Diversamente dall’ultima volta che ero entrata in casa loro, fui accolta. Chiaramente con freddezza. Nessuna sorpresa. Era esattamente quanto mi aspettavo.
Mi fecero accomodare in soggiorno e persino sedere sul divano. Ospite scomodo in quella che legalmente doveva essere anche casa mia.
Solo lui era davanti a me. Lei sembrava molto impegnata in cucina. In mia presenza sembrava rifugiarsi sempre lì. Strano, perché sapevo non fosse la sua stanza preferita: dover cucinare era sempre stato un obbligo scomodo per lei. Avrei giurato fosse la stanza più odiata da lei.
Chiaramente mi rifugiavo in altri pensieri per sviare al pesante disagio che stavo provando.
Guardavo un poco ovunque per non guardare lui. Non volevo incontrare il suo sguardo. Non volevo affatto posare gli occhi su di lui: ne avrei ricavato solo altro e maggior disagio.
Il fatto che lui sedesse davanti a me significava che voleva essere il portavoce del messaggio che volevano darmi. Mi stupiva che non fosse lei a parlare. Lei era il cervello. Non avrei saputo definire cosa fosse lui nella coppia talmente era forte la personalità di lei. Era come se lui fosse niente e lei tutto. La differenza tra i due era che lui sapeva parlare, lei solo aggredire ed imporsi.
Non mi aspettavo gentilezza da loro, solo una furba strategia.
La seduta più scomoda della mia vita. Rimanevo immobile, quando in realtà avrei voluto alzarmi e scappare. Quanto è stato poco dignitoso stare lí sul loro candido divano.
Di nuovo costretta a subire le loro decisioni. Mi sembrava di essere minuscola ed essere seduta sul divano di un gigante. Ingiustamente costretta ad aver preso un giorno libero e costretta a trovarmi lì. È stato come trovarmi sul patibolo.
Poi nessuna cerimonia. Dritti al sodo. Rapidi e inaffettivi. Volevo solo andare via. Tirai fuori il mio libretto postale.
Lei comparve all’improvviso. Al momento giusto. La completa antitesi delle fate madrine delle favole. Sbuffò e rise acida a voce alta dopo aver letto il totale.
“Solo questo sei riuscita a mettere a parte!? Chissá in quali cazzate hai buttato i soldi!Non mi aspettavo altro da una gatta morta come te!”.
“Faccio la commessa: non lavoro mica in banca! Spiacente di deludere le tue aspettative sui miei risparmi! Ho fatto uno sforzo a venire qui, e certo non ho preso un giorno libero per essere offesa da te: vado via subito!”.
Straordinariamente uno sguardo di lui sembrò calmarla. Lei andò subito via. Tornò in cucina. Sparì come era apparsa. Non era mai successo. La prova decisiva che si, volevano proprio qualcosa da me.
“Ti abbiamo fatta venire qui perché come sai io ora sto in pensione; le spese sono diventate tante, casa è grande, le cose da fare altrettanto e a fine mese bisogna iniziare a fare bene i conti. Stiamo pensando che è ora che cammini sulle tue proprie gambe, perciò, per qualche mese continueremo a pagare la metà del tuo affitto, per poi cessare del tutto…”, interromperlo è stato spontaneo. Colpita e affondata: mi parli di difficoltà: io ci casco in pieno, la mia necessità di essere di aiuto scatta in modalità automatica. Anche con chi non lo merita. “Se avete difficoltà io posso fare da sola già da subito. Posso fare a meno dei 250€ che mi mandate al mese”. Nulla di più vero. Mi pesava ricevere quella tangente: soldi in cambio di distanza.
Lui sembrò stupito dell’affermazione. Non si aspettavano tanta collaborazione da parte mia?…Importava poco; accettò la proposta e finalmente corsi via. Di nuovo senza alcuna cerimonia.
Mi sentii leggera sulla via del ritorno, come liberata finalmente di un peso.
“Nessun problema: io faccio da sola”, mi ripetevo fiera e leggera mentre rientravo a Roma.
Nulla mi era stato imposto: la decisione infine era stata solo mia. Era andata meglio del previsto: da un’imposizione ne era uscita libera.