170-come se mai nulla fosse stato

Si erano dati un gran da fare. Di certo una vita da casalinga per lei e la pensione per lui, offriva loro una grande libertà di movimento.

Avevano trovato il posto perfetto per me.

Quasi carica di aspettativa ho accolto il loro invito a udienza con un tocco di felicità. Speranza avrei detto.

Mai sentimento fu più sbagliato.

“Abbiamo trovato un convento che offre delle camere. Avrai una stanza tutta per te e coprifuoco alle nove tutti i giorni”.

Se mi avessero sparato in pieno petto avrei sentito meno dolore.

Non ho ribadito. Non ne avevo la forza. Solo sono corsa in camera mia. Ho sbattuto la porta ma non per rabbia, bensì per il disperato tentativo di lasciare il mondo chiuso e lontano da me. Mi sono gettata sul letto e sul cuscino ho espresso con urla e pianto tutto il mio dolore. Non mi importava che mi sentissero. Di solito cercavo di essere silenziosa per non far sentire quanto fossero in grado di ferirmi. Quella volta no. Quella volta volevo essere rumorosa. Pazienza che mi udissero, avevo troppo dolore da cacciare fuori. Non c’era nulla da riflettere, volevo solo vomitare fuori la delusione più grande dei miei vent’anni.

I miei genitori erano fermi nella decisione di liberarsi di me.

Già questo era duro da digerire.

Per loro ero come il puzzolente rimasuglio della digestione. Chi può accettare una così disgustosa visione di se stesso? Eppure loro errano arrivati ad un grado di repulsione che superava tutto questo.

Se ne erano mai resi conto?

Avevano mai pesato le loro parole e decisioni?

Perché dentro al mio cuore la rivelazione è stata come un proiettile dentro al cuore e all’anima. Non si trattava solo di rifiuto ma di desiderio di annullare tutto ciò che ero stata.

Mandarmi dentro un convento quando loro mi avevano presa da un orfanotrofio cattolico gestito da suore. Una strana e crudele forma di rilasciarmi là dove mi avevano trovata.

Volevano annullarmi.

Non allontanarmi ma cancellare tutti quegli anni di convivenza. Cancellare ogni momento con me.

Mai ho pianto disperatamente come quella sera.

Mio fratello deve averlo percepito perché in silenzio è entrato nella mia camera e mi ha abbracciato.

Non sono servite parole. Ha aspettato che riuscissi a calmarmi.

“Ti rendi conto di quello che vogliono farmi?”, gli ho sussurrato tra un singhiozzo strozzato e un altro.

Mi ha baciata sulla fronte. “Ci penso io. Ci parlo io” e si è allontanato da me per mantenere la promessa.

Mi arrivavano alle orecchie le loro parole ed io quasi avrei voluto infilarmi delle matite dentro di esse e far uscire sangue pur di non essere più in grado di ascoltare quelle frasi che erano peggio di acido.

“Ma che cavolo vuole inventarsi!? Sono solo scuse! Lei non vuole andare dalle suore perché vuole continuare a fare la troia!”, ha detto lei curando si di alzare la voce affinché io potessi ben sentirla.

A quel punto è stato mio fratello a urlare contro di lei. Voleva farla ragionare a tutti i costi. Gli sono esplose dal petto le parole che io stessa avrei pronunciato ed il silenzio che ne è derivato è stato come la possibilità di tornare a respirare. Lui aveva un diritto ad essere ascoltato che io non ho mai avuto. Con lui accettavano una sorta di leggero confronto che a me non ha mai aspettato. Il progressivo calare del volume della discussione calmava anche il mio respiro.

Che davvero avessero capito di aver esagerato?

Che questa loro scelta fosse stata guidata solo dall’esclusivo desiderio di risparmiare il più possibile sull’affitto di una camera e si fossero trovati inconsapevolmente autori di un gesto le cui conseguenze non erano state considerate?

Il silenzio mi confondeva.

Come dovevo interpretare gli avvenimenti di quella serata?

Confusa sono caduta in un sonno pesante. Quasi fossi stata anestetizzata. Una salvezza per me perché non volevo continuare a pensare.

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