Io e loro

Descrivi un cambiamento positivo che hai apportato nella tua vita.

Avevo messo da parte me stessa per dare la precedenza ad ogni membro della mia famiglia stupenda famiglia. L’ho fatto con amore ed intenzionalità: volevo che ognuno di loro fosse il centro del mio mondo.

Il mio principio primo era accrescere la loro autostima e sicurezza.

Li ho abituati a venire prima di me, delle mie necessità e dei miei desideri.

Li ho viziati di attenzioni perchè avevo il desiderio che si sentissero liberi di essere se stessi e sicuri di poter parlare di tutto con me.

Distanza zero tra me e loro. “Tutto è possibile”, era il principio delle nostre giornate. Perché volevo motivarli, crescerli sicuri. Così come: “ciò che è mio è anche tuo”, perché ritenevo giusto fossero curiosi ma anche rispettosi di quanto apparteneva a me.

Un’assenza di barriere che li ha confusi, perché prendevano senza chiedere, lasciando solo orme di disordine dietro ogni loro passo.

Li ho abituati al si,  così che hanno iniziato a dare tutto per scontato.

Ero diventata il genio della lampada: “chiedi e ti sarà dato”.

Un bambino che sa di poter avere tutto non smette mai di chiedere: diventa tutto solo una triste e noiosa abitudine. Pretenziosità.

Ho capito di dover mettere distanza tra me e loro. Dei limiti.

Il  “no” esiste, dovevano scoprirlo anche loro e ancora più importante, parlare anche di ciò che desideravo io.

I miei figli avevano finito per scambiare il mio ruolo di madre con quello di un’amica.

Colpa mia e della mia impostazione troppo amichevole e complice nei loro confronti. Li ho confusi, di nuovo, lo ammetto.

Essermi annullata è stato uno svantaggio: mi ero persa: avevo smesso di curare me stessa. Non avevo spazi tutti miei.

Non esisteva il: “questo è mio, non devi toccarlo”, “ho voglia e necessità di stare da sola. In silenzio”.

In un mondo dove tutto è concesso, a distanza zero,  si perde l’interesse e  la reciprocità.  Ero finita per diventare solo un mezzo attraverso il quale ottenere. Avevano perso il desiderio di avere per il gusto di avere e sostituito con la necessità, sbagliata, di avere sempre.

I miei figli erano diventati dipendenti dell’avere. Alla ricerca continua di  qualcosa di nuovo da aprire o scartare. Un momento solo e breve di cui ci si dimenticavano subito. Come dei fiammiferi. Si accendevano per poi spegnersi immediatamente. L’avevo creata io quella dipendenza: il pretendere di avere sempre ad ogni richiesta.

Si tende a voler per i propri figli quel che non si ha avuto.

Io ho sbagliato in questo perché  avevo dato alla materialità troppa importanza, senza essermene resa conto.

Si perde anche il rispetto.

Un bambino pretenzioso e viziato sa solo urlare più forte se la sua richiesta è inascoltata. Non scende a patti e ti vede solo come un mezzo. Diventi solo un tramite tra desiderio e la pretesa momentanea. Perdi valore. Il mondo perde valore. Salgono solo le grida di chi pretende.

Capito il mio grosso errore, ho lasciato urlare e ignorato le continue richieste. Dire semplicemente di no era inutile: sarei stata inascoltata. Ho fatto sfogare liberamente la frustrazione e la rabbia derivanti dalla mia negazione e una volta che i miei figli  hanno ritrovato la calma ho dato la giusta spiegazione.

Ho aperto loro gli occhi e così facendo i loro cuori e con in sottofondo la giusta tranquillità, loro hanno capito e accettalo la scelta.

Ora ottengono molto meno.

Dal ricevere e avere meno abbiamo ora di più. Valutano le loro richieste. Godono di ogni dono e mi vedono per ciò che sono sempre stata.

Ora sanno che non esistono solo le richieste dei figli ma anche quelle di mamma e papà.

Alla loro disponibilità risponde la nostra.

Si, fanno ancora fatica perché non capiscono né accettano il “devi fare come dico io perché sono tua madre”, “ora devi stare zitto, abbassare la voce ed ascoltare perché sono tua madre”, “devi mettere a posto, adesso, semplicemente perché ti sto dicendo di farlo”. Da bambini in pubertà devono ancora imparare a capire il mondo e se stessi. Sono in un’età in cui si hanno i piedi come su sabbie mobili, si lotta con ormoni. L’età della trasformazione.

