La sfida

Qual è la sfida più grande che dovrai affrontare nei prossimi sei mesi?

È sempre la stessa da quando ero nel grembo di mia madre e così sará fino a quando il mio tempo sarà scaduto: la mia sfida più grande è la vita.

Tra sei mesi?

Una data troppo precisa per un tempo indefinito come sa essere il futuro e io, purtroppo, palla di vetro e capacità magiche non ne ho.

Decolletè decise

Raccontaci del tuo paio di scarpe preferite e di dove ti hanno portato.

Hanno un colore deciso: rosso.

Sono il più alto che riesco a portare e che ho sempre adorato indossare.

Il massimo della scomodità, ma mi regalano centimetri in altezza, mi alzano i glutei, aiutano le gambe; insomma mi fanno sentire bella.

Sono il paio di scarpe che ho indossato più a lungo nell’arco di una giornata.

Le scarpe della svolta, perché dopo quel giorno ho dovuto dare la priorità a scarpe più comode. Per molti anni a seguire.

Sono le scarpe del mio matrimonio. Quando ero incinta della mia bambina. Una pancia appena accennata ma le scarpe, quelle si che non passavano inosservate.

La scelta del colore era stata naturalmente pensata.

Il mio abito da sposa era di un morbido colore champagne, ma gli accessori erano rossi: orecchini, unghie, bouquet e infine scarpe: piccoli efficaci accenni alla passione.

Si perché quel giorno ho voluto dare onore alla passione; le spose tendono ad onorare i colori candidi, io invece mi sono regalata il colore più deciso tra i colori e quelle più sexy che potevo trovare.

il No

Se potessi bandire permanentemente una parola dall’uso generale, quale sarebbe? Perché?

Bandirei il no.

Non sottovaluto la sua importanza.

Trovo antipatico il suo essere definitivo.

Il no è la risposta facile. La chiusura. A mio avviso la sconfitta. Pone fine a qualunque tentativo di comunicazione o compromesso.

Essere costretti a dire sempre di sì sarebbe una bella sfida.

Un dover districarsi a trovare una soluzione positiva. Ci costringerebbe ad essere attivi, a cercare la giusta soluzione e sarebbe un’eterna apertura verso gli altri.

182-Orgoglio

Aspettavo mio fratello fuori dal negozio dove lavoravo. La mia pausa pranzo era appena iniziata.

Lo osservai avvicinarsi da lontano con quei suoi ravvicinati e rapidi passi leggeri. Avrei potuto riconoscerlo tra mille per il suo modo di camminare.  Mi salutò con un sorriso.

Ero curiosa.

Quali notizie mi avrebbe portato?

Una chiamata della sera precedente mi aveva avvisata che voleva parlarmi. Non aveva rivelato tanto, in realtà quasi nulla.

Significava che loro, i Roselli, volevano parlarmi, lui sarebbe stato un semplice messaggero.

Il suo invito ad andarci a sedere mi fece capire che il discorso aveva una certa importanza e durata.

Mi guardò un poco imbarazzato.

“Mamma e papà vogliono parlare con te. Deve essere durante la settimana perché, come puoi  immaginare, il weekend loro vanno in montagna. Devi far  vedere loro quanti soldi hai messo da parte fino ad ora”. Lapidario e quasi meccanico come un fax.

Del tutta diversa la mia risposta. Ho risposto con una risata sarcastica ed incredula.

“Hanno considerato il fatto che lavoro durante tutta la settimana!? Non gli frega un cazzo di me ed io devo chiedere un giorno libero, prendere il treno, andare a casa loro e far vedere loro il mio conto!? Per me possono andare a fanculo! Se lo possono scordare!”.

Ero imbestialita.

Lui sospirò. Per l’assurdità della richiesta o per il dover essere stato buttato in mezzo alla situazione?,”Si aspettavano questa risposta; hanno detto che se non ti presenti non ti pagheranno più la metà del tuo affitto”.

Rabbia. Quanta rabbia mi salì in quell’istante.

