlia.

21- la fuga

Un altro anno era trascorso.

Un altro inutile e sterile anno della mia vita dentro quelle mura.

Mi sentii chiamare da dietro.

Chi mai poteva cercarmi se non mio fratello? Che tristezza! Era da solo.

“Giorno!”

“Come mai solo? Di solito stai sempre in compagnia di qualcuno”

“Volevo parlarti. Ho fatto mille corse questa mattina per poterti parlare a quattr’occhi”

“Che è successo?”

“Ne parleremo oggi durante la ricreazione. Da sola. Se c’è qualcuno con noi di cui non siamo riusciti a liberarci, non fare domande. Se non siamo assolutamente da soli non ti rivelerò niente.”

“Come mai tanto mistero? Devo spaventarmi?”

“No. Devi stare tranquilla. Ci vediamo dopo”

“Ok”.

Di cosa mai mi doveva parlare Javier? Cercai di immaginare quale potesse essere il problema. Sperai non avesse combianato qualche guaio e ora pretendesse il mio aiuto per coprirlo.

Non avrei rinunciato facilmente all’equilibrio che mi ero impegnata a costruire.

Ero stufa della vita in orfanotrofio.

Anni di inutile attesa.

Ero diventata davvero troppo grande per essere adottata.

Ero una bambina troppo grande per aver un padre e una madre.

Troppo grande per essere desiderata da una coppia di sposi.

Quanti anni avevo?…Quanti anni potevo mai avere?…Allo specchio, il viso che vedevo era quello di una bambina. Una bambina vecchia, a quanto pare.

Il mio destino sarebbe stato quello di essere madre senza essere mai stata figlia.

Una vera ingiustizia. Cosa avevo ottenuto dal lontano giorno in cui ero stata allontanata dal mio vecchio padre? Non mi avevano promesso tutto ció che non avevo mai avuto?

Dopo tanto tempo cosa ho ottenuto?

Nulla. Nulla di tutto ciò che avevo imparato a desiderare. Avevano aumentato la fame dei miei bisogni per poi farmi intendere che la mia occasione era scaduta.

La vita che era stata decisa per me non mi piaceva per niente.

Dentro di me avevo solo rabbia, delusione. Gelosia.

Mi ripromisi di non permettere mai che l’odio per la vita non prendesse il sopravvento sulla mia intelligenza.

La mia posizione dentro quella che era diventata la mia casa era ideale. Non avevo nemici. Perfetto. Peccato non avessi amici. Paziensa. La mia condizione di orfana, protratta per troppi anni, aveva plasmato indelebilmente il mio carattere. Ero diventata chiusa, taciturna. Poco disposta verso il prossimo. L’unico sentimento a cui potevo dare libero sfogo era il mio egoismo. Sapevo che nutrire una qualche speranza e venire delusa mi avrebbe distrutta. Avevo imparato ad amare il mio cuore freddo. Era la mia difesa.

Inutile pensare a qualcosa che non avrei mai ottenuto. Basta sognare. Meglio vivere il presente, pensare al prossimo passo da fare tra un secondo. Non andare oltre. Tenere a bada il cervello e non volare su sentieri di fantasia. Significa questo crescere? Farsi grandi significa mettere da parte i propri desideri? Abbandonare i propri sogni? Che tristezza…Eppure ho accettato questo stato di cose. Ho lasciato trascorrere ogni giornata facendo esattamente quanto ci si aspettava da me. Un piccolo automa dal cuore di ghiaccio. Senza alcun sentimento. Nemmeno la paura, perché facevo quanto mi era richiesto affinché fossi lasciata in pace da tutti. Un’anima che ha raggiunto la pace dei sensi nel purgatorio. Ecco cosa mi ero sforzata di diventare.

E Maria? Persino lei mi infastidiva. I miei bisogni? Chi si occupava di loro? Occuparmi di lei quando nessuno lo faceva per me era diventato un peso. Mi sembrava di non valere niente; di non importare a nessuno. Con questo grigiume nel cuore mi era impossibile pensare alla piccola Maria. Non potevo donare un calore che il mio corpo non aveva.

Seguìì la lezione solo con metà del mio cervello. Ero annoiata dalla maestra e dai miei compagni. Le parole di mio fratello mi aiutarono a tenere gli occhi aperti. Ero curiosa. Cosa aveva da dirmi mio fratello?

L’attesa, l’aspettativa diedero un nuovo sapore ad una giornata anonima.

La campanella mi sembrò il suono più bello del mondo.

Scappai fuori dalla classe. Evitai il contatto con chiunque. Mi diressi di corsa verso il parco della scuola. Mi sedetti su di una collinetta per facilitare mio fratello. Mi avrebbe vista subito.

Non mi fece aspettare tanto. Si sedette vicino a me. Attese che la folla che stava uscendo dalla scuola si diradasse, poi, visto che nessuno badó a noi, inizió a parlare.

“Abbiamo deciso di scappare. Siamo un gruppo di quattro. Tu sei l’unica femmina”.

Mi giró la testa. Lo guardai sbigottita esaminandolo con attenzione. Faceva sul serio. Fui attraversata da una fitta di paura.

“Non te la senti?”.

Fuggire. Scappare. Lo ammisi, non ci avevo mai pensato.

Sentir parlare di fuga mi confuse.

Era questa, e suppongo lo sai anche oggi, una realtà più che frequente negli orfanotrofi di tutto il mondo. A gruppi, i bambini abbandonavano un rifugio non gradito per andare a vivere per strada. Leoni, non pecore, pensano loro.

Nella totale ingenuità si ritiene preferibile vivere di stenti e liberi piuttosto che vivere alla buona in orfanotrofio aspettando qualcosa che probabilmente non sarebbe mai arrivato.

Fuggiva chi non aveva piú aspettative.

Chi preferiva l’ignoto ad una sicurezza che prometteva solo una sterile attesa. Chi aveva capito che sarebbe rimasto per sempre un orfano. Chi aveva stabilito che avrebbe scelto personalmente il momento di abbandonare l’orfanotrofio. Chi si rifiutava di obbeddire ancora agli adulti.