Una lotta. Una rivoluzione. Per tutta la famiglia. Si cresce insieme, cercando di evitare i vecchi errori, di trovare le giuste strategie alla giusta distanza. Perché ognuno deve avere il giusto spazio e la giusta posizione. Solo dobbiamo ancora capire quale essa sia. È un “lavoro” che impegna  tutti quanti. Una fatica immane. Quotidiana. Crescere. Crescere insieme non è facile. Le difficoltà, in fondo, danno più sapore ad ogni vittoria. Perciò, maniche rimboccate e avanti  alla prossima battaglia! 

Le difficoltà vanno affrontate, qualunque sua la loro dimensione; insegnarlo ai propri figli è più che doveroso.

Mai mi stancherò di dire loro che il mio ruolo di madre è aiutarli ad essere la migliore versione di sé stessi.

Chicci di riso bianco

Quale cibo, quando lo mangi, ti riporta istantaneamente all’infanzia?

Ho sempre avuto un legame particolare con il riso.

Quello semplice. Bianco. Arricchito solo con poche spezie, in modo da poter assaporare il gusto genuino di quei chicchi.

In Colombia il riso è la maggior fonte di carboidrati. Preferiamo il riso al pane o alla pasta e non può mai mancare a tavola. I miei nove anni Bogotà e dintorni hanno segnato questo forte legame; tanto che mangiarlo, mi riporta indietro all’istante e continuo a mangiarlo con gusto.

La mia cucina è al 99% italiana; una cucina più elaborata rispetto a quella colombiana perché la gran varietà di cibo del mio paese natale e il suo sapore sbalorditivo non hanno bisogno di essere marcati da nient’altro.

Tanto di rispetto per i sapori italiani, che adoro, ma che tendiamo a voler sottolineare con spezie e aggiunte varie. Mi spiego meglio: adoro il risotto, di qualunque genere: mare e monti, coi funghi, con la zucca, con gli asparagi…Chi più  ne ha più ne metta; ma per ottenere un buon risultato il riso devi tostarlo, coccolarlo, girarlo, mantecarlo, aggiustare di sapore e fare venire cremoso. Una bella impresa tirar fuori un buon piatto. Certo è soddisfacente. 

In Colombia il riso devi solo lessarlo. Aggiustare con sale e buon appetito.

È il riso a me profondamente famigliare e che mangio sempre con gusto. È certamente il cibo che mi riporta alla mia infanzia.

Lista aperta

Cosa ti innervosisce?

L’egoismo.

Chi vuole avere sempre il piatto più grosso e più pieno e per questo non bada a ciò che ha davanti perché troppo preso a vedere ciò che hanno gli altri.

Chi da per scontati gesti ed attenzioni.

Chi è emotivamente viziato perché non si stupisce né si accontenta, anzi si annoia.

Chi è materialmente viziato perché tutto è facile e di poco valore.

La troppa pigrizia, perché lasciarsi essere pigri è piacevole, ma quando è un’eccezione e non un’abitudine.

Il “fai tu”, “scegli tu” a seguito di una domanda.  Quando chiedo ad una persona cosa vuole, o cosa preferisce e delega a me la decisione mi manda in bestia: se ho chiesto a te è per avere una risposta decisa. Offro libertà di scelta ma spesso non viene compreso. Solo sottovalutato. Quanto sa essere snervante!

Il disordine ma per quieto vivere non chiudo un occhio ma entrambi. Aspetto tempi migliori e tengo a  bada…Più in coma, direi, la mia idea di ordine. Quasi niente è come vorrei che fosse : una guerra persa, perciò mi garantisco il minimo senza troppe perdite da entrambi i lati: non la saggia via di mezzo, ci ho provato, ma troppe teste da mettere d’accordo è solo utopia; perciò a rimetterci è la mia idea di ordine: mi accontento ma ciò non tiene a bada il mio nervosismo: la mia famiglia quanto a ordine è come un’orchestra mal assortita, completamente scordata e disarmonica. Ingoio il rospo, chiudo gli occhi e mi faccio invadere dal seguente pensiero motivazionale: ok, disordinati ma felici e pienamente fiduciosi nei miei confronti.

Ecco come faccio soccombere il mio “nervosismo domestico”.

Odio la mancanza di rispetto. A qualunque età essa appartenga: perché un bambino dovrebbe averla imparata e un adulto averne una chiara idea in testa.

