Descrivi qualcosa che hai imparato alla scuola superiore.
Le caste non esistono solo in India. Quasi ci stupiamo, in parte scandalizzati, della loro esistenza: come possono esistere ancora oggi?
Siamo davvero certi di non averne anche noi?
Latenti. Nascoste eppure di una certa influenza.
Siamo sinceri: ne siamo circondati. Ognuno di noi ha la sua casta personale. Qualunque sia l’ambito nel quale siamo immersi.
Io ho notato la loro presenza al liceo quando trovano il loro massimo spazio di espressione; forse dovuto al fatto che a quell’età è tutto un concentrato di tutto, quasi ci sia la necessità che qualunque cosa debba essere esagerata per essere accettabile.
Avendo frequentato il liceo classico la mia classe era a maggioranza composta da ragazze. Sette maschi in partenza, che ogni anno sono andati scemando tanto che all’ultimo anno ne erano rimasti solo due.
Fa la differenza avete una classe a maggioranza maschile o femminile ma tralasciando quest’aspetto, bisogna ammettere che ogni classe ha la sua chiara divisione. La sua divisione in caste.
I trasparenti, peggiori degli intoccabili, neanche oggetti, perché essendo trasparenti sono invisibili. Come se il loro banco fosse sempre vuoto anche se loro chiaramente presenti.
Poi gli “né carne, né pesce”; quelle persone a cui non si attribuisce un ruolo chiaro e sembrano vivere nel limbo dantesco: quelli con la bandiera bianca, zero colori. Meritevoli ma poi non tanto. Quelli che erano lasciati in pace. Io ero tra questi: era questa la mia casta.
Poi le cortigiane e le dame di compagnia indaffarate a ricevere le attenzioni ed a cercare l’approvazione costante di chi conta di più: gli alfa della classe, vale a dire coloro che dettano legge e tendenze. Quelli che stanno all’apice e se la comandano.
Ci sono poi le outsider che del sistema non le importa niente e che per questo sono odiate dal resto del gruppo e su di loro ricade tutto l’astio del gruppo.
Caste variabili, incredibilmente malleabili, quotidianamente aggiornabili.
Non credo oggi le cose siamo cambiate e che ogni classe abbia il suo sistema di caste. Ai tempi miei, quando ero una liceale, quanto avveniva in classe li rimaneva: era tutto intimo al gruppo. Il netto contrario rispetto ad oggi per cui tutto deve essere postato online, alla costante ricerca di like, di visualizzazioni e followers.
Ai miei figli dico sempre: “Cercate di essere sempre la migliore versione di voi stessi e fare sempre del vostro meglio in ogni azione che intraprendete”.
È il mio principio quotidiano e di vita.
Lo considero un buon punto di partenza: è di stimolo per ogni passo successivo.
Come indossare i vestiti giusti per il proprio corpo: ci si sente sicuri e chi è sicuro è senz’altro determinato. Una sicurezza che ho impiegato anni e anni a trovare ma ottenuto il mio personale giusto equilibrio non me lo sono fatto scappare. Così vorrei che succedesse per i miei figli: spero che trovino la loro strada giusta in parte soli ed in parte sollecitati da il mio stimolo; un incitare che vuole essere un sussurro ma con chi non vuole ascoltare sono costretta ad alzare la voce per essere sentita.
Alisia è cocciuta quanto me ed è nell’età in cui ogni mia parola sembra essere sbagliata e formulata sempre nel momento meno opportuno. “Uffaaa mamma! Che noia! Perché per te deve essere tutto perfetto!”.
“La perfezione non esiste! Se così fosse non esisterebbe l’evoluzione!”, ribatte Lavinia. Lei ha sempre qualcosa da ribattere contro la sorella, anche quando non interpellata. Il che rende Alisia furiosa. Sempre più furiosa. Questi battibecchi tra di loro mi fanno sorridere dolcemente. Lo faccio nascosta, senza farmi vedere; che non sia mai che pensino che sto ridendo di loro: sarebbe l’inizio di una ennesima tragedia! Le mie ragazze confondono spesso un mio sorriso con la presa in giro. Per questo nascondo loro la mia bocca e dò loro le spalle. Mi allontano. Stupita dalla profondità dei loro scambi. A volte si, sembrano due gallinelle pazze, ma quando tirano fuori la loro intelligenza mi lasciano senza parole ed orgogliosa. Continuo a camminare nella direzione opposta alla loro posizione quando parlano. È il mio modo indiretto di ricordare che durante i loro litigi e confronti-scontri devono trovare da sole la giusta soluzione per entrambe.
