169-gioia o paura?

Gettare la spugna.

Ho dovuto accettarlo.

Inutili quei piccoli passi in avanti quando a tentare ero io sola.

Ho lasciato l’università ed ho iniziato a lavorare come commessa. Un’occupazione che mi avrebbe permesso una progressiva emancipazione cosicché un giorno avrei potuto permettermi di condividere un appartamento con altre ragazze. Avevo già iniziato a vedere qualche prezzo e qualche offerta. Non andavo di fretta perché sapevo ci sarebbe voluto tempo e soldi messi da parte. Avevo aperto un conto. Da sola, senza il supporto di nessuno. Sapevo che quanto facevo lo avrei dovuto affrontare e vivere sola.

Per evitare situazioni inaspettate, che non avrei potuto certamente affrontare, ho iniziato a prendere la pillola anticoncezionale. Una decisione mia e condivisa da Fabrizio. Saputo a casa che avrei dovuto fare le analisi del sangue è scoppiato un caso diplomatico. Pur di avere un chiarimento per quel prelievo ematico, mai successo prima, si sono offerti di accompagnarmi in laboratorio. Avrei potuto essere onesta e chiarire le motivazioni, ma a dirla tutta, ho quasi provato piacere a vedere quella loro strana preoccupazione. Pensavano forse che fosse già successo quanto io volevo evitare e temessero che io fossi incinta? Dover accettare oltre alla poco di buono che ero anche un figlio non desiderato? Poco importava: quel panico se lo meritavano tutto. Suppongo in laboratorio qualche uccellino abbia parlato perchè una volta avuto il cerotto sul braccio tornarono a trattarmi con la familiare freddezza di sempre.

Vivevo le mie giornate e nel frattempo programmavo. Mattoncino dopo mattoncino, come una piccola formica operaia mi davo da fare per il mio futuro. Sapevo ci sarebbe voluto del tempo.

La svolta avvenne inaspettata un giorno, dopo il mio ritorno a casa dal lavoro.

“Dobbiamo parlare”, mi disse lei nell’aprire la porta.

Non ero neppure curiosa. Non ho proferito parola. Camera mia a posare le mie cose. Mani lavate e poi di fronte la loro che stavano seduti sul divano. Io in piedi. Loro i giudici e io l’imputato.

“Noi siamo disposti a pagare pur di liberarci di te. Non sopportiamo più di dover subire i tuoi porci comodi: questa casa non è un albergo. Non voglio più essere costretta a tornare a casa perché tu devi entrare. Ti stiamo cercando un posto dove potrai andare a vivere”. Sempre lei a parlare. Lui zitto. Testimone silenzioso.

“Ok”.

Questa è stata la mia risposta. Non pensata. Caduta fuori dalla bocca quasi meccanicamente. Non era forse meglio per me? Avrebbero persino pagato loro; le mie tasche non ci avrebbero rimesso. Tanto meglio e poi era già successo. Una sera tra le tante mi avevano informata che sarei dovuta andare qualche giorno con loro nella casa nuova in montagna. “E come faccio col lavoro!? Mica posso assentarmi così, dall’oggi al domani, senza chiedere in anticipo un permesso per ferie o giorni liberi!”. Devono averci pensato un po’ e la paura che perdessi il mio impiego deve averli mossi ad elaborare un nuovo piano perché di lì a qualche ora mi avevano trovato un Bedandbreakfast al centro di Roma dove soggiornare in vista della loro assenza. Sessanta euro al giorno pur di non farmi stare sola in casa. Non sapevo cosa mi ferisse maggiormente: quei soldi sprecati o la bassa stima nei miei confronti.

Nessuna separazione progressiva. Separazione netta e prossima.

Non sapevo se essere emozionata o avere paura.

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