174-perchè io no?

Sconcertava anche me la consapevolezza di quanto soffrissi l’assenza dei miei genitori.

Non mi era chiara la ragione.

Quel perché mi frullava in testa continuamente.

Mi toglieva la breve serenità che avevo ottenuto.

Come avere costantemente fame e perciò uno stomaco eternamente brontolante.

Solo che a brontolare era il cuore.

Non accettavo di essere un frutto senza ramo.

Non accettavo il rifiuto.

Non accettavo di apparire come uscita dal nulla.

Non accettavo di essere senza famiglia. Senza la mia famiglia.

Quanto è importante per ciascuno di noi il senso di appartenenza?

È un cuscino, una coperta psicologica che si porta sempre con sé. È un rifugio che conforta e riscalda qualunque sia la distanza. Una testimonianza di ciò che si è e si è stati.

Una famiglia è un biglietto da visita.

È un invisibile dolce gigante che ti cammina avanti per proteggerti dal mondo intero.

La domanda perenne era una: “Perché io no?”.

Ho iniziato a portare rancore verso qualunque altro essere umano perché mi sembrava che tutti avessero qualcosa che io aspettavo anche per me stessa.

Vedere padri o madri con figli adulti era quasi doloroso.

Provavo una gelosia acida.

Se prima adoravo osservare con occhi adoranti Fabrizio insieme alla sua famiglia, ora provavo un cieco risentimento.

Era un brutto tarlo difficile da accettare, che mi rendeva lunatica e distaccata. Sentimenti che non mi piacevano, che nascondevo dietro parole e sorrisi.

C’è una differenza sostanziale tra il subire la mancanza di qualcosa che si è avuto e qualcosa che non si è avuto.

Da bambina avevo desiderato due genitori semplicemente perché non li avevo.

Da grande subivo di nuovo la loro assenza, con un nuova variante: loro li avevo vissuti e amati tanto profondamente da non poter se non continuare a farlo.

Da parte mia c’era stata una così forte e profonda accettazione della loro figura che mi risultava difficile non pensarli dentro ai miei giorni.

Erano stati il mio dono. Il regalo più grande.

Come potevo rinunciare ad esso?

Io non riuscivo.

Era troppo importante per me ricucire il brutto strappo che ci divideva.

Lo credevo possibile.

173-tentativi

La mia routine quotidiana si era fatta piena e serena.

Lavoravo molto e la sera il corpo era sempre più stanco dei pensieri, ma la totale assenza di preoccupazioni conciliava il sonno.

Avevo agognato alla serenità così intensamente che quasi non mi sembrava vero.

Una chiamata di Fabrizio era la mia dolce buona notte.

Addormentarmi era facile e quasi automatico.

Non è stato così per molto.

Mi mancava qualcosa.

Ho iniziato a pensare a quell’estranea che mi aveva partorita. Non a mio padre. Del vecchio non sentivo affatto l’assenza. Di lei, invece, ero piena di domande. Quale era la sua storia? Chi era lei? Da quale storia d’amore ero nata io?

Rileggevo ancora e ancora l’unico documento in mio possesso: la fotocopia del mio certificato di nascita.

Fissavo le informazioni in essa contenute cercando di trovare una qualche forma di rivelazione. Nomi e date non chiarivano molto. Creavano solo più domande, perciò più confusione.

Da quel foglio mi arrivava una sorta di brezza fredda. Quanto lí contenuto era estraneo. Troppo lontano da me.

La piccola Clara aveva amato solo due persone durante la sua infanzia: Javier e Ted; i miei fratelli, le uniche persone da cui avevo ricevuto un legame forte e sincero. Era questa la mia assenza malinconica?

No.

Dovevo ammettere che a mancarmi era altro.

Come si può smettere di amare un sogno fatto realtà?

Come si può smettere di amare chi ha lasciato radici profonde dentro di te?

Quelle profonde e robuste radici non erano affatto secche.

Odiavo l’inferno degli ultimi anni passati insieme, eppure loro no; era impossibile odiarli, al contrario mi mancavano.

Mi mancavano prima di averli avuti.

Li avevo accettati prima del nostro primo sguardo.

Li avevo amati prima di averli abbracciati.

Nel momento in cui mi avevano adottata loro erano diventati mia madre e mio padre.

