167- Piccole cose normali.

Sentivo come di avere una bomba dentro di me.

Una bomba che non lasciavo scoppiare e che mi avvelenava dentro.

La mia disastrosa situazione famigliare era la mia personale corona di spine e da ciò ero profondamente addolorata.

Più che mai sentivo il bisogno della presenza di una madre.

Mi sentivo sola. Completamente sola nello scoprire la mia femminilità e nello scoprire cosa può significare amare un ragazzo. Avevo notato che raramente tra le mie conoscenze c’erano ragazze che potevano vantare di possedere un rapporto di intimità tanto profondo con le madri; era come se bastasse loro la semplice presenza; non occorrevano tante parole; come dire: “Se mi servisse la mamma, per qualunque motivo ne avessi bisogno o necessità, non ho da temere: so che lei c’é”. Avevano il semplice conforto della presenza. Davano per scontato il supporto che solo una madre può dare.

Io avevo quella presenza, peccato mi fosse del tutto ostile. Quasi la odiavo, eppure continuavo a sentire la mancanza del suo affetto e delle sue attenzioni. Non mi era possibile odiarla del tutto perché nutrivo ancora la flebile speranza che succedesse un miracolo. Mi sentivo come quell’odioso dito piegato di Adamo, al quale sarebbe bastato un briciolo di volontà in più per toccare la mano di Dio. Avevo una madre. Era lì, con me, davanti a me, eppure lontana anni luce da ciò che ero. Sapere di poter avere, almeno potenzialmente, ciò che era a portata di mano e non possederlo affatto era straziante. Era un continuo crudele sfiorare. Avere davanti agli occhi il proprio piatto preferito, avere l’acquolina in bocca ma non poter toccarlo.

Era un innamoramento viscerale che mi era stato negato ma la cui carenza mi risultava dannatamente difficile accettare. Ero innamorata di mia madre e mio padre perché sentivo tutto il peso dell’assenza del loro amore. Peccato loro non mi vedessero: ero un innamorato non corrisposto.

Crescevo lentamente nel mio rapporto con Fabrizio, ed era in effetti questo nuovo sviluppo a rendermi più sensibile alle mie carenze: il freddo si percepisce maggiormente proprio perché si esce dal calore.

Sarebbe stato stupendo sentirle dire: “Clara come stai? Come va? Hai bisogno di me? Vuoi parlare con me: hai bisogno di qualche consiglio? “.

Sarei stata talmente colpita dall’offerta che certamente avrei risposto di no con diffidenza; ma a più offerte mi sarei certamente piegata. La consapevolezza che la mia fosse un’utopia era una bella doccia gelata. Mi avvolgeva l’angoscia, la solitudine, la confusione e la rabbia.

Avevo, poi, una nuova forma di dolore: era Fabrizio a dover far tutto: lui offriva sempre o si stava a casa sua se non eravamo a spasso per Roma. Avevo conosciuto i suoi genitori, i suoi amici. Lui era sempre una nuova scoperta a me offerta. Mi infastidiva quell’unilateralismo coatto: era come se io non avessi niente, come se entrassi e uscissi da un buco nero ogni volta che uscivo o entravo in casa mia. Era questa la sensazione: quella villetta era un buco nero che inghiottiva tutto quello che l’attraversava. Entrare là dentro era come allontanarmi dal mondo intero; come se vivessi su di un altro pianeta. Unico legame con l’esterno era il mio cellulare. Claustrofobia, ecco cosa provavo. Mi sentivo inghiottita, reclusa, incatenata…però avevo ripreso a sognare.

Avrei voluto luce dentro quel buco. Avrei voluto sentimenti positivi: per viverli e per condividerli con Fabrizio. Avrei voluto avere un mio piccolo mondo fatto di legami come da materialità quotidiane da presentare al mio ragazzo. Peccato non avessi niente. Nulla se non me stessa.

Solo allora mi sono resa conto di quanto mi fossi costretta a diventare forte; benché soffrissi, vivevo il dolore, ma evitavo che entrasse dentro di me. Era un dolore che mi toccava profondamente ma che non mi contagiava. Un cuore aperto all’amore mi aveva come indebolita, perciò il dolore aveva preso a circolarmi dentro: era la frustrazione dell’innamorato non corrisposto. Fabrizio aveva aperto una porta dentro di me dalla quale molto usciva e molto entrava. Non ero dispiaciuta di ciò: si trattava pur sempre di una crescita personale. Io volevo solo offrire piccole cose normali, che non avevo e che perciò acquistavano un valore inestimabile. Vederlo parlare con mia madre e mio padre, vederli conoscere reciprocamente, cenare tutti insieme…Piccoli, banali sogni a portata di mano eppure fuori dalla mia portata.

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