Ecco cosa mi indirizza nella vita: la costante ricerca della giusta distanza dalle persone che amo. La giusta distanza da garantire a chi sta crescendo e scoprendo se stesso ma al contempo garantendo sicurezza e rassicurazione. Fare sempre del mio meglio per essere ciò di cui chi conta per me ha bisogno.
Se penso alla concretezza del termine direi che è il giusto compromesso tra ciò che voglio e ciò che posso.
In senso lato la trovo una parola romantica. Quasi più un principio lontano.
Un utopico dolce costrutto sociale. Un’idea.
Siamo tutti pesci dentro acquari più o meno grandi. Si è davvero liberi dentro un’acquario?
Se ci soffermiamo al micro, allora si: il pesciolino nuota dove vuole, fa ciò che più desidera dentro le acque che conosce, mangia quanto ritiene necessario e desidera. Interagisce come ritiene giusto coi compagni e prende le proprie decisioni in maniera autonoma costruendo attraverso ogni sua scelta la propria rete sociale. Applica il proprio principio di libertà alla sua porzione di esistenza. Di fatto vive nel suo spazio quanto piú libero può. Finiti i nostri doveri quotidiani, ci dedichiamo ai piaceri che abbiamo scelto. Qui risiede, a parer mio, il nostro massimo momento di libertà.
Tutto cambia se mi allontano e penso al macro; allora l’acquario mi viene stretto. Lo vedo limitante. Non mi tolgo dalla testa che, si, vivo circondata d’acqua, libera di muovermi, ma pur dentro una gabbia di vetro trasparente. Non che mi senta stretta. Mi godo la mia personale porzione di libertà e nuoto felice…Eppure quante regole, quanti limiti, quante imposizioni, quanti doveri…Fortuna la mente rende davvero liberi. Coi pensieri e nei pensieri risiede la vera libertà: posso volare ovunque e i limiti possono sparire.
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Le mie amicizie, quelle davvero significative, si possono contare sulle dita di una mano.
Di compagni di tempo ne ho un buon numero, ma è un rapporto a segmento: ha un inizio e una fine; è una costante: “alla prossima”. Sono sempre una buona compagnia temporanea. Persone con cui stai bene. Sono momenti.
Un amico è una linea retta; con lui non esistono saluti, non esiste distanza o tempo. È una persona con cui stai.
Si dice che l’amore è un fuoco che va alimentato costantemente; con un amico no, non c’è né alcun bisogno: non ha bisogno di giustificazioni, di scuse, di dichiarazioni o di costanti attenzioni. A volte persino le parole diventano effimere e ci si parla con uno sguardo, una smorfia, un gesto quasi impercettibile. Uno scambio rapido come un battito di ciglia. Non è questa vera magia?
Chi posso definire amico?
Difficile da definire quando si parla di un legame che è soprattutto emozione, stati d’animo, sensazioni. Uno scambio reciproco e profondo. Persone con le quali tutto diventa migliore: persino una risata acquisisce un valore aggiunto. Chi ha visto e vissuto il mio meglio ma soprattutto il mio peggio e ha continuato a restare al mio fianco.
La mia prima vera profonda amicizia porta il nome di Valentina.
L’ho incontrata alle superiori.
Mi stava antipatica in principio.
Sembrava vivere in simbiosi con una sua amica. Si vestivano quotidianamente in coordinato ed erano sempre l’una affianco all’altra. Braccialetto dell’amicizia al polso. Stessa cartella. Persino stesso modo di camminare. Lo trovavo ridicolo. Esagerato, stupido, ad essere sincera.