Come rispondere a mio fratello?

Ero stanca di quella mia vita. Ero pronta per il cambiamento? Un cambiamento radicale. Improvviso e drastico. Perché pensarci? Si. Deciso. Pronta. Se nessuno si era mosso per me io stessa avrei fatto la prima mossa. I timori mi scivolarono di dosso. Sparirono.

“Si. Verrò con voi.”

“Ci siamo organizzati bene. Tra un mese ce ne andiamo. Non dovrai consumare più le tue merende. Cercheremo di conservare tutto ciò che non si rovinerà. Sarà il nostro mangiare per i primi giorni. Andremo via dopo la scuola. Non ne parlare assolutamente con nessuno. Sarà il nostro segreto”

“E Suly?”

“Suly é una rompipalle. Non la porteremo con noi. Non la vuole nessuno. Sono contento che non ti sei tirata indietro. Sarà felice anche Josè: lui viene con noi”.

Ecco qua. La mia vita sarebbe cambiata radicalmente. Meno male: aria di novità. Tutto sarebbe stato perfetto.

Non chiesi il nome degli altri due. Mio fratello e José. Erano loro ad essere indispensabili.

La notizia appena appresa e le propettive per il futuro mi riaccesero.

Fui brava a fare quanto mio fratello aveva stabilito. Iniziai a fare il conto alla rovescia. Non ebbi la benchè minima esitazione o dubbio riguardo il nostro progetto. Non mi spaventò il pensiero della fame: di sicuro avremo escogitato il modo di procurarci il cibo. Non mi spaventò il pensiero del freddo, della pioggia o del buoi: rifugi ne avremo trovati tanti, la città intera sarebbe diventata la nostra casa, un ambiente immenso che di certo non sarebbe stato carente di piccoli angoli nei quali avremo trovato conforto dalle aggressioni dell’ambiente.

Bogotà intera sarebbe divenuta la dispensa di ogni nostro bisogno.

Mancavano solo tre giorni. Così poco all’inizio della mia nuova vita. Le nostre riserve di cibo erano state nascoste in un posto sicuro dentro la scuola. Solo chi le aveva nascoste sapeva dove fossero state riposte. Mi fidavo ciecamente. Avevamo stabilito che non ci sarebbero dovuti essere errori. Avevo pensato di prendere con me qualche indumento in più. Avrei dovuto rubare da casa biancheria e qualcosa per potermi cambiare. Avrei preso il necessario la mattina stessa della mia fuga. Prima sarebbe stato impossibile: il rischio sarebbe stato troppo grande. Non potevo rischiare di essere scoperta. Avevo già pensato a ogni piccolo particolare. Non avrei fatto alcun tipo di errore.

Avevo mille pensieri mentre ero china sul mio quaderno a far finta di studiare quando successe l’impensabile.

La direttrice entrò nella sala dove studiavamo. Io non mi accorsi di niente. Mi cercó con lo sguardo, si avvicinó alle mie inconsapevoli spalle, posó una mano su si esse per farmi girare, e mi guardó attentamente negli occhi.

Sentii che stavo per svenire. Ci avevano scoperti. O merda. Avevo decretato la mia condanna a morte. Iniziai a sudare freddo.

“Viviana dov’è?”, chiese.

Viviana? Perchè Viviana? Lei era la spia che aveva confessato tutto? Come poteva essere? Eravamo stati così attenti…Cosa sarebbe accaduto ora? Iniziai a tremare. Lei mi guardó con aria interrogativa. Troppo tranquillamente. Ció significava solo una cosa: era veramente incazzata. Incazzata nera. Tranquillità uguale arrabbiatura nera. Ultimo saluto: addio mondo crudele.

Lei parlò e le sue parole mi bloccarono la respirazione.

“Clara e Viviana, andate a fare la doccia. I vostri genitori adottivi sono arrivati”.

20- la strega

L’entusiamo di mio fratello subì un repentino cambiamento.

I proprietari della villa di lusso non mantennero la promessa. Non fu adottato da loro.

Fu un duro colpo per Javier.

Aveva aspettato a lungo, convinto che da un giorno all’altro sarebbero arrivati esclusivamente per lui. Proprio loro, per lui.

Decise di non dare troppo credito ai suoi sogni. Basta attese. Come me anche lui.

Insieme ad alcuni compagni iniziò a progettare un piano per dare la svolta decisiva alla sua vita.

Era stufo di fare da bambolotto. La sua bellezza era stata strumentalizzata durante eventi di beneficienza a favore del nostro orfanotrifio. Vestito da pagetto, il suo compito era stato quello di intenerire gli adulti con i suoi dolci occhioni e il suo morbido dolce visetto incorniciato da un sorriso irresistibile. Si era illuso per troppo tempo che quelle serate gli avrebbero procurato dei genitori illustri e ricchi.

Le vane attese e quello sfruttamento lo resero cinico.

“É successo molto tempo fà”

“O mio Dio! Ci credo che non le hanno dato una bambina da accudire!”

“Ciao Yoisaira, ciao Suly. Di che si parla?”

La sorella della mia vecchia protrettrice mi sorrise.

“Sai che non sono una pettegola. Non mi piace che si parli di questa storia, però sta uscendo fuori comunque dopo l’assegnazione delle bambine. Io e Suly stavamo parlando della Strega”.

Era una ragazzetta particolare. Dotata di poteri di natura oscura. Era anoressica. Il suo corpo scheletrico non faceva che accentuare il disagio che la sua sola presenza inquoteva.

Nessuno aveva alcun tipo di simpatia per lei.

Guardava chiunque di noi come se volesse mangiarci. Aveva un abitudine: doveva necessariamente toccare le labbra di chi le stava vicino. Avvicinava le dita escheletriche alla malcapitata e con estrema lentezza posava una sensuale carezza su di esse. Passava le dita scheletriche molto lentamente su entrambe le labbra, prima una e poi l’altra. Era un’esperienza terrificante che aveva una conseguenza altrettanto spiacevole. Il giorno seguente a quel contatto la povera sfortunata si sarebbe ritrovata con le labbra totalmente screpolate. Era la maledizione della Strega.