Lo sarebbero stati per sempre.

Una madre e un padre possono essere solo amati.

È un amore viscerale che solo da bambini può nascere.

Non esiste schiaffo, percossa o dolore che poteva cambiare quel sentimento.

La delusione poteva solo annebbiare questa realtà: li avevo amati e continuavo ad amarli, per questo mi mancavano.

Ho cominciato a pensare che la distanza poteva essere la giusta soluzione: vivere insieme era stato tossico per noi; probabilmente solo adesso sarebbe potuto nascere un dialogo positivo.

Ciascuno al suo posto ma legati da qualcosa.

Persino i nostri contatti si erano ridotti ad essere indiretti: mandavano tramite Javier la bustarella contenente i soldi per pagare il mio affitto.

Nulla di più.

Presi una decisione ferma: il primo passo lo avrei fatto io.

Avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse di essere discreta ed educata, che mi desse la giusta distanza: un tentativo leggero che potesse essere accettato senza che lo interpretassero come un’intromissione.

Una chiamata breve. Un saluto: ad ogni festività, al loro compleanno li avrei chiamati per fargli gli auguri.

Tendevo loro a mano.

Io ci avrei provato.

172- famiglia

Ho presto accettato l’appartamento di Maria come casa. Non mi piaceva, ma era relativamente vicina a quella di Fabrizio e nulla mi vietava di cercare qualcosa di nuovo, ancora meglio se nello stesso quartiere del mio ragazzo. In fin dei conti era il posto dove avrei dormito e fatto colazione: il resto del mio quotidiano si sarebbe svolto altrove, perciò perché dargli tanto peso?

Ciò che davvero contava era tutt’altro: mi sono lasciata contagiare dalle novità, piccole cose normali che per me erano una conquista: il peso e il rumore delle chiavi del mio appartamento, il poter uscire e rientrare senza dover guardare l’orologio, il non dover chiedere il permesso per fare qualunque cosa, il non sentirmi seguita, osservata, spiata e giudicata.

Era come se tutto fosse diventato improvvisamente più leggero: dopo anni e anni cominciavo a vivere serena. Questo era il cambiamento più significativo: la tranquillità con la quale trascorrevano le giornate.

In quel periodo avevo un solo timore: quale idea si fossero fatti di me i genitori di Fabrizio. Quale poteva essere il giudizio nei miei confronti?

Erano stati testimoni di situazioni sgradevoli: quando mi sono presentata alla loro porta nel pieno della notte quando, avendo fatto tardi, i mei genitori avevano deciso di non aprirmi il cancello di casa e ora la nuova novità: pagata purché lontana da casa.

Cosa potevano mai pensare di me?

Chiaramente non mi conoscevano, avevamo avuto solo qualche chiacchierata e qualche pranzo, ed io avevo una gran vergogna di ciò che potevano pensare di me.

Temevo il pregiudizio, perché contro di lui avevo dovuto lottare per lungo tempo e perché contro di lui avevo perso.

Faticavo a credere che si potesse avere un buon giudizio di me a causa della mia storia.

Temevo soprattutto il pregiudizio gratuito, quello che nasce senza alcun fondamento. Quello che deriva da un’occhiata superficiale.

Secondo grande cambiamento della mia vita: nessun pregiudizio ma osservazione attenta, attiva e diretta: i genitori di Fabrizio mi hanno vissuta e così conosciuta. Come? Mi hanno invitata a trascorrere i fine settimana con loro e la conoscenza è stata reciproca.

Io ero semplicemente ciò che ero: totalmente libera perché non avevo nulla di cui avere paura o da nascondere e grata della possibilità offerta.

In aggiunta a ciò ho potuto essere testimone della magia che si racchiude dentro alla parola “famiglia”: il dialogo reciproco, i baci, gli abbracci ed amarli è stato del tutto normale. Se Fabrizio si era dimostrato speciale, è perché dietro e con lui ci sono due genitori straordinari. Osservavo e analizzavo quelle tre persone perché erano ciò che avevo sognato per me stessa. Loro conoscevano me ed io conoscevo loro.