Ero andata via di casa. Dalla loro casa, solo qualche mese prima. Mi avevano pagato loro l’affitto. Per intero. Il patto; un patto stipulato arbitrariamente e unilateralmente da loro era stato questo: “siamo disposti a pagare purché tu te ne vada di casa”. Ok, avevo pensato, sotterrando il mio orgoglio; forse sarebbe stato meglio anche per me. Neppure tre mesi e il patto cambió. A stabilirlo sempre e di nuovo loro. Erano disposti a pagare solo la metà del mio affitto: dovevo imparare a gestire le mie entrate. Che genitori premurosi!

Poi questa novità.

Quante volte ancora avrei dovuto annullare il mio orgoglio? Sotterarlo ancora e ancora sotto le loro richieste folli? Per un attimo pensai di non presentarmi e farla finita in questa maniera, eppure no, questa volta il mio orgoglio voleva fare sentire la sua.

chi ha tempo per la noia

Cosa ti annoia?

Ho trovato la domanda difficile da rispondere; il che è stato bizzarro, perché ad una lettura rapida e superficiale il quesito mi era apparso quasi banale. Quando ho provato a rispondere ho scoperto di essere caduta nel tranello.

La mia quotidianità non lascia tempo alla noia. Lo ammetto con orgoglio e un pizzico di gelosia: si annoia chi ha una buona riserva di ozio; non che io non abbia i miei tempi morti sul divano, ma hanno vita breve, per chi, come me, ha sempre qualcosa da fare o da pensare.

Cosa mi annoia?

A soccorso sono arrivate diverse situazioni del passato recente o lontano e finalmente ha brillato il fuoco della  risposta.

Mi annoia la saccenza, i consigli non richiesti, la troppa sicurezza, l’ostentazione, l’essere bigotti, chi vive di cliché, chi si fa bloccare da paure ingiustificate e perde occasioni,  chi non sa rispondere ad un sorriso, le prime donne, il narcisismo e l’egoismo.

Poi ci sono le “noie leggere”, vale a dire il traffico, il rotolo di carta igienica quasi finito e non rimpiazzato, il troppo lungo grigio inverno berlinese, la lavastoviglie da sistemare, il dover ripetere sempre le solite frasi inascoltate ai figli…piccolezze che tendi facilmente a dimenticare.

181-“i Roselli”

I miei sentimenti verso di loro cambiavano come il mutar della direzione del vento.

Mi era difficile, ormai, anche nella mia testa, pensare a loro come “mamma” e “papà”. Era diventato improbabile associare parole tanto dolci e significative a quelli che erano diventati gli orchi che avevano distrutto il mio sogno di bambina e le mie mille speranze.

Erano diventati “i Roselli”.

Li chiamavo così, sforzandomi di creare una maggiore distanza tra me e loro perchè nella follia della situazione sentivo che ancora  mi mancavano. Rimanevo ostinatamente attaccata a qualcosa che non esisteva più.

Dover aspettare tanto per la ricerca dei miei genitori biologici mi aveva ributtato in questo vortice malefico di tira e molla. Una battaglia che sapevo essere unicamente mia perché consapevole che per loro ero un capitolo chiuso.

Era un sentimento combattuto il mio. Avevo nel cuore questa strana malinconia, tipica di un amore finito. Una rottura che, tuttavia, ancora non era stata accettata.

C’è una differenza sostanziale nel lasciare e nell’essere lasciati. Nel affrontare e decidere la scelta e nel subirla.

Loro avevano scelto di lasciare me.

Io mi trovavo ancora nella posizione di chi deve accettare una decisione altrui.

Poco importava quanto quel legame fosse stato tossico: la mia colpa era stata averli amati troppo profondamente. Di averci creduto.

Avevo quel vuoto nel cuore che proprio non riuscivo ancora ad accettare. Mi chiedevo se a farmi più male fosse avere quel vuoto o essere vuota di loro.

La grigia malinconia diventava a quel punto rabbia nera.