Odio e mi innervosisce chi fa lo stesso errore più volte.

La troppa lentezza mi uccide.

La gelosia. Soprattutto quella ingiustificata. È il più stupido dei sentimenti: una tortura autoinflitta se  infetta un rapporto di coppia. O ti fidi o non ti fidi. Punto. Altra gelosia velenosa è quella generata dall’invidia. Rende stupido chi ne è affetto, si, perché per me è al pari di una malattia infettiva; provo solo pena per chi si lascia trascinare da tanta pochezza. Mi innervosisce quando, a causa di sentimenti così miseri, si applicano misere strategie per colpire il prossimo. Dura poco però, preferisco farmi una risata rispetto a dispetti tanto infantili e come di fronte a bambini evito di farmi trascinare da tanta ignoranza.

I sorrisi falsi. Preferisco essere ignorata che non impalata da una falsità palesemente chiara.

Chiudo qui una lista che potrei continuare ma che lascio aperta per il futuro.

Uno e dieci

Elenca 10 cose che sai essere assolutamente certe.

1- posso cadere, farmi male, anche molto, ma mi rialzerò sempre.

2- se qualcuno mette radici dentro il mio cuore, lì resterà per sempre.

3- aiuterò sempre chi ha bisogno di me, anche se non lo merita, perché non riesco a dire di non ad una inchiesta di aiuto.

4- voglio invecchiare bene. Significa che devo mettere da parte i vizi e coltivare, preferibilmente, tutto ciò che può essere sano per me. Ben inteso, se cadrò nel vizio, ne godrò a pieno, in virtù del fatto che dovrá essere un’eccezione.

5- quando vedo un film ho la lacrima facile. Sarà sempre così. In qualunque momento di pathos. Non mi muovo, non emetto alcun rumore, solo mi scendono gocce dietro gocce. La mia famiglia trova la cosa estremamente interessante perché mi   guardano tutti come se fossi la cosa più curiosa del mondo. Alle lacrime, segue, di conseguenza, un momento di imbarazzo, quando mi rendo conto che tutti gli occhi sono su di me.

6- so essere estremamente romantica quando voglio, ma la vita mi ha portata a preferire la logica. Sono diventata perciò più distaccata e attenta anche se può sembrare il contrario.

7- sono decisa a mantenere la posizione che ho oggi: egocentrica, ma con un’accezione che vuole essere positiva. Io sono al centro della mia vita. Finalmente e di nuovo. Sono tornata ad esserlo dopo una lunga serie di anni in cui mi ero accontentata della posizione di satellite. Solo chi soddisfa per primo i propri bisogni può rispondere in maniera adeguata a quelli degli altri.

8- non permetterò a nessuno di togliermi il sorriso. Non troppo a lungo. Non sono forte abbastanza da evitarlo ma sono decisa a rendere il momento di debolezza il più breve possibile.

9- non smetterò mai di buttare parte dei miei soldi in profumi, trucchi, creme, vestiti, e scarpe, così come non smetterò di cambiare il colore dei miei capelli. Da donna adulta ho i miei giocattoli e non sono disposta a farne a meno.

10- se decido di fare qualcosa la porto avanti attraverso il massimo delle mie possibilità; nel migliore dei modi possibili. Sono, si conseguenza, il più delle volte, soddisfatta dei risultati. Dando tanto, richiedo (in precedenza avevo quasi dimenticato che anche io avevo delle necessità) del tempo per me stessa: io, le mie amiche, un buon drink, qualche gradito stuzzico ad accompagnarlo e con buona musica nel background se possibile. Sono pause che mi ricaricano, che mi deputano, che mi allontanano per un po’ dalla frenesia e dalle continue necessitá, non mie, che ruotano in maniera folle ed ininterrotta intorno a me.  Una distanza che mi fa tornare a respirare con meno fatica e tensione. Un momento di pace, in definitiva; un bisogno a cui non rinuncio.

40 anni

Cosa pensi che migliori con l’età?

40 anni.

Qualche settimana fa la mia età mi dava da pensare.

Avevo quasi una sorta di rifiuto incredulo.

Come sentirsi costretti a varcare una porta che si preferiva lasciar chiusa davanti a sé.