Condividevo le mie osservazioni con Fabrizio, e da subito gli ho detto che era bellissimo vederli coccolarsi. Adoravo vedere i loro baci e abbracci. Tenerezze tra adulti ma dolci come quelle tra bambini. Me ne riempivo gli occhi e sorridevo felice. Erano il mio spettacolo personale. Del tutto normale, spontaneo per loro eppure così prezioso davanti al mio sguardo. Una vita che si amavano quei tre, una cosa così normale che capitava senza che cogliessero la bellezza nascosta dietro quella tenerezza.

“Clara mi hai insegnato ad amare consapevolmente la mia famiglia: davo molto per scontato perché non mi rendevo conto di quanto fortunato io sia; invece tu mi hai aperto gli occhi: se prima me ne allontanavo, con te ho riscoperto il piacere dello stare con i miei genitori”.

171- quando un addio è un nuovo inizio

“Ti troveranno una camera in un appartamento normale”, mi rivelò mio fratello la mattina seguente.

Neppure una settimana e mi sono preparata le valigie perché il mio nuovo posto era stato trovato.

Ci trovavamo a ridosso della fine del mese perciò la ricerca era stata piuttosto frettolosa: o si trovava qualcosa subito o ci sarebbe voluto un altro mese.

Chi avrebbe potuto sopportarmi così a lungo?

Bisognava trovare qualsiasi posto il prima possibile.

Portavo con me solo vestiti e scarpe. Dentro due valigie tutto il mio mondo.

Non occorreva altro perché la camera era già arredata.

Avrei condiviso l’appartamento con un’anziana signora di nome Maria. Sarei andata in una camera completamente estranea, che non avevo mai visto e valutato, con una persona con cui non avevo scambiato neppure due parole.

I miei genitori si erano accordati via telefonica con la mia futura coinquilina.

Il telefono gli è bastato per trovarmi un posto adatto a me.

Perché non un’appartamento da condividere con altre ragazze!?

Già, la risposta è semplice: dovevo essere sorvegliata. Troppo sciacquetta per potermi autogestire. Troppo poco intelligente, troppo troietta, per meritarmi la compagnia di mie coetanee. Una vecchia signora mi avrebbe posto i paletti a cui la mia mente bacata non poteva arrivare. E poi era la scelta migliore per chi voleva risparmiare: quale giovane sceglie di sua spontanea volontà come coinquilina una signora a ridosso degli ottant’anni? Di certo i miei genitori avevano travato una super offerta per le loro tasche.

Ogni loro scelta manifestava la poca stima e la frenesia di liberarsi di me.

Mi offendevano senza bisogno di usare parole.

Ingoiavo in silenzio perché presto sarei stata libera da tutto questo.

Al mio nuovo domicilio mi avrebbe accompagnato mio fratello.

Poi è arrivato il momento dei saluti, mentre Javier caricava le valigie in camera.

“Se ti chiedono di tua madre dì che è morta o che sta in Colombia. Io puttane in casa non ne voglio”. Questa è stata la frase che mi ha voluto regalare mia madre mentre scendevo le scale e uscivo per sempre da casa loro.

Mio padre è rimasto in silenzio. Ha alzato la mano e mi salutato distante mentre i nostri occhi si sono incrociati rapidamente.

Capita di non avere neppure la forza di piangere.

Sono salita in macchina in silenzio e sono andata via.

Solo durante il viaggio ho permesso alle mie lacrime di uscire. In silenzio, perché non avevo voglia di parlare.

Ad aspettarmi sotto il palazzone dove avrei vissuto c’era Fabrizio.

Mi sono gettata tra le sue braccia come se fossi scappata dall’inferno e lui fosse il mio angelo custode. Solo a quel punto il mio pianto è diventati disperato e libero.

Valigie scaricate ed anche mio fratello mi ha salutato: “Fabrizio prenditi cura di mia sorella perché io non posso farlo”.

Con due valigie e Fabrizio ad accompagnarmi mi sono diretta nella mia nuova casa.

Maria è stata dolce nell’accogliermi in un appartamento vecchio quanto lei. Anche l’odore sapeva di altri tempi. La mia cameretta era più datata di me in quanto a colore delle pareti ed arredamento. Sull’unica finestra non batteva mai il sole col risultato che regnava l’ombra perenne lungo l’arco di tutta la giornata. Sarei corsa via a gambe levate da quell’appartamento orribile. Non parlavo. Non riuscivo. Solo attraverso il pianto esprimevo tutto il dolore ed il disgusto. Più mi guardavo introno e pio cresceva in me la certezza che i miei avevano cercato di risparmiare il più possibile sull’affitto perché solo un disperato avrebbe accettato un posto come quello in cui io mi ritrovavo ad abitare.

