165- amore tossico

Lui confermava quotidianamente il suo impegno ed il suo legame con me. Mi disarmava il fatto che affrontasse i miei mille disagi e complessi con un impegno instancabile o che semplicemente li affrontasse.
Uno sforzo doppio dato che lui doveva affrontare il fatto che non mi esprimessi attraverso parole ma solo attraverso un complesso linguaggio corporeo, il cui fine primo era quello di nascondere i suoi mille disagi. Era come camminare dentro ad un labirinto con gli occhi bendati; lui tuttavia, sembrava non arrendersi mai, non darsi per vinto, quasi affrontare ogni sfida come avrebbe fatto un cavaliere delle favole.
Fabrizio sapeva essere di una sensibilità straordinaria, a ciò si aggiungeva una profonda intelligenza.
Riusciva ad interpretarmi tanto bene, che per mezzo della sua vicinanza mi sembrava di essere dentro un piccolo paradiso.
Era una bolla di sapone che mi dava pace temporanea; come lui si allontanava da me, scoppiava e mi ritrovavo smarrita, indecisa, incredula e poco disposta a credere a quanto vissuto fino a pochi momenti prima.
Ero come una tossica incapace di fare a meno della sua dipendenza: gettarsi dentro ad un veleno ma non poterne fare a meno. Perché avere temporaneamente una effimera felicità era più importante del mio terrore e del mio poco credere nella fedeltà dell’amore.
Era quasi incredibile la sua adorazione, quando io stessa poco accettavo di me stessa e del nostro legame.
Lo amavo perciò lo temevo.
Sapeva rendermi felice e mi terrorizzava per questo.
Quotidianamente mi domandavo chi dei due sarebbe scappato per primo, o chi dei due avrebbe ferito per primo l’altro.
Riuscivo ad essere serena soltanto con gli estranei.
Solo chi ami può ferire la tua anima e non si ha potere in questo: si può solo vivere il dolore passivamente. L’estraneo, invece, fa male solo se gli si lascia la libertà di farlo. Ero innamorata. Ciò mi disarmava, mi faceva sentire indifesa.
Più Fabrizio dimostrava di amarmi più cresceva il mio sentirmi vulnerabile.
Più io mi aprivo a questo legame più mi aspettavo di essere da lui ferita.
Le farfalle nel mio stomaco con mi procuravano gioia, erano una tempesta interna che mi atterriva.
Guardavo Fabrizio e mi interrogavo su come potessi davvero piacergli. A volte invidiosa del suo saper vivere l’amore.
Mi fissavo che sua vicinanza a me fosse dovuta al suo senso dell’onore o la pietà.
Non sapevo davvero cosa mi torturasse di più.
A volte avrei voluto avere il potere di spegnere il mio cervello. Non pensare a nulla ed avere pace.
Capitava a volte che piangessi tra le sue braccia; succedeva quando la bolla scoppiava prima del dovuto, quando non avevo la forza di sopportare quella serenità. Quando la mia unica cosa bella era di una bruttezza che non avevo la forza di affrontare. Poco importava che fossi io a deformare quel mio amore. Per quante certezze Fabrizio mi donasse io non ero disposta a credere nella loro durata o nella loro sincerità.
“Perché piangi?”
“Perché adesso sto bene” gli rispondevo, senza spiegargli le mille sensazioni, i mille pensieri e timori che si celavano dietro questa frase. Neppure accennavo ad un tentativo di chiarimento: non sapevo parlare; non sapevo confidarmi.
A lui sembravano bastare quelle parole e mi abbracciava con vigore. Mi sentivo davvero piccola tra quelle braccia, un contatto profondo che prometteva di esserci ma a cui io non volevo credere proprio perché lo amavo.
Quel mio amore era il mio conforto e la mia dannazione.

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