Noi genitori moderni.

Essere ciò di cui hanno bisogno. Madre. Amica. Insegnante. Alleata. Nemica persino. Tutto e quanto possibile. Semplicemente migliore…Si ma in definitiva migliore di cosa?…Non ho voluto marcare confini rigidi  o prestabiliti. Odio i muri e non ho voluto averne. Distanza zero. Un’anarchia positiva, così mi ero detta o così avevo pensato…Le dodici fatiche di Ercole in confronto sono state una passeggiata: le imprese di un genitore non hanno numero e hanno un solo nemico: si smette solo quando si chiudono gli occhi. Non parlo di notti: anche nel sonno e nei sogni si continua ad essere genitori; parlo del sonno definitivo, quello che fa cessare ogni pensiero…Per questo lo chiamano riposo eterno?

Essere figli non è una scelta. Essere genitori si. In passato mi hanno regalato un pensiero molto personale:  mettere al mondo un figlio sarebbe un atto di puro egoismo. Mai frase fu più sbagliata, secondo la mia piccola e banale opinione:  le mie stesse ossa si sono private di calcio per lo sviluppo di ogni figlio. Sangue che ha nutrito sangue. Cellule del mio corpo che si sono sacrificate per crearne di nuove. Sono stato cibo per ogni bambino cresciuto dentro di me. Un mio dare continuo e un loro ricevere durato mesi. Il mio corpo si è deformato per loro, si è spezzato per quel primo respiro. Li ho nutriti dentro e fuori di me. Un miracolo; sbalorditivo, ma il cui prezzo cresce col crescere di un figlio. Le fatiche di una volta sono nulla in confronto ad oggi. Allattamento, notti insonni…Piccolezze rispetto alle difficoltà odierne. La fatica del corpo è diventata una fatica mentale che sfianca, annienta.

L’assenza di limiti ha confuso le mie già confuse figlie in pubertà. Oggi vorremo essere tutto per i nostri figli: medici, psicologi, insegnanti…Tutto il possibile quando in realtà siamo piccoli per un’impresa titanica. Vogliamo sentirci grandi. Paladini e supereroi. Proteggere ma alla giusta distanza. Non per noi ma per quella giovane persona che sta crescendo: un bozzolo che diventerà farfalla. Camminiamo a passi leggeri, senza fare rumore; portando un rispetto ed una sensibilità che i nostri figli non ricambiano. Quasi ciechi dei nostri continui sforzi. Chiedono molto ma alle nostre richieste sono volentieri sordi. Ci siamo strappati il cuore dal petto e lo abbiamo esposto, pensando fosse la scelta giusta. Perché i nostri figli devono conoscere ciò che siamo…E così ci ritroviamo esposti ed indifesi di fronte a ciò che più amiamo ed è ciò che amiamo a saper ferire nella maniera più profonda.

Sto affrontando la fase più difficile. Quella in cui la voce dei giovani coetanei: gli amici, conta più della mia; il tempo di demolizione dei bambini che sono e ricostruzione degli individui che saranno. Ho l’impressione di voler afferrare sabbia che mi scivola via dalle mani e piú mi sforzo più lei scivola via veloce. Mi sembra di non aver valore per chi, per me, è tutto. Ho insegnato loro a chiedere aiuto perché ad ogni richiesta lo riceveranno senza alcuna esitazione ma prendono le distanze quando è la mia voce a chiedere collaborazione. A volte mi sento muta ed invisibile davanti a loro. 

I nostri genitori avevano e hanno la fortuna di avere un ruolo e una posizione ben stabilità e noi figli sapevamo comportarci. La distinzione tra bene e male era chiara. Sapevamo esattamente dove erano i nostri limiti e se sbagliavamo sapevamo esattamente di stare in fallo. Se arrivava lo schiaffo, dentro noi stessi ammettevamo: “Me lo sono meritato”.  A ferirci di piú, tuttavia, erano gli occhi delusi dei nostri genitori: la nostra stessa vergogna ci bruciava dentro molto di più rispetto ad una guancia rossa. La questione forse è proprio questa: noi genitori di oggi non sappiamo cosa e come essere. Ci piace pensarci malleabili, moderni, comprensivi e comprensibili. In realtà non sappiamo proprio nulla. Siamo templi con colonne fragili e i nostri figli sembrano averlo capito. Non ci riconosciamo e così anche i nostri figli non ci riconoscono.

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