“I tuoi genitori devono mancarti davvero molto”, ha osservato Maria intenerita dalle mie lacrime. Parole che mi hanno fatta piangere ancora di più. “Ho parlato con mia figlia e mi ha detto che Colonna non è neppure tanto lontano; di certo potrai andarli a trovare il fine settimata”. Di male in peggio. Uno schiaffo dietro l’altro. Fabrizio, però, capiva e sapeva. Chiese di poter aiutarmi a disfare le valigie. Permesso accodato.

Ci siamo chiusi in camera. Valigie in un angolo. Ci siamo sdraiati sul letto e lì siamo rimasti abbracciati per lungo tempo.

Finalmente potevo avere Fabrizio con me. Braccia vere e sincere ad accogliermi.

Finalmente potevo condividere il mio spazio con lui.

Finalmente ero libera.

Pensavo a questo per cancellare una delle giornate più brutte della mia esistenza.

170-come se mai nulla fosse stato

Si erano dati un gran da fare. Di certo una vita da casalinga per lei e la pensione per lui, offriva loro una grande libertà di movimento.

Avevano trovato il posto perfetto per me.

Quasi carica di aspettativa ho accolto il loro invito a udienza con un tocco di felicità. Speranza avrei detto.

Mai sentimento fu più sbagliato.

“Abbiamo trovato un convento che offre delle camere. Avrai una stanza tutta per te e coprifuoco alle nove tutti i giorni”.

Se mi avessero sparato in pieno petto avrei sentito meno dolore.

Non ho ribadito. Non ne avevo la forza. Solo sono corsa in camera mia. Ho sbattuto la porta ma non per rabbia, bensì per il disperato tentativo di lasciare il mondo chiuso e lontano da me. Mi sono gettata sul letto e sul cuscino ho espresso con urla e pianto tutto il mio dolore. Non mi importava che mi sentissero. Di solito cercavo di essere silenziosa per non far sentire quanto fossero in grado di ferirmi. Quella volta no. Quella volta volevo essere rumorosa. Pazienza che mi udissero, avevo troppo dolore da cacciare fuori. Non c’era nulla da riflettere, volevo solo vomitare fuori la delusione più grande dei miei vent’anni.

I miei genitori erano fermi nella decisione di liberarsi di me.

Già questo era duro da digerire.

Per loro ero come il puzzolente rimasuglio della digestione. Chi può accettare una così disgustosa visione di se stesso? Eppure loro errano arrivati ad un grado di repulsione che superava tutto questo.

Se ne erano mai resi conto?

Avevano mai pesato le loro parole e decisioni?

Perché dentro al mio cuore la rivelazione è stata come un proiettile dentro al cuore e all’anima. Non si trattava solo di rifiuto ma di desiderio di annullare tutto ciò che ero stata.

Mandarmi dentro un convento quando loro mi avevano presa da un orfanotrofio cattolico gestito da suore. Una strana e crudele forma di rilasciarmi là dove mi avevano trovata.

Volevano annullarmi.

Non allontanarmi ma cancellare tutti quegli anni di convivenza. Cancellare ogni momento con me.

Mai ho pianto disperatamente come quella sera.

Mio fratello deve averlo percepito perché in silenzio è entrato nella mia camera e mi ha abbracciato.

Non sono servite parole. Ha aspettato che riuscissi a calmarmi.

“Ti rendi conto di quello che vogliono farmi?”, gli ho sussurrato tra un singhiozzo strozzato e un altro.

Mi ha baciata sulla fronte. “Ci penso io. Ci parlo io” e si è allontanato da me per mantenere la promessa.

Mi arrivavano alle orecchie le loro parole ed io quasi avrei voluto infilarmi delle matite dentro di esse e far uscire sangue pur di non essere più in grado di ascoltare quelle frasi che erano peggio di acido.