Essendo il nostro un orfanotrofio gestito da donne di chiesa, fummo cresciute secondo i fermi principi del loro credo. Ciò escludeva qualunque tipo di superstizione il cattolicesimo non contemplasse. Il fatto che ogni tocco di quella bambina lasciasse un fastidioso e concreto segno sulle labbra di chiunque venisse a contatto con lei fu troppo strano perché passasse inosservato.

I pugni, i graffi, i capelli strappati, nulla le impedì di continuare a toccarci. Il suo desiderio di venire a contatto con qualcuna di noi attraverso quel suo tipico ritutale fu sempre più forte della paura di prendere botte da chiunque di noi.

“Quali sono le ultime novità?”, chiesi loro.

Suly scoppiò a ridere al mio quesito. Fu Yoisaira a rispondermi.

“In realtà il fatto è successo molto tempo fa. Prima che voi due arrivaste quì. Non ne abbiamo parlato per anni. Pare che la Strega ci abbia riprovato. Rimane un dubbio perché non è stata colta nel fatto ma solamente durante un tentativo di approccio. Il fattaccio è accaduto a notte fonda. La Strega si era infilata nel letto di una ragazza che non avete conosciuto. Nella frenesia del momento non si erano accorte che stavano facendo troppo baccano. In pratica hanno risvegliato tutta la casa. Le più piccole furono allontanate subito. Avevano persino acceso la luce ma quelle due non si erano accorte di niente. Quando le suore hanno sollevato le coperte si sono trovate di fronte a due corpi nudi che si strusciavano alla grande. Non vi potete immaginare quello che è successo dopo. Le hanno letteralmente trascinate nell’atrio e le hanno infilate dentro la vasca dell’acqua gelata. Uno spettacolo racapricciante. Gli permettevano di tirare fuori la testa giusto il tempo di evitare che soffocassero. Ne hanno bevuta di acqua quelle poverette. Ed era solo l’inizio. Le hanno tirate fuori e quando erano ancora bagnate e tremolanti hanno preso a bastonarle. Non aveva importanza dove fossero colpite”.

Faticavo a credere a ciò che avevo ascoltato. Era semplicemente assurdo. Conoscevo il sesso. O almeno allora credevo di conoscerlo. Mi vergognavo di ciò che avevo fatto in passato. Avevo preso consapevolezza di ciò che mi avevano portato a fare.  Nessuno lo sapeva. Era il mio segreto. Non per questo non ne soffrivo. Sapevo che quanto avevo fatto era sbagliato. Inadatto. Avevo peccato. Mi portavo questa lurida macchia dentro. Sarei stata destinata all’inferno. Fortuna era un’onta che di cui nessuno era a conoscenza. Il racconto risvegliò il mio profondo senso di colpa. Scacciai le brutte sensazioni che mi bruciarono nel petto.

“Perché certe cose si fanno anche tra donna e donna?”, chiesi per distrarmi dal mio interiore malessere.

Mi guardarono come se fossi stata un marziano.

“Ti credono tanto grande quando in realtà sei ingenua quanto la piccola Maria”, mi schermì Suly.

Mi montò la rabbia. Possibile che non appena iniziassi a prendere in considerazione il fatto che quella ragazzetta non fosse poi così terribile, lei, con poche parole, riuscisse a screditarsi nuovamente da sola? Era davvero odiosa. Yoisaira non diede credito alla sua frase. Si limitò a diradare le nebbie della mia ignoranza.

“Omosessualità. Si chiama così. Dicono che sia una malattia. Sono donne che vanno con donne e uomini che vanno con uomini. Uno tra i piú grandi peccati”.

Rimasi di sasso. Come era possibile una cosa del genere? Per me il sesso era semplice ed essenziale. Uomo, donna e lui sopra di lei. Pene e vagina. Questa era la mia conoscenza. Ero confusa. La mia perplessità fu palese.

Yoisaira arrossì. Si allontanò frettolosamente. Era il suo modo di dire che per lei l’argomento poteva considerarsi concluso. Era troppo timida ed introversa. Non se la sentì di tenere una lezione circa un argomento tabù di cui a malapena aveva padronanza.

Suly scoppiò a ridere. Trovò ridicola la timidezza dell’una e l’ingenuità dell’altra.

“Perché ridi di lei? È normale che reagisca così. Ci crescono abituandoci alla riservatezza! Io non ho mai visto il corpo nudo di nessuna delle più grandi. Le fanno lavare sempre dopo di noi. Non ho mai visto delle vere tette”

“Mica solo le tette sono diverse rispetto alle nostre. Hanno i peli.”

“Peli? Come i peli?”

“Sulla patata, sotto le ascelle”

“O mio Dio! Che schifo! Vuol dire che cresceranno anche a me!?”.

Suly riscoppiò a ridere. Mi pose una mano sulle spalle e avvicinò la bocca al mio orecchio; quasi volesse svelarmi qualcosa di intimo che nessun altro avrebbe dovuto condividere. Il suo fu quasi un sussurro.

“Tornando all’argomento di prima: se ci pensi uomini e donne hanno diversi…Come dire…Buchi nel corpo. Neanche io lo sapevo…Meglio dire che non ci sarei mai arrivata da sola; l’ho scoperto vedendo qualche immagine. Ho visto donne in ginocchio con…Quello in bocca…Oppure prese da dietro: usavano il sedere!”.

Mi ritrovai con le mani sulla bocca. Avevo una lieve sensazione di nausea. Là sotto per me tutto era sconosciuto ma sapevo benissimo che gli orfizi erano due. Pensavo che ciascun avesse una sua specifica ed unica funzionalità. Mi venne quasi da vomitare. Le rivelazioni appena ottenute, tuttavia, mi chiarirono come due uomini potessero fare l’amore tra loro. E le donne? Non volli sapere nient’altro. Ne avevo abbastanza. Fatti loro. Basta. Non ne volli sapere più nulla. Una cosa fu certa: mi sarei sempre mantenuta a distanza di sicurezza dalla Strega e sperai che i miei peli non crescessero mai.

19- Maria

Riunione straordinaria.

La suora-capo ci riunì nella sala tv.

