a 5 anni cosa volevi

Quando avevi cinque anni, cosa volevi fare da grande?

Non era tra le domande che mi frullavano in testa. Non riuscivo ad immaginarmi da grande.

A cinque anni ero in orfanotrofio e sognavo di essere ovunque tranne che lì.

Unico mio quesito era quando sarebbero arrivati a prendermi i miei nuovi genitori, perché in quelli vecchi avevo perso ogni aspettativa. Sapevo che non c’erano più e che mai più ci sarebbero stati.

Cosa volevi fare da grande?

Un pensiero inutile per me: io a cinque anni volevo essere bambina: una bambina con una madre e un padre.

A cinque anni il mio unico pensiero e sogno era di essere adottata e di esso vivevo ogni giorno, da quando aprivo gli occhi a quando li chiudevo.

La pioggia

Qual è il tuo tempo meteorologico preferito?

Ci sono circostanze che mi portano ad amare la pioggia, anche se tendenzialmente la considero fastidiosa. D’inverno semplicemente odiosa. Perché ha la capacità di farti penetrare il freddo sotto pelle, qualunque sia lo strato di abiti che indossi.

Adoro la pioggia estiva.

Una doccia rinfrescante a cielo aperto. Passeggiare sotto quell’acqua leggera; non curarsi del fatto di finir per essere zuppa, perché non fa niente: le temperature alte non permettono di patire freddo, nessun brivido, si  può solo di gioire del suo essere fresca. Una pioggia che inizia all’improvviso,  quando il cielo è carico di un grigio delicato e che lascia posto al sole altrettanto repentinamente. Un piovere che solitamente regala arcobaleni.

Adoro le tempeste notturne.

Addormentarmi quando fuori piove. Ancora meglio con fulmini e tuoni. Quando il vento furioso a schiaccia con violenza le gocce cariche contro i vetri. Fuori la tempesta ed io al caldo, al sicuro, sotto le coperte, ad occhi chiusi, godendo della potente musica della natura e uno spettacolo di luci psichedeliche che puoi godere anche ad occhi chiusi tanto sono potenti. La natura che manifesta tutta la sua potenza. Mi piace questo contrasto e cedere a Morfeo è piacere puro.

Docenti stimolanti

Chi è stato il tuo insegnante più influente? Perché?

Influente nel mio caso non è la parola giusta; preferisco dire che nel corso della mia carriera scolastica ho avuto insegnanti “stimolanti”.

La paura dei miei compagni verso i docenti era direttamente proporzionale alla mia voglia di confrontarmi con loro.

Determinante per questo mio approccio è stata la maestra Ottavia, maestra di matematica delle elementari e mio incubo per molti mesi. Sapere di dover a che fare con lei mi faceva venire il mal di pancia. Facevo fatica a guardarla in faccia. A volte non riuscivo neppure a rispondere alle sue domande talmente mi sentivo piccola ed incapace in sua presenza. La odiavo di fatto. Poi un giorno mi sono detta che la mia paura verso di lei era solo controproducente e limitante. Non mi aiutava: mi frenava. Non volevo essere controllata dal mio terrore verso di lei: sarei stata io stessa a controllarlo. Non avrei più accettato quei sentimenti verso un docente: non erano più che persone che facevano il loro lavoro. Ero stufa di somatizzare la mia paura nei suoi confronti. Lei si accorse subito del mio cambiamento. Ne fu felice, non me lo disse, se non molti anni dopo, quando non ero più sua allieva ed in classe spesso era un botta e risposta di battute sarcastiche tra di noi. Fu la prima maestra verso la quale provai profondo rispetto e vera simpatia. Fu la prima persona ad avvisarmi che nel futuro avrei avuto grandi difficoltà con mia madre. Al momento non capii quella strana previsione. La compresi a pieno solo molti anni dopo.

Finite le elementari ed iniziate le scuole medie, grazie alla maestra Moscerino, un insegnante che amava il suo lavoro, coltivai la mia passione per le materie letterarie ed il mondo classico greco romano. Il mio odio per la matematica e attitudini personali hanno determinato il mio passo successivo: il liceo classico.