Mi riempivo del desiderio di  colpirli laddove sapevo avrei fatto centro: conoscevo il loro tallone d’Achille ed ero pienamente consapevole che l’unica arma in mio possesso era colpire la loro apparenza.

Si sentivano protetti tra le grandi mura della loro villa, con quella loro rassicurante distanza da tutti e da chiunque  ma in una posizione dove tutti potevano ammirare quanto in loro possesso. Orgogliosi di mostrare la magnificenza della loro casa, del loro giardino perfetto e ben curato.

Amavano che si pensasse solo bene di loro; che si pensasse fossero i buoni, quasi vittime e che tutti potessero vedere il loro benessere materiale. Erano come pavoni fanatici  del loro fantastico piumaggio. Peccato con un cuore sterile. Peccato si potesse nascondere.

Io però non sarei stata zitta. Non avrei sostenuto il loro castello di bugie. Avrei detto la mia. Era ora che si sapesse la verità e chi fosse realmente Clara.

Tieni duro

Che consiglio daresti a te da adolescente?

Mi darei un abbraccio lungo abbastanza da far indolenzite le braccia.

Poi inizierei a parlare.

“Tieni duro perché uscirai dal buio che ti circonda.

Tieni duro perché la tua luce brillerà e tutto ciò che oggi ti manca lo otterrai in altra forma: dieci, cento, mille volte più bello di quanto tu abbia mai sperato o immaginato.

Mangia, il tuo digiuno non ha ragione di esistere: non lo vede nessuno che non stai mangiando: così stai facendo  male solo a te stessa.

Non smettere mai di amarti e curarti.  Non tormentarti davanti allo specchio: imparerei ad amare il tuo corpo: guarderai persino con affetto ciò che oggi trovi ripugnante di te stessa.

Scrivi.

Continua a scrivere senza fermarti mai perché per te sarà catartico. Continua a scrivere di getto, come fai da sempre perché sarai il miglior psicologo di te stessa.

Scrivi perché ciò ti renderà più grande e forte. Profondamente consapevole.

La solitudine di oggi sarà solo un ricordo.

Non turbarti troppo delle ferite che ti porti dentro: le ferite: quelle importanti, le hanno i sopravvissuti e credimi, come loro nessun altro sa apprezzare la vita.

Oggi sei seria e con questa perenne tristezza ad accompagnarti. Ti riscatterai anche in questo. Un domani indosserai un sorriso che non passerà inosservato: sará il tuo miglior vestito e non raramente un buon numero di persone vedendoti dirà: ‘è arrivata Clara: è arrivato il sole!'”.

il mondo è piccolo

Sei un patriota? Cosa significa essere patriota per te?

Ho avuto diverse patrie, ciascuna mi dato molto come tolto altrettanto.

Oggi patria è fatta di persone. Per i miei  primi vent’anni ho forse incontrato quelle sbagliate. Le rare, quelle buone, hanno segnato e cambiato il mio destino.

Colombia significa vita. Lì sono nata. Lì ho trascorso i miei primi anni. Anarchia e burrasca. Disordine assoluto. Due genitori alle prese coi loro problemi, così immersi nei loro difetti e nella loro caoticitá da non accorgersi di noi.  Poco importava alla piccola Clara di mamma e papà: io avevo i miei fratelli: quella è stata la mia vera patria, il mio mondo significativo di affetti, quelle fondamentali figure di riferimento che mi hanno dato il significato di famiglia. Peccato fossimo solo bambini.

Poi Italia. La patria delle speranze. Il paese che ha definito un carattere che aveva già le sue fondamenta. Il paese che ha definito la mia cultura e la mia educazione. Una patria che ho capito di più perché finalmente ero in grado di farlo. Poi chi mi doveva dare di più mi ha tolto tutto. Ho cercato con esitazione aiuto e non ne ho trovato. Ho così capito che l’Italia per me non era il mio personale rinascimento ma il mio personale medioevo.