“Bisogna applicare delle modifiche all’interno della nostra casa.

Ci sono alcune bambine piccole per le quali si rende necessario l’intervento di quelle più grandi. Quest’ultime dovranno badare alle prime come se fossero le loro personali sorelle maggiori. Dovranno rispondere dei loro bisogni affettivi e fisici. Saranno del tutto responsabili di esse.”

Solo dopo questo discorso notai la presenza di una decina di bimbe tra i due e i tre anni.

Erano sempre state là eppure non le avevo notate. Come se fino ad allora fossero state trasparenti per me.

Quanto mi aveva reso il cuore freddo la vita in orfanotrofio.

Mi vergognai del mio egosimo.

Le ragazze piú grandi furono chiamate una per una e a ognuna di loro fu affidata una bimba specifica.

“Clara, ti occuperai della piccola Maria”.

La notizia mi colse del tutto impreparata. Caddi dalle nuvole. Non ero di certo tra le più grandi. O si?

Non conoscevo la mia età effettiva ma alcune mie compagne erano senza dubbio maggiori di me. Perchè loro non erano stare chiamate? Forse perché ero di temperamento tranquillo? Per i miei ottimi voti scolastici?

Non ebbi tempo per riflessioni più accurate perché la donna mi guardò in attesa di una mia reazione. Le rivolsi uno sguardo interrogativo.

“Cosa c’è stato di non chiaro nel discorso che ho fatto? Le dovrai fare da madre, ecco tutto. Ora su, vai da lei. Inizia fin da ora a prenderti cura della bambina che ti è stata affidata.”

Ubbidii. Interdetta. Maria. Mi capitava di pregare una certa Maria ed ecco che come risposta alle mie richieste mi si imponeva di accudirne una…Strano l’evolversi della mia esistenza. Bloccai il flusso dei miei pensieri. Due enormi occhi marroni mi accolsero con gratitudine.

Fissai quel visetto infantile. Aveva le narici lucide di un trasparente muco liquido che le finiva in bocca. Fui nauseata da quella vista. Pulirle il naso sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto; appena fosse stato possibile, perché il monologo della suora non era terminato.

“Quante non sono state chiamate possono andare”.

La stanza si svuotò di gran parte delle sue occupanti. Grandi e piccole fissammo la direttrice cercando di presagire quanto sarebbe accaduto. Le grandi per curiosità, le piccine per timore dell’autorità che parlava.

“Avete domande?”.

Le rispose solo il nostro silenzio.

“Stiamo cercando di togliere a tutte il pannolino. Nessuna, di fatto lo indossa più. Tuttavia la maggior parte di esse non ha ancora il contrallo della vescica. Dovete stare attente a pulirle durante il giorno. Dovete essere una figura di suppoto per loro. Il vostro dovere incomincia all’alba e termina la sera. Ricordate sempre che avranno bisogno del vostro affetto. Cercate di portare avanti questo nuovo compito con assiduità e consapevolezza, come se foste le loro mamme. Ora potete andare”.

Presi la piccola Maria per mano e la condussi ai bagni.

“Devi fare pipì?”. Scosse la testa. La avvicinai ai lavandini.

Prenderla in braccio per la prima volta mi fece effetto. Mi sembrava cosí fragile. Se mi fosse caduta perché non l’avevo presa bene?

Non c’era spazio per timori. Avrei dovuto imparare da sola. Non era una novità. Le pulii il naso come se lo avessi fatto per tutta la vita. A mani nude, facendo portar via dall’acqua l’immensa quantità di muco che lei aveva soffiato via dalle narici. Sembrava non finire mai. Le detersi tutto il visetto. Non si lamentò. Si lasciò fare quanto ritenevo necessario. Mi fece tenerezza. Molto piú piccola di me e con lo stesso bisogno di amore e di attenzioni. Pensavo fosse così; la maturità di oggi mi ha insegnato che il suo bisogno era maggiore. Non potevo saperlo. Ero troppo concentrata su me stessa.

Io e Maria ci guardammo negli occhi e poi ci sorridemmo. Sembrava così felice del tocco delle mie braccia, del mio calore, delle mie attenzioni. Inconsapevolmente le donavo sensazioni che erano come acqua per il piccolo fiore che era. Ci legammo l’una all’altra. Uno sguardo. Null’altro. Non ci fu bisogno di nient’altro.

Mi piacque la mia nuova responsabilità. Avrei fatto del bene e mi avrebbe tenuto la mente occupata. Una sola titubanza mi turbava un pochino: come avrei potuto essere una buona madre, o almeno, tentato di esserlo se io stessa non ne avevo avuta alcuna? Ero una bambina; non mi era stato chiesto troppo?

Vedere Maria così piccola e indifesa attivò la mia sensibilità verso gli altri. Iniziai a focalizzare non solo i miei bisogni e i miei desideri ma a preoccuparmi per quelli degli altri. Anche se non aveva la mia stessa acerba consapevolezza, di certo le sue carenze affettive dovevano essere più forti delle mie. Decisi di amarla e darle quanto era in mio potere. Mi sarei comportata come Leidy aveva fatto con me. Le avrei insegnato i trucchi per lo sviluppo in orfanotrofio. Con una differenza: avrebbe avuto tutto il mio affetto e non solo un rispetto giustificato dalla condivisione di comuni dolori. L’avrei amata come io stessa desideravo essere amata.

Superate le prime difficoltà, imparai a gestire il tempo in modo di rispondere ai bisogni della piccola e contemporaeamente rispettare i miei vecchi obblighi quotidiani.

Con un certo disappunto scoprii che la mia protetta era davvero piagnucolosa. Il suo pianto era continuo e improvviso. Perchè prima di allora non lo avevo mai sentito? Mi capitava di dover correre sia di giorno che di notte per calmarla. Con un certo sforzo a forza di rimproveri, assenze alle sue chiamate e schiaffetti, le feci capire che le lacrime non costituivano il giusto mezzo per richiamare la mia attenzione. Maria capì e imparò a controllare le sue crisi di pianto. Finalmente convinta che io sarei sempre stata al suo fianco si calmò.