Poi Valentina iniziò ad arrivare a scuola da sola e le due sembravano aver preso strade separate. Solo dopo quella chiara rottura ho avuto la possibilità di osservarla e conoscerla per ciò che era.
Non badava all’opinione altrui. Viveva la sua vita secondo le sue scelte, senza compromessi e idee che non fossero le sue. Camminava sempre a testa alta. Concentrata sul suo cammino. Che la gente parlasse di lei. Per lei era del tutto insignificante. Era sicura di sé stessa. Indipendente. Caparbia. Lo sguardo sempre serio. Uno sguardo che, però, cambiava se entravi nel suo cuore, perché se lei iniziava ad amarti era amore allo stato puro ed i suoi occhi acquisivano una dolcezza unica. La potevi vedere solo da vicino, se guadagnavi la sua fiducia.
Piccola e molto bella Valentina. Era magnetica, si, per la sua particolare bellezza ma soprattutto per la sua sicurezza e noncuranza delle chiacchere altrui. Un mix perfetto che quasi automaticamente attirava la gelosia delle altre ragazze, e per questo rimaneva antipatica. Del tutto irrilevante per lei, perché non cambiava il suo modo di essere per nessuno.
Era generosa. Empatica. Spiritosa. Un’ascoltatrice attenta ma aveva capito che con me doveva essere lei a parlare ed io ad ascoltare. Un’abile osservatrice. Non impiegò molto a capirmi. Sapeva che stimolarmi all’apertura e alle confidenze con me era inutile. Mi regalava i miei tempi. Restava pazientemente in attesa del momento che io avrei ritenuto giusto. “Perché hai scelto me se non ho nulla da condividere con te? Non puoi entrare a casa mia, non ho mai soldi, neanche per un caffè, non posso uscire di casa se non il sabato pomeriggio…Mia madre ti odia perché sei mia amica e ti tratta malissimo e già più volte hai pianto a causa sua…Cosa hai da guadagnare dalla mia amicizia?”, le chiedevo stupita, emozionata ma con il cuore a pezzi per sua perseveranza. Addolorata profondamente che anche lei fosse vittima della catastrofica vita famigliare della giovane Clara di una volta.
“Non è quello che vuole tua madre? Che io ti volti le spalle? Semplice: io non lo farò. Resterò qui fuori, con te e per un semplice motivo: tu mi fai stare bene. Tu sai farmi stare bene. Se per un qualunque motivo ho un problema, prendo la macchina, guido da te, ti citofono, ti aspetto fuori dal cancello e finalmente ci sediamo qui su questo muretto a parlare. Io so che tu mi farai ridere, che ascolterai le mie parole e se io arrivo triste o arrabbiata qui da te, so che me ne andrò di nuovo felice con un bel sorriso in bocca e con un problema in meno. Questo vale più di qualunque altra cosa. Io non ti abbandono. Tua madre mi tratta male? È un attimo. Nulla in confronto a quanto vivi tu ogni giorno e una ragione in più per restare al tuo fianco”.
Quanto potere in quelle parole. Un motivo per combattere. Per resistere. Una luce nel buio.
Lei è stata la prima a lottare per me; ha vissuto il mio meglio ed il mio peggio: ha pianto e ha riso con me. Conosce le mille sfumature di ciò che sono e posso essere. Attraverso lei ho imparato che esistono le linee rette.
Non ricordo l’ultima lunga chiaccherata, o l’ultimo incontro ma so che al mio prossimo viaggio a Roma, di certo, la chiameró e ci ritroveremo e tutto sarà come sempre: la nostra linea retta.
Tutto sembra scorrere in un flusso spontaneo e fluido, quasi non fossi io a cercare ma io ad essere cercata dagli eventi. Una sorta di puzzle di situazioni che combaciano perfettamente l’una con l’altra. Quasi tutto dovesse semplicemente succedere.
Mi lascio trascinare dagli eventi che si creano, felicemente passiva perché tutto sembra essere a mio favore. Abbraccio questo panta rei, curiosa di vedere dove mi porteranno i miei passi. Si, mi lascio trascinare come una foglia al vento ma ciò non significa superficialità: vivo come ho imparato a fare: con passione e determinazione.