Gli amici più grandi quasi mi prendevano in giro: “I 40 anni ti cambieranno la vita in meglio!”, “Sono i nuovi 20!”…E io li guardavo un poco interdetta e per nulla convinta.
“Dopo che li avrai compiuti capirai e si che ci darai ragione!”.

Avrei voluto avere la loro stessa convinzione. Io ero solo interdetta. Non volevo accettare un numero che mi appariva tanto grande. Avevo remore ad accettare la mia età anagrafica. Non me la sentivo. Non la desideravo.

Poi la magia si è compiuta.

Repentinamente.

Mai la mia vita è stata così piena, soddisfacente.

Bella da vivere.

Non solo il vivere ma come vivere.

É come un fiore che ti si schiude dentro non appena avviene un fenomeno chiave: l’accettazione.
Accettata la mia età in me è come accaduto qualcosa.

Cambiata io, è cambiato il mondo: colori più cangianti, più prospettive, più sicurezza, più serenità…Tanto e di più di tutto.

Ti rendi conto che sei giunto ad un traguardo importante, significativo, e tutto ciò che hai tra le mani adesso, lo stringi a mani sicure, perché sai che sei dentro il tuo momento migliore; perché mai nella tua vita avevi una così chiara percezione di te stesso e di ciò che sei.

A 40 anni esce fuori il nostro meglio perché ci rendiamo conto di essere in cima alla montagna ed è da lì che si vedono i paesaggi migliori e non ci sono ostacoli a distrarci od ostacolarci; ma se pure ci fossero, fa niente, noi quarantenni sappiamo di avere la forza e la capacità di saperli affrontare.

Chiccho

Racconta la tua prima cotta.

Quando ero molto piccola ero molto spregiudicata e ardita. Erano i tempi della scuola elementare, a Bogotà.

Chi voleva stare con me non doveva avere pretese ma in compenso avrebbe dovuto portarmi un regalo tutti i giorni. Sempre diverso. Un dono che avrebbe dovuto stupirmi e piacermi.

La mia impostazione, non certo simpatica e altruista,  e non certo giustificata da bellezza o prestanza, non ha trovato molte vittime e i miei pretendenti, già molto scarsi, diminuirono ancor di più.

Un povero mal capitato, però, l’ho trovato.

Il karma ha colpito la mia prepotenza  e la storia è durata solo un giorno.

Il suo regalo è stata una Bibbia illustrata. Non entusiasmante, un regalo deludente, ma i disegni erano belli, perciò accettai.

Peccato che le suore supercattoliche dell’orfanotrofio si accorsero all’istante del grave errore: era dei testimoni di Geova e mi insegnarono a suon di sonori schiaffi che un testo del genere era sacrilego e assolutamente vietato. Allora ho accolto il pestaggio senza ben capire il motivo della mia punizione e serbando un profondo rancore per chi aveva causato il mio male. Sapevo che la mia storia d’amore poteva ritenersi conclusa; ecco perché ho rotto con il mio corteggiatore la mattina successiva: “Il tuo regalo è terribile! Non possiamo continuare a stare insieme”,  ho spiegato con rabbia, del tutto indifferente alla sorpresa e alla confusione di lui.

L’esperienza ha prosciugato la mia sicurezza come neve al sole e di ragazzi e di regali non ho voluto piú saperne nulla. Meglio una vita senza problemi e rischi inutili. Meglio essere trasparenti. Per gli occhi di tutti.

Poi si cresce, solo un poco, in effetti e cambia tutto.

L’interesse ritorna, anche non ricercato.

Ci vai a sbattere addosso e ti ritrovi ad osservare qualcuno che conoscevi e che è diventato improvvisamente bello da morire. Sei incredulo ma quel nodo che ti si crea in gola è il primo sintomo che sei fritto: cotto al punto giusto.

Non si può ignorare.

L’amore scoppia che siamo ancora dei bambini e mai nella vita avrà la dolcezza e la purezza di quel primo trasporto per qualcuno.

Perché il sole non si trova più al di là del cielo ma sembra essersi spostato dentro qualcuno e ti brucia teneramente. Vorresti ignorarlo, non fissarlo, ma gli occhi si piegano a quella strana calamita che attira verso quella persona. Inesorabilmente. Perché tutto ha bisogno del sole per vivere.

La prima cotta.

Chicco, nel mio caso.

L’amore romantico per antonomasia. Fatto di farfalle, sguardi persi nel nulla, stupidi sorrisi sul viso, ginocchia al petto e braccia a circondare il corpo, quasi a voler intrappolare il nodo caldo che ti ritrovi dentro al cuore. Fantastichi della futura vita insieme: matrimonio, figlio e fantastica vita insieme.