Fu bellissimo vederla sbocciare grazie alle mie cure.

Occuparmi di lei fu un efficace lenitivo per la mia anima ferita.

Avevo finito per accettare il fatto che non avrei mai avuto dei genitori.

Il fatto che mi avessero affidato la piccola Maria non era forse un messaggio indiretto per dirmi che ormai ero troppo grande per poter essere adottata? Mi si dava l’opportunità di essere madre perchè questo sarei diventata una volta uscita da quelle mura. Avrei saltato lo step del ruolo della figlia. Non mi era destinato.

Presi a pensarla in questo modo. Mi convinsi che fosse vero. La mia vita sarebbe continuata. Sarei andata comunque avanti. Ok, non sarei uscita da quella casa sottobraccio a due genitori. Ne sarei uscita da sola. Maggiorenne. Avrei comunque dovuto iniziare la vita da zero. Avrei comunque iniziato la mia vita. Mi incoraggiavo da sola. Solo qualunque aspettativa perdeva colore senza la presenza di una famiglia tutta mia. Questa consapevolezza mi addolorava terribilmente. Un dolore profondo, muto, inespresso.

Nonostante tutto questo, una minuscola lanternina era custodita dentro di me, nascosta dietro al mio pessimismo. Piccina, minutina eppure sempre accesa. Lo so perchè la vedo oggi, anche se in quei momenti io non ne ero consapevole. Non avevo accettato il fatto che per me non ci sarebbero mai stati un padre e una madre; mi convincevo di averlo accettato.

Nulla di tutto questo mi impedì di sentirmi soffocare dalla gelosia.

Una gelosia talmente intensa da farti uscire le lacrime dalla disperazione.

Una gelosia che diventava rabbia. Rabbia che ti mangiava dentro.

Veder andare via qualcuna di noi e poi non vederla tornare mai più significava solo una cosa: era stata adottata.

Mi ritrovavo a indirizzare tutto il mio odio verso la fortunata di turno. Stringevo i pugni fino a farmi male, sentivo le lacrime scendere dolorosamente dalle mie guancie sul mio cuscino e con rabbia mi chiedevo:

“Perché lei si e io no?”.

18- vacanze e libera fantasia

I nostri pomeriggi domenicali al parco erano caratterizzati da una relativa libertà. Avevamo una bicicletta e due paia di pattini che dovevamo condividere tutte.

L’attrezzo a due ruote era un enigma per me. Mi chiedevo come facesse la gente a trovare l’equilibrio per non cadere. Più che un’abilità mi sembrava un potere magico il saperla utilzzare.

I pattini mi piacevano ma il dover litigare con le altre per poter avere un solo pattino che avrei potuto utilizzare per dieci minuti non mi appariva producente. Preferivo sfogarmi con giochi di movimento.

Quelli erano i pomeriggi durante i quali io e mio fratello potevamo tornare a giocare come i vecchi tempi.

Una giornata in particolare iniziò a girare un pettegolezzo che ci infervorì tutti.

“Sentita la novità?”,

“Javier io non credo alle fesserie che stanno girando. Ma ti pare che cambiamo casa e che ci danno una villa con bosco e piscina!? Non è possibile!”,

“Suly, dillo anche tu a mia sorella che lo hai sentito dire dalle suore che hanno ordinato alle donne di casa di preparare i bagagli”,

“Clara, tuo fratello ha ragione. Sono uscita per ultima perché dovevo andare in bagno e ho pure visto le valigie tirate fuori per l’accasione. Ho saputo che i costumi da bagno ci sono stati regalati non so da chi, ma ho visto un bustone trasparente che è arrivato proprio mentre voi venivate qui al parco! Sono sicurissima che erano proprio costumi da bagno!”,

“Forse ci portano a un parco divertimenti che ha giochi d’acqua”,

“Nooo! Perché sei così cocciuta! La novità era troppo interessante per questo ho teso le orecchie per benino e sono rimasta a sentite tutto! Una famiglia ricca ci lascerà la loro tenuta per un intero mese! Prima andranno i maschi, poi noi; faremo un po’ per uno. Vedrai che ci diranno qualcosa quando torneremo a casa”.

Guardai scettica Suly. Mio fratello mi fissava per vedere la mia reazione. Io alzai le spalle. Lui mi ricambiò lo stesso gesto.

Giunse la sera e non fummo informate di alcuna novità. Andai al letto pensando che Suly era proprio una cantastorie.

“Sveglia! Su, che dovete partire! Chi fa tardi se ne resta a casa in punizione!”.

Mi svegliai di botto e saltai giù dal letto. Possibile che Suly avesse ragione?

Quasi avesse il potere di leggermi nei pensieri mi si parò davanti.

“Chi è che si inventa le cose? Hai visto che ho ragione! Oggi raggiungiamo tuo fratello in villa!”, gridò tutta entusiasta.

A pensarci bene era un po’ che non avevo visto mio fratello. Avevo supposto che i maschi fossero stati messi in punizione per aver combinato qualche grosso guaio. Effettivamente, però non potevano averli reclusi in casa per più di dieci giorni. Se pure fosse stato così, almeno in chiesa avrei visto Javier. Sarebbe stato inconcepibile saltare la celebrazione domenicale. Era più facile che i maschi venissero murati vivi dentro la chiesa che non il contrario. Dovetti ammettere che l’antipatica Suly doveva aver ragione. Paziensa. La scoperta mi rese euforica.

Fu una sensazione stupenda avere una novità dopo anni e anni di ripetitività.

La follia positiva contagiò tutti, persino le adulte e le suore erano contente.

Il viaggio per arrivare alla nuova destinazione fu meraviglioso. Ridevamo tutte, cantavamo a squarcia gola. Strano ma vero: non vomitò nessuno.

Già solo la vista del grosso cancello della tenuta ci lasciò a bocca aperta. Un robusto cancello di robusto ferro battuto si aprì al nostro arrivo. Magia. La bellezza che ci si rivelò ci lasciò senza fiato. Mi sentii come un bambino di fronte alla fabbrica di cioccolato. Avevamp tutte il viso appiccicato alle finestre dell’autobus, con Il naso schiacciato sul vetro per poter meglio ammirare quel paese dei balocchi. Il silenzio per una attimo fu assoluto.