Non mi sono goduta le superiori. Avrei potuto fare meglio e la caoticitá che mi portavo dentro, iniziata durante la seconda media e cresciuta progressivamente, aveva smorzato il mio interesse per lo studio. Furono anni sterili a livello di apprendimento, anni banali. Come banali furono i miei insegnanti. Fortuna furono gli anni in cui incontrai le amicizie con la A maiuscola.

Poi durante l’università ho incontrato docenti molto interessanti. Poi lei: la Morabito, a parer mio l’insegnante per eccellenza.

Le sue lezioni saziavano la mia sete, una sete che lei stessa aveva acceso. Adoravo in modo in cui insegnava. Aspettavo le sue lezioni, piena di interesse per la sua materia: psicologia generale.

Avete mai conosciuto qualcuno che vi attira come una calamita? Le cui parole sono tanto stimolanti da accendere continuamente un interesse che sembra non finire mai ed aspettare con impazienza l’incontro successivo, quello in cui incontrerai di nuovo la sua voce?

La Morabito era così. L’avrei scelta come relatrice di laurea se non avessi abbandonato gli studi. Perché era tanto speciale?

Era eclettica, enciclopedica. Ascoltare la sua voce era come leggere un libro superbamente scritto. Non si concentrava esclusivamente nella sua materia, inseriva la tematica di ciascuna sua lezione, ogni volta dannatamente interessante, nel suo contesto storico, letterario e artistico. Era talmente chiara e fluida che non seguirla o capirla era impossibile; le domande potevano essere solo di approfondimento. Ero innamorata di tutta la sua conoscenza.

Noiosa o paurosa?

Che tatuaggio vuoi e dove lo faresti?

Consideratemi pure noiosa ma non voglio alcun tatuaggio.

Rispetto chi li ha e la storia che si cela dietro ognuno di essi  (quasi sempre c’è un motivazione nel tema e a volte persino nei colori).

Ammiro chi lo ha scelto come mestiere: alcuni sono pure e vere opere d’arte ma non li vedo sulla mia pelle. In questi casi mi dispiace pure il fatto che non durino per sempre: un tatuaggio muore con chi ho porta addosso.

Non mi frena il dolore. Fortuna ho un’alta resistenza ad esso ma la paura degli agi si. Non  sopporto neanche vederli: ho sempre girato la testa quando ho avuto a che fare con loro. Gli agi personalmente li accetto solo se necessari: analisi, epidurale tre volte dovuta ad altrettanti parti cesarei, diabete gestazione e iniezioni di anticoagulante durante la seconda gravidanza (imparato a fare da sola e lo ammetto, all’inizio non è stato facile: nulla blocca come la paura, ma per un figlio, questo ed altro ancora). Si può dire che ne ho di esperienza. Li ho dovuti accettare ma di certo non vado a cercare intenzionalmente il contatto con un ago.

Indecisione

Qual è una parola che ti descrive?

Sono indecisa tra due.

La scelta è complessa, perché  la complessità è una caratteristica di ciascuno di noi.

Siamo fatti di mille strati di diversa profondità, tanto astratti quando reali.

Prima parola: sfumatura.

Nulla di troppo definito.

Mutevole. Pur rimanendo sempre se stessa.

Una tra tante possibilità.

Una sfumatura di colore: di per sé i colori sono miscele. Tanti pigmenti uniti, miscelati e formare un’unita più grande e diversa da ciò che ognuno di essi è. Mutevole quando colpita da luce o diversamente percepibile a seconda degli occhi che la osservano.

Seconda parola: libro.

Si può tenere tra le mani.

L’odore di un libro, un profumo che cambia col passare del tempo. Il suono dello sfogliare delle pagine. La loro leggerezza e concretezza tra le dita. Fanculo la tecnologia: il valore di un libro è inestimabile. Ha un peso, ma ciò che contiene non ha unità di misura.

Un libro è da scoprire, da leggere quando si ha voglia; più volte, perché  quando si rilegge una pagina si scopre sempre qualcosa di nuovo. Perché  c’è sempre qualcosa nascosto.  Le parole non si scelgono totalmente a caso e scoprire cosa si cela dietro ognuna di essere è sempre una nuova scoperta. Un pozzo di conoscenza.