È percorrere una strada del tutto nuova. Una novità. Tutto è magia. Il protagonista assoluto si trova tra le costole  e il suo battere impazzito nel petto è una musica assordante che fa fischiare le orecchie, asciuga la gola e regala lievi capogiri.

Un “Ciao”, per lui casuale, per te diventa la canzone preferita.

Un incontro inatteso diventa la testimonianza che è l’amore della tua vita.

Lo vedi arrivare e cominciano i sospiri. Le palpitazioni. Ti senti come tramortito, incapace di decidere se il tuo corpo è diventato improvvisamente pesante, tanto da faticare a muoverti, o tanto leggero da poter volare via.

Incrociare il suo cammino diventa l’evento più importante delle tue giornate.

Chicco era la mia cotta estiva. Durata anni. Da giugno ad agosto era il mio dolce pensiero fisso. Per lui io ero quasi inesistente, quando lui, per me, era la mia meravigliosa estate.

Mamá

È qualche mese che ho ripreso a parlare con mia madre.

A seguito di una discussione piuttosto forte avevamo smesso di sentirci.

Non mi era mancata.

Un cuore titubante e scettico come il mio quasi se l’era aspettato; ero perciò preparata e come senza di lei avevo vissuto, così  avrei continuato. Senza alcun rimorso, perché le mille domande che avevo, avevano trovato risposta. Perché avevo ricostruito quella parte della mia vita che non conoscevo.

Poi lei mi ha ricercata e, come è tipico di me; una seconda possibilità non la nego a nessuno. Figurarsi a chi ti mi dato la vita.

Ho ritrovato mia madre cinque anni fa. Grazie a Facebook. Uno degli eventi più emozionanti della mia vita. Ho digitato il suo nome, in realtà lo ha fatto mio marito e dopo aver trovato una foto significativa ci siamo messe in contatto. Io curiosa di conoscerla e di porle le mie migliaia di domande e lei intimorita perché non si aspettava tanta fame di conoscenza sennò rabbia e risentimento. Quanto poco mi conosceva mia madre..

Una foto è stato l’inizio.

Riconoscere e riconoscersi.

I miei occhi mi hanno immediatamente confermato che era lei.

Indipendentemente dal tempo trascorso, sapevo che era lei, perché mi vedevo riflessa in lei.

La strana sensazione di conoscere un totale straneo ma che estranea non era. La donna che mi ha portato in grembo e custodita all’interno del suo corpo finché non sono stata pronta per il mondo.

Allora lei aveva solo vent’anni e già altri due bambini. Tre; come me oggi. Stesso numero ma al contrario: lei due maschi e una femmina, io due femmine e un maschio.

Mi ha partorito in casa. Sono nata con effetto sorpresa ma velocemente. Senza alcun supporto medico. Era solo lei e una sua sorella che per fortuna era passata a trovarla. Una sorella minore, che non ha potuto fare molto per lei, se non gridare spaventata mentre piangeva: “o Dio, Lelis, stai perdendo tutti i tuoi organi interni!”. Nel bel mezzo del travaglio mia madre ha dovuto rassicurare la ragazza.  In mezzo al dolore del parto ha dovuto tranquillizzare la sorella. Se non altro non era stata sola e qualcun’altro aveva potuto badare ai miei fratelli.

Siamo perciò state solo io e lei al mio principio. Lei mi ha preso per prima al mondo tra le mani. Il mio passaggio dal suo corpo alle sue braccia è stato simultaneo.  Lei ha tagliato il cordone ombelicale.

Ha avuto una paura profonda quando non ha sentito il mio pianto. Sono nata silenziosa e silenziosa volevo rimanere.

Mia madre no: lei voleva assolutamente le mie urla e fece di tutto per sollecitare i miei polmoni: pacche sul sedere, pizzichi sulle gambe minuscole e finalmente il mio pianto arrivò.

Un principio particolare il mio. Forse il primo accenno al fatto che la mia vita sarebbe stata fuori dal comune.

Mia madre mi ha amata profondamente.

Non amava la sua vita.

Non amava il padre dei suoi figli.

Non più.