“Bè, non vuole scendere nessuno?”.

Non ci eravamo neppure accote che l’autobus si era fermato e terminato la sua corsa.

La frase determinò il caos assoluto.

Tale fu la frenesia che ci trovammo quasi bloccate tra lo stretto corridoio dei sedili. La gioia era troppa per rovinare il momento. Senza litigare ridemmo tutte. Le suore diressero il traffico con maestria e riuscimmo a scendere tutte. Compatte ci dirigemmo verso la bella casa. Un tenero prato inglese ci accolse dolcemente. Gli alberi e i fiori erano di una bellezza mai vista. Incantate, procedevamo a passi lenti sul viottolo di rocce. La villa era davvero maestosa. Inutile dire quanto fosse bella. Al suo fianco scoprimmo una grossa piscina. La vista di quell’acqua cristallina che brillava al sole faceva venire voglia di gettarsi dentro di essa senza alcun timore. Peccato non sapessi nuotare. Avevamo gli occhi ubriachi di meraviglie. Dinnanzi alla casa, alla sua destra, sorgeva una piccola e perfetta imitazione di essa. Era a misura di bambino. La circondammo per analizzarla. Il suo interno era stupefacente. Era pieno zeppo di giocattoli. Fissammo quel tesoro con l’acquolina in bocca. Una casa piccina strarripante di giocattoli. Il sogno di qualunque bambino.

“Spiacente ragazze. Potrete fare tutto quello che volete in questa proprietà ma dentro questa piccola meraviglia non potete mettere i piedi. I padroni di casa si sono raccomandati che i giochi dei loro figli non siano toccati. Spero sia stato chiaro per tutte”.

Quanto invidiai quei bambini fortunati!

Quanto sarebbe stato semplicemente perfetto essere stata una loro sorella! Con tutta me stessa in quell’attimo pregai affinchè fossi adottata dai propretari di quella tenuta da favola. Un richiamo mi distolse dalle richieste che stavo facendo all’altissimo.

“Clara”, mio fratello mi tirò per la manica, “Vieni a stare un po’ con me perché tra un po’ ci riporteranno a casa”.

“Hai visto dove ci hanno portati!? Non è stupendo?”

“Il brutto è andare via…”

“Come siete stati? Raccontami tutto!”

“Potete fare il bagno tutti i giorni. L’acqua in piscina è bassa perché è stata fatta per dei bambini. Dietro la casa c’è un bosco con un bel corso d’acqua. Anche lì l’acqua è uno spettacolo! A te conviene la piscina perché non sai nuotare. Ci sono anche un sacco di alberi da frutto. A noi non hanno permesso di toccarli. Voi provate a chiedere se potete mangiare qualcosa . Capace che siete più fortunate”

“Mi sembra quasi incredibile! Peccato non poter usare i giocattoli di quella casetta…”

“Io ci sono entrato e ci ho giocato!”

Lo guardai sbalorbita.

“Ci sono potuto entrare solo io. Sono stati tutti invidiosissimi! Ti devo dire una cosa: i padroni di casa vogliono adottarmi! Gli sono piaciuto tantissimo e hanno promesso di prendermi con loro!”.

Mi guardò con il sorriso più bello che avessi mai visto su quel viso bello come quello di un bambolotto. Notizie che mi bloccarono il cuore in petto.

Peccato avesse parlato solo di se stesso. Non potei condividere il suo entusiamo. Ebbi, ansi, un attimo di paura.

“E io? Adotteranno anche me?”

Mi guardò interdetto.

“Tu sei mia sorella. Dovranno per forza prendere anche te!”

Non riuscii proprio a condividere la sua positività.

“Non so se io gli piacerò come hai fatto tu…e se quello che dici è vero allora perché Ted non sta quì con noi?”

Mi guardò addolorato. Gli avevo guastato la giornata.

“Tu rovini sempre tutto! Ci vediamo tra quindici giorni”

“Sempre se non sei stato adottato. Forse non ci vedremo mai più! Addio!”.

Le mie parole lo ferirono maggiormente. Se ne andò senza ribbattere. Giunto a una certa distanza si rigirò verso di me.

“Forse sarebbe meglio così”.

Fu la mia volta di soffrire. Accettai quel dolore. Me lo ero cercato. Mi rammaricai di non aver gioito del racconto di mio fratello. Benchè avessi pregato di entrare a far parte della famiglia dei propretari del paradiso in cui ero stata condotta, avevo la sensazione che il mio desiderio non si sarebbe mai avverato.

“Che hai detto a tuo fratello? Non ha voluto nemmeno salutarmi…Che hai combinato?”

“Suly, fatti gli affari tuoi!”

“Cavolo, come siamo nervosette! Non sei contenta di stare qui? Ok, Lasciamo perdere. Dai, vieni, stanno distribuendo i costumi da bagno!”.

Mi lasciai tracinare dalla mia compagna. Mi trovai un pezzo di stoffa tra le mani. Era rosso a pois neri. Aveva delle balze sulla pancia. Sorrisi. Il primo costume della mia vita superava tutte le mie aspettative. Guardai Suly. Le donai uno sguardo di gratitudine.

“Dai, andiamo a cambiarci e buttiamoci in acqua!”

Mi trascinò dentro casa come se già la conoscesse.

“Io non so nuotare”

“Perché è importante per poter giocare in acqua bassa?”.

Abbandonai le mie stupide resistenze e mi spogliai per indossare la mia tenuta da piscina.

Javier aveva avuto ragione. Fu quasi doloroso lasciare quella villa. Le giornate là dentro furono da favola. Ci permisero persino di cibarci del frutteto. Fare merenda prendendo direttamente dall’albero fu un’esperienza emozionante. Cibo a portata di mano per tutto il giorno. Fummo devastanti come uno sciamevdi cavallette. Nessuno si lamentó della cosa.