Un libro è emozione. È gioia e pianto. È riflessione. È interpretazione. È una storia. È un film dentro la testa. L’autore è il regista che guida, il resto è nelle mente di chi legge.

Un libro è la possibilità di viaggiare lontano con la mente e arrivare ovunque.

Quale valore può avere un oggetto capace di farci volare?

..una volta..alcuni anni indietro..

In quali attività ti perdi?

Non ho più il privilegio di perdermi a lungo, purtroppo il mio tempo è centellinato. In passato, però, mi sono concessa e goduta questo beneficio.

Quello che mi fa accompagnata più a lungo: sin da bambina mi perdevo nelle mie fantasie; mi creavo veri e propri film in testa. Storie avvincenti che avevano come protagonisti le persone più significative del momento, comuni come personaggi famosi. Personaggi reali quanto di fantasia. Un continuo fantasticare che condizionava anche il mio mondo onirico: facevo dei sogni fantastici. Talmente fighi che mi entusiasmavano tanto da farmi svegliare di buon umore. Correvo a raccontarli a mio fratello che moriva di gelosia ed incredulità. Gelosia che poi è diventata vero e proprio interesse, perché si divertiva talmente tanto ad ascoltare dei miei sogni che è diventata un’abitudine.

La lettura ha lentamente sostituito al mio fantasticare. Ogni momento libero significava leggere.

L’estate era la mia stagione preferita perché potevo stare giorni interi a mangiare libri.

Nulla era più bello che perdermi tra le pagine di un libro ben scritto. Nulla mi piaceva di più.

Una pausa dalle parole stampate era il disegno. Con sottofondo la mia radio preferita, passavo ore e ore a tracciare linee. Erano per lo più in bianco e nero. Colorare non mi piaceva: mi stancava presto.

Solo durante la pandemia ho ripreso un mano la matita e ne è uscito un libro illustrato pensato per i miei bambini che mi piacerebbe far stampare. Sono curiosa di sapere come andrà a finire questo mio progetto.

Oggi guardo volentieri film, serie o documentari ma il tempo davanti alla televisione è diminuito di molto da quando ho ripreso a scrivere. Ritagli di tempo brevi, perchè le necessità della vita così  impongono.

Scrivere, si, sarebbe bello poter perdermi nella scrittura e non dover accontentarmi di minuti o di mezz’ora.

complimenti

Qual è il più bel complimento che hai ricevuto?

“anche tu sei un anima rara”

Un complimento a cui non mi sento di aggiungere nulla, talmente significa tanto. Dedicato a me da un’altra anima sensibile.

Poi c’è stato un complimento che mi ha molto stupita. Per come si è svolto e da chi mi è stato detto.

Stavo andando verso il centro di Berlino a festeggiare il compleanno di una cara amica. Era sera e stavo sul tram. Come al solito: cuffie, musica e cellulare in mano.

Poi quella strana e leggere sensazione di sentirmi osservata.

Alzare gli occhi e incontrarne altri a fissarmi.

Era una ragazza molto giovane, chiaramente non tedesca. Non ha distolto lo sguardo, al contrario ha continuato a guardarmi. Mi ha sorriso in maniera molto dolce, impossibile non ricambiare. È stato uno scambio di sorrisi leggeri molto tenero tra completi sconosciuti.

Si è alzata per scendere a poche fermate prima di me.

Prima di andare però ha attirato di nuovo la mia attenzione e si è avvicinata a me. Mi sono tolta le cuffie perché pensavo volesse un’informazione. Si è rivolta a me in inglese:

“Scusami se ti disturbo e non fraintendermi,  ma prima che le nostre strade si dividano per sempre devo dirtelo: poche volte ho visto un viso bello come il tuo, poi hai sorriso, e mi hai di nuovo stupita”.

Una donna nel fare le lodi ad un’altra non ha eguali.

Viaggio

Stai per fare un viaggio attraverso il paese. Aereo, treno, autobus, auto o bici?