Non amava la sua casa, perché tutta l’abbondanza che le era stata promessa era svanita e si era ritrovata a vivere nel nulla e nella miseria. Tutto a causa della gelosia. Quella aveva corroso il già fragile legame tra i miei genitori e prepotenza, violenza e povertà sono stati massi troppo grandi per le giovani spalle di mia madre. Di chiunque in realtà.

Vent’anni. Con la brama di vivere che solo una giovane donna può avere. Aveva le fiamme dentro ma intorno a lei solo cenere.

Noi, certo, ma non abbastanza per lei. Soprattutto quando si è innamorata. Innamorata per davvero e profondamente.

Lei ha scelto mille altre nuove possibilità e messo noi da parte. Voleva vivere mia madre e aveva pensato che senza di lei la nostra vita sarebbe potuta essere migliore. Lontana dal vecchio. Si, perché quando sono  nata mio padre aveva 54 anni. Avrebbe potuto essere mio nonno. Aveva conquistato mia madre solo grazie al suo benessere. Un miele con cui l’aveva attirata, con cui si era assicurato il legame con lei ma di cui aveva privato tutta la famiglia per il bisogno di allontanare mia madre da qualunque tentazione; così che la nostra bella villa è diventata una casa in costruzione che mancava ancora di tutto: luce elettrica, bagni, persino i pavimenti perché il vero paradosso era che mio padre era benestante ma la sua necessità di controllarla ci aveva ridotto al non avere nulla. Tutto era nelle mani prepotenti di mio padre.

Mia madre se ne è andata con il suo nuovo amore. Non sopportava più la situazione, la miseria e le botte quotidiane.

Io dimenticai presto mia madre. Tanto che non ricordavo nemmeno le sue visite sporadiche. Lei tornava a trovare noi. Vinceva la rabbia, la paura e il ribrezzo che provava per il vecchio. Voleva vedere che stessimo bene e ogni volta faceva l’ennesimo tentativo: quello di portarmi via con lei. Non accettava che io vivessi con lui; ma io non mi sarei mai allontanata dai miei fratelli, per nessuno al mondo; men che meno per una donna che per me non significava più nulla. Io non la cercavo, e mio padre se la rideva del mio disinteresse totale per lei. Poco importava che rifiutassi anche lui: importante era che io non provassi niente per mia madre.  Un situazione che sarebbe rimasta invariata per molti anni.

Il richiamo alle proprie radici, alla propria storia può essere silenzioso ma è un richiamo che vive sempre finché non esplode.

Io credevo di poter fare a meno di lei. Come era sempre stato. Era un’illusione. Ho bisogno di lei, della sua voce, delle sue parole, delle sue quotidiane frasi d’amore e dell’orgoglio che dimostra costantemente nei miei confronti.  Credevo di poter vivere senza il suo amore, avendolo ricevuto,  ho compreso finalmente quanto mi fosse mancato e quanto forte sia un legame  viscerale che vince tempo e distanza. Come al principio ora siamo io e lei. Paga i suoi errori con l’attesa e l’impossibilità di avermi tra le sue braccia. Io però le ho promesso una sorpresa e lei vive di questa speranza. Sarà come il nostro primo giorno insieme: due cuori che battono legati dal tanto atteso abbraccio e tante lacrime di gioia.

Alessandro Magno

Qual è la tua figura storica preferita?

Se non avesse guardato altrove Roma non sarebbe mai esistita e il suo impero sarebbe morto prima del suo nascere, ma per fortuna Alessandro Magno ha guardato in un’altra direzione e si è mosso alla conquista di altri territori. Di mezzo mondo in effetti.

Meglio un giorno da leone che cento da pecora. Per noi comuni mortali.

Lui è stato tanto grande da non essere mai stato pecora ma sempre leone e per più di cento giorni.

Una personalità tanto particolare che persino il suo cavallo personale è passato alla storia. Bucefalo è sinonimo di potenza e nobiltà: esattamente come il suo padrone. Una coppia tanto perfetta ed in sintonia che in battaglia erano capaci di intimorire con la sola presenza.

Alessandro ha avuto una vita strepitosa e breve quanto una morte banale: forse il suo unico difetto in effetti: si può morire per un bagno gelato dopo aver conquistato metá del mondo allora conosciuto!?

Il nodo di Gordio spiega tutta la sua personalità: i problemi non si risolvono: si recidono e la soluzione arriva da sola, legittimando,  attraverso una spada, la sua arroganza e la sua intelligenza, nonchè tutto il suo potere.

