177-Pasqua

Quell’anno abbiamo festeggiato la Pasqua a Colonna, stesso paese dove risiedono i miei.

È stata una pura casualità; Ruben, quasi un fratello, tanto era forte la nostra amicizia, ci ha sorpreso con una novità: “Mi ha invitato a pranzo mia madre, ma dato che ci eravamo già organizzati di stare insieme a voi, facciamo una cosa: venite anche voi con me”.

Felice dell’invito, avevo preparato un dolce.

Cucinare mi era sempre riuscito bene, perché mi piaceva e perché mi riusciva facile. Preparare il dessert era ed è tutt’ora, a mio avviso, un bel gesto di gratitudine: significa attenzione, dedizione e affetto.

Come previsto la giornata di festa procedeva molto bene; la compagnia era perfetta, come ritrovarsi tra anime che si conoscevano da una vita, cibo squisito, buon vino e liquori fatti in casa.

In mezzo a tutte quelle belle sensazioni un pensiero ha bussato e mi ronzava intorno come una mosca fastidiosa.

Sapere che i miei genitori fossero a poche centinaia di metri da me mi imponeva di passare per un saluto. Ma avrei fatto bene? Non sarebbe stata un’imposizione? Avrei rovinato la loro giornata o l’avrebbero presa bene? Gli ospiti più graditi non sono quelli che avvisano della loro visita?

Coi miei non esisteva una giusta strategia: tutto sembrava sbagliato.

Confusa ho chiesto consiglio al mio simposio.

È risaputo: l’aria di festa impone positività e tutti mi hanno spinta a fare un saluto. Che male ci può essere in un ciao?

Era avanzato un bel pezzo del mio dolce. Perché non portarne un pezzo? Armata di coraggio, buone aspettative e con in mano un po’ di dolcezza mi sono diretta a casa.

Anche Fabrizio, che camminava insieme a me, ha iniziato ad innervosirsi.

Ogni passo che ci avvicinava a destinazione diventava come più pesante. Mi sudavano le mani. Il cuore era un tamburo che mi arrivava alle orecchie.

Ho suonato il citofono in parte sperando che non fossero in casa.

Il disagio era in parte diventato paura.

Cercavo di razionalizzare quella sorta di terrore che mi aveva invasa. Sarei corsa via. Si può avere paura di mamma e papà?

No. Non era paura di loro. A rompermi il respiro erano le sensazioni e i sentimenti che erano in grado di farmi provare. Come sapere di dover andare in apnea più a lungo delle proprie possibilità.

Il passato non è più in nostro potere ma il futuro si. Questa speranza mi aveva portato avanti a quel cancello.

Lo scatto improvviso del cancello è stato come uno sparo alle mie orecchie.

Io e Fabrizio ci siamo guardati stupiti.

Erano in casa ma ancora più incredibile: mi avevano aperto.

Il perché si è svelato pochi passi dopo.

Avevano ospiti.

Erano stati costretti ad aprire dalla situazione.

I loro ospiti, amici di famiglia di vecchia data, mi hanno salutato con calore.

Il saluto di mio padre è stato tiepido e si è lasciato baciare su una guancia. Ho dato il dolce in mano e mia madre e mi sono avvicinata per baciare anche lei.

Si è tirata indietro. Scioccata e arrabbiata dal tentativo.

Non ha voluto essere toccata, anzi, si è allontanata in cucina da dove abbiamo sentito sbattere due o tre pensili.

Sapevo che aveva appena buttato al secchio il pezzo di dolce che avevo portato.

È rimasta lì, sbattendo legno e pentole, manifestando con quei rumori tutto il suo disappunto per una presenza del tutto sgradita che le era stata imposta.

Il mio disagio e quello di Fabrizio era chiaramente visibile.

Papà e gli ospiti non sembravano poi fare tanto caso alle proteste che venivano dalla cucina. Come del tutto abituati a quei capricci.

Sono stati loro a dimostrare interesse verso di me ma ancora di più nel voler conoscere Fabrizio perché lo hanno tempestato di domande. Non trovavo l’interrogatorio fuori luogo: era sinonimo di attenzione: avrebbero dovuto farlo i miei: cercar di conoscere la persona che avevo scelto e che aveva scelto me.

Dato il forte interesse manifestato dai miei padrini, anche mio padre ha fatto un paio di timide domande. Vedevo Fabrizio rispondere con spontaneità ma con un lieve accenno di ansia.

Povero, analizzato da totali sconosciuti.

Quando si è ospiti non graditi uno solo è il desiderio: andare via il prima possibile. Mettersi le ali ai piedi e scomparire. Scappare, direi.

Salutati tutti siamo usciti di casa.

Io e Fabrizio non parlavamo.

Stavamo in silenzio e quasi correvamo nell’intento di allontanarci il prima possibile da quel posto.

“Non so come hai fatto per tutto quel tempo. Come hai fatto a resistere per tutti questi anni? Dieci minuti di puro disagio dentro quella casa e io mi sento svuotato, sfiancato, impaurito persino! Non mi sono mai sentito così! Per favore non chiedermi mai più di entrare là dentro!”.

Mi sono sentita in colpa di averlo messo in una situazione tanto misera. Ottimismo? Speranza? Era davvero possibile? Mi sentivo persino stupida per aver fatto quel tentativo.

La Pasqua. Simbolo della vittoria della vita sulla morte. Del perdono.

Non era quello il mio caso: ciò che tra me e i miei genitori era morto rimaneva tale.

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