Il viaggio di ritorno fu silenzioso e triste. Eravamo dovute andare via dal paradiso in terra. Ci sarebbe mai capitata un’esperienza simile? Sognai un pochino sull’autobus. Immaginai di essere adottata dai proprietari della villa. Avrei avuto a disposizione quel ben di Dio in qualunque momento dell’anno. Avrei avuto tutto. Il meglio del meglio. E soprattutto due genitori. Sarebbe stato semplicemente perfetto.

La nostra casa aveva subito delle trasformazioni in nostra assenza. Al nostro arrivo c’erano ancora un paio di muratori e l’idraulico. Ciò comportò due scoperte che mi scombussolarono la vita. Mi presi una cotta terribile per uno dei muratori e scoprii di avere una gemella. E se dico gemella, dico gemella. Non una banale somiglianza, ma uno sbalorditivo doppio di me stessa. Come vedermi allo specchio.

Avevo notato che l’idraulico mi aveva guardata come sconvolto. Sapevo di non essere uno spettacolo. La sua reazione mi portò a credere che dovevo essere proprio brutta per farlo reagire a quel modo. Rassegnata di questa verità, cercai di evitarlo. Più io mi sforzavo di non incrociarlo più i suoi occhi erano su di me.

Il giorno seguente l’uomo portò la figlia al lavoro con se. La presenza della bambina portò lo scompiglio nell’orfanotrofio. A me sconvolse. Ci fissammo a bocca aperta. Era incredibile. Eravamo ciascuna la copia dell’altra. Una vera e propria riproduzione. Un’unica differenza erano i capelli, lei li aveva lunghi e io corti. Restammo immobili, pietrificate dalla sorpresa a fissarci. Il padre la richiamò. Fu la prima e l’ultima volta che la vidi. Un breve e semplice contatto che ricordo ancora per le strane sensazioni che mi provocò vederla. È sconvolgente trovarsi di fronte ad un sosia perfetto di cui non si era mai sognata l’esistenza. Fu come scoprire di non essere unica nel mondo. Una sensazione che non trovai affatto piacevole.

Tralasciata la sensazione di non esclusività mi trovai a pensare che lei avrebbe potuto essere veramente una mia sorella. Se mia madre si fosse sposata con l’idraulico e lei fosse stata la figlia avuta insieme a lui? Di sicuro l’uomo le avrebbe parlato dello strano caso di una sosia della bambina e allora mia madre si sarebbe ricordata di me e mi sarebbe venuta a prendere…Una famiglia…Con la mia vera mamma…si, quando mai! Mi sentii una sciocca per aver fantasticato avvenimenti tanto bizzarri.

Fu difficile non pensare piú allo strano incontro: in casa e per anni tutti mi diedero un sopranome. Niente di originale o simpatico: la figlia dell’idraulico.

Passarono i giorni e poi le settimane. Mia madre non si ricordó di me e non mi venne a prendere. Già, dovevo mettermelo ben in testa: mia mamma non voleva aver piú niente a che fare con me; se lo avesse voluto veramente mi avrebbe già riportata a casa. Per lei, ovunque si trovasse, non ero nient’altro che un lontano ricordo. Sarebbe stato saggio ricordare che anche lei, per me, era solo un lontano ricordo..meno, a dila tutta: non la ricordavo affatto.

L’inaspettata vacanza aveva tolta i freni inibitori alla mia fantasia sfrenata. Avrei dovuto smetterla. Mi sarei fatta solo del male ad avere solo falsi riscontri con la vita reale. Il mio cuore non brontolava: cantava a squarcia gola. Avrei dovuto zittirlo di nuovo.

17- attesa e gelosia

Anni. Anni. Anni e ancora anni che vivevo in quello stesso orfanotrofio. Decisamente troppi.

La ripetitività delle giornate, dei mesi e infine degli anni aveva iniziato a logorarmi.

Lentamente iniziai ad abbandonare i miei sogni.

La mia unità di misura era rappresentata dalle settimane: aspettavo la domenica perchè era il giorno più bello della settimana; il cibo era migliore , più abbondante e soprattutto si poteva finalmente mangiare un po’ di carne. Era il giorno in cui ci portavano al parco di quartiere.

Altro mio metro era il Natale. Inutile quanto fosse significativo e meraviglioso per me. Più del Capodanno per me rappresentava la fine del vecchio e l’inizio del nuovo. Immersa nella gioia del clima natalizio focalizzavo la mia attenzione sul cibo e sui regali; ma la delusione prendeva il sopravvento ogni ventisei dicembre. Un altro anno era possato e non ero stata adottata. Ne ero rattristata. Non mi interessava che data fosse, semplicemente un altro anno era passato e i miei genitori adottivi non erano arrivati.

Per anni, ogni notte, a occhi aperti, prima di cadere nel sonno, avevo ripetuto la stessa identica bramata fantasia. Il mio appuntamento quotidiano con il mio sogno più grande: un uomo e una donna. Una coppia di sposi che mi stringevano in mezzo a loro. Un abbraccio così desiderato che mi sembrava quasi di poterlo sentire tra il tepore delle coperte. Immaginavo che il pensare a loro sarebbe servito a renderli reali. Li avrebbe avvicinati a me.

“Siamo venuti a prenderti”.

Che meraviglia!

Da brava bambina cattolica confidavo nella piena collaborazione del Signore perciò ogni domenica, da anni, solo una preghiera; sempre la stessa:

“Fammi avere una mamma e un papà”.

Il Signore doveva essere stato davvero indaffarato dalle troppe richieste.

Non sembrava ascoltare le mie parole.

Delusa dall’inesorabile e crudele passare del tempo smisi di pregarlo.

Basta attese che non sembravano essere o voler essere esaudite.

Un sogno ripetuto un po’ troppe volte senza che venisse realizzato.

Anni e anni a sperare senza che arrivasse nessuno per me e per mio fratrello.

Troppa la mia fame. Solo non era la mia pancia a brontolare. Era il mio cuore a lamentarsi.

Cosa fa un cuore quando non viene ascoltato?

Unica maniera per frenare le inutili attese e celarle sotto nuove convinzioni.

Fissare nella mente un’idea che frenasse il brontolio del mio cuore.

Mi convinsi di una cosa: non ci voleva nessuno.

