168- loro genitori e io figlia

Continuavo a lasciare i fogli che scrivevo sulla scrivania. Non li nascondevo più. Speravo che leggerli li avrebbe aiutati a capirmi. A conoscermi meglio. Era una tattica che avevo già provato, che tuttavia volevo tentare ancora e ancora.

Ogni giorno era una sconfitta.

Mi sembrava di combattere contro il vento. Di tentare di afferrare l’acqua con le mani. Mi sentivo presa in giro dalla vita: prima non avevo niente e quel nulla avevo preso ad accettarlo; niente mi mancava.

Soffrivo perché ferita e limitata.

Lo stringere la cosa bella che per me rappresentava Fabrizio, mi aveva fatto rendere conto della miseria a cui ero ridotta. Ero ciò che mi avevano portato a diventare: un divenire continuo mal interpretato e non capito. Come potevano non conoscermi affatto?

Ho lottato a modo mio, con le armi che avevo. Ho abbandonato il silenzio. Ho tentato di essere compresa.

Ogni passo era sempre stato uno sbattere contro un muro, ma non volevo arrendermi.

Ogni passo sbagliato doveva trasformarsi in un nuovo tentativo. Accettavo ogni fallimento perché dietro di esso c’era richiesta di attenzione, di aiuto, di comprensione.

Con il mio scrivere mi aprivo a loro, dimostravo ciò che realmente ero.

A leggere era sempre mia madre.

Era come se parlassimo lingue diverse. Lei non accettava le mie parole. Le usava contro di me; con il risultato che l’immagine della Clara balorda che lei aveva in mente si rafforzava sempre più nella sua mente.

La mia rabbia la esprimevo nell’unico modo a portata di mano: facendo tardi al loro coprifuoco di mezzanotte. Era il mio modo di gridare loro: “se tu non rispetti me perché io devo rispettare le tue regole?”.

Una protesta inutile, sbagliata e sterile.

Cercavo di analizzarmi continuamente. Cercavo un contatto.

Loro che facevano?

Volevo essere un fantasma dentro quella casa poi l’essermi innamorata mi ha riportata a volere la semplice normalità, l’ affetto, il dialogo, la condivisione, il confronto. Era uno sforzo molto grande. Ero disposta a farlo. Era un peccato sprecare una così preziosa possibilità. Loro genitori e io figlia.

A pesare tanto erano gli attacchi verbali ai miei tentativi.

“Quella croce rossa dietro la giacca del tuo amico: cos’è fa parte delle bestie di Satana? Te la fai con loro adesso? Ha pure suonato il citofono all’una di notte! Cos’è non vedeva l’ora di mollarti!?”.

“Con questi fogli ti ci puoi pure pulire il culo, capito!”.

“Adesso ti prepari pure il pranzo? E come mai? Vuoi far finta di fare la brava?”.

Perché dover subire così tanto?

Perché combattere il dolore, metterlo da parte per poi riceverne due volte tanto?

Loro non capivano. Non volevano capire.

Si fermavano alla loro cocciuta visione egoista.

Avevano trasformato la più bella manifestazione di altruismo in egoismo puro.

Fissi nel pensiero che a vent’anni dovevo pensare solo a studiare per il mio futuro.

Come farlo se non avevo un presente? Se stavo male dentro e con me stessa? Come potevo studiare se piena di carenze interne? Come potevo mettermi sui libri se a mancarmi era semplicemente il fatto di essere riconosciuta per quello che ero realmente?

Mi mancava la vita familiare normale. Sentimenti famigliari normali. Sentirmi figlia. Sentirmi me stessa.

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