171- quando un addio è un nuovo inizio

“Ti troveranno una camera in un appartamento normale”, mi rivelò mio fratello la mattina seguente.

Neppure una settimana e mi sono preparata le valigie perché il mio nuovo posto era stato trovato.

Ci trovavamo a ridosso della fine del mese perciò la ricerca era stata piuttosto frettolosa: o si trovava qualcosa subito o ci sarebbe voluto un altro mese.

Chi avrebbe potuto sopportarmi così a lungo?

Bisognava trovare qualsiasi posto il prima possibile.

Portavo con me solo vestiti e scarpe. Dentro due valigie tutto il mio mondo.

Non occorreva altro perché la camera era già arredata.

Avrei condiviso l’appartamento con un’anziana signora di nome Maria. Sarei andata in una camera completamente estranea, che non avevo mai visto e valutato, con una persona con cui non avevo scambiato neppure due parole.

I miei genitori si erano accordati via telefonica con la mia futura coinquilina.

Il telefono gli è bastato per trovarmi un posto adatto a me.

Perché non un’appartamento da condividere con altre ragazze!?

Già, la risposta è semplice: dovevo essere sorvegliata. Troppo sciacquetta per potermi autogestire. Troppo poco intelligente, troppo troietta, per meritarmi la compagnia di mie coetanee. Una vecchia signora mi avrebbe posto i paletti a cui la mia mente bacata non poteva arrivare. E poi era la scelta migliore per chi voleva risparmiare: quale giovane sceglie di sua spontanea volontà come coinquilina una signora a ridosso degli ottant’anni? Di certo i miei genitori avevano travato una super offerta per le loro tasche.

Ogni loro scelta manifestava la poca stima e la frenesia di liberarsi di me.

Mi offendevano senza bisogno di usare parole.

Ingoiavo in silenzio perché presto sarei stata libera da tutto questo.

Al mio nuovo domicilio mi avrebbe accompagnato mio fratello.

Poi è arrivato il momento dei saluti, mentre Javier caricava le valigie in camera.

“Se ti chiedono di tua madre dì che è morta o che sta in Colombia. Io puttane in casa non ne voglio”. Questa è stata la frase che mi ha voluto regalare mia madre mentre scendevo le scale e uscivo per sempre da casa loro.

Mio padre è rimasto in silenzio. Ha alzato la mano e mi salutato distante mentre i nostri occhi si sono incrociati rapidamente.

Capita di non avere neppure la forza di piangere.

Sono salita in macchina in silenzio e sono andata via.

Solo durante il viaggio ho permesso alle mie lacrime di uscire. In silenzio, perché non avevo voglia di parlare.

Ad aspettarmi sotto il palazzone dove avrei vissuto c’era Fabrizio.

Mi sono gettata tra le sue braccia come se fossi scappata dall’inferno e lui fosse il mio angelo custode. Solo a quel punto il mio pianto è diventati disperato e libero.

Valigie scaricate ed anche mio fratello mi ha salutato: “Fabrizio prenditi cura di mia sorella perché io non posso farlo”.

Con due valigie e Fabrizio ad accompagnarmi mi sono diretta nella mia nuova casa.

Maria è stata dolce nell’accogliermi in un appartamento vecchio quanto lei. Anche l’odore sapeva di altri tempi. La mia cameretta era più datata di me in quanto a colore delle pareti ed arredamento. Sull’unica finestra non batteva mai il sole col risultato che regnava l’ombra perenne lungo l’arco di tutta la giornata. Sarei corsa via a gambe levate da quell’appartamento orribile. Non parlavo. Non riuscivo. Solo attraverso il pianto esprimevo tutto il dolore ed il disgusto. Più mi guardavo introno e pio cresceva in me la certezza che i miei avevano cercato di risparmiare il più possibile sull’affitto perché solo un disperato avrebbe accettato un posto come quello in cui io mi ritrovavo ad abitare.

“I tuoi genitori devono mancarti davvero molto”, ha osservato Maria intenerita dalle mie lacrime. Parole che mi hanno fatta piangere ancora di più. “Ho parlato con mia figlia e mi ha detto che Colonna non è neppure tanto lontano; di certo potrai andarli a trovare il fine settimata”. Di male in peggio. Uno schiaffo dietro l’altro. Fabrizio, però, capiva e sapeva. Chiese di poter aiutarmi a disfare le valigie. Permesso accodato.

Ci siamo chiusi in camera. Valigie in un angolo. Ci siamo sdraiati sul letto e lì siamo rimasti abbracciati per lungo tempo.

Finalmente potevo avere Fabrizio con me. Braccia vere e sincere ad accogliermi.

Finalmente potevo condividere il mio spazio con lui.

Finalmente ero libera.

Pensavo a questo per cancellare una delle giornate più brutte della mia esistenza.

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