Le mie speranze, lentamente, finirono per spegnersi.

Frenai tutte le mie fantasie da orfana. Basta ai sogni irrealizabili. Smisi di immaginare una famiglia tutta mia.

Il mio cuore lentamente e non senza ribellione diventò silenzioso.

Una volta ritenute utopiche le figure di una madre e un padre, presi ad andare agli incontri con le assistenti sociali con una certa freddezza. Persi tutto l’entusiasmo nel rispondere alle loro domande. Possibile che non capissero che quegli stessi quesiti, una volta amati, ora mi procuravano solo dolore?

Mio fratello non aveva perso il suo entusiasmo. Suppongo che sia questo il motivo per cui le sue risposte ebbero maggiore riscontro con ciò che il fututo aveva in progetto per noi.

Questa volta era una donna magnificamente truccata ad interrogarci. Aveva il volto dipinto con tutte le tonalità di rosa esistenti al mondo. Fissai incantata quel viso femminile.

“Allora..”, lesse i nostri nomi sul fascicolo, “..Maurizio e Clara…Come state bambini? Tutto bene? Vi trattano bene nell’istituto a cui siete stati affidati?”

“Si”.

Non ero mai riuscita a capire la ragione di questa domanda. Se avessimo risposto di no, cosa avrebbero fatto? Visto che era proprio lì che ci avrebbero ricondotto, quale ragione avevamo di ammettere le esagerazioni nei comportamenti degli adulti che erano responsabili di noi?

Una volta un bambino aveva ammesso quanto le sorveglianti alzassero le mani e che obbligassero a saltare i pasti come punizione a determinati comportamenti.

Le suore ricevettero un richiamo.

Il poveretto ricevecette da quelle stesse brave donne di chiesa la giusta punizione per la sua lingua lunga.

Io e mio fratello eravamo abbastanza furbi da non metterci in una situazione simile.

Da dire che personalmente non avevo problemi in casa. Avevo raggiunto un equilibrio pressochè perfetto: le mie compagne non mi infastidivano, le suore non si curavano di me, mangiavo il dovuto, ero pulita, stavo bene…Stavo fisicamente bene. Non volevo ammetterlo, ma mi mancava solo una famiglia.

“Quale tipologia di famiglia preferireste: padre e madre, o l’uno o l’altro?”

“Io preferisco averli entrambi”,

“Io preferisco vivere solo con una mamma. Io e Javier abbiamo vissuto con papà e non è andata per niente bene; la donna è più brava con i bambini”,

“Ma in casa serve un uomo! Perché devi fare a meno di un papà? Il nostro papà adottivo non sarà come il nostro vecchio! Sarà il papà perfetto!”.

Come potevo ribattere all’energia di mio fratello? Rimasi in silenzio ad aspettare la domanda seguente. Che importanza potevano avere le nostre parole?

“Dove vorreste vivere?”

“In qualunque posto. L’importante è che sia un luogo che ha la neve”

“Io vorrei vivere vicino a Topolino”.

Non ero pazza semplicemente sognavo di vivere nei pressi di Disney Land. Allora non sapevo neppure che si chiamasse così. Era un luogo fantastico che mi capitava di vedere nell’unico calnale televisivo che ci era permesso vedere. Ne ero rimasta affacinata ed era un posto che avevo preso ad amare.

“Non avete gli stessi desideri. Non volete vivere insieme?”

La guardammo interdetti. Era sottinteso che nessuno voleva fare a meno dell’altro; però aveva ragione, quali aspettative dovevano avere la precedenza?

“Anche a me piace la neve e tutto sommato mio fratello ha ragione: meglio avere una madre e un padre”. Ritenevo questo chiaccherare sterile, rispondevo per educazione. Senza entusiasmo.

La donna ci sorrise e con un cenno approvò quanto avevo appena detto.

Durante il viaggio di ritorno a casa mio fratello fu frenetico. Era in attività continua, o si muoveva o parlava. Non mi lasciò un momento di quiete.

I colloqui con le assistenti sociali avevano il potere di caricarlo. A me avevano iniziato a fare l’effetto contrario. Mi sentii depressa e inconsolabile.

Quando la suora intimò a mio fratello di tranquillizzarsi altrimenti lo avrebbe lanciato fuori dalla macchina in corsa, la ringraziai mentalmente. Sentivo davvero bisogno di tranquillità.

Il fatto che fosse venerdì mi incupì di più. Si avvicinava la domenica.

Sentii che stavo iniziando ad innervosirmi.

Di solito la domenica pomeriggio la si impegnava al parco; nelle circostanze più fortunate a vedere qualche spettacolo teatrale o circense; il massimo era quando ci portavano allo zoo e al parco divertimenti. Capitava, tuttavia, di dover restare a casa. Questo obbligo mi pesava come una tortura.

La domenica pomeriggio per alcune bambine rappresentava il giorno di visita.

Le bambine non dichiarate in stato di abbandono assoluto avevano la possibilità di vedere i genitori una volta a settimana.

Da principio ero del tutto indifferente a quest’evento.

Il fatto che i miei genitori adottivi non giungessero mai mi aveva cambiata.

Ero diventata talmente gelosa di quelle bambine che avevo preso ad odiarle. Di nascosto, spiavo i loro incontri. Con gli occhi cercavo di rubare parte del loro amore. Fissavo quasi soffrendo i loro abbracci, le loro carezze. Il loro bisbigliare piano piano mi infastidiva. La loro intimità mi sembrava un affronto. I giocattoli, i dolci e qualunque regalo quelle bambine ricevessero mi sembravano un ingiustizia verso tutte le altre che non potevano essere partecipi di quei momenti.

Ero troppo piccola per capire che quelle stesse bambine di cui io ero così invidiosa stavano sulla mia stessa barca.

Io soffrivo perché non avevo una madre e un padre. Loro soffrivano perché li avevano ma non potevano averli con sé e viverli nel quotidiano.

L’unica cosa che quelle mie occhiate ingenue riuscivano a vedere, non era una carenza condivisa, piuttosto piccoli e brevi gesti di amore che a me mancavano come l’ossigeno.