173-tentativi

La mia routine quotidiana si era fatta piena e serena.

Lavoravo molto e la sera il corpo era sempre più stanco dei pensieri, ma la totale assenza di preoccupazioni conciliava il sonno.

Avevo agognato alla serenità così intensamente che quasi non mi sembrava vero.

Una chiamata di Fabrizio era la mia dolce buona notte.

Addormentarmi era facile e quasi automatico.

Non è stato così per molto.

Mi mancava qualcosa.

Ho iniziato a pensare a quell’estranea che mi aveva partorita. Non a mio padre. Del vecchio non sentivo affatto l’assenza. Di lei, invece, ero piena di domande. Quale era la sua storia? Chi era lei? Da quale storia d’amore ero nata io?

Rileggevo ancora e ancora l’unico documento in mio possesso: la fotocopia del mio certificato di nascita.

Fissavo le informazioni in essa contenute cercando di trovare una qualche forma di rivelazione. Nomi e date non chiarivano molto. Creavano solo più domande, perciò più confusione.

Da quel foglio mi arrivava una sorta di brezza fredda. Quanto lí contenuto era estraneo. Troppo lontano da me.

La piccola Clara aveva amato solo due persone durante la sua infanzia: Javier e Ted; i miei fratelli, le uniche persone da cui avevo ricevuto un legame forte e sincero. Era questa la mia assenza malinconica?

No.

Dovevo ammettere che a mancarmi era altro.

Come si può smettere di amare un sogno fatto realtà?

Come si può smettere di amare chi ha lasciato radici profonde dentro di te?

Quelle profonde e robuste radici non erano affatto secche.

Odiavo l’inferno degli ultimi anni passati insieme, eppure loro no; era impossibile odiarli, al contrario mi mancavano.

Mi mancavano prima di averli avuti.

Li avevo accettati prima del nostro primo sguardo.

Li avevo amati prima di averli abbracciati.

Nel momento in cui mi avevano adottata loro erano diventati mia madre e mio padre.

Lo sarebbero stati per sempre.

Una madre e un padre possono essere solo amati.

È un amore viscerale che solo da bambini può nascere.

Non esiste schiaffo, percossa o dolore che poteva cambiare quel sentimento.

La delusione poteva solo annebbiare questa realtà: li avevo amati e continuavo ad amarli, per questo mi mancavano.

Ho cominciato a pensare che la distanza poteva essere la giusta soluzione: vivere insieme era stato tossico per noi; probabilmente solo adesso sarebbe potuto nascere un dialogo positivo.

Ciascuno al suo posto ma legati da qualcosa.

Persino i nostri contatti si erano ridotti ad essere indiretti: mandavano tramite Javier la bustarella contenente i soldi per pagare il mio affitto.

Nulla di più.

Presi una decisione ferma: il primo passo lo avrei fatto io.

Avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse di essere discreta ed educata, che mi desse la giusta distanza: un tentativo leggero che potesse essere accettato senza che lo interpretassero come un’intromissione.

Una chiamata breve. Un saluto: ad ogni festività, al loro compleanno li avrei chiamati per fargli gli auguri.

Tendevo loro a mano.

Io ci avrei provato.

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