“Ma che cavolo vuole inventarsi!? Sono solo scuse! Lei non vuole andare dalle suore perché vuole continuare a fare la troia!”, ha detto lei curando si di alzare la voce affinché io potessi ben sentirla.

A quel punto è stato mio fratello a urlare contro di lei. Voleva farla ragionare a tutti i costi. Gli sono esplose dal petto le parole che io stessa avrei pronunciato ed il silenzio che ne è derivato è stato come la possibilità di tornare a respirare. Lui aveva un diritto ad essere ascoltato che io non ho mai avuto. Con lui accettavano una sorta di leggero confronto che a me non ha mai aspettato. Il progressivo calare del volume della discussione calmava anche il mio respiro.

Che davvero avessero capito di aver esagerato?

Che questa loro scelta fosse stata guidata solo dall’esclusivo desiderio di risparmiare il più possibile sull’affitto di una camera e si fossero trovati inconsapevolmente autori di un gesto le cui conseguenze non erano state considerate?

Il silenzio mi confondeva.

Come dovevo interpretare gli avvenimenti di quella serata?

Confusa sono caduta in un sonno pesante. Quasi fossi stata anestetizzata. Una salvezza per me perché non volevo continuare a pensare.

169-gioia o paura?

Gettare la spugna.

Ho dovuto accettarlo.

Inutili quei piccoli passi in avanti quando a tentare ero io sola.

Ho lasciato l’università ed ho iniziato a lavorare come commessa. Un’occupazione che mi avrebbe permesso una progressiva emancipazione cosicché un giorno avrei potuto permettermi di condividere un appartamento con altre ragazze. Avevo già iniziato a vedere qualche prezzo e qualche offerta. Non andavo di fretta perché sapevo ci sarebbe voluto tempo e soldi messi da parte. Avevo aperto un conto. Da sola, senza il supporto di nessuno. Sapevo che quanto facevo lo avrei dovuto affrontare e vivere sola.

Per evitare situazioni inaspettate, che non avrei potuto certamente affrontare, ho iniziato a prendere la pillola anticoncezionale. Una decisione mia e condivisa da Fabrizio. Saputo a casa che avrei dovuto fare le analisi del sangue è scoppiato un caso diplomatico. Pur di avere un chiarimento per quel prelievo ematico, mai successo prima, si sono offerti di accompagnarmi in laboratorio. Avrei potuto essere onesta e chiarire le motivazioni, ma a dirla tutta, ho quasi provato piacere a vedere quella loro strana preoccupazione. Pensavano forse che fosse già successo quanto io volevo evitare e temessero che io fossi incinta? Dover accettare oltre alla poco di buono che ero anche un figlio non desiderato? Poco importava: quel panico se lo meritavano tutto. Suppongo in laboratorio qualche uccellino abbia parlato perchè una volta avuto il cerotto sul braccio tornarono a trattarmi con la familiare freddezza di sempre.

Vivevo le mie giornate e nel frattempo programmavo. Mattoncino dopo mattoncino, come una piccola formica operaia mi davo da fare per il mio futuro. Sapevo ci sarebbe voluto del tempo.

La svolta avvenne inaspettata un giorno, dopo il mio ritorno a casa dal lavoro.

“Dobbiamo parlare”, mi disse lei nell’aprire la porta.

Non ero neppure curiosa. Non ho proferito parola. Camera mia a posare le mie cose. Mani lavate e poi di fronte la loro che stavano seduti sul divano. Io in piedi. Loro i giudici e io l’imputato.

“Noi siamo disposti a pagare pur di liberarci di te. Non sopportiamo più di dover subire i tuoi porci comodi: questa casa non è un albergo. Non voglio più essere costretta a tornare a casa perché tu devi entrare. Ti stiamo cercando un posto dove potrai andare a vivere”. Sempre lei a parlare. Lui zitto. Testimone silenzioso.

“Ok”.