Infine Germania. Il paese del riscatto. Qui mi sono rifugiata con appresso solo ciò che era a me caro. Qui ho creato il nido per la mia famiglia e come i bambini sono stati in grado di camminare da soli mi sono attivata: ho voluto e cercato la piena integrazione in questa nuova casa. Perché bisogna dirlo: se hai volontà, qui riesci a fare tutto. Non nego le difficoltà ma mi è stata concessa la possibilità di riuscire nei miei intenti. Soni grata a questa mia nuova patria e qui rimango per la semplice ragione che ora è casa mia.

Ecco spiegata la ragione per cui, a mio avviso, il mondo è veramente piccolo, tanto minuto che una persona può ritrovarsi ad avere più patrie nella sua storia e cosa significa allora essere patrioti?

Significa semplicemente vivere e dare significato alle proprie giornate. Essere con orgoglio e consapevolezza quel tassello del mosaico in cui viviamo e a cui apparteniamo.

Le mie persone

Chi sono le persone con cui preferisci stare?

Sono cambiate nel tempo.

Perché a cambiare sono stata io.

Noi.

A Roma vivevo in un appartamento molto piccino ma molto carino.

Io e Fabrizio siamo stati i primi in molte cose nella nostra cerchia: andare a vivere insieme, sposarci e avere figli.

Abbiamo sempre amato la presenza dei nostri amici e nessun cambiamento ci ha limitato in questo. Si preferiva organizzare le serate in casa piuttosto che in locali, per il semplice fatto che sentivamo addosso meno limiti e imposizioni. Fatto sta che la nostra casetta, al fine settimana, aveva sempre ospiti. In numero variabile tra i 5 fino ai 13. Perché di stare stretti non ci importava, anzi: meglio! E che serate! Ricordi memorabili! Risate, buon cibo, vino e birra a volontà. Una compagnia favolosa, fatta di tanti nomi, anche se sempre gli stessi.

Il trasferimento a Berlino ha stravolto il nostro mondo.

Per anni siamo stati solo noi: io, Fabrizio e i bambini. Le motivazioni tante: la barriera linguistica (non sapevo una parola in tedesco, a dirla tutta), la diffidenza verso di noi in quanto stranieri, l’ impegno che richiedevano due bambine estremamente piccole.

Ci sono state di conforto due cose in quel periodo: le visite degli amici più cari e le nuove conoscenze.

In principio cercavamo la presenza di altre famiglie italiane. Un lasso di tempo carino ma breve in cui ogni occasione era buona per organizzare feste e sentirci meno lontani da casa. Il grande gruppo, tuttavia, è andato progressivamente diminuendo: chi tornava in Italia, chi volava altrove in Europa o in Germania. Ci siamo semplicemente allontanati l’uno dall’altro.

Ci sono rimasti una o due coppie di amici. Bene così: non importa la quantità ma la qualità.

Poi il Corona.

La pandemia è stata una clausura. Un’isolazione forzata che diavolo se ci ha fatti sentire soli ed isolati. Un periodo buio che però ha segnato la svolta.

Abbiamo sempre cercato la piena integrazione nella nostra nuova città. Un integrazione attiva: fatta di lavoro e ricerca di contatto positivo con gli altri.

Ammetto: ci è voluto tempo e sforzo ma oggi ho una buona cerchia di conoscenti, colleghi ed amici.

Con chi preferisco stare?

Lo so io e lo sanno loro.

Non c’è bisogno di nomi: mi piace piuttosto sottolineare quanto sia bella la loro presenza nelle mie giornate e il sapore dolce che danno alla mia vita.

Involontariamente

Hai mai infranto involontariamente la legge?

Chi è andato via di casa relativamente presto impara rapidamente ad anticipare le proprie azioni. Si tende a prevenire le conseguenze. Si cammina col corpo ma il cervello è tre passi avanti. Perché sei responsabile di te stesso e così è giusto che sia. Ne deriva che ogni qual volta che ho infranto la legge l’ho fatto volontariamente, essendo ben consapevole dell’effetto della mia scelta. Piccole stronzate, per lo più alla guida di un’auto.

Tutto ciò che di involontario ho fatto nella mia vita è attribuibile alla mia stupidità e di certo non ha a che fare con la legge.