Dipende tutto da quale paese.

Si solito per le vacanze estive o anche vacanze lampo, la mia famiglia sceglie sempre l’Italia. Il che significa viaggiare con l’aereo e poi, a seconda della metà, mezzi pubblici e  se abbiamo fortuna, passaggio in macchina.

Quest’anno il progetto è diverso: rimanere in Germania e darci la possibilità di spaziare vicino (ma anche lontano) casa. Vale a dire treno, auto e bici.

Per questa nostra idea l’aereo è stato  eliminato, non serve, e aggiungerei un’altra possibilità che adoro: muovermi a cavallo e non parlo solo di passeggiate tranquille, ma quelle a diverse velocità: trotto e galoppo, sentire il vento scontrarsi col viso, correre in mezzo al verde…

Poi c’è il viaggio che ho un mente da un po’ di anni, che vorrei fare ma che rimando sempre. La motivazione non mi è del tutto chiara; a volte dico che aspetto che i figli siano più grandi, a volte che vorrei farlo solo con mio marito e poi ho la sensazione che dovrebbe essere un viaggio da fare sola…Tanta confusione…Però sarebbe una meta verso la quale e nella quale mi servirei dell’aereo vista la sua vastità. Sto parlando della Colombia. Lì vive la moltitudine di parenti che ho da conoscere personalmente. Per i tragitti brevi o più o meno lunghi mi servirei delle moto dei miei fratelli, chiaramente guidare da loro.

ciò che sono e non sono

Quali strategie usi per far fronte alle emozioni negative?

Mi chiudo in me stessa. Ermeticamente.

L’umore nero tanto quanto le emozioni negative mi impongono la  necessità primaria di mettere più distanza possibile ed allontanarmi da tutto.

Mi chiudo nel mio silenzio e non parlo. Zero contatti verbali, zero contatti visivi, men che meno contatti fisici. Mi chiudo a qualsiasi tentativo di comunicazione. Intensionale o meno che sia.

Ignoro tutto e tutti. Come se diventassi trasparente.

È il mio modo di gridare silenziosamente che odio tutto e tutti. La mia forma di protesta.

Rappresenta l’esatta antitesi della mia personalità. Empatia, simpatia, vivacità, dolcezza, dialogo aperto, sparisce tutto per il suo opposto.

Che sia la mia personale strategia punitiva?

Cancello e tolgo la possibilità di condividere il bello che ho in me e che sono per rispondere con il nulla.

Chi mi conosce bene sa che rappresenta il mio raggiungere il limite, il confine invalicabile. 

Ho notato che spesso si cerca invano di evitare il mio isolamento. Il momento del: “mamma mia, credo di averla combinata grossa!”.

Noto con una certa soddisfazione che questa mia chiusura agita e turba chi mi circonda. Mi viene da pensare che la mia reazione sia dannatamente efficace. Vedo quanto odiano la mia reazione, perciò tentano di prevenirla pochi attimi prima che io imploda ma è semplicemente troppo tardi per me: non sono disposta a perdonare  ed è un tentativo che mi fa imbestialire: cercare il dialogo, il contatto quando è troppo tardi è solo stupido e non fa che aumentare il mio bisogno di fuga. I rimedi improvvisati, quelli che si applicano per evitare l’inevitabile, non li accetto. Soprattutto quando è quel qualcuno che ha provocato la mia trasformazione.

Solo quando sono lontana da qualunque cosa o persona riesco a trovare la pace persa.

A cosa penso in quei momenti?

A niente. Resetto il cervello. Blocco i pensieri e lascio vivere la frustrazione, rabbia, la delusione o ciò che sia. Non  fermo le mie sensazioni. So che sono come l’acqua quanto sta per raggiungere la temperatura critica: la lascio libera di “bollire in libertà”, perché lasciate esprimere le sue migliaia  di bolle, ritornerà la pace e la mia solita me.

Non ho idea di quanto a lungo possa durare questa fase, in quei momenti mi chiudo davvero rispetto a quanto ho intorno. Di certo, è sempre festa, quando torno ad essere ciò che sono sempre.