179- Sette anni ancora

Il mio intento era quello di trovare i miei genitori biologici.

Come iniziare una tale ricerca?

A mia concreta disposizione avevo solo carta e penna. Strumenti troppo arretrati rispetto ai tempi.

Avevo tuttavia due problematiche nel immediato: non avevo un computer e ancor di più non sapevo come usarne uno.

I miei intenti non corrispondevano alle mie qualità: avevo poco più di vent’anni e mi vergogno ad ammetterlo, ma le mie capacità davanti ad un computer erano misere. Ero in grado appena di accenderlo e spegnerlo.

Internet? Per me era solo un nome.

In quella che era stata casa mia era visto come lo strumento del demonio. Qualcosa da cui io dovevo stare lontana perché pericoloso, tanto io per lui che io per me stessa. Ne ho perciò mantenuto le distanze  non perché la pensassi come i miei ma banalmente perché fin allora non me ne era servito l’utilizzo. Potevo viverci senza perché non mi era mai effettivamente servito. Combattere per un computer e internet in casa? Battaglia persa perché  non ne avevo alcun interesse. Mio fratello ne aveva un maggior ma sempre molto limitato utilizzo . Io me ne ero servita per delle ricerche a livello scolastico ma la mia inettitudine mi aveva procurato più problematiche da risolvere che vantaggi veri e propri, perciò era uno strumento al quale preferivo non avvicinarmi. Capitolo chiuso.

Le cose, negli anni, sono, tuttavia, cambiate.

È ciò che succede quando si ha la sensazione di libertà: tutto diventa come fluido: concreto e meno problematico; avrei potuto scrivere con Word e abbandonare foglio e penna, avrei potuto vederci qualche film, videochiamare e chattare con Fabrizio, scrivermi a quel tanto famoso Facebook, di cui ero venuta da poco a conoscenza e di cui tutti parlavano; insomma finalmente avrei potuto usufruire di un computer e di internet come un qualunque altro essere umano: perché finalmente mi era utile.

Era patetico, devo ammetterlo, che io non sapessi usare un computer. Mi vergognavo di quella carenza, ma la determinazione è un buono stimolo per chiunque, perciò ho abbandonato  la mia titubanza per buttarmi cocciutamente nella nuova avventura.

Un computer era esattamente ciò che mi avrebbe fornito il supporto adatto a fare qualunque tipo di ricerca io avessi in mente di fare: niente chiamate con lunghi minuti di attesa o file in qualche ufficio: una semplice mail e via.

Internet accorcia tempi e distanza. Offre milioni di possibilità.

Avrei solo dovuto imparare a fare tutto.

Partire da zero non è mai un problema per chi ha in mente i propri intenti e vuole ostinatamente realizzarli: fu così e per questo che comprai un portatile.

Mio supporto tecnico e morale, come al solito, fu Fabrizio.

Con mia sorpresa imparai quanto necessario in pochissimo tempo: erano più grandi i miei timori che le capacità effettive necessarie per impararlo ad usare: tutto era piuttosto spontaneo: quasi veniva da sé.

Si fatto usavo quotidianamente il mio nuovo strumento con una facilità sorprendente.

Fu emozionante  scrivere quella mia prima mail. Con il mio più formale italiano scrissi al consolato colombiano e quando usai il tasto invio ebbi una fitta al cuore. Quanta speranza in quel significativo gregge di parole virtuali. Impossibili e non chiudere il portatile con un sorriso sulle labbra.

Dopo poche settimane mi arrivò la risposta.

La mia prima mail di risposta. Certamente significativa.

Aprirla mi ha procurato grande emozione: avrei saputo finalmente come affrontare la ricerca dei miei genitori biologici. Di Ted. Il cuore non batteva. Era impazzito dentro al mio petto.

Uno stentato italiano mi informava che dovevano passare vent’anni dalla data effettiva della mia adozione per poter avviare un qualunque tipo di ricerca.

Avevo aperto quella mail con molte speranze…Invece mi toccava accontentarmi dell’attesa…Un attesa che nel mio caso sarebbe stata lunga sette anni.

Un bel po’ di tempo per chi vuole le proprie radici.

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