Questa è stata la mia risposta. Non pensata. Caduta fuori dalla bocca quasi meccanicamente. Non era forse meglio per me? Avrebbero persino pagato loro; le mie tasche non ci avrebbero rimesso. Tanto meglio e poi era già successo. Una sera tra le tante mi avevano informata che sarei dovuta andare qualche giorno con loro nella casa nuova in montagna. “E come faccio col lavoro!? Mica posso assentarmi così, dall’oggi al domani, senza chiedere in anticipo un permesso per ferie o giorni liberi!”. Devono averci pensato un po’ e la paura che perdessi il mio impiego deve averli mossi ad elaborare un nuovo piano perché di lì a qualche ora mi avevano trovato un Bedandbreakfast al centro di Roma dove soggiornare in vista della loro assenza. Sessanta euro al giorno pur di non farmi stare sola in casa. Non sapevo cosa mi ferisse maggiormente: quei soldi sprecati o la bassa stima nei miei confronti.

Nessuna separazione progressiva. Separazione netta e prossima.

Non sapevo se essere emozionata o avere paura.

168- loro genitori e io figlia

Continuavo a lasciare i fogli che scrivevo sulla scrivania. Non li nascondevo più. Speravo che leggerli li avrebbe aiutati a capirmi. A conoscermi meglio. Era una tattica che avevo già provato, che tuttavia volevo tentare ancora e ancora.

Ogni giorno era una sconfitta.

Mi sembrava di combattere contro il vento. Di tentare di afferrare l’acqua con le mani. Mi sentivo presa in giro dalla vita: prima non avevo niente e quel nulla avevo preso ad accettarlo; niente mi mancava.

Soffrivo perché ferita e limitata.

Lo stringere la cosa bella che per me rappresentava Fabrizio, mi aveva fatto rendere conto della miseria a cui ero ridotta. Ero ciò che mi avevano portato a diventare: un divenire continuo mal interpretato e non capito. Come potevano non conoscermi affatto?

Ho lottato a modo mio, con le armi che avevo. Ho abbandonato il silenzio. Ho tentato di essere compresa.

Ogni passo era sempre stato uno sbattere contro un muro, ma non volevo arrendermi.

Ogni passo sbagliato doveva trasformarsi in un nuovo tentativo. Accettavo ogni fallimento perché dietro di esso c’era richiesta di attenzione, di aiuto, di comprensione.

Con il mio scrivere mi aprivo a loro, dimostravo ciò che realmente ero.

A leggere era sempre mia madre.

Era come se parlassimo lingue diverse. Lei non accettava le mie parole. Le usava contro di me; con il risultato che l’immagine della Clara balorda che lei aveva in mente si rafforzava sempre più nella sua mente.

La mia rabbia la esprimevo nell’unico modo a portata di mano: facendo tardi al loro coprifuoco di mezzanotte. Era il mio modo di gridare loro: “se tu non rispetti me perché io devo rispettare le tue regole?”.

Una protesta inutile, sbagliata e sterile.

Cercavo di analizzarmi continuamente. Cercavo un contatto.

Loro che facevano?

Volevo essere un fantasma dentro quella casa poi l’essermi innamorata mi ha riportata a volere la semplice normalità, l’ affetto, il dialogo, la condivisione, il confronto. Era uno sforzo molto grande. Ero disposta a farlo. Era un peccato sprecare una così preziosa possibilità. Loro genitori e io figlia.

A pesare tanto erano gli attacchi verbali ai miei tentativi.

“Quella croce rossa dietro la giacca del tuo amico: cos’è fa parte delle bestie di Satana? Te la fai con loro adesso? Ha pure suonato il citofono all’una di notte! Cos’è non vedeva l’ora di mollarti!?”.

“Con questi fogli ti ci puoi pure pulire il culo, capito!”.

“Adesso ti prepari pure il pranzo? E come mai? Vuoi far finta di fare la brava?”.

Perché dover subire così tanto?

Perché combattere il dolore, metterlo da parte per poi riceverne due volte tanto?

Loro non capivano. Non volevano capire.

Si fermavano alla loro cocciuta visione egoista.

Avevano trasformato la più bella manifestazione di altruismo in egoismo puro.

Fissi nel pensiero che a vent’anni dovevo pensare solo a studiare per il mio futuro.

Come farlo se non avevo un presente? Se stavo male dentro e con me stessa? Come potevo studiare se piena di carenze interne? Come potevo mettermi sui libri se a mancarmi era semplicemente il fatto di essere riconosciuta per quello che ero realmente?

Mi mancava la vita familiare normale. Sentimenti famigliari normali. Sentirmi figlia. Sentirmi me stessa.