Un grande mecenate. Ha fondato diverse ed innumerevoli città, la cui più grande di tutte e stata Alessandria d’Egitto, in cui il principio primo erano le arti e  che possedeva la più grande delle biblioteche del tempo. Una città a cui accorrevano i piú grandi dotti di allora e che aveva il potere di lasciarli a bocca aperta…In fondo era da aspettarselo da chi è stato allievo personale di Aristotele.

Musica

Quali strategie usi per aumentare il comfort nella tua vita quotidiana?

La musica.

Quella giusta ha uno straordinario potete: alleggerisce o amplifica il momento.

Futuro. Vita. Morte. Mostri.

Di cosa più ti preoccupa per il futuro?

Ho sempre ritenuto stupido preoccuparsi per ciò che non si può controllare.

L’assenza di controllo su determinati eventi o sulle persone alleggerisce la quantità di quanto ha il potere di turbarmi: posso solo essere passiva rispetto a determinati eventi, perciò accetto e  affronto qualunque possibilità solo nel momento in cui accade effettivamente; evitando inutili tormenti, soprattutto se auto inflitti dal mio stesso troppo pensare. Il mio futuro, perciò rientra tra quanto non può generare preoccupazione. Si, per mia scelta personale.

Si può dire che sono diventata pienamente stoica con la maturità e ancora di più con il passare degli anni.

Una volta mi intimoriva la morte e ancora di più il dolore che può precederla.

La vita è un continuo memento mori: si gode la vita in virtù della morte e così ho sempre creduto di fare.

Diventare madre mi ha cambiata: mi auguravo una vita lunga esclusivamente per il beneficio dei miei figli. La consapevolezza di quando abbiano ancora bisogno di me mi faceva aggrappare alla vita quasi in maniera disperata. Pregavo chiedendo tempo: quanto più possibile per lasciarli quando pronti.

A che età si è pronti alla vita?

A che età si è pronti a veder morire chi ti ha messo al mondo?

Esatto.

Mai.

All’inevitabilitá della morte non c’è soluzione..Quanto è il momento è il momento. Indifferente che siamo pronti o no.

E se dovessi davvero morire?

Domani. Tra una settimana… Chi può saperlo…

Nulla capita per puro caso ed io ho acquisito una nuova consapevolezza: il mio scrivere ha acquisito un altro significato: un’altra possibilità.

Scrivo per lasciare una mia impronta duratura nel tempo. Una strategia per vincere la mia determinabilitá: qualcosa che duri più del tempo a me concesso. Qualunque esso sia.

Ho capito di aver fornito e di fornire ai miei figli mille parti e versioni di me: a loro resterebbero i miei quaderni sparsi per l’appartamento. I mille fogli da me scritti. 

Certo, dovrebbero impegnarsi in una caccia al tesoro per ritrovare me.

Ho sparso per casa milioni di sassolini fatti di miei scritti che possono mostrare loro la strada nel caso si perdessero. Ricordi duraturi di me.  Una testimonianza di ciò che sono. Avrebbero ancora la loro mamma attraverso le parole da me scritte.

Parlo di tutto e di più. Qualunque tema possibile. Butto giù i miei pensieri sui temi più sparati, perché nel futuro potrebbero essere utili. Una mia personale strategia per vincere il mio tempo limitato.

Una volta mi spaventava il dolore fisico; poi ho capito che non si può morire due volte: il dolore nel morire, ahimè, è inevitabile, ma non andrà a ripetersi due volte. Il dolore ha un limite, esattamente come me. Ho semplicemente accettato la realtà.

Ciò che più mi preoccupa e mi spaventa  è la grandezza della cattiveria umana rispetto all’essere piccoli di ciascuno di noi.

Per quanto determinate persone siano importanti per me, purtroppo ci riduciamo ad essere solo numeri. Numeri sacrificabili per il capriccio di chi governa il mondo o di chiunque altro pazzo incroci il nostro cammino. Violenza, omicidi, stermini…I mostri esistono e sono a nostra immagine e somiglianza…Come posso combattere tutto questo?…Non ho armi di difesa e sono troppo piccola rispetto a tutto questo…Certe battaglie sono perse in principio ed è questo a preoccuparmi. La vita in fondo è una straordinaria partita a scacchi ed io sono solo un pedone. Vivo rispettando la mia funzione e sperando che chi amo non incroci mostri lungo il suo cammino. Di